martedì, 13 dicembre 2011

Per una ecologia emotiva ... (II Parte)

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Molte delle emozioni che viviamo nascono dal fatto che siamo in relazione con altri esseri, con individui o gruppi. Una delle caratteristiche delle emozioni  è che ci mettono in collegamento con il mondo, anzi potremmo dire che fanno da ponte tra il nostro io e quello che sta al di fuori di noi.

Già da piccolissimi impariamo a riconoscere dal non verbale degli adulti che abbiamo intorno, la differenza tra piacere e dolore, tra paura e perplessità. Per sentirci in un mondo sicuro e accogliente, occorre che le persone che ci sono vicine siano coerenti in quello che dicono e nel come lo dicono.

I bambini percepiscono i segnali non verbali e per un certo periodo si basano solo su quelli. In una fase successiva, anche se non parlano ancora, imparano ad etichettare ciò che sentono dire e lo confrontano con sguardi, toni di voce, mimica del viso. Confrontando il detto al percepito, riconoscono e immagazzinano la sensazione di smarimmento se i due livelli sono in contraddizione.

Tutti noi impariamo prestissimo a riconoscere chi mente o chi cerca di camuffare le proprie emozioni. La coerenza tra i due livelli di comunicazione (verbale e non verbale) è un elemento di importanza vitale per il benessere mentale di ogni individuo.

Se una madre dice alla propria bambina: "lo so che sei capace di abbottonarti da sola il golfino" e poi frettolosamente con un sorrisetto lo abbottona lei stessa, questo crea sconcerto nella bimba che non riuscirà a chiedere alla mamma direttamente se ha fiducia o meno nelle sue capacità. Se poi il comportamento sarà frequente e diffuso a lungo andare la bambina potrebbe avere parecchi disagi circa la sua autostima/efficacia.

Successivamente riusciremo a distinguere anche quali possano essere le reazioni e le conseguenze che le singole emozioni si portano dietro, tuttavia può anche capitare di male interpretare i segnali che ci inviano le altre persone. Alcune emozioni sono accompagnate da messaggi chiarissimi, altre sono meno facili da decodificare. Possono scendere lacrime di gioia, di tristezza o anche di commozione oppure di rabbia, per decifrarli quindi occorre avere presente il contesto in cui i gesti si compiono.

Il clima sociale nel quale siamo inseriti non sempre stimola l'individuo a cogliere la propria parte emotiva, bensì incoraggia la persona a negare e anestetizzare le sensazioni che prova e a rendere formali le relazioni; del resto se pensiamo alla nostra esperienza, ci rendiamo conto che non è semplice vivere emozionandosi.

Se la persona nasce con una certa dose di istintività rispetto alle emozioni, è pur vero che senza un'educazione che parte dal proprio ambiente familiare per poi allargarsi al contesto sociale, senza dei modelli che sappiano comunicare il valore del "sentire" le esperienze, egli non sarà in grado di scegliere veramente. A questo si aggiunge il fatto che la società attuale è caratterizzata da un notevole sviluppo tecnologico, dalla sempre maggiore specializzazione delle competenze, dal bisogni di emergere e distinguersi. Tutto questo va di pari passo con l'ansia del "fare" e, in parallelo, con la perdita del "sentire", dell'accogliersi  e ascoltare.

La fretta e l'ansia da prestazione ci fanno correre, tanto che non abbiamo il tempo di assaporare quello che le relazioni e le situazioni ci offrono.

Tendiamo sempre più a riempire lo spazio (non solo temporale ma anche mentale) occupandolo con impegni e appuntamenti. Si tratta di un modo di essere che non riguarda solo la vita di noi adulti, ma che inevitabilmente proiettiamo sui figli che affidino a specialisti in grado di fornire loro competenze specifiche: corsi di musica, ballo, lingue, informatica etc. Se tutto questo può essere positivo e può rappresentare una alida risorsa per stare al passo con una società in continua trasformazione, allo stesso tempo rende la persona incapace di vivere le esperienze oltre che con la mente, anche con il cuore e con la "pancia" cioé di "sentirle".

Chi si trova in questa situazione, in genere vaga come in cerca di una meta, di un punto d'arrivo che non trova proprio per l'incapacità di guardare oltre il visibile, oltre l'apparenza.

La nostra è una corsa continua per raggiungere mete e obiettivi, per realizzare noi stessi, spesso senza riuscirci veramente perché incapaci di vivere appieno quelle esperienze, di collocarle in uno spazio interiore dove possano essere elaborate e vissute emotivamente.

Un antidoto a tutto questo?

Autorizzatevi quotidianamente a dedicare del tempo a voi stessi e permettetelo anche ai vostri figli. Starete sicuramente pensando: " dove trovo il tempo?" Non servono intere ore libere, è sufficiente un quarto d'ora, ma questo solo ed esclusivamente tutto vostro.

Lasciate che la vostra mente si senta libera, che il vostro cuore possa aprirsi facendo scorrere le sensazioni della giornata, ascoltatevi e accoglietevi come fareste con un bambini che ha bisogno di voi ....

 

 

 

 

martedì, 28 giugno 2011

Celebra la vita.....

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“Continui a ripeterci di celebrare la vita. Che cosa c’è da celebrare?”

“Posso capire. La tua domanda è importante: sembra che non ci sia niente da celebrare. Che cosa c’è da celebrare?....

C’è da celebrare tutto. Ogni momento è così fantastico, così immenso ogni momento porta una tale estasi….. ma tu sei addormentato.

L’estasi arriva, ti volteggia intorno e se ne va….  La brezza arriva, ti danza intorno e se ne va ….. Ma tu continui a dormire.

I fiori sbocciano e la loro fragranza giunge fino a te, ma tu dormi…

Mi chiedi: che cosa c’è da celebrare? Che cosa non c’è per non celebrare? Qui c’è tutto ciò che uno possa immaginare. Qui c’è tutto ciò che uno possa desiderare. C’è più ancora di quanto tu possa immaginare…..

Pensa ad un uomo cieco. Non ha mai visto fiorire una rosa. Che cosa ha perso? Lo sai? Non ha mai visto un arcobaleno. Non ha mai visto un’alba o un tramonto. Non ha mai visto il verde delle foglie sugli alberi. Non ha mai visto i colori….

E tu che hai gli occhi chiedi: che cosa c’è da celebrare?

C’è l’arcobaleno, c’è il tramonto, ci sono gli alberi verdi, c’è un’esistenza così piena di colori …..

Eppure capisco. La tua domanda è importante. Capisco che questa domanda ha una certa rilevanza.

C’è l’arcobaleno, c’è il tramonto, l’oceano, ci sono le nuvole, c’è tutto… ma tu sei addormentato…

Non hai mai guardato una rosa. Ci sei passato accanto, hai visto la rosa, ma non l’hai mai guardata… non le hai mai dedicato un momento della tua attenzione.. non ti sei mai sintonizzato con lei… non ti sei mai messo vicino a lei, non ti sei mai seduto vicino, in comunione. Non le hai mai detto “ciao!”….

La vita scorre e tu sei semplicemente lì , senza partecipazione. Tu non sei in rapporto con la vita: ecco perché la tua domanda è significativa.

Hai gli occhi, eppure non vedi; hai le orecchie, eppure non senti; hai un cuore, eppure non ami… sei profondamente addormentato….”

Osho


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E allora cosa aspetti a svegliarti?.... apri gli occhi, scegli la tua rosa, il tuo filo d’erba, la tua onda del mare, il tuo pezzo di cielo, il tuo raggio di sole, la tua goccia di pioggia e VIVIIIIIIIIII………….

 

giovedì, 18 novembre 2010

Leggerezza .....

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... Fatti farfalla, svolazza via da te portandoti ovunque con te.

Fatti piuma leggera che si solleva dal bisogno di capire ....

Vola in alto nella gioia del sentire....

Svolazza via dalla necessità di programmare.....

Vola libera nella gioia di vivere alla giornata ...

Svolazza via dalla necessità di fare la cosa giusta ...

Vola nel divertimento di scoprire

che quello che fai è la cosa giusta per te ora,

perché il tuo compito adesso è godere di te....

Perditi, ritornerà il tempo di ri-trovarsi ...

Viviti, piomberà di colpo il momento

di ritornare vigile a dar forma a chi sei ...

Perdi il tuo peso, rarefacendoti

sali ... e poi sali .... e poi sali .....


 

 

 

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liberamente tratto da:

S.Garavaglia

365 Pensieri per l'anima 

Ed.Tecniche nuove 

domenica, 14 novembre 2010

Rallenta ..... Rallenta ...

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Tu non sei nata ora, anche se la vita è una continua ri-nascita. Porti con te le tracce di quello che sei stato in questa vita.

Tu sei  quella che tutto quello che la tua voglia di infinito è riuscita a catturare e a portare, ogni volta nel finito.

Lascia andare la mente, potranno arrivarti echi di qualcosa che non sai spiegarti, lacrime improvvise. Sensazioni di aver già vissuto, già sentito, già provato. In quel "già", ciò che sei stata si unisce alchemicamente a quanto stai per essere e per diventare.

Sai plasmare la tua realtà, la sai liberare da ogni energia dissonante, puoi sciogliere i blocchi di ghiaccio e i nodi che si sono accumulati, ingarbugliandola tutta.

La tua energia che lasci spesso inutilizzata è pronta a essere riattivata per plasmare la tua vita come vuoi.

Rimani nel tuo sentire e dai sempre più fiducia alla tua voce interiore, anche se ti suggerisce bagliori che non comprendi, che non sai capire.

Non controllare, lascia soltanto che tutto questo sia ....

Plasmare richiede pazienza, rallenta ... rallenta ... e inizia a entrarci dentro, in questo movimento che ha bisogno di maneggiare la materia ... metti le tue mani nella terra, trasforma qualcosa usando queste tue mani ... e rallenta ... rallenta ... rallenta ....


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liberamente tratto da

Susanna Garavaglia

365 pensieri per l'Anima

Ed.Tecniche Nuove

 

giovedì, 21 ottobre 2010

Attesa ...

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Il pulcino rimane nell'uovo in attesa di sentire l'attimo che lo spinge a uscire alla luce. Allo stesso modo anche noi restiamo ancora per un poco incantati, nell'attesa di sentire il richiamo del nostro progetto che ci chiama alla luce.

La vita ora ti arriva ovattata, suoni da lontano si tuffano sulla tua pelle con l'intensità di un uragano. A pelle viva, senza protezione ... ogni suono un sussulto, una gioia, un richiamo. Niente ti è estraneo in un mondo che ti sembra tutto nuovo, tutto si getta addosso e tu lo assorbi, lo temi, lo cacci via e te lo riprendi. Suoni che si accavallano ... si dissolvono ... come se tu fossi sott'acqua.

Non chiederti perché, non ha senso ora portare a coscienza ogni cosa. Tra poco tutto ti sarà più chiaro, abbandonati ora a questi suoni ovattati ... La vita che ha inizio, e poi si affaccia non sempre gentile, talvolta forte, potente ... Il piacere, il dolore, tutto questo passa sulla tua pelle con forza, hai tolto ogni armatura ... fluttua da un'onda all'altra, da un istante all'altro e non cercare risposte ora ...

La vita che ti attende ha ora il sapore e l'odore di tutto quello che vuoi. Ogni tuo respiro risuona nell'universo ...

Alla mercè delle emozioni e delle sensazioni che arrivano portandoti lacrime che non comprendi e che forse non hanno senso, qualcosa si scioglie, qualcosa che desideri e non c'è ... una sensazione ti travolge impetuosa mentre ti lasci cullare nell'ovatta.

Cosa sono queste lacrime? Forse la necessità di amare e la paura di non farcela, forse quella fusione a cui aneli, la paura di perderla, di non trovarla più. Questo essere te e l'altro che ami, e poi ancora te e vorresti essere lì, in chi ami, impastata nella sua pelle, mentre senti il desiderio che ti scorre dentro. Sei quel ruscello e invece non lo sei, perché stai con te, solo con te, separata, con le tue lacrime, mentre l'emozione ti travolge e non sai che cosa sia..... accoglila ... ascoltala ...

Respiri con la terra tutta, mentre i mari inspirano ed espirano il profumo di sale nell'aria, e il vento che respira le piante, e ali che inspirano ed espirano continuamente il cielo.

E' doloroso inspirare lacrime e poi espirare quel velo che ti separa e che vorresti strappare ..

E' eccitante inspirare la voglia di carezze e poi espirare la tua solitudine, qui con te, soltanto te ....

Dolore ed eccitazione tutto così esasperato, così macroscopico, così maledettamente e fortissimamente vero ....

Tutto si trasforma .... Come se piacere, amore, passione e sentimento si mischiassero facendo confusione, perdendo i contorni, assottigliando distanze. Eppure lo sai che la vita è tutta qui, in questo presente, anche se lacrime improvvise ti trascinano via e non puoi farci nulla .... Vivi tutto questo, è vita,  la tua .... Non aver paura ....

Il vecchio si sbriciola e il pulcino vedrà la luce ancora umido, e si bagnerà il becco nella sua stessa appiccicaticcia umidità .... Ma adesso aspetta, rimani ancora un poco nel nido. Sentirai quando l'attimo ti chiama perché tu possa espanderti.

L'impeto di questa luce che ti attende è tutta energia di risveglio ... ma c'è tempo per ogni cosa ....


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liberamente tratto da

Susanna Garavaglia

365 pensieri per l'Anima

Ed.Tecniche Nuove

 

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martedì, 06 luglio 2010

Essere nel mondo: l’incontro con sé e con l’altro.

 

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by Heidi Hope - http://www.flickr.com/photos/heidihope/4206556975/

 

Come entriamo nel mondo? Quale senso viene dato al nostro "essere" ed "esser-ci"? che cosa permette la nostra realizzazione? Che cosa e chi determina il rapporto Io-mondo?

L'esistenza dell'uomo è data dal passato, dal presente e dal futuro "l'uomo è la proprio esistenza", essere nel mondo significa quindi essere in qualche modo determinati, ma avere anche in sé la possibilità di trascendersi continuamente, in una ricerca che spinge verso un progetto e un progettarsi nel mondo.

Nel proprio esser-ci la consapevolezza di sé può donare senso alla propria vita, perchè è insita in essa la possibilità di emergere, di "venir fuori".

Non sempre però c'è la spinta al progetto e a volte è una spinta che non prevede un cammino positivo, cioè un cammino che preveda un ben-essere per sé e per gli altri; in questi casi è necessario comprendere le proprie difficoltà e lavorarci sopra per portare alla luce l'ombra che nascondono.

Come ha inizio la propria vita è sicuramente fondamentale per la propria esistenza: allora iniziamo questo viaggio considerando la nascita di un figlio e la situazione affettiva della coppia che diviene "coppia genitoriale".

Quando nasce un bambino dovrebbe nascere un nuovo modo di percepirsi e di vivere nel mondo: dalla capacità di stare in coppia alla nuova vita a tre. La nascita di un figlio riporta inevitabilmente al passato, al proprio passato di figlio e figlia, al ricordo del rapporto che esisteva con i genitori, a un inevitabile collegamento con il passato per poter essere nel presente in modo costruttivamente sereno e di delineare di conseguenza il cammino che via via si sta compiendo.

Non è possibile disancorarsi dal passato, bello o brutto che sia quel passato ha posto le radici del nostro presente.

In tutto ciò non vanno dimenticate le basi cromosomiche, impronte basilari del proprio modo di essere nel mondo, per cui l'ambiente, con tutte le situazioni che in esso si determinano, si colloca su un terreno individuale già dato. L'humus cromosomico, infatti, potrà far recepire in un modo o in un altro le situazioni, con tutte le sfaccettature alle quali l'individuo spesso poi attribuisce lwe "colpe" dei fatti negativi che gli accadono.

Posto allora che l'impronta è data geneticamente, noi possiamo agire sull'ambiente e sull'individuo "dato" . L'essere umano alla sua nascita non è una tabula rasa, ma porta con sé i cromosomi dei propri genitori. Il padre ha una sua "impronta" e un suo passato esperienziale e la madre la propria "impronta" e il proprio passato: questi due diversi vissuti si vanno a collocare sul nuovo nato, proprio come si adagia una copertina sul bimbo per tenerlo caldo. Non solo ciò che è stato veramente vissuto, con tutte le attribuzioni del "proprio vissuto", ma anche il proprio "immaginario" cadrà leggermente o pesantemente sul nascituro.

I vissuti dei genitori vengono così inevitabilmente e quasi inconsapevolmente proiettati sul figlio che li farà propri, insieme al latte che riceve.

L'immaginazione che la madre ha attivato, durante il periodo dell'attesa, può essere carica di paure e di aspettative: il nascituro è così già caricato di immagini e di fantasie e se, al momento della nascita  e nei primi periodi della sua vita, le immagini fantasticate non si sovrappongono con il reale, facilmente inizieranno a sedimentarsi vissuti sgradevoli, sensazioni di mancate corrispondenze, di fastidio, in quanto la discrepanza tra il proprio sentire e la realtà può generare turbamento e disagio.

E' estremamente importante mettersi in con-tatto con il proprio sentire, con le proprie emozioni, con il proprio mondo interiore: prima ci si pone in ascolto di sé, in ascolto delle proprie insoddisfazioni e prima si potrà correre ai ripari attraverso un percorso di riflessione o di aiuto.

Il bambino nel corso della sua maturazione, si pone in contatto con il mondo e crea collegamenti tra le sue percezioni e gli oggetti.

Molti studi ci indicano l'importanza della relazione,  l'importanza dell'"individuazione" dell'adulto che vuole diventare genitore: un genitore che non ha raggiunto la consapevolezza di sé non potrà essere "specchio" e "contenitore" per la propria persona e quindi non potrà esserlo per il proprio figlio.

Ed ecco che i primi "rifornimenti" affettivi e relazionali vengono a costituire il riferimento per la costruzione del proprio sé; nella consapevolezza che esistono genitori reali, ma che decisivi sono anche i genitori creati nel proprio mondo interno, è possibile che si venga a strutturare un "falso sé" e uno sviluppo emotivo non adeguato.

Già dal primo vagito il bimbo è una persona unica e irripetibile separata e dotata di un proprio bagaglio che viene definito Sé primario; questo patrimonio gli consentirà di porsi in relazione con la madre e di modulare il rapporto in un gioco di relazione con sé e con gli altri.

Nel corso di questi processi si mettono in moto le predisposizioni a creare immagini, a organizzare le esperienze e a determinare la relazione tra mondo interno ed esterno dando forma al nostro "essere" e al nostro "esser-ci" ne mondo e per il mondo .....


"Con la forza di questo Amore e la voce di questo appello non cesseremo di esplorare. E alla fine dell'esplorazione saremo al punto di partenza. Sapremo il luogo per la prima volta ....."

T.S.Eliot

 

venerdì, 02 luglio 2010

Il teatro interiore: rifiuto, accettazione, ascolto …

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Il teatro interiore è il luogo dove si svolgono le scene della vita che chiedono di essere viste e sentite, per poter star bene con noi stessi e con gli altri.

Nell'ascolto della "voce interiore" si dona una casa alle nostre cose, si dona il giusto linguaggio al nostro bisogno di espressione per accettarsi e per essere accettati.

E nel teatro interiore a volte c'è molto disordine ed è proprio questo groviglio di sensazioni e di emozioni, di immagini e di suoni, che ci ferma e, indicandoci la fermata, fermata necessaria, non tanto per pensare, vuole dare valore a quel preciso momento della vita, affinchè si possa uscire dai luoghi comuni, da situazioni stagnanti, da proiezioni inutili, per raggiungere così dimensioni più rispettose del nostro modo di essere.

Siamo noi i registri del nostro teatro interiore e con ciò dobbiamo avere chiaro che siamo responsabili dei nostri atti, delle nostre scelte, del nostro modo di vivere, ma ciò presuppone anche il fatto che ogni atto, ogni scelta, ogni modo di vivere, dipendono dalle nostre possibilità e che queste presuppongono dei limiti.

Nel teatro interiore si mettono in scena le nostre identità, le nostre molteplicità, i nostri sentimenti, rendendoci immagini che viviamo come reali e che,ci offrono suggerimenti di senso e tutti chiedono di essere ascoltati.

E nel teatro interiore si mettono in scena, anche, i sintomi e i simboli: gli uni e gli altri strettamente intrecciati per indicare lo stato psichico attuale e per dare la possibilità di ri-soluzione dei dolori scatenati dai sintomi.

Accettazione o rifiuto dipendono quindi dalle nostre possibilità e dai nostri limiti: possibilità e limite sono dati a noni non solo come strumenti cognitivi e volontari, ma soprattutto come elementi che dipendono dalla capacità dell'Io di porsi in contatto con le visioni inconsce e con le esplorazioni del teatro profondo. Allora si anima in noi quella capacità di trasformare radicalmente la visione della vita e la nostra prospettiva esistenziale prenderà nuove forme e nuovi colori.

In questo teatro interiore, con i suoi personaggi e nelle diverse scene, si costruisce l'identità che non è costituita solo dall'Io, ma dal Sé, quell'istanza che è così difficile da definire e da afferrare, ma è quella totalità così misteriosa e grande, così pregnante e inafferrabile, ma così vicina a noi, se sappiamo "vedere" e "sentire".

Questa totalità è percepibile quando si crea il ponte tra la coscienza e l'inconscio, quando diventiamo consapevoli delle nostre fatiche e sappiamo ascoltare la nostra vera e profonda natura riuscendo a portare avanti percorsi di vita che non sviliscono i nostri progetti e non tradiscono le nostre spinte più profonde.

Il senso delle cose si attua e si apre alla vita in diversi rivoli che si preparano per abbracciare le nostre inclinazioni, le nostre attitudini, il nostro sentire: qui sta il senso.

Vivere significa dare senso a ciò che si vive e , per vivere pienamente, ci vuole passione: con questa nascono anche il dolore e la gioia, ma senza la passione viene a mancare la linfa necessaria al dispiegamento della nostra Anima.

E il senso delle cose, a volte, anzi più spesso, si trova nelle piccole luci quotidiane, nei frammenti di vita, nei significati reconditi di sottili gesti, nelle visioni di forme impalpabili.

Certamente la vita è fatta di concretezza, ma luci e suoni, emozioni e sentimenti, sensazioni e intuizioni, possono sembrare poco concreti, invece sono il sale e il sole della vita.

Porsi in ascolto di sé significa entrare nella concretezza della vita, anche se può sembrare strano che ciò avvenga attraverso i sogni: ma questo è l'unico modo possibile per attuare una vera vita.

 

sabato, 20 febbraio 2010

Sulla consapevolezza dei propri desideri ed emozioni … (III parte)

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Per quanto riguarda il vivere consapevolmente, tra provare un'emozione e nominarla semplicemente corre un'enorme differenza.

Immaginiamo per esempio un uomo che torni a casa dal lavoro e la moglie gli chiede:" Come stai?" E lui, distrattamente risponda: "Da schifo". Allora lei, piena di compassione: "Si vede che ti senti uno straccio". A questo punto l'uomo lascia che le parole della moglie lo raggiungano. Sospira, la tensione comincia a lasciare il suo corpo e con un tono di voce del tutto diverso, quello di una persona che non combatte più i propri sentimenti, ma li riconosce come propri e li accetta comincia a raccontare che cosa lo turba. "Sì", le dice con una nuova sincerità, "sono di un umore nero". Adesso sta provando le sue emozioni, non le sta più solo nominando e liquidando con l'espressione sbrigativa "da schifo". Questo è il primo passo per poterle affrontare e superare.

Alzando il livello di consapevolezza apro la via all'integrazione. Uno dei motivi persone anche molto intelligenti e colte non sanno risolvere i propri problemi personali è che, negando i loro sentimenti e le loro emozioni, rifiutandosi di viverle e accettarle, rendono impossibile alla loro intelligenza di lavorarci sopra per compiere la nuova integrazione necessaria a risolverli.

Se le emozioni sono profondamente represse, prima di essere pienamente vissute, è necessario sbloccarle.

Un primo passo in questa direzione potrebbe essere il seguente esercizio di completamento di una serie di frasi:

  • Mio madre (mio padre) era sempre ....
  • Con mia madre (mio padre) mi sentivo ....
  • Una delle cose che volevo da mia madre (mio padre) e non ho mai avuto è ...
  • Ricordo che soffrivo quando ...
  • Ricordo che avevo paura quando ...
  • Ricordo che mi arrabbiavo quando ...
  • Una delle cose che ho imparato a fare per sopravvivere ...

Leggendo questa lista una persona potrebbe pensare che aggiungere i finali sia un'impresa ardua. Quando le propongo a volte mi sento chiedere: "Se non me lo ricordo?". Non è necessario ricordare. Basta aggiungere dei finali che completino grammaticalmente la frase, inventando se occorre, perché la libertà di inventare apre la possibilità di mettere dei finali veri e significativi.

Sempre nell'ambito delle emozioni una valida pratica quotidiana per acquisire consapevolezza è la disciplina della continua osservazione di sé abbinata all'accettazione senza giudizio.

Essa consiste nel contemplare il proprio stato momentaneo, nel notare quanto c'è da notare, senza pretendere che le cose siano diverse da quelle che sono: si tratta solo di essere testimoni consapevoli, senza negare, disconoscere o condannare e intanto continuare a respirare con dolcezza e profondamente.

L'unico desiderio è quello di essere consciamente presenti nel qui e ora.

Per molti non è facile imparare l'arte di mettersi in contatto con le proprie emozioni. I clienti spesso commentano le loro emozioni, le "spiegano", domandano scusa per esse, cercano di risalire alla loro origine storica e ovviamente rimproverano e mettono in ridicolo se stessi per averle provate, ma trovano estremamente difficile contemplarle.

Quando poi le emozioni con cui lottiamo sono sgradevoli o dolorose, l'impulso è quello di opporci ad esse armando il corpo contro, cosa che in genere serve solo a intensificarle.

E' un po' come quando guidiamo una macchina e quella slitta: per riprendere il controllo, dobbiamo resistere all'impulso di girare il volante in direzione opposta allo slittamento e girarlo invece in quella dello slittamento; nello stesso modo chi è colpito da un'emozione molesta deve apprendere l'arte di assecondarla, invece di contrastarla, per riuscire finalmente a dissolverla.

Quando da adulti riusciamo a scavalcare le nostre difese e a rivivere certe emozioni e i ricordi che esse riportano a galla, il risultato può essere, almeno all'inizio, allarmante. Possiamo sentirci assaliti dal terrore, dal dolore e dalla collera. Per rimanere presenti in momenti come questi, per resistere alla tentazione di rifugiarci nuovamente nella non -consapevolezza, occorre molto coraggio.

Tuttavia se rimaniamo presenti e consapevoli avremo modo di crescere imparare. I primi passi sono sempre i più duri. Ma è segno di maturità e saggezza capire che abbiamo il potere di contemplare, astenendoci dal giudicarli, i nostri pensieri, ricordi ed emozioni senza che per questo prendano il sopravvento o ci spingano ad agire in modo autodistruttivo.

Vivere consapevolmente è un atto di amore nei confronti delle nostre possibilità positive. E' un impegno nei confronti del nostro valore personale e dell'importanza della nostra vita.

 

lunedì, 01 febbraio 2010

Per un recupero del sentire ...

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Come ho detto nei precedenti post, ci sono momenti in cui è bene affidarsi al sentire e momenti in cui è meglio utilizzare il pensare.

Tuttavia se per anni ci siamo dedicate prevalentemente al pensare, è evidente che la facoltà del sentire si è un po' atrofizzata e così, quando serve, non funziona come dovrebbe, segnalando in maniera distorta o confusa.

E' quindi necessario riattivarla e se si vuole veramente non è molto difficile, basta investire in questo compito un po' di tempo ed energia e ne vale davvero la pena .....

Tuttavia quando si parla di "recupero del sentire" non tutti sono d'accordo, pensando che questo non sia uno dei passi fondamentali in un percorso di crescita; anzi ritengono di essere fin tropo  aperti e vorrebbero semmai chiudersi.

Sono d'accordo che non esiste una strada che vada bene per tutti, e l'importante è l'armonia tra le varie dimensioni dell'essere: dunque, così come i troppo orientati al pensare devono recuperare il sentire, è vero anche il contrario.

Tuttavia ho avuto modo di constatare durante il mio lavoro di Counselor che molti di coloro che si ritengono fin troppo aperti, soffrono non tanto per la loro apertura ma soprattutto per la scarsa fiducia che nutrono nei confronti del sentire.

La sofferenza deriva insomma dal fatto che nella vita essi danno più ascolto al pensare che al sentire, trovandosi spinti da convinzioni e condizionamenti a permanere in situazioni spiacevoli invece di tirarsene fuori, come sarebbe naturale fare.

Se, ad esempio, mangiando un certo cibo o stando con una data persona, proviamo sensazioni spiacevoli, non è una buona soluzione ridurre il nostro sentire, anche se almeno nei confronti del cibo turarci il naso può sembrare la soluzione più facile e immediata. In questo caso la soluzione corretta e funzionale è quella di cambiare cibo o persona; se poi qualcosa ci impedisce di farlo, questo non dipende dal sentire ma dal pensare.

Vediamo quindi che il problema si risolve liberandosi da idee e convinzioni limitanti che interferiscono con il sentire .

La ricetta per recuperare il proprio sentire ha tre ingredienti di base:

  • La Consapevolezza: rendersi cioè conto della necessità di riattivare questa funzione
  • Impegno: cioè volerlo e questa è una responsabilità che spetta interamente a noi
  • Esercizio: attraverso tecniche e situazioni appropriate e questo si può imparare su alcuni libri o meglio attraverso seminari, workshop esperienziali o di più attraverso un percorso di crescita quello che può ad esempio essere un percorso di Counseling

 

A proposito dell'ultimo punto vorrei concludere questa passeggiata nel sentire con un esercizio che può considerarsi la base per arrivare piano, piano a percepire interamente noi stessi.

 

Sentire il proprio respiro .....

 

Chiudi gli occhi e poni la tua attenzione sul respiro, respirando normalmente: non fare niente per cambiarlo, semplicemente osservalo, sentilo, così come avviene ...

senti il torace e la pancia che si dilatano e si restringono, oppure, se ti è più facile, focalizzati sul naso e senti l'aria che passa attraverso le narici ...

senza alcuno sforzo ... semplicemente ascolta ... osserva il tuo respiro ... sii consapevole dell'aria che entra ... dell'aria che esce ...

Dopo un po' puoi anche provare ad "assaporare" queste sensazioni, forse hanno ul loro "gusto" particolare, come quei sapori delicati che richiedono una lunga e attenta degustazione per venire fuori.

Procedi così per almeno 1 minuto ... se ce la fai anche 2 o 3 ....

Quando desideri puoi concludere l'esperienza e riaprire piano, piano gli occhi, rimanendo ancora un po' in contatto con lo spazio interiore che hai sperimentato ...

 

domenica, 31 gennaio 2010

Il senso del dolore e del piacere ...

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"L'uomo sereno procura serenità a sé e agli altri"

Epicuro


Prima di passare a suggerirvi alcuni esercizi utili per recuperare il sentire, vorrei fare qualche considerazione sul "dolore" , che del sentire rappresenta il polo negativo, e sul "piacere", che ne costituisce quello positivo.

Entrambi i poli hanno una loro ragione di essere e ci comunicano preziose indicazioni; purtroppo, spesso, sono stati travisati a causa di pregiudizi culturali e morali e pertanto la maggior parte delle persone non è in grado di coglierne il significato e il valore evolutivo.

Iniziamo dal dolore. Molti credono che ce lo abbia mandato il Padreterno per punirci dalla nostra disobbedienza nei giardini dell'Eden, ma in realtà esso non è una punizione ma un "dono" , la cui funzione è di avvertirci che qualcosa non va e consentirci di fare qualcosa prima che le cose peggiorino.

Se metto involontariamente un dito su una pentola bollente, avvertirò dolore, che mi farà immediatamente ritrarre la mano salvandola così da danni ben più gravi.

Analogamente, se avverto una sofferenza emotiva ed esistenziale , essa mi permette di correre ai ripari e dare una svolta alla mia vita prima che sia troppo tardi.

Così come una spia rossa che si accende sul cruscotto della nostra autovettura, ci invita quanto prima di portare l'auto un meccanico che possa capire il guasto e ripararlo, un dolore emozionale o esistenziale ci invita a fare un esame interiore per comprendere che cosa c'è che non va, magari chiedendo aiuto, perché no, ad un Counselor.

Se ci fermiamo subito i guai saranno contenuti, mentre se aspettiamo troppo sarà più difficile e doloroso risolvere il disagio.

Purtroppo alcune volte ci rendiamo conto tardi dei segnali perché il nostro sentire non è abbastanza aperto. Altre volte invece il ritardo non dipende tanto dalla chiusura del sentire, ma dall'interferenza prodotta su di esso dal pensare: immaginiamo di camminare su una strada sempre più calda fino a quando cominciamo a scottarci i piedi. Che fare? Tornare indietro sarebbe la scelta istintiva, ma se nella nostra mente c'è la convinzione che bisogna andare avanti ad ogni costo e sacrificarsi in nome di qualche ideale, può darsi che proseguiamo a dispetto del nostro sentire.

E' il senso del dovere che spesso ci fa agire in modo contrario al sentire: un "devi" inizialmente impostoci da altre persone e che poi però interiorizziamo fino a farlo diventare un "devo".

Così come il dolore ha lo scopo di segnalare che stiamo sbagliando qualcosa, che la strada intrapresa non è positiva per noi, che è meglio aggiustare il tiro, il piacere ha, o dovrebbe avere, la funzione inversa, cioè di confermare e rinforzare determinati comportamenti, scelte, pensieri che vanno bene per noi, che ci fanno sentire "OK".

Purtroppo, anche il piacere è stato fortemente travisato, e si è persa la sua preziosa valenza di orientamento, tant'è che le persone raramente sanno seguire le benefiche indicazioni, anzi in molti casi le rifuggono come malvagie.

Tra i responsabili di tale travisamento vi sono alcune credenze morali che hanno stigmatizzato e colpevolizzato il piacere, considerandolo pericoloso perché focalizzerebbero le persone più sull'Adesso e su tutto quanto possa rendere piacevole la vita di ognuno facendo perdere il rispetto per i valori della sofferenza e del sacrificio.

E' assolutamente vero che dovremmo sempre chiederci se ciò che facciamo (od omettiamo di fare) può essere dannoso per qualcuno, ma se così non è, è nostro assoluto diritto goderci il piacere e seguirne le sue preziose indicazioni.

Possiamo quindi dire che anche il piacere è una funzione da riabilitare e comprendere; una funzione indispensabile per tutti coloro che vogliono essere se stessi e saper individuare la propria vera strada.

 

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