mercoledì, 21 marzo 2012
I “miti” che ritardano il cambiamento (II Parte)
Riprendiamo dal post precedente e continuiamo nell’esplorazione di tutti quei “miti” che rallentano il cammino verso il cambiamento.
IL MITO DELLA MODESTIA
Sembra che la modestia si addica molto bene al sesso femminile e spesso, ahimè purtroppo ancora , si considera sbagliato che una donna possa aspirare ad un lavoro migliore di quello che ha, o ad un miglior curriculum scolastico, oppure ad una migliore posizione finanziaria.
Ancora oggi, in molte famiglie, si crescono le ragazze affinchè crescano belle e accomodanti, pronte a far sentire gli altri importanti e a proprio agio nella speranza che, come ricompensa, possano essere amate.
Questo nascondere le proprie capacità può rivelarsi una grande inibizione per le donne che vogliono salire i gradini di una qualunque carriera. Se si parte dal presupposto che tutti sono migliori di noi e più meritevoli, è molto improbabile che ci si impegni per conquistare una posizione vantaggiosa, semplicemente perché ci si sente a disagio ad ammettere pubblicamente di credersi all’altezza del compito.
Se si vogliono raggiungere degli obiettivi in campo professionale, è importante imparare a tessere le proprie lodi, è ciò è diverso dall’inutile esibizionismo o dal collocarsi su un gradino superiore agli altri: si tratta solo di farsi valere per essere tenuti nel novero di quelli tenuti in considerazione. Questo non significa che occorre nascondere i propri difetti, al contrario, bisogna sempre ricordarsi dei propri punti deboli per lavorarci sopra.
Saper propagandare in maniera efficace e non aggressiva i risultati ottenuti è una capacità che può essere appresa. Se per gli ultimi venti anni siete stati lontani dalle luci della ribalta, non vuol dire che dovete rimanere esclusi per il resto della vita, e se desiderate progredire nella vostra professione, non dovreste farvi ostacolare dalle vecchie abitudini. Quando osservate le persone che predicano la modestia, vi accorgete che esse rientrano senza eccezione in due categorie: o non hanno la ottenuto alcun risultato, oppure sono preoccupate che la vostra promozione possa intralciare loro.
Non c’è niente di sbagliato nel riconoscere di fare bene il proprio lavoro e di aver successo, e parte di quel successo dipende dalla conoscenza del proprio valore e dalla capacità nel saperlo comunicare.
E’ piuttosto interessante notare la difficoltà che di solito incontrano le persone a parlare apertamente delle proprie qualità. Spesso durante i primi incontri di counseling consegno ai miei clienti due fogli, chiedendo loro di scrivere nel primo “ciò che ti piace di te stessa” e nel secondo “quelli che consideri i tuoi difetti”. La maggior parte delle persone impiega molto tempo per elencare le tre qualità minime che richiedo, mentre il foglio dei “difetti” viene riempito rapidamente fino in fondo.
E’ possibile che siamo più consapevoli delle nostre “pecche” perché ce le hanno sempre rimproverate fin dall’infanzia, ma non c’è dubbio che si può imparare ad essere più positivi nei nostri confronti provando ad enfatizzare i nostri successi invece dei fallimenti.
Superare tale debilitante senso di modestia è importante anche perché poi saremo in grado di accettare le critiche in maniera più costruttiva. A nessuno piace che gli vengano rinfacciati i difetti o i punti deboli, ma le critiche sono accettare in maniera molto diversa dalle persone. La scala va dalla controcritica, all’indifferenza per il gusto altrui, alla totale accettazione passiva fino a farsene distruggere, a seconda del grado di sviluppo dell’autostima.
E’ essenziale essere consapevoli delle proprie qualità e dei propri punti di forza perché, come ho già più volte ripetute in svariati post, essi formano la base della stima in se stessi, è più solidamente è costruita la base, meglio sarà in grado di reggere quando ci rivolgeranno delle critiche.
IL MITO DELLA “DIPENDENZA”
Un’altra scusa che di solito si adduce per evitare di fare cambiamenti consiste nel non considerarsi indipendenti: “Non riesco a fare nulla senza mio marito, e dato che non abbiamo gli stessi interessi non prenderò parte a questo seminario”, oppure: “mia madre non vuole che esca durante i fine settimana, ecco perché non ho una vita sociale veramente appagante”.
In altre parole, queste individui sono consapevoli di voler espandere i loro orizzonti, desiderano progredire e coltivare nuovi interessi, ma non riescono a farlo perché non ottengono l’aiuto di altre persone o perché queste altre persone non approvano i loro interessi o i loro progetti e poiché, nella maggior parte dei casi,queste persone sono i parenti più stretti, pensano di dover vivere in accordo con le regole che esse hanno stabilito, avendo ormai rinunciato a fare qualsiasi cosa per liberarsi dalla dipendenza nei confronti delle loro opinioni.
In tutto questo si perde di vista il concetto principale: l’unica persona a sapere veramente cosa va bene per voi siete SOLO VOI!!!!
Un figlio/figlia che si sente confinato in casa può avere il bisogno di uscire di più con i suoi amici, ma sua madre potrebbe accusarlo di egoismo dicendogli che il suo posto è in casa, vicino a lei, visto che ormai è rimasta sola e si sentirebbe ancora più abbandonata se lui/lei uscisse tutti i fine settimana.
Si tratta naturalmente di un argomento a cui è difficile opporre obiezioni perché un figlio/figlia non vuole che la madre si senta sola, né desidera essere considerato/a un egoista, con la conseguenza che può arrivare a rinunciare al proprio interesse pur di rimanere nelle sue grazie.
Ma la richiesta materna, in questo caso, è altrettanto egoista e se il figlio/figlia cedesse alle insistenze della madre e restasse a casa, molto probabilmente si sentirebbe offeso/a da questo ricatto emotivo e non sarebbe certamente di buona compagnia.
E’ pertanto importante che tutti e due giungano ad un compromesso accettabile e capace di garantire a ciascuno una parte di ciò di cui necessitano. Madre e figlio/figlia sono entrambi responsabili del proprio benessere e ognuno è necessario che coltivi interessi che non coinvolgono l’altro; solo così si potrà dire che il rapporto sia stato impostato in termini accettabili e piacevoli.
Se credete di non poter fare qualcosa di nuovo senza la presenza del partner al vostro fianco, siete vittime di un’illusione. Molte persone vedove o divorziate hanno scoperto di potersela cavare da sole quando si sono trovate nella necessità di farlo; tuttavia, può accadere, che finchè il partner è presente il sentimento di dipendenza e di insicurezza può di gran lunga superare l’interessante prospettiva di una nuova avventura.
E’ facile abituarsi ad affidarsi sempre ad un’altra persona costantemente disponibile ad aiutarci, rinunciando così a lottare per raggiungere gli obiettivi personali. Tuttavia arriva sempre il momento in cui occorre assumersi le responsabilità personali nel tentativo di realizzare i nostri sogni, altrimenti finiremo per guardare indietro alla nostra esistenza, scoprendo magari di essere stati genitori generosi, figli rispettosi e coniugi onesti non avendo però vissuto la nostra vita e realizzato i nostri fini individuali.
La vera indipendenza è quella interiore, e nessun altro può darcela se non noi stessi.
La crescita personale può avvenire anche nelle circostanze più sfavorevoli, tutto quello che occorre è darsi un obiettivo tenendolo sempre fermo nella mente e il suo raggiungimento dipende unicamente dalla nostra determinazione a voler cambiare le cose per il meglio.
15:05 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: cambiamento, modestia, crescita personale, responsabilità | OKNOtizie |
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lunedì, 27 febbraio 2012
Le lezioni necessarie
Photo by: http://www.flickr.com/photos/bollarossa/3912824272/in/fav...
Di solito, quando le cose non vanno per il verso giusto, abbiamo la tendenza a ribellarci e a criticarci con durezza, e soprattutto a cercare un colpevole o una soluzione fuori di noi.
La vita non cerca il nostro benessere individuale, ma vuole che impariamo le sue lezioni, in modo che possiamo fare emergere il nostro potenziale e di conseguenza riconoscere la vera essenza che si nasconde dietro le apparenze.
Come ben sappiamo, il nostro cervello è molto più propenso a evitare il dolore piuttosto che a cercare la gratificazione. Infatti, quando intuiamo che ci sarà da soffrire, di solito freniamo bruscamente e svicoliamo.
Invito chi mi legge a ricordare come si è sentito dopo aver affrontato con coraggio quella cappa di dolore sotto la quale, sicuramente più di una volta, si è trovato a vivere, e forse, ricordando, vi renderete conto che in quelle occasioni dentro di voli qualcosa è cambiato. Avrete avuto, forse, la sensazione di espandere voi stessi, di sperimentare un’evoluzione interiore. In realtà non avete fatto altro che trascendere i confini del vostro ego, vivendo, benché solo momentaneamente, un’esperienza diversa dal solito.
L’accettazione ci sprona ad agire, ad assumerci le nostre responsabilità e a essere pienamente consapevoli di avere la capacità di gestire tutto quello che ci accade.
Quando ci capita qualcosa di spiacevole, magari banale, come perdere un aereo o ricevere una risposta brusca, la prima cosa che facciamo è attribuire a quell’evento un preciso significato, che ha il potere di mettere in moto emozioni negative come la rabbia, la frustrazione o l’ansia.
L’emozione ci attanaglia, e sarà difficile potersene liberare finchè non capiamo l’origine di quello che ci è accaduto.
Proprio per questo la parola d’ordine è ACCETTAZIONE che vuol dire riconciliarsi con la realtà.
L’accettazione non ha niente a che fare con la “rassegnazione”, poiché questa, oltretutto, conduce soltanto ad un doloroso immobilismo generato dalla constatazione dell’impossibilità di cambiare le cose.
Grazie all’accettazione, invece, possiamo raggiungere quegli obiettivi che con la rassegnazione non sarebbero accessibili, dal momento che, contrariamente a quest’ultima, l’accettazione ci sprona ad agire,assumendoci le nostre responsabilità pienamente consapevoli di avere la capacità di fronteggiare tutto quello che ci accade.
L’accettazione non significa agire per contrastare gli eventi, ma opporsi all’idea che di fronte a questi non esista alcuna possibilità di riuscita.
Dal momento in cui sono disposto ad accettare qualcosa, di conseguenza sono disposto anche a considerare che in quella situazione possa esserci una possibilità nascosta, e che dunque si tratta unicamente di cercare l’altro lato della medaglia.
Benchè possa portare via del tempo, proviamo a non dimenticare mai che le migliori occasioni per aprire la porta delle opportunità non le troveremo lasciando che a prendere il sopravvento siano le reazioni o gli automatismi. La migliore occasione è quando ci chiediamo: “cosa può esserci di positivo in quello che mi sta accadendo?”.
Dire di sì alla vita vuol dire abbandonare il ruolo di vittima, smettere di sprecare la nostra energia e il nostro prezioso tempo alla ricerca di colpevoli, e significa soprattutto assumerci le nostre responsabilità quando si tratta di fronteggiare quello che ci accade.
“Ci sono cose che non si capiscono
afferrandone il senso, ma bisogna
lasciare che siano loro ad afferrarci”
Madre Teresa di Calcutta
11:03 Scritto da: gabrella in Riflessioni... semi-serie... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: opportunità, accettazione, rassegnazione, responsabilità, vivere | OKNOtizie |
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martedì, 07 febbraio 2012
Le cause di “fallimento” più comuni
Secondo autorevoli ricercatori quali Robert Sternberg (leggi qui ), conosciuto dai più per la sua teoria triarchica dell'amore ( leggi qui) , possedere buone abilità in generale non vuol dire non commettere mai errori, ma riuscire ad imparare dagli errori compiuti in passato in modo da non ripeterli nel futuro.
Fra le cause dei nostri fallimenti, una delle più comuni consiste nella incapacità di tradurre il pensiero in azioni concrete. La cultura occidentale di cui facciamo parte accetta come un dato ormai acquisito la separazione tra il pensiero e l'azione; nel tentativo di migliorarci oppure per timore di sbagliare, tendiamo a riflettere sulle azioni commesse ieri e a pensare in anticipo alle azioni che faremo domani.
Potremmo chiamarla la strada dei rimpianti e delle occasioni perdute, poiché in questo modo non si fa altro che pensare a cosa avremmo fatto se ci fosse stata offerta un'altra opportunità, cadendo non di rado in dilemmi dal sapore amletico.
Nonostante le buone intenzioni le idee generate in questo modo si rivelano alquanto improduttive, dato che difficilmente si tradurranno in azioni efficaci: si tratta dell'esatto contrario del "cogliere l'attimo fuggente", poiché a forza di chiedersi quale sia l'occasione giusta non si riesce a raggiungere alcuno scopo importante nella vita.
Strettamente legato a questo troviamo la mancanza di motivazione che affligge quanti non riescono a dare forza alle loro scelte che finiscono per rimanere solo proiezioni in un tempo indeterminato che prima o poi verrà quando tutte le congiunzioni astrali saranno al posto giusto.
Chi si affida solo a motivazioni esterne, come ad esempio l'approvazione dei genitori, per perseguire i propri obiettivi, alla lunga perde di vista il significato delle proprie azioni e tende anche ad arrendersi prima del tempo, mentre chi riesce a motivarsi all'interno prova un interesse reale e sincero per quello che fa.
Anche il rimandare continuamente l'inizio di un'attività rientra tra i fattori in grado di diminuire fortemente il coinvolgimento della persona, la quale appare impaurita di fronte alle responsabilità richieste per portare avanti un compito.
Consideriamo ad esempio il caso di uno studente universitario che non riesce a terminare gli studi perché si è arenato al momento di dover elaborare la tesi conclusiva. Piuttosto che prendersi l'impegno di scrivere la tesi, preferisce rimandare il suo incontro con le responsabilità tipiche dell'essere adulto, come trovare un lavoro e il non essere più dipendente economicamente dai genitori.
Sul piano interpersonale, la paura di cominciare una relazione pienamente coinvolgente, fatta anche di impegno, attanaglia tutti quelli che non riescono oppure non vogliono andare oltre una conoscenza superficiale del partner di turno e che sono abituati a terminare le relazioni prima che queste diventino qualcosa di più serio.
A questi ostacoli Sternberg ne aggiunge un altro, forse più subdolo dei precedenti ma altrettanto frequente: l'eccessiva fiducia riposta nelle proprie abilità cognitive ed emotive, oppure al contrario la totale mancanza di essa.
Mentre sembra intuitivamente corrispondete al vero che chi non possieda almeno un minimo di fiducia nelle proprie abilità soltanto con estrema difficoltà potrà raggiungere degli obiettivi concreti nella vita, meno comprensibili ci appaiono i danni che un eccesso di fiducia in se stessi possono provocare.
In realtà, la mancanza di umiltà impedisce di prendere atto degli errori compiuti, svolgendo così la funzione di freno al raggiungimento dei risultati che ci aspettiamo.
In ultima analisi il fallimento è qualcosa che fa parte della vita, l'importante è sapersi rialzare, prendersi le proprie responsabilità non avendo paura di mettersi in gioco.
"Fear of failure must never be a reason not to try something." Frederick Smith
12:34 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: fallimento, caduta, errore, consapevolezza, responsabilità, fiducia, motivazione, sternberg | OKNOtizie |
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venerdì, 06 gennaio 2012
Anno nuovo all’insegna della “proattività” …
Questo post, tratto da un paragrafo di “ le 7 regole per avere successo” di Stephen R. Covey, mi sembra un ottimo inizio per quei “buoni propositi” che ogni anno mettiamo al primo posto tra le nostre priorità e che poi nel corso dei mesi, piano piano, perdono il loro mordente finendo in fondo alla lista, alimentando così il nostro senso di inefficacia.
Leggiamo come Covey definisce la “proattività”, termine coniato da Viktor Frankl e principio fondamentale per il raggiungimento di qualsivoglia obiettivo.
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Nella scoperta del principio chiave della natura dell’uomo, Frankl descrisse un’accurata mappa redatta da lui stesso, in base alla quale cominciò a sviluppare la prima e fondamentale regola di una persona efficace, in ogni ambiente: la regola della pro attività.
Anche se questa parola è oggi comune nella letteratura di tecniche manageriali (e di crescita personale), qualche difficoltà in più l’avremmo nel cercarla sui comuni dizionari. Significa qualcosa di più del semplice prendere l’iniziativa. Significa che, come esseri umani, noi siamo responsabili della nostra vita. Il nostro comportamento è una funzione delle nostre decisioni, non delle condizioni in cui viviamo. Noi possiamo subordinare i sentimenti, le sensazioni, ai valori. Noi abbiamo l’iniziativa e il senso di responsabilità necessari per far sì che le cose accadano.
Consideriamo la parola “responsabilità” (letteralmente: “abilità di risposta”), è la capacità di scegliere la nostra risposta o reazione. Le persone davvero proattive accettano questa responsabilità. Non biasimano per il proprio comportamento circostanze, situazioni o condizionamenti. Il comportamento è figlio della loro scelta consapevole, basata su valori, e non un prodotto casuale di situazioni, frutto di sensazioni.
Dato che noi siamo per nostra natura proattivi, se la nostra vita dipende dal condizionamento e dalle situazioni è perché noi, per una decisione cosciente o per nostra inadeguatezza, abbiamo scelto di permettere che siano queste cose a controllarci.
Nel compiere tale scelta diventiamo reattivi. Le persone proattive non sono meteoropatiche: se piove o splende il sole non fa differenza. Il punto di partenza è un valore, e se il loro valore è quello di lavorare con buona qualità, non dipende dal favore o meno del tempo.
Le persone reattive sono influenzate anche dal loro ambiente sociale, dal “tempo sociale”. Quando gli altri le trattano bene, si sentono bene; quando succede il contrario, assumono un atteggiamento difensivo e autoprotettivo. Le persone reattive costruiscono la loro vita emotiva intorno al comportamento degli altri, permettendo alle debolezze degli altri di controllare la propria vita.
La capacità di subordinare un impulso ad un valore è l’essenza della persona proattiva. I soggetti reattivi sono spinti dai sentimenti, dalle circostanze, dalle situazioni, dal loro ambiente. Gli individui proattivi sono mossi dai loro valori: valori profondamente ponderati, scelti e interiorizzati.[…]
Osservò Eleanor Roosvelt: “Nessuno può farvi del male senza il vostro consenso”. E Gandhi insegnò: “Loro non possono privarci del rispetto di noi stessi se noi non vi rinunciamo per compiacerli”. E’ il nostro permesso, il nostro consenso a quanto ci accade, a ferirci, molto più di quanto non faccia il fatto in sé.
Ammetto che questo sia molto difficile da accettare a livello emotivo, soprattutto se per anni e anni ci siamo spiegati la nostra infelicità nel nome di circostante contingenti o altrui comportamento. D’altra parte finchè una persona non riesce a dire con convinzione profonda e con onestà: “Io sono ciò che sono per le scelte fatte ieri”, non può nemmeno dire: “Adesso scelgo in modo diverso”. […]
A ferirci non è quello che ci succede, ma la nostra reazione a quanto ci succede. Certo, le cose possono danneggiarci fisicamente o economicamente e possono provocare dolore, ma il nostro carattere, la nostra identità non deve risultarne minimamente ferita. Anzi, le esperienze più difficili diventano le situazioni dove si tempra il nostro carattere e si sviluppa la nostra forza inteiore, la libertà necessaria per poter affrontare in futuro le circostanze più faticose e inspirare con l’esempio anche altre persone.[…]
La nostra natura fondamentale è quella di agire, non di subire. Oltre a permetterci di scegliere la nostra risposta a circostanze particolari, questo ci consente di creare le circostanze.
Prendere l’iniziativa non significa essere indiscreti o aggressivi. Significa riconoscere la nostra responsabilità di fare in modo che le cose accadano.[…]
Molti aspettano che accada qualcosa o che qualcuno si occupi di loro. Ma quelli che finiscono per avere le professioni più attraenti sono degli individui proattivi, che costituiscono essi stessi la soluzione dei problemi, non sono problemi loro stessi; che prendono l’iniziativa per fare qualsiasi cosa sia necessaria, coerentemente con i propri principi, affinchè il lavoro sia fatto. […]
La pro attività fa parte della natura umana e, anche se i muscoli proattivi possono essere inattivi, sono pur sempre presenti. […] Naturalmente bisogna tenere conto del livello di maturità dei singoli individui. Non possiamo aspettarci una cooperazione molto creativa da colore che si trovano sprofondati nella dipendenza emotiva. Possiamo però, almeno, aiutarli ad affermare la loro natura di base e creare un’atmosfera in cui possano approfittare delle occasioni disponibili e risolvere i problemi in modo sempre più autonomo così da aumentare la loro fiducia in se stessi.
“Non conosco fatto più incoraggiante
dell’incontestabile capacità dell’uomo
di elevare la propria vita con uno
sforzo cosciente”. H.D. Thoreau
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Tratto da:
Stephen R. Covey
Le 7 regole per avere successo
ED.FrancoAngeli/Trend
11:15 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: proattività, responsabilità, obiettivi, reattività, scelta, stephen covey, viktor frankl | OKNOtizie |
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giovedì, 24 novembre 2011
Dimostrare qualcosa, ma perché e a chi …?
Spesso diventiamo quello che gli altri ci dicono che siamo; anche se dentro di noi sappiamo che siamo ben altro, è un modo triste per depistare gli inseguitori e a volte purtroppo per perdersi e non trovarsi più. Fare finta che tutto va bene, sì per un po’ si può fare, ma poi? Dimostrare qualcosa che non è risulta ancora più triste e inutile, e poi, perché? Sarebbe come fare il bagno in un luogo bellissimo e poi scoprire che c’è uno scarico fognario. Faresti finta di nulla e continueresti ad immergerti tra colibatteri e residui fecali?
Perché accontentarsi quando puoi scegliere il meglio? Che cosa credi che ti manchi? Te la stai raccontando … non ti manca nulla!!!
Se ti va, prova a fare questo esercizio: prendi carta e penna e scrivi una lista di cose che non hai fatto per paura che sarebbero state criticate dagli altri. E soprattutto decidi e metti a fuoco chi sono questi “altri”.
Una volta che li avrai individuati, visualizzali affidando ad ognuna di queste persone il progetto a cui hai rinunciato per paura di quello che potrebbe aver pensato.
Prendi delle buste, scrivi il nome di ciascuna persona che ti ha apparentemente frenato e inserisci in ogni busta la descrizione dell’episodio avvenuto.
Alla fine dell’esercizio guarda quanto sono gonfie queste buste. Alcune sono sottili, mentre altre sono lì per scoppiare? Almeno due non potrebbero essere neanche chiuse ? Per vivere al meglio e diventare un “vincente” occorre che tu lascia andare quello che non ha funzionato nella tua esistenza. Per farlo occorre “perdonare” tutti quei nomi. Molte di quelle buste riportano nomi che ti sono familiari? Le due più gonfie sono quelle dove c’è scritto il nome di mamma e papà?
Molte persone meravigliose sono state apparentemente poco amate da uno dei genitori o comunque hanno avuto uno o tutti e due i genitori con importanti problemi ad esprimere il loro amore. Così, inconsciamente, essi sono diventati efficaci e potenti nel disperato tentativo di poter proteggere uno dei genitori e contenere o salvare l’altro. Oppure hanno conseguito vittorie al fine di raggiungere risultati tali da rendere impossibile il non riconoscimento da parte loro. Ma spesso questo, anche se è avvenuto, non è arrivato nei tempi necessari per migliorare la qualità della realtà affettiva di tutti.
Ci sono genitori che continuano ad alzare l’asticella su cui i loro figli devono saltare e non basta mai quanto in alto tu sia riuscito ad arrivare.
Evita di sentirti indifeso rispetto al ricordo delle dinamiche intercorse qualora queste non siano state vincenti. Ogni cosa irrisolta con i tuoi genitori si “appiccicherà” nelle tue relazioni e le influenzerà negativamente. Mille volte meglio risolvere e “guarire” quello che hai salvato riguardo a tutto quello che non ha dato buoni risultati, solo così potrai essere veramente libero di realizzare al massimo il tuo potenziale.
Ricordati che ogni volta che non metti tutto l’impegno che puoi esprimere per raggiungere il risultato, sei portato ad accettare compromessi e sarai pronto a diventare quello che rimpiangerà di non essere divenuto qualcuno: a quel punto sarai capace di prenderti la tua responsabilità e di ripartire? O punterai il dito contro tutti coloro che ti avrebbero impedito di arrivare? Sei proprio sicuro che siano stati “loro” a farti scivolare? Quanto sarebbe meglio se tu ti accorgessi che hai fatto invece tutto da solo, sempre, ma specialmente quando le cose non hanno funzionato?
Fermati un attimo a riflettere, è tempo ben speso. Come potrebbe l’immobilità permetterti di arrivare da qualche parte, in quale modo potrebbe mai farti raggiungere qualcosa?
Mentre fino a questo momento ogni “no” ci crocifiggeva , ora è fondamentale riconoscere che sono i modi di pensare che avevamo ieri che ci hanno condotto e accompagnato a quello che siamo oggi, a tutto questo! L’importante è evitare di sentirsi incompresi e spostare le proprie energie su qualcosa di altro a cui teniamo comunque tantissimo in modo da superare l’impasse e riprendere il cammino.
Questo significa capacità di scelta e non ha nulla a che vedere con la rinuncia bensì con una messa a fuoco più produttiva e concreta. E’ necessario semplicemente smettere di avere timore, cambiare pensieri, prestare più attenzione, orientarci verso qualcosa di più adatto ai percorsi che abbiamo in mente e CE LA FAREMO!!!!
Noi sappiamo tutto, occorrerebbe tenerne conto! Talvolta sarebbe molto più utile smettere di spingere il fiume e forse sarebbe proprio lì che ci accorgeremmo che sì, quel risultato lo abbiamo raggiunto!
11:16 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: determinazione, consapevolezza, responsabilità, coraggio, impasse, blocco | OKNOtizie |
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martedì, 25 ottobre 2011
Decisione making
Altra pagina del libro di Katia De Luca ed Enrichetta Spalletta “Praticare il tempo”, editrice Sovera, che tratta dell’arte di prendere decisioni.
La decisione, come sappiamo, è la scelta di intraprendere un’azione tra più alternative possibili; è un processo il più delle volte complicato, fonte di disagi , paure e ripensamenti . E’ andare verso l’ignoto facendosi carico di una certa dose di rischio . E’ lasciare la “base sicura” anche se spesso traballante spingendosi verso territori sconosciuti. Imparare a de-cidere (de-caedo=> tagliare via) con consapevolezza, autonomia e responsabilità è un grande passo sulla strada del cambiamento.
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Le decisioni sono parte integrante della nostra vita, ogni azione intrapresa è il frutto di decisioni che stabiliscono chi siamo e cosa vogliamo fare nella vita.
Decidere diventa spesso un automatismo, che porta di fatto a perdere la consapevolezza di avere il controllo sulla propria vita. Per trasformare i sogni in risultati bisogna prendere le nuove decisioni in modo consapevole.
Non si può non decidere, quando rinunciamo a farlo stiamo solo decidendo di non compiere nessuna azione e lasciamo che siano gli eventi a decidere per noi.
La persona che usa i verbi al condizionale non dà a se stessa la possibilità di vedere realizzato ciò che desidera. Bisogna imparare a prendere decisioni senza condizioni: potranno non essere le migliori, ma è sempre meglio che non decidere affatto.
Le decisioni, come le azioni, hanno diverse fasi che implicano diversi stati motivazionali e mentali. La persona ha la tendenza ad arrivare quanto prima alla decisione e passare presto all’azione soprattutto se pensa di aver elaborato molte informazioni che hanno portato a quella scelta utilizzando molto tempo.
Il tempo che le persone investono nella presa di decisione dipende da molti fattori, tra cui la natura e la complessità del compito, il rischio soggettivo implicato, le abilità, le esperienze personali e l’aspettativa della quantità di tempo da investire.
Le differenze personali e motivazionali influenzano la velocità con cui si prendono decisioni, chi con un orientamento a breve termine, chi con uno stile a lungo termine. Si può prendere una decisione rapida e comunque ponderata oppure decidere d’impulso come risposta ad uno stato di incertezza, di paura, una decisione da “salto nel buio”. In queste situazioni la persona, proprio perché sotto pressione, tenderà ad essere poco attenta alle informazioni, comportandosi come ha sempre fatto nonostante in quel momento e in quella situazione siano necessarie scelte diverse.
Conoscere nuove strade o nuovi modi di affrontare le situazioni aiuta a non temere i cambiamenti.
Le decisioni comportano diversi contesti temporali secondo due modalità: nella prima le decisioni possono influenzare specifici eventi o azioni e possono avere effetti pervasivi che si protraggono nel tempo; nella seconda possono esserci differenti spazi temporali tra il momento in cui si prende una decisione e il momento in cui si ottiene il risultato sperato. Il periodo che intercorre tra la presa della decisione e il suo risultato ha un effetto molto importante nelle decisioni “rischiose”, quelle cioè che potrebbero avere un risultato negativo; inoltre, molte decisioni sono viste in modo differente quando si avvicina il momento in cui si devono prendere.
La pressione di tipo temporale può non avere gli stessi effetti su tutti i tipi di decisione e in tutte le circostanze, e di solito ha un effetto differente per coloro che prendono quel tipo di decisioni per la prima volta o per coloro che le hanno già prese.
Una decisione veloce ed efficace di solito riflette un maggior numero di informazioni e varie alternative elaborate complessivamente.
(pagg. 73/74 opera sopra citata)
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E ora passiamo alla pratica ….. faccio quattro passi … e poi decido
- Primo passo – Mi informo
Raccogliere il maggior numero di informazioni
Procurarsi delle brochure
Cercare su internet
Chiedere alle persone che l’hanno già fatto o che ci sono riuscite
- Secondo passo – Quanto costa?
In questo passaggio avviene il confronto tra i valori personali e i valori della scelta.
Che cosa comporta questa decisione?
- Terzo passo – Il prezzo è troppo alto!
In questa fase si fa una valutazione di costi/benefici nel fare o non fare quella cosa
- Quarto passo – Ho deciso … il dado è tratto!
Esercitarsi nel fare scelte è una capacità importante per raggiungere il successo
personale.
(box esplorativo pag.74 opera sopra citata)
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“ Il tempo della decisione è il tempo del presente
con una proiezione in un futuro definito”
18:54 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: decisione making, prendere decisioni, responsabilità, consapevolezza, autonomia | OKNOtizie |
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martedì, 18 ottobre 2011
Moralità ...
Proseguendo lungo il pentagramma dell’Armonia troviamo la Moralità.
Morale ha a che fare con “mores”, ovvero i comportamenti, le azioni, le abitudini; è legata all’etica, ai valori e alle virtù. L’etica studia la condotta umana e i criteri per valutarne i comportamenti e le scelte; è la riflessione su perché pensiamo che qualcosa sia valida o abbia valore.
Il valore porta a riconoscere quello che è buono, utile e duraturo, cosa è importante considerare quando si prende una decisione. La virtù è l’abilità di governare le circostanze della vita secondo l’obiettivo di dare potere a pensieri ed emozioni.
La virtù non è un discorso retorico bensì è espressa da azioni concrete e porta armonia nella vita delle persone che la praticano. A partire proprio dalle quattro virtù cardinali (reminiscenza di una scuola cattolica frequentata per molti anni .. ;-) ..) Temperanza, Coraggio, Prudenza e Giustizia.
La Temperanza regala sobrietà interiore, insegna ad essere vigili per evitare di cadere in tentazione o di scivolare dopo aver preso una brutta china. Il Coraggio è sia la virtù di un istante, sia la capacità di sopportare le ferite nelle sfide; la Prudenza, invece, è la virtù della sospensione di un’azione temeraria, è la bussola contro l’irragionevolezza. La Giustizia, che riassume in sé tutte le altre, spinge a realizzare il bene portando armonia sia nella vita degli individui che delle nazioni ( o diciamo che in linea di massima questo dovrebbe essere il suo scopo …).
Il criterio delle virtù è “il giusto mezzo”, niente in eccesso, un’abitudine da incoraggiare nella vita personale e professionale.
Ognuno conosce il valore delle proprie azioni basate sulla volontà autonoma di comportarsi bene o male, di fare del bene o del male. “Bene” e “male” sono avverbi o aggettivi, e sta a noi coniugarli con le azioni guidate dalla volontà della ragione. Ognuno di noi ha la libertà di agire al meglio o al peggio delle proprie possibilità o potenzialità. Siamo liberi di agire bene, di comportarci bene anche quando non abbiamo nessuna ragione particolare o nessun vantaggio personale.
Essere consapevoli di essere liberi, di avere la libertà massima di essere causa di sé, ci rende acrobati nel catturare il fugace istante offerto dall’occasione. L’occasione è un’opportunità non cercata che il pensiero ottimista riconosce importante: siamo agili nel coglierla quando sia ispirati e protette da Kairos , il dio dell’opportunità, che ci mette in quello stato d’animo capace di intravedere il diamante nascosto nel carbone.
La vita è piena di opportunità, come occasioni offerte, che sta a noi accettare o rifiutare, riconoscere o ignorare, cogliere al volo o lasciar cadere. Per agire seguendo la morale è importante sapere che l’opportunità si può creare.
Per cogliere le diverse opportunità che la vita generosamente ci offre basta un po’ di ottimismo e la disponibilità a vedere il bello e il buono che c’è intorno a noi e dentro di noi. Qualche volta possiamo reagire con passività, subendo quello che di negativo ci accade, altre volte chiudiamo occhi, orecchie, cuore e cervello per non provare la compassione che ci avvisa che è necessario intervenire.
Per comportarci secondo la nostra morale è importante vigilare e notare cosa va fatto, mantenere una visione ottimistica, nonostante lo squallore che possiamo avere intorno. E la prossima nota dell’Armonia che andremo ad analizzare sarà proprio l’Ottimismo che ci solleva e ci fa vedere le cose dall’alto aiutandoci a cambiare prospettiva ….
“ Siamo responsabili non solo di ciò
che facciamo, ma anche i ciò che
trascuriamo di fare ..” Moliere
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venerdì, 14 ottobre 2011
La Resilienza ....
“ Quando ti capita una difficoltà pensa che è un dio che,
come un maestro di ginnastica, ti fa affrontare
un avversario giovane e vigoroso ..”
Epitteto
Resilienza dal latino “ resiliens, resilientis” - saltare indietro, rimbalzare -] è un termine, che può assumere diversi significati a seconda del contesto; in psicologia la Resilienza viene vista come la capacità dell'uomo di affrontare e superare le avversità della vita, di superarle e di uscirne rinforzato e addirittura trasformato positivamente. E’ un processo che porta a trasformare le difficoltà in sfide. Se la difficoltà ci fa abbassare la testa, la sfida ce la fa alzare.
La Resilienza aiuta a contestualizzare, relativizzare e a trasformare le avversità in sviluppo delle proprie potenzialità, realizzando che siamo più forti della disperazione, coprendo che le lotte servono per stimolare processi di cambiamento e di autorealizzazione.
La resilienza designa l’abilità di reagire con calma, coraggio, ottimismo e intelligenza emotiva alle minacce imposte dalla vita: comincia con l’accettare la realtà per quella che è, per i fatti che sono ormai accaduti e che non possono essere più modificati. La persona resiliente, consapevole della propria impotenza nei confronti di quello che è già successo, riscopre che l’unico potere che ha è di accettare la realtà che non può modificare e di trovare in questa la leva del cambiamento.
Resilienza è l’abilità di reagire, considerando relative, contingenti e temporanee le sconfitte, le crisi e le preoccupazioni, anzi queste vengono considerate alla stregua di sveglie che suonano per risvegliare talenti ancora addormentati.
Quando siamo pienamente sveglie, con tutti i sensi all’erta, cogliamo meglio la complessità e i miseri della vita e ci accingiamo a risolverli con maggiore maturità.
Sebbene la persona resiliente avverta lo stress, il dolore e le preoccupazioni non spreca energie in lamenti sterili. Affronta invece la sfida come una prova che aiuta a costruire un carattere più forte e rafforzare l’io.
La persona resiliente sa che gli incidenti, le perdite, le crisi accadono indistintamente a ciascuno di noi ma evita di crogiolarsi a pensare: “Perché proprio a me, cosa ho fatto per meritare questo?”. Invece pensa:” Cosa poso fare per affrontare questa difficoltà? Come la posso gestire? Cosa è necessario cambiare? Come posso modificare la situazione?”
La persona resiliente si concentra sul potere autentico di reagire in modo intelligente alla situazione, prendendo le appropriate decisioni su cosa fare dopo. Impedisce che gli eventi negativi la instupidiscano né consente a domande senza risposta di confonderla o di farle perdere la concentrazione su quello che conta veramente. Né si guarda indietro con la struggente nostalgia o lo sterile rimpianto per le cose che nel presente sono diverse da com’erano o da come sarebbe bello che fossero. Sa che il futuro comincia dopo che l’evento è successo, nel momento in cui decide di prendere una certa direzione e non un’altra, chiamando a raccolta i talenti, le risorse e le energie di cui dispone.
La persona resiliente può essere riconosciuta anche dal senso di responsabilità, autodeterminazione e fiducia in se stessa. Coltiva l’ottimismo che trasforma le difficoltà in vantaggi, verificando così che il coraggio è più forte del destino e che ogni problema è maestro di vita: insegna qualcosa di importante che sarà utile una prossima volta.
La persona resiliente sa di essere sempre testimone delle proprie azioni. Riconosce perciò l’importanza di seguire dei criteri morali, di avere una propria Moralità: la terza nota dell’Armonia …
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martedì, 19 aprile 2011
Alibi … scuse … e lamentele …
Di questi argomenti ho già trattato ampiamente negli articoli sugli "autosabotatori" ( leggi: qui , qui e qui ) quella sorta di terroristi che portiamo dentro di noi pronti a farsi saltare in aria distruggendo il nostro ben-essere ma come dice il proverbio "repetita iuvant" e allora proverò a parlare di loro da un'altra angolazione come perenni boicottatori nel raggiungimento dei nostri obiettivi.
Partiamo da questa frase di Stephen Covey, stimata autorità nel campo della leadership esperto della famiglia, insegnante e consulente aziendale "se pensate che il problema sia all'esterno, è quello stesso pensiero il problema!"
Questo è "il" problema. Tante persone cercano scuse per non fare ciò che desiderano fare perché costa fatica. Preferiscono fermarsi ai problemi e incolpare elementi esterni (persone, cose e situazioni) piuttosto che iniziare a cercare soluzioni.
Tutti noi abbiamo desideri, obiettivi, aspettative in merito alla nostra vita, al nostro presente e al nostro futuro. Alcuni di noi trovano forza in tutto questo e lo utilizzano come un motore, come la freccia che viene scagliata dall'arco solo dopo essersi caricata della forza dell'arciere.
Altri, pur sapendo nel profondo cosa desiderano e quali risultati vorrebbero ottenere, fanno finta di non vedere, di non ascoltare la vocina interiore che li sprona ad andare in quella precisa direzione. Ti sei mai chiesto il perché?
Per quale motivo molte persone si nascondono dietro gigantesche scuse, illudendosi di non essere viste?
Paura di non riuscire, paura della fatica, incapacità di perseverare e andare fino in fondo. Questi alcuni dei motivi che impediscono all'essere umano di costruire la propria felicità. Gli uomini sono travolti dagli eventi esterni solo fino a che credono di essere una foglia al vento in una giornata autunnale di vento forte. Sballottati da una parte all'altra, senza poter decidere dove andare, spinti, guidati, travolti dalla tramontana: questo siamo noi finchè deleghiamo al mondo esterno problemi, risultati, stati emotivi e sconfitte.
Le circostanze, le condizioni esterne, le persone, la società, i colleghi, i clienti, sono solo degli attori, rappresentano la scenografia all'interno della quale si snoda la vicenda della nostra vita. Ma la regia, che dirige i lavori e stabilisce chi fa cosa, i tempi, le modalità di recitazione spetta ad ognuno di noi. O meglio: a coloro che hanno deciso di prendersi questa responsabilità.
Se vuoi fare qualcosa, trovi un modo.
Se non vuoi fare qualcosa, trovi una scusa!!!!
Ecco una serie di domande e affermazioni usate spesso da chi vive nella deresponsabilizzazione, intesa come mancanza di iniziativa nel risolvere problemi e ottenere i risultati sperati:
- Perché devo sempre fare tutto io?
- Perché il mio capo non mi valorizza?
- Perché proprio io?
- Perché non mi prendono sul serio?
- Perché non mi dedicate più tempo?
- Quando imparerete ad ascoltarmi?
- Lei/lui non mi capisce.
- Io sono fatta così ...
- E io cosa posso fare se ...
E queste sono solo alcune delle domande o affermazioni che ogni giorno ascoltiamo e pronunciamo. Quando non riusciamo nel nostro intento, quando ci sono dei problemi, difficoltà, circostanze impegnative, tendiamo a non essere più noi i responsabili e accusiamo il mondo esterno di quanto ci succede.
Lamentele, scuse, giustificazioni condiscono la nostra esistenza, rendendo gli altri, il fato, Dio, la società, il lavoro, la crisi le cause dei nostri problemi e più raramente anche degli eventi positivi. Insita nell'essere umano c'è questa tendenza sacrosanta a delegare a tutto e tutti la responsabilità di quanto si vive. E' innegabile che siamo tutti inseriti in un ambiente caratterizzato da persone ed eventi che ci sfiorano e ci attraversano lasciando cicatrici. E' da approfondire però il peso della capacità di scegliere e la possibilità che permette di imprimere una direzione, quella che preferiamo, all'imbarcazione che stiamo guidando.
Tempeste, forti venti, correnti, nebbia, sole, guasti al motore, secche: la vita è piena di imprevisti ed eventi da gestire per ognuno di noi.
A chi tocca re-agire? Molti si crogiolano nel vittimismo e nell'attribuire la colpa a qualcuno o qualcosa: e la libertà che ci spetta di diritto? Siamo influenzati o completamente determinati dall'ambiente? Siamo essere umani che si autodeterminano o siamo robot più simili agli animali che reagiscono agli stimoli esterni senza poter scegliere cosa fare?
E' facile e comodo fermarsi al problema: lamentarsi è quasi gratificante, un'ottima valvola di sfogo. E poi? I problemi restano: il traffico, il prodotto che non vende, il partner egoista, i genitori oppressivi, il brutto carattere di qualcuno, le esperienze negative passate: tutto ciò non fa che alimentare una cultura della colpa. Più vittime, pedine, comparse prese e spostate nel grande film della vita invece che registi di se stessi.
Proviamo a pensare cosa succederebbe se fossimo noi i primi a sorridere al cliente "insopportabile" così da contribuire ad un rapporto più empatico? E se chi è un po' insicura iniziasse a guardarsi allo specchio con amore invece che aspettare flebo di affetto da parte degli altri? E se per ogni maledetto problema che la vita ci fa incontrare, fossimo in grado di pensare in termini di soluzioni invece che di lamentele o di scuse, di quanto crescerebbe la qualità della nostra vita ????
" Nell'universo c'è un unico angolo che possiamo essere certi
di migliorare e quell'angolo siamo noi ..."
Aldous Huxley
17:51 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: autoboicottamento, lametarsi, scuse, alibi, responsabilità, problema, soluzione, azione, obiettivi | OKNOtizie |
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sabato, 16 aprile 2011
Herrare umanum est,perseverare diabolicum ….
"Follia è fare sempre la stessa cosa
e aspettarsi risultati diversi "
Albert Einstein
"Un'altra volta lo stesso problema, ma non è possibile!"
"Mi succede sempre così"
"E' la terza volta che questo appuntamento mi va storto"
"Non ce la faccio più, con te si litiga sempre per gli stessi motivi"
"Trovo sempre partner sbagliati!"
Qualcuna di queste frasi ti suona familiare? Magari l'hai sentita dire a qualche tua amica, oppure ti è capitato di dire qualcosa di simile? Conosci persone che commettono sempre gli stessi errori? Che agiscono seguendo sempre gli stessi schemi? Che non analizzano le esperienza passate? Che non imparano la lezione?
Si potrebbe anche dire che "non hanno sofferto abbastanza".
Ma non basta solo sbattere la testa contro il muro, perché c'è anche chi, pure se soffre come un pazzo, non impara la lezione, anzi peggiora. Per fortuna, c'è anche chi trova la forza di rialzarsi dopo essere caduto in una buca profonda.
Alle volte sembra davvero di essere bloccati nei famosi "corsi e ricorsi storici", abbiamo l'impressione di essere la puntina che gira su un disco graffiato che s incanta sempre nello stesso punto oppure abbiamo sensazione di déjà vu e ci ritroviamo in situazioni simili ad altre già vissute in passato chiedendoci:"come ho fatto a cascarci un'altra volta?".
Questa domanda è cruciale ed è davvero utile, peccato che spesso sia formulata in maniera retorica e quasi autocommiserativa, senza realmente cercare quella risposta che eviterebbe, probabilmente, di tornare a porsi in futuro il medesimo interrogativo.
In realtà formalmente ci chiediamo come abbiamo fatto a sbattere di nuovo sullo stesso muro, ma di fatto ci stiamo dicendo: "Ah povera me!" e andiamo in giro raccogliendo attenzione e approvazione: "Dai non importa, vedrai che la prossima volta andrà meglio".
E come farà ad andare meglio se non ci interroghiamo su cosa si possa migliorare? Sarà la prova, l'esame, il contratto, la presentazione, la storia d'amore, la relazione con gli altri ad andare meglio o, per caso, dovremmo essere noi a fare qualcosa di diverso affinchè la prossima volta qualcosa di meglio effettivamente accada?
C'è da dire che l'abitudine è un elemento fortemente presente nella vita di ciascuno di noi e non corrisponde, per forza, a qualcosa di negativo. Basta pensare a quante migliaia di cose abbiamo imparato a fare da quando siamo nati, che ora facciamo automaticamente. Dal camminare, al guidare, la reiterazione è qualcosa che da sicurezza, che permette di risparmiare tempo, che consente di sfruttare uno schema collaudato nel tempo.
Però che succede se il comportamento che si ripete non è qualcosa di voluto o sperato? Cosa accade se invece che conforto e benessere per una consuetudine piacevole, proviamo un grande senso di insofferenza e di frustrazione per la necessità di affrontare ancora una volta una situazione sgradita?
La ripetizione dei nostri comportamenti, anche quelli poco produttivi, crea un solco, esattamente come il passare sempre per lo stesso cammino in un bosco crea un sentiero e alla fine, anche se ci rendiamo conto che il sentiero non è buono, che in alcuni punti si impantana o prende salite troppo ripide, preferiamo continuare a percorrerlo piuttosto che cercarne (o crearne ...) uno nuovo.
Di solito, se si percorre sempre lo stesso sentiero, si arriva sempre nello stesso punto e questo crea la sensazione che ci sia una sola strada percorribile. Risultato: monotonia, irritazione, frustrazione e senso di incapacità nel cambiare lo stato delle cose.
Con la ripetizione dei medesimi errori non solo otteniamo sempre gli stessi risultati ma rafforziamo anche le nostre credenze limitanti su quella particolare situazione.
Visto che non ci si ferma a guardare l'errore, a osservarlo e imparare da esso, si comincia a credere di essere sbagliati o a credere che qualcosa nell'ambiente sia sbagliato (colleghi, partner, clienti ... etc ..).
Tutto questo nel breve termine ci allevia sollevandoci da un po' di responsabilità, ci fa sentire meglio perchè in fin dei conti non dipende da noi e quindi non ci possiamo fare nulla: problema risolto!
Ma a lungo termine ci crea frustrazione e insoddisfazione. E continuiamo a commettere gli stessi errori. Un inferno in terra ......
17:15 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: coazione a ripetere, errori, risposte, consapevolezza, responsabilità | OKNOtizie |
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