martedì, 10 aprile 2012

Isolare la sensazione

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Eccoci al secondo passo sulla strada per liberarsi dai nostri “blocchi emozionali”.

Ogni volta che ci troviamo in uno stato emozionale, siamo bloccati in una particolare sensazione e, se tentiamo di decifrarla, dobbiamo sempre ricordare che essa viene dal passato, non dal presente. Anche se la situazione attuale è caratterizzata da una sensazione, l’intensità, il tipo, la portata e la profondità di quest’ultima sono determinati dal passato.

A volte è , tuttavia, relativamente facile riconoscere la causa emozionale principale, sovente mascherata da numerose altre. Siamo, del resto, soliti “bendare” la ferita originaria con vari strati di sensazioni, in modo da proteggere il sé lesionato nella vita passata così da evitargli altro dolore.

In genere, quanto più è intensa l’emozione che provoca disagio, tanto più vecchia è la sensazione e tanto più giovani eravamo quando subimmo un danno emozionale. E’ importante tornare all’età in cui siamo stati feriti ed in cui si è formato il sentimento che oggi ci nuoce; il sé chiede aiuto, anche se potrebbe simultaneamente rifuggirlo.

A questo punto il lavoro diventa molto delicato: si tratta di far emergere proprio quell’antica sensazione che nel “lì e allora” ha dato origine al blocco e al conseguente schema emozionale disfunzionale.

Portare per mano il cliente a toccare la ferita originaria, agevolandolo nella sua presa di consapevolezza, attraversando senza paura il territorio del dolore, sicuro di trovare dall’altra parte la libertà di “essere quello che è”.

In questo percorso di “presa di coscienza” è importante rispettare il proprio tempo ; ognuno ha il suo . Nulla va forzato, bensì accompagnato, ascoltando tutti i segnali che il corpo rimanda.

Potrebbe capitare di rimanere paralizzati dalla paura, OK, facciamola nostra alleata e sperimentiamola fino in fondo. Cosa ci sta dicendo?

Oppure essere invasi da una enorme tristezza, diamole il giusto rispetto vivendola fino in fondo, ascoltando quello che porta con sé.

O ancora potremmo avere voglia di arrabbiarci, senza però riuscire a farlo. Anche la rabbia porta con sé un messaggio , evitiamo di reprimerlo, anzi proviamo ad amplificarlo sentendo quale parte del corpo è coinvolta dandole voce.

Per trovare “La Sensazione” che ci crea il blocco è necessario eliminare tutte le altre, strato dopo strato , senza mai perdere la speranza, accogliendo le nostre difficoltà e lo stato “in-panicato” della bambina (o bambino) ferita, finchè giungeremo a quella “giusta”, proprio quella, causa primigenia della nostra sofferenza per liberarcene così da poter VIVERE pienamente ….

 

“Dai parole al dolore;

la pena che non parla sussurra il cuore sovraccarico

e lo spinge a spezzarsi..." W.Shakespeare

 


.... continua a seguirmi, nel prossimo post ci occuperemo del pensiero ....

giovedì, 05 aprile 2012

Come liberarsi dai “blocchi” emozionali ..

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Essere bloccati a livello emozionale non è divertente, anzi: è molto doloroso, poiché ci tiene intrappolati in schemi obsoleti di autodistruzione. I sentimenti che ci incatenano ci impediscono di realizzare i desideri del cuore e dell’anima.

Tuttavia noi vogliamo avere sia i sentimenti e le emozioni che i pensieri; i primi danno colore alla vita, la fanno scorrere, i secondi contraddistinguono gli eventi della nostra vita; quando li elaboriamo, sappiamo chi siamo, quando li ricordiamo, sappiamo chi eravamo e chi potremo diventare. Quando i sentimenti e le emozioni ci stimolano, ci sentiamo vivi; quando i pensieri ci guidano, siamo “saggi”.

Come possiamo dunque svincolarci da tutte quelle introiezioni che bloccano il libero fluire della nostra energia?

La risposta apparentemente è facile: è necessario liberare i primi dai secondi e lasciarli agire indipendentemente. A parole sembra facile, ma solo se si comprende il concetto fondamentale si riuscirà nell’intento. Una emozione nasce da una sensazione e da un pensiero, ma non è né una sensazione né un pensiero. Quando sentiamo qualcosa a livello interiore, abbiamo una sensazione, ma non siamo la sensazione; quando pensiamo, siamo coloro che elaborano il pensiero, non quest’ultimo. Le emozioni sono, dunque, una proiezione di sensazioni e pensieri; ciò che li unisce è l’energia che conferiamo a questa proiezione.

Credo che emozioni, sensazioni e pensieri siano come un film: l’immagine cinematografica che vediamo sullo schermo viene creata dalla proiezione di due bobine, ognuna delle quali viene attraversata da una luce. L’interazione fra questa e le immagini riprodotte sulle bobine dà origine a quanto vediamo sullo schermo; da sole le singole immagini non hanno vita, non suscitano né sensazioni né pensieri. La loro realtà è determinata da noi mediante l’energia che inviamo al testo, alla rappresentazione, al film, che vive solo grazie ad essa.

Ogni tanto, tuttavia, sorgono problemi nel processo di registrazione, di osservazione o di interpretazione. Forse qualcuno interferisce con il funzionamento del proiettore immettendovi sensazioni e pensieri che non ci appartengono. Talora le proiezioni delle sensazioni e dei pensieri entrano in conflitto tra loro: non riusciamo più a separarli, a distinguere ciò di cui ha bisogno il corpo e ciò di cui necessita la mente. Forse il nostro hardware è danneggiato e la luce non funziona; quanto vediamo sullo schermo genera confusione; in alcuni casi potrebbe addirittura essere bianco. Da tale problema nascono disturbi organici, squilibri del sistema energetico e blocchi emotivi; al di là delle sue specifiche manifestazioni, sensazioni, pensieri e processi emozionali possono risultare gravemente compromessi.

Unica soluzione AFFRONTARE IL PROBLEMA, l’unico modo per risolvere uno stato di confusione emozionale è AFFRONTARLO!

A poco servirà evitarlo cercando di razionalizzarlo oppure tentando di identificare possibili scappatoie.

Prima o poi, come bravi tecnici, dovremo infatti esaminare ogni punto valutando la presenza di possibili “errori” e apportando le debite “correzioni”.

E’ necessario, quindi, eliminare strato per strato, schemi o disagi emotivi, seguendo le luci e le “indicazioni” che ci riportano alla corretta percezione di sensazioni e pensieri. In questo caso un percorso di Counseling potrebbe fare al nostro caso. Il Counselor, come una guida, potrebbe accompagnarci in questo viaggio nelle profondità di noi stessi alla ricerca della “luce”, le risorse momentaneamente perdute, ma sempre pronte ad essere riscoperte e riportate in superficie.

Riacquistare e sviluppare il proprio potenziale porterà, quindi, ad un innalzamento della propria autonomia personale con la conseguente maggiore capacità decisionale. Il risultato di tutto questo, dunque, sarà un ritrovato ben-essere e un sostanziale aumento dell’autostima.

Prima di tutto questo è necessario:

 

  •  Porre sentimenti ed emozioni al centro del palcoscenico
  •  Isolare la sensazione che ci ha causato il blocco
  • Isolare il pensiero in rapporto alla sensazione
  • Saldare il debito a cui la sensazione e il pensiero erano legati

 

 

Ma tutto questo nei prossimi post …….

 

mercoledì, 15 febbraio 2012

Riflettendo sul litigio ...

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photo by: http://www.flickr.com/photos/37441637@N02/4393097468/

Non abbiamo bisogno di impararlo all’università: litigare è una cosa che sappiamo fare benissimo sin da bambini. Crescendo, poi, ne impariamo una più del diavolo e riteniamo di essere sempre più bravi.

Ma è davvero così? Proviamo a guardare la gente intorno a noi, quando litiga nelle più diverse situazioni e ci accorgeremo dell’esistenza di stili diversi di litigio, dal parossismo compulsivo del “Lei non sa chi sono io!” in giù. Alcuni tratti però rimangono costanti, al punto che, con un’attenta osservazione, possiamo ambire di riconoscerli in ogni occasione. Diciamocelo chiaro: in genere si tende a perdere il controllo abbastanza facilmente.

Sappiamo che è un guaio, perché una volta crollata la diga, è poi molto difficile controllare il flusso impetuoso delle acque.

Nella nostra vita, possiamo fare un Vajont ogni giorno, e anche questa è una scelta. Le acque irrompono a valle con potenza distruttiva, non sono arginabili, trasportano ogni sorta di detriti e arrivano a calmarsi soltanto dopo aver travolto tutto al loro passare, quando finalmente trovano una piana o un bacino che riesca ad accoglierle.

Possiamo litigare per vari motivi:

  • Quando ci sentiamo inferiori agli altri e quindi siamo sempre sul chi va là nel timore che essi intendano sopraffarci;
  • perché la situazione che stiamo vivendo mal si sposa con le nostre aspettative e questo ci mantiene in uno stato di continua tensione, che rende più facile lo sbotto improvviso;
  • quando nella nostra relazione di coppia non ci sentiamo riconosciuti e valorizzati in quelle che riteniamo le nostre qualità;
  • realtà professionali dove, al di là dei rispettivi compiti magari anche ben definiti, leggiamo come invasioni di campo o autentiche prevaricazioni le mosse del collega e siamo portati a interpretarle come meschini lavorii indirizzati a nostro esclusivo danno.

Ma quante altre ragioni potremmo aggiungere?

Molto spesso le conseguenze dei nostri scatti d’ira sono più gravi, ben più gravi, delle ragioni che li hanno provocati. A tutti è occorso di accorgersi di quanto difficile sia risultato, una volta scoperchiato l’otre, tentare di ricucire le relazioni e rimettere le cose a posto. Purtroppo, ci rendiamo conto, a nostre spese, di quante ferite mal rimarginate poi, nel tempo, riprendono a sanguinare, L’animo umano non è una corazza impenetrabile e il chiodo ferocemente piantato ieri, per quanto poi dolorosamente estratto con le tenaglie, ha lasciato un solco profondo nel legno dell’anima, che forse si può nascondere, ma mai cancellare del tutto.

Quindi perchè non provare a far scende il campo la “calma”?? Paradosso in un post che parla del litigio??? Calma che molto spesso viene scambiata per assenza totale di emozioni e si sa che in una litigata sono proprio le emozioni a giocare il ruolo da protagoniste.

La calma interiore è una voce forte, purtroppo, però, siamo poco inclini ad ascoltarla, preferendole l’urlo dell’ira incontenibile, quello cui talvolta ci piace lasciarci andare per “far capire chi davvero siamo”.

Abbandonarsi al fluire incontrollato delle nostre emozioni, lasciarsi travolgere dal fiume in piena dei sentimenti ribollenti e dare libero sfogo ai risentimenti dei quali ci sentiamo legittimi titolari, quali passi in avanti ci permetterà di fare in vista dell’affermazione di una nostra giustizia?

Perché in effetti proprio di questo si tratta: è l’ingiustizia subita, patita a denti stretti, mal sopportata per via di una sensibilità acuta, che ci fa gridare.

Come dunque costruire la giustizia partendo da premesse ingiuste? Perdere il controllo non paga. Lo sappiamo bene, soprattutto quando parliamo degli altri. Quando invece accade a noi, allora tutto ci pare giustificato: “Sì, è vero. Però io …”  ,già, però io … e con questo arrivederci e grazie all’intelligenza.

La regressione a livello animale è istantanea e francamente anche la più facile. Talmente facile che ci dimentichiamo per strada le forme più elementari di auto controllo.

Buona cosa, quindi, è conservare sempre quel quid di intelligente razionalità che ci permette di riconoscere l’accendersi della miccia. Perché riconoscere l’accensione della miccia è straordinariamente utile per riuscire a controllare gli immediati sviluppi successivi. Che poi, e anche questo lo sappiamo benissimo, accadono in frazioni di tempo infinitesimali. Aspettare, indugiare, sarebbe deleterio. Ci vuole una grande consapevolezza di sé per essere in grado dapprima di riconoscere l’impulso e poi di controllarlo.

Proviamo, a questo punto, a tirare in ballo la caratteristica costante di ogni cosa umana: la fine … tutte le cose umane finiscono e quindi anche l’ira.

Perché sul momento, magari, ci lasciamo andare, non misuriamo più le parole, o peggio, i gesti e lasciamo che lo tsunami si abbatta sulla nostra malcapitata vittima. Ma poi, rientrata la fase acuta eccoci quasi a sorridere della stupidità umana che ci ha fatto rischiare chissà che. E’ quello il momento in cui vengono i sudori freddi, al pensiero di cosa sarebbe potuto accadere ….

Possiamo parlare di ira e di furore, di rabbia e di forte risentimento o di collera, di irritazione, di animosità o di esasperazione: quante sono le sfumature che ci conducono all’abbandono totale del nostro autocontrollo? Ma, parallelamente, quale di queste sfumature ci aiuterà a riconoscere in tempo l’accensione della miccia?

Controllare le nostre azioni non per abolirle, bensì per evitare che ci creino maggiori danni di quelli che già riteniamo di aver subito.

Quante energie destiniamo ogni giorno a correggere azioni compiute in precedenza, delle quali ci siamo poi resi conto che sarebbe stato meglio non fare del tutto o fare in modo diverso??

E quindi quanta parte delle nostre reazioni istintive potrebbero risultare dovute non a una decifrazione attenta e oggettiva dei fatti ma piuttosto ad una interpretazione di questi? Con il risultato che, a quel punto, non stiamo ragionando del fatto in sé, ma di una sua lettura, che ci appare oggettiva ma oggettiva non è, e quindi ci trascina in maldestri fraintendimenti le cui conseguenze non sono difficili da immaginare.

Non sarebbe male nel momento critico trovare la forza di astrarsi dalla situazione che stiamo vivendo, evitando manifestazioni non ragionate, quelle che escono dalla bocca senza adeguato controllo del cervello e del cuore.

Un contrasto lo sappiamo, ha tempi concitati nella sua escalation verso il litigio; il tutto poi procede secondo i rigidi canoni del noto processo azione-reazione. Soffermarsi a riflettere è impegno di frazioni di secondo, sufficienti a diluire la potenzialità dell’esplosivo. Questo modo di procedere non ci rende né deboli né vigliacchi né paurosi, al contrario, riusciremo a dare di noi stessi l’immagine di persone posate e a modo, capaci di non lasciarsi travolgere dall’evolvere dei fatti, in grado di tentare un loro controllo.

E’ un po’ come se ciascuno di noi portasse nella propria valigetta una quantità di tritolo, il terribile esplosivo usato dai terroristi. Le emozioni non controllate  costituiscono il detonatore, ed ecco la tragedia è consumata: tutti morti! …..

Anche fare il kamikaze è una scelta ….

domenica, 01 gennaio 2012

Initium mundi ....

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Foto by: http://www.flickr.com/photos/romanomozzio/3354907880/


Quello che più non ti appartiene lascialo qui … atmosfera da initium mundi, e gli occhi si aprono nella purezza suprema a cercare nel bianco ovattato lattiginoso qualche traccia pulita.

Contorni flebili, appena un po’ mossi, sospesi … il sogno ancora appiccicato addosso che freme dentro con i suoi flash inafferrabili che attraversano il corpo … il resto già non è più. Andato. Tutto il resto l’hai lasciato nel vecchio anno ….

Sei entrata in una fase completamente nuova, come è nuovo tutto quello che ti viene incontro di giorno in giorno. Sta a te ora portarlo a coscienza perché le esperienze non ti scivolino accanto senza lasciare humus in te. Quell’humus che rende il tuo terreno sempre più fertile e pronto a germogliare e a donare a te e al mondo i tuoi frutti.

Viviamo a lungo in uno stato di sonno e di incoscienza ma, se vuoi portare a frutto le esperienze che vivi, diventa conscia delle tue azioni, di tutto quello che ti capita, di quello che ti circonda.

Fatti testimone di tutto questo, perché solo attraverso la consapevolezza porti a coscienza ogni attimo che stai vivendo … Tu sei il tuo progetto, sei la perfezione della forma che si esprime nel seme, pronta a diventare pianta …



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liberamente tratto da:

S.Garavaglia

365 Pensieri per l'anima

Ed.Tecniche Nuove

domenica, 25 dicembre 2011

Essere più ottimisti per vivere meglio ….

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 " ...invece di maledire il buio, è meglio accendere una candela ...."  Lao Tzu

 

La gente tende facilmente ad entusiasmarsi o ad abbattersi, viaggiando sulle montagne russe dell'ottimismo e del pessimismo: la differenza che determina quale dei due stati la mente e il cuore abbracceranno è davvero minima. Le crisi ci possono cogliere inaspettatamente, in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo, e quando le cose si mettono male spesso gli individui non sanno quali decisioni prendere nell'immediato futuro per cambiare le circostanze attuali.

Secondo la teoria della Psicologia Positiva , esistono tre categorie di emozioni: quelle rivolte verso il passato, quelle che si vivono nel presente e infine quelle proiettate verso il futuro.

Una notevole importanza, per poter utilizzare in maniera soddisfacente le abilità sociali, rivestono proprio le emozioni che si provano quando si pensa al futuro, come un sano ottimismo che sia ancorato a quelle che sono le prospettive reali da intraprendere.

Esemplificando, possiamo dire che le persone che tendono ad arrendersi facilmente di fronte alle avversità dell'esistenza possiedono un atteggiamento improntato al pessimismo, mentre coloro che ripongono nel futuro le proprie speranze tendono a scoraggiarsi meno frequentemente.

Le emozioni positive riguardo al futuro come l'ottimismo e la fiducia negli altri consentono di affrontare i fallimenti in maniera più costruttiva; inoltre, nella maggior parte dei contesti lavorativi possedere un atteggiamento improntato all'ottimismo favorisce la produzione di idee nuove e originali e stimola i processi di soluzione dei problemi.

La speranza per il futuro può essere rinforzata notevolmente imparando a riconoscere e a mettere in discussione i pensieri pessimistici che accompagnano i momenti di difficoltà che tutti posso incontrare nei vari ambiti della vita. Questi pensieri sono come dotati di un pilota automatico che si attiva ogni volta che c'è da darci la colpa per gli eventi negativi oppure bisogna impedire che ci prendiamo il merito quando le cose vanno bene.

Riconoscere questi pensieri automatici che molto spesso colorano di pessimismo la nostra esperienza quotidiana, rappresenta il primo passo per ridurre la loro nefasta influenza sulle nostre vite.

Qualsiasi avversità che sperimentiamo diventa inevitabilmente oggetto di un nostro commento interiore, dal quale a sua volta deriva l'esperienza di un'emozione con una tonalità concordante al pensiero da noi espresso. I commenti interiori che formuliamo non sono altro che considerazioni sulle cause che hanno determinato gli eventi per noi negativi e sulle conseguenze che avranno sulle nostre vite. Le spiegazioni pessimistiche consistono nell'attribuire agli eventi negativi un carattere permanente e invasivo sui vari aspetti dell'esistenza, nel considerare il loro verificarsi un qualcosa di esageratamente catastrofico.

Tale modo di pensare provoca reazioni di forte tensione che inducono a credere che l'avversità appena subita sia il preludio di altre catastrofi future.

Certe persone tendono a vedere ovunque delle catastrofi, percependo gli eventi come permanenti e inevitabili, nei confronti dei quali si sentono impotenti. E' frequente, pure, che vivano le avversità come giuste punizioni per le loro mancanze passate, per cui si instaura un atteggiamento di disistima verso le proprie capacità e di sfiducia verso la possibilità di cambiare concretamente gli eventi.

Esiste un modo sicuro per imparare ad essere più ottimisti: la messa in discussione dei pensieri negativi ogni volta che questi si presentano, per poi sostituirli con valutazioni che siano più realistiche e costruttive circa le nostre capacità. Per fare ciò bisogna agire come se si fosse nel mezzo di una indagine interiore, dove per sostenere o confutare le accuse occorre fornire delle prove valide e delle argomentazioni realistiche.

Nel mettere in discussione le spiegazioni pessimistiche, bisogna tuttavia fare attenzione a non cadere dalla padella del catastrofismo ingiustificato alla brace delle false consolazioni. Si tratta di un modo di pensare altrettanto erroneo, che reprime le preoccupazioni circa gli eventi futuri attraverso la convinzione che la buona sorte sistemerà magicamente lo stato delle cose indesiderato. L'autentico ottimismo si dovrebbe basare invece su riscontri sistematici e verificabili nella realtà, che assistono un dialogo interiore teso a liberare le potenzialità non ancora espresse.

Credere che tutto si aggiusterà con il passare del tempo, come per effetto di una magia, oppure sminuire l'impatto che gli eventi negativi determinano sulle nostre vite, ci porta a vivere nello sconforto come se fossimo bloccati dall'impotenza. Al contrario, cercare di combattere la cattiva abitudine di propendere al pessimismo significa prendere in considerazione tutte le alternative che abbiamo a disposizione per reagire alle avversità, vedendo gli eventi da una prospettiva meno distruttiva.

L'ottimismo inteso come la costanza nel perseguire gli obiettivi nonostante gli ostacoli che si incontra rappresenta una delle basi dell'intelligenza emotiva, poiché consente di sviluppare una buona capacità di adattamento alle diverse circostanze e di convogliare in maniera costruttiva le emozioni, in modo da sfruttare al meglio le possibilità a disposizione per arrivare al successo desiderato e allora perchè non partire proprio da oggi, facendosi questo regalo : una mente più aperta ad ogni possibile eventualità e occhi che "guardano" le diverse prospettive scoprendo la "Soluzione" e soprattutto ... un sorriso che apre il cuore e quasi tute le porte ..... 


BUON NATALE !! .........



 

giovedì, 22 dicembre 2011

Buon Natale ! .....

 auguri

 

Caro Babbo Natale ,

ti scrivo dopo tanti anni, perché i "grandi" non ti scrivono più. L'ultima volta che ti ho scritto me la ricordo ancora, ti chiedevo tanti giochi, tante cose, tanti dolci.. adesso ti chiedo ancora di più.

I bambini diventano grandi, crescono, maturano.. ma piu' crescono e più hanno bisogno del tuo aiuto, ma hanno vergogna a dirtelo.

I "grandi" hanno bisogno di te, loro lo sanno, ma non te lo dicono, pensano di farcela da soli... io oggi te lo dico e ti scrivo una "letterina". per Natale....

Caro Babbo Natale vorrei anzitutto un po' di stupore. Si', perché la gente non si stupisce piu' di niente: ha tutto e vuole ancora di piu', dice cio' che vuole e non gli bastano mai le parole, vede di tutto ed è sempre piu' curiosa... la gente non si stupisce piu' di niente: donaci un po' di stupore, di quello che ci lascia senza fiato, a bocca aperta ......

Per Natale vorrei anche un po' di libertà, libertà di sognare come quando ero bambina!......


A tutti quelli che passano di qua ... chi per caso, chi per affezione, chi per passaparola, chi per noia , chi per curiosità .........

 

BUON NATALE !!! .....

 

12:27 Scritto da: gabrella | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: auguri, emozioni | OKNOtizie |  Facebook |

martedì, 13 dicembre 2011

Per una ecologia emotiva ... (II Parte)

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Molte delle emozioni che viviamo nascono dal fatto che siamo in relazione con altri esseri, con individui o gruppi. Una delle caratteristiche delle emozioni  è che ci mettono in collegamento con il mondo, anzi potremmo dire che fanno da ponte tra il nostro io e quello che sta al di fuori di noi.

Già da piccolissimi impariamo a riconoscere dal non verbale degli adulti che abbiamo intorno, la differenza tra piacere e dolore, tra paura e perplessità. Per sentirci in un mondo sicuro e accogliente, occorre che le persone che ci sono vicine siano coerenti in quello che dicono e nel come lo dicono.

I bambini percepiscono i segnali non verbali e per un certo periodo si basano solo su quelli. In una fase successiva, anche se non parlano ancora, imparano ad etichettare ciò che sentono dire e lo confrontano con sguardi, toni di voce, mimica del viso. Confrontando il detto al percepito, riconoscono e immagazzinano la sensazione di smarimmento se i due livelli sono in contraddizione.

Tutti noi impariamo prestissimo a riconoscere chi mente o chi cerca di camuffare le proprie emozioni. La coerenza tra i due livelli di comunicazione (verbale e non verbale) è un elemento di importanza vitale per il benessere mentale di ogni individuo.

Se una madre dice alla propria bambina: "lo so che sei capace di abbottonarti da sola il golfino" e poi frettolosamente con un sorrisetto lo abbottona lei stessa, questo crea sconcerto nella bimba che non riuscirà a chiedere alla mamma direttamente se ha fiducia o meno nelle sue capacità. Se poi il comportamento sarà frequente e diffuso a lungo andare la bambina potrebbe avere parecchi disagi circa la sua autostima/efficacia.

Successivamente riusciremo a distinguere anche quali possano essere le reazioni e le conseguenze che le singole emozioni si portano dietro, tuttavia può anche capitare di male interpretare i segnali che ci inviano le altre persone. Alcune emozioni sono accompagnate da messaggi chiarissimi, altre sono meno facili da decodificare. Possono scendere lacrime di gioia, di tristezza o anche di commozione oppure di rabbia, per decifrarli quindi occorre avere presente il contesto in cui i gesti si compiono.

Il clima sociale nel quale siamo inseriti non sempre stimola l'individuo a cogliere la propria parte emotiva, bensì incoraggia la persona a negare e anestetizzare le sensazioni che prova e a rendere formali le relazioni; del resto se pensiamo alla nostra esperienza, ci rendiamo conto che non è semplice vivere emozionandosi.

Se la persona nasce con una certa dose di istintività rispetto alle emozioni, è pur vero che senza un'educazione che parte dal proprio ambiente familiare per poi allargarsi al contesto sociale, senza dei modelli che sappiano comunicare il valore del "sentire" le esperienze, egli non sarà in grado di scegliere veramente. A questo si aggiunge il fatto che la società attuale è caratterizzata da un notevole sviluppo tecnologico, dalla sempre maggiore specializzazione delle competenze, dal bisogni di emergere e distinguersi. Tutto questo va di pari passo con l'ansia del "fare" e, in parallelo, con la perdita del "sentire", dell'accogliersi  e ascoltare.

La fretta e l'ansia da prestazione ci fanno correre, tanto che non abbiamo il tempo di assaporare quello che le relazioni e le situazioni ci offrono.

Tendiamo sempre più a riempire lo spazio (non solo temporale ma anche mentale) occupandolo con impegni e appuntamenti. Si tratta di un modo di essere che non riguarda solo la vita di noi adulti, ma che inevitabilmente proiettiamo sui figli che affidino a specialisti in grado di fornire loro competenze specifiche: corsi di musica, ballo, lingue, informatica etc. Se tutto questo può essere positivo e può rappresentare una alida risorsa per stare al passo con una società in continua trasformazione, allo stesso tempo rende la persona incapace di vivere le esperienze oltre che con la mente, anche con il cuore e con la "pancia" cioé di "sentirle".

Chi si trova in questa situazione, in genere vaga come in cerca di una meta, di un punto d'arrivo che non trova proprio per l'incapacità di guardare oltre il visibile, oltre l'apparenza.

La nostra è una corsa continua per raggiungere mete e obiettivi, per realizzare noi stessi, spesso senza riuscirci veramente perché incapaci di vivere appieno quelle esperienze, di collocarle in uno spazio interiore dove possano essere elaborate e vissute emotivamente.

Un antidoto a tutto questo?

Autorizzatevi quotidianamente a dedicare del tempo a voi stessi e permettetelo anche ai vostri figli. Starete sicuramente pensando: " dove trovo il tempo?" Non servono intere ore libere, è sufficiente un quarto d'ora, ma questo solo ed esclusivamente tutto vostro.

Lasciate che la vostra mente si senta libera, che il vostro cuore possa aprirsi facendo scorrere le sensazioni della giornata, ascoltatevi e accoglietevi come fareste con un bambini che ha bisogno di voi ....

 

 

 

 

domenica, 11 dicembre 2011

Per una ecologia emotiva .... (I Parte)

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A volte si incontrano persone che appaiono in grande difficoltà rispetto alle emozioni. Altri invece risultano freddi, stabili e nella loro quasi imperscrutabilità sembrano essere completamente padroni di sè. In realtà hanno semplicemente imparato a non lasciar trapelare quello che provano, ma approfondendo la conoscenza non è detto che così facendo siano sereni e in definitiva stiano bene con se stessi e con gli altri.

Una persona equilibrata non è quella che non è mai arrabbiata, triste o timorosa, ma neppure quella che è sempre triste, arrabbiata e insicura e pare non conoscere altri toni e modi nella vita.

La nostra ecologia psicologica e relazionale è necessario che si avvalga di tutte le sfumature che le emozioni possono offrirci.

Non con tutte le persone riusciamo ad instaurare lo stesso tipo di legame e del resto sarebbe assurdo pretendere di voler bene a tutti o di provare dell'affetto per un estraneo. Quotidianamente ognuno di noi entra in contatto con colleghi, conoscenti, compagni di corso in palestra etc. senza che si debba necessariamente sentire un particolare trasporto verso queste persone. Ma provate a immaginare la nostra vita se tutte le relazioni fossero di questo tipo! Se cioè provassimo della pura e semplice indifferenza per tutti gli altri. I nostri volti rivelerebbero una profonda apatia, le nostre azioni e i nostri gesti diverrebbero automatici e privi di qualsiasi espressione e forma di vitalità. Le nostre reazioni davanti agli avvenimenti sarebbero nulle,perché non saremmo spinti da nessun tipo di motivazione.

Non avremmo più paura di nulla con la conseguenza che rischieremmo continuamente la vita. Non proveremmo gioia di fronte ad un nuovo amore, alla nascita di un figlio. Qualsiasi cosa potrebbe succedere senza il rischio di addolorarci e renderci tristi. Gli altri potrebbero fare qualsiasi cosa, senza farci arrabbiare.

Senza emozioni non ci sarebbe sopravvivenza. È impossibile non provare emozioni perché esse sono comunque presenti dentro di noi, fanno parte della nostra vita, di quello che siamo.

Purtroppo, spesso, la cultura e l'educazione ci hanno insegnato a soffocarle, perché si pensa possano minare l'integrità fisica e psichica e quindi di prendere decisioni giuste. Tuttavia le emozioni che reprimiamo trovano comunque la via per emergere, sfuggono al nostro controllo e si manifestano in sintomi fisici o in stati d'animo complessi.

Spesso esprimiamo la tristezza invece dell'emozione che realmente in quel momento proviamo, ma che temiamo di far emergere : la rabbia o la paura.

Ogni emozione influenza il nostro atteggiamento di fronte agli avvenimenti, la nostra memoria, il nostro giudizio ed esercita una notevole influenza nelle nostre relazioni interpersonali. Reprimere le emozioni non è mai positivo in quanto conduce all'attivazione di tutta una serie di meccanismi di difesa, fino a manifestarci con sintomi fisici.

È stato dimostrato che le emozioni provocano una serie di modificazioni all'interno del nostro organismo in grado di influenzare le funzioni regolate dal sistema neurovegetativo  o autonomo (quelle che avvengono indipendentemente dalla volontà del soggetto).

La rabbia che non ci autorizziamo ad esprimere, la sofferenza che non lasciamo trasparire e la paura che ci paralizza non ci danno la possibilità di mostrarci agli altri per quello che siamo realmente e di instaurare con essi un rapporto equilibrato. Molte ricerche hanno evidenziato la presenza di una chiara relazione fra la rabbia repressa o espressa e il rischio cardiovascolare; sembra che il pericolo maggiore per il cuore sia attribuibile a un globale atteggiamento di ostilità verso gli altri.

Impariamo a riconoscere , attribuire ad esse un nome, a esprimerle e a utilizzarle positivamente, per evitare che esse prendano il sopravvento e ci travolgano. Le emozioni che reprimiamo hanno infatti la capacita di assumere potere. È fondamentale trasformare la sofferenza in parole e trovare una modalità personale che consenta di riconoscere, elaborare e gestire le emozioni. Talvolta il dolore che ci portiamo dentro si esprime nel nostro corpo; la rabbia e la tristezza, se non espresse, si manifestano a livello somatico in una postura caratteristica: spalle incurvate, bacino rigida, schiena dolorante.

Impariamo a parlare con il nostro corpo; tiriamo fuori la rabbia, la tristezza dialogando con le parti del corpo che ci fanno male. In questo modo iniziamo a prendere coscienza delle nostre emozioni e a esprimerle.

Provate a fare questo esercizio:

  • Descrivete le emozioni che avete vissuto nel corso di questa giornata. Vi ritroverete senza rendervene conto, a raccontare gli avvenimenti
  • Evitate di elencare le cose fatte, bensì soffermatevi sulle vostre sensazioni.

 

E’ difficile fare tutto questo manca l’abitudine, tuttavia potrebbe essere un buon primo passo per riconoscere e attribuire il giusto nome alle nostre sensazioni, ai nostri vissuti emotivi.

  

Segue nel prossimo post ……

mercoledì, 16 novembre 2011

Il diario emozionale ...

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Ho già in un altro post  parlato dell'importanza dell'uso del diario come strumento di autocontenimento e  monitoraggio di vissuti interiori.

Nel precedente articolo mi sono soffermata sul diario nella sua accezione di contenitore di immagini ("diario visivo") per esprimere quello che la parola non riesce a dire, oggi vorrei soffermarmi sul suo aspetto narrativo, uno spazio quotidiano dove annotare liberamente senza filtri e giudizi i vostri pensieri ed emozioni più intime circa le situazioni che vi coinvolgeranno maggiormente nella vita di tutti i giorni.

Chiameremo questo strumento "diario emozionale", con un esplicito riferimento, oltre che al contenuto, anche e soprattutto al modo di organizzarlo: non vi è infatti l'obbligo di seguire delle linee razionali, le quali potrebbero soffocare la spontaneità e la sincerità rispetto a quanto vissuto durante la giornata.

Anche se all'apparenza è confuso e disordinato il "diario emozionale" rappresenta uno strumento utile per sondare gli stati d'animo e le emozioni e per riflettere sulla propria vita da una prospettiva diversa rispetto a quella del giudizio critico: la prima verità su se stessi cui si accede consiste, infatti, proprio nel vincere il timore di dare un valore ai sentimenti e alle emozioni, riservando per essi uno spazio maggiore nelle vostre vite.

Tutti noi siamo stati educati, nella maggior parte dei casi, nel non dare eccessiva importanza alle emozioni per affrontare la vita reale: abbiamo imparato presto a dissimulare i nostri stati d'animo per compiacere gli altri dando così una falsa immagine di noi stessi, la quale prevede che dobbiamo comportarci sempre come se fossimo delle creature invulnerabili e prive di ogni fragilità.

Lasciarsi guidare dall'emotività ci aiuta a costruire un punto di vista che sia soltanto nostro e che nessuno può rubarci e questo è fondamentale per dare un'impronta personale ad ogni evento o situazione che ci troviamo a vivere.

Non è necessario che annotiate ora per ora i vostri stati d'animo, più semplicemente potete dedicare anche soltanto 10 minuti al giorno a questa pratica, ad esempio appena alzate, per riflettere su cosa vi aspettate dalla giornata, oppure durante la sera, per fare il punto della situazione su quanto vissuto, lo scopo è quello di essere più consapevoli del vostro grado di coinvolgimento emotivo in quello che vi succede durante la giornata, riflettendo sugli obiettivi che volete raggiungere.

Per ottenere questi risultati occorre però che superiate le resistenze iniziali ad abbandonarvi al flusso delle emozioni: tali resistenze provengono dalle vecchie abitudini e dai vecchi copioni ormai consolidati che limitano l'espressione delle vostre potenzialità e che vi impediscono di vivere liberamente ed in sintonia con voi stesse.

In questo senso tenere un diario emozionale vi aiuterà a capire che le emozioni non sono degli eventi che capitano casualmente, da vivere di conseguenza passivamente, ma che è possibile trarre da esse l'energia per sfruttare appieno le possibilità che la vita offre in continuazione.

Se riuscirete a mantenere l'impegno quotidiano di aggiornare il diario, dopo qualche giorno vi accorgerete di una o più emozioni che continuano a saltare fuori con frequenza e in corrispondenza di diverse occasioni: questi stati d'animo evidenziano l'immagine che ognuno ha di sé in relazione al suo mondo. Questa immagine coniuga dei punti di forza, relativi a cosa riteniamo di saper fare, con dei punti di debolezza, che invece si riferiscono a cosa non sappiamo ancora fare ma che vorremmo imparare al più presto.

Tenere un diario emozionale dove riformulare le esperienze vissute nel quotidiano rappresenta un buon metodo per capire quali sono le potenzialità non ancora espresse e le motivazioni che abbiamo per migliorare la nostra condizione personale: infatti esso aiuta a chiarire il punto in cui uno si trova in relazione a dove vorrebbe essere.

Il diario emozionale può davvero costituire un'ottima palestra dove allenarsi a collegare fra loro emozioni, eventi, pensieri, significati e abilità personali. Inoltre l'aggiornamento quotidiano vi farà capire meglio quali emozioni lasciano in voi delle tracce profonde e quali invece accadono senza che voi ne siate toccati più di tanto.

Chiedersi come mai si verifica una tale situazione si rivelerà molto utile quando dovrete trarre le motivazioni giuste per apportare alle vostre vite i cambiamenti necessari per migliorarne la qualità.

 

martedì, 27 settembre 2011

Sviluppare la propria intelligenza emotiva ….

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E continuando a viaggiare sulla strada che porta alla libertà e all’autonomia affettiva , incontriamo un altra grande risorsa che ci può aiutare nel cammino: l’intelligenza emotiva.

L’intelligenza emotiva è la capacità dell’individuo di gestire le proprie emozioni così da agire in maniera coerente in funzione di quello che è e compiere scelte che gli siano favorevoli.

Sviluppare la propria intelligenza emotiva richiede una buona dose di attenzione verso i propri veri sentimenti, in modo da identificarli, esaminarli e farne un’analisi lucida.

Numerosi fattori influenzano l’intelligenza emotiva di una persona. Il fatto di essere cresciuta in un ambiente sano, di aver potuto appropriarsi degli strumenti necessari durante la sua crescita o di aver progredito sul piano personale rappresentano fattori che facilitano lo sviluppo di questo tipo di intelligenza.

L’intelligenza emotiva è la capacità di descrivere le emozioni a parole, di inquadrarle con sufficiente precisione per poterle esprimere nella maniera più “sana” e coerente possibile. Riuscendo a distinguere le emozioni, diventa più facile esternarle e comunicarle apertamente. Abbiamo così una migliore comprensione di quello che viviamo e siamo meno prigionieri dei nostri turbini emotivi.

Se riusciamo poi a identificare e a isolare le emozioni dominanti è più facile capire ciò che viviamo individuando così più chiaramente quello che succede nel nostro universo interiore. L’acume che sviluppiamo viene applicato anche a coloro che ci circondano. Acquisiamo una sensibilità particolare che ci permette di capire più facilmente quello che vive l’altro e quello che tenta di esprimere; il mondo delle emozioni ci è meno alieno.

Avere una migliore comprensione del nostro vissuto emotivo ci permette di collegare le emozioni ai pensieri. Le emozioni influenzano i pensieri, le azioni e le percezioni. Più facilità abbiamo a decodificare rapidamente le nostre emozioni e più siamo consapevoli del loro impatto sui nostri pensieri.

Sviluppando la nostra intelligenza emotiva, siamo così maggiormente in grado di vedere il collegamento tra quello che viviamo e quello che pensiamo; i nostri pensieri possono allora influenzare positivamente le emozioni, permettendoci di prestare più ascolto ai nostri sentimenti e di cercare di armonizzarli con le nostre azioni. Tutto questo si manifesta soprattutto quando compiamo scelte coerenti con quello che avvertiamo. Ci concediamo il tempo di decantare prima di prendee decisioni, di ascoltare maggiormente con il nostro cuore. Rimanendo ricettivi, vigili e paerti a quello che le nostre emozioni hanno da dire, invece di crogiolarci nel diniego e di fuggirle, permettiamo alla nostra intelligenza emotiva di svilupparsi finendo per essere molto più in armonia con noi stessi e migliorando il nostro modo di comunicare.

Essere all’ascolto di sé per il dipendente affettivo, che spesso si sente confuso sul piano emotivo, è qualcosa da imparare.

Quando le emozioni si presentano in blocco e il dolore che le accompagna è forte, la paura sovente fa in modo che tutto venga represso. Può succedere che una situazione vissuta faccia talmente male che non si sa da quale parte iniziare per districare questo groviglio di emozioni e pensieri.

Anni trascorsi ad evitare le nostre emozioni ci allontanano dai nostri bisogni, da quello che siamo. Più prendiamo in considerazioni il nostro sentire, più la comunicazione con noi stessi migliora, cosa che esercita ripercussioni favorevoli sul nostro modo di comunicare con chi ci sta vicino. Essere all’ascolto di sé apre la porta ad una comunicazione più autentica con l’altro: ci apriamo ed in questo modo invitiamo l’altro ad aprirsi.

Quantunque sia ipersensibile ai bisogni e alle aspettative altrui, il dipendente affettivo scarseggia in quanto a comunicazione. Dato che dubita di se stesso ha paura ad aprirsi e ad esternarsi. Più impara a conoscersi e a stimarsi, più va diritto al punto. Si creano così comunicazioni più chiare con gli altri. La comunicazione è sempre meno inquinata dal filtro della dipendenza.

Prestando più attenzione, il dipendente affettivo sviluppa una migliore qualità dell’ascolto e questo risana il suo rapporto in quanto, come ben sappiamo, la comunicazione rappresenta il cemento di una relazione ….

 

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