venerdì, 18 maggio 2012
La Fiducia e la Fortuna
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Sicuramente dopo l’11 Settembre 2001 ci ritroviamo tutti con meno certezze; una netta linea di demarcazione ha diviso il “prima” con il “dopo”. La fiducia nei mercati, la fiducia nel lavoro, la fiducia nel progresso, nella crescita vengono meno.
Quando la realtà supera l’immaginazione tendiamo a perdere fiducia come se non ci fosse più tanto tempo davanti per crescere e cambiare, come se tutto diventasse improvvisamente più urgente , più immediato. Perché la sorpresa, l’agguato aumentano le probabilità.
Così questi episodi così travolgenti snaturano la ciclicità della vita. Un qualcosa che poteva capitare una volta nella vita, passa a due, si raddoppia e crolla la fiducia. L’imponderabile, il fattore “succede”, che sgomenta da sempre noi uomini, aumenta di probabilità. Drasticamente è questo il mondo in cui viviamo ora.
In questa fase più che mai, diventa centrale il confronto con l’altro, la relazione come condivisione, l’affetto come diretta conseguenza del ritrovarsi con vissuti simili e diversi che diventano una ricchezza per tutti.
Solo così può rinascere la fiducia: dall’incontro di varie persone che insieme alimentano l’unica energia capace di opporsi anche simbolicamente all’evento distruttivo: la solidarietà.
In un mondo centrato volutamente sulla paura, sulla strategia del terrore, l’altro non c’è mai, se non come oggetto proiettato di un bisogno disperato di dipendenza e quindi sempre distante, sempre irraggiungibile. Invece l’altro è qui. Basta che alziamo gli occhi, lo vediamo, lo riconosciamo ed è qui pronto a vederci, a riconoscerci, a smascheraci, ad amarci per quello che siamo. Prendere o lasciare, questa è la fiducia. Un’opportunità.
Ma che cosa è la fortuna? La fortuna non è un caso, né passività. Se noi onoriamo noi stessi, ci rispettiamo profondamente e facciamo la stessa cosa con gli altri, arriva la fortuna che non è altro che la percezione di un’essenza sacra dentro di noi ….. Namastè “mi inchino al divino che è in te”.
La fortuna è qualcosa di sacro. Tutte le volte che disprezziamo noi stessi, senza andare fino in fondo al processo di dolore,senza elaborare il disprezzo, senza trasformarlo ma abbandonandoci al vittimismo, allora la fortuna non compare, non può comparire.
La fortuna arriva se c’è la volontà di rispettare la vita.
Lo stesso vale per la paura. Quando è lontana da un messaggio di cambiamento, quando è semplicemente frutto di un condizionamento, di un’abitudine, quando è un elemento parassita, allora va affrontata e trasformata. Come? Attraverso il corpo.
Il corpo può diventare uno strumento straordinario di trasformazione della paura. Si tratta di Fare. Di muovere questa grande energia. Una volta trasformata, la paura diventa il viatico per il piacere. Scoprendo il velo, cessa di essere un’emozione che paralizza, lasciando fluire il dolore si apre la porta al piacere. E la paura riprende il suo giusto posto ritornando ad essere un avviso, un campanello d’allarme per rientrare in noi stessi per ri-indicarci la strada del ritorno a casa.
Per me la fiducia è un dono che spesso perdiamo e dobbiamo riconquistare, come??? Con un duro lavoro su noi stessi. E’ qualcosa di mobile, vitale, che si riconquista lottando.
La fortuna è frutto della fiducia.
La fiducia è credere nel cambiamento. E’ lavorare ogni giorno per migliorarsi, per arrivare a VIVERE. La vita è un viaggio caldo e appassionato, non è quel vagabondare in un deserto arido e freddo che spesso ci troviamo a percorrere pensando che non possa esistere altro paesaggio.
Nasciamo in un certo modo, con un certo bagaglio che ci rende unici, particolari, con una nostra bellezza originale. Attraverso la strategia e poi la marea di meccanismi di difesa originati nella famiglia e propagatisi a macchia nel mondo esterno, finiamo per perdere contatto con la nostra essenza fino a sentirci alienati da noi stessi.
Il nostro sforzo, compito o missione è tornare ad essere quel che siamo sempre stati. E’ questo il vero cambiamento. Solo in questo vecchio-nuovo stato ci possiamo sentire veramente comodi, a nostro agio, come abbiamo sempre desiderato ….
19:03 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: fiducia, fortuna, condivisione, relazione con l'altro, dolore, paura, unicità | OKNOtizie |
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giovedì, 06 ottobre 2011
Le mille facce del dolore ...
Che cosa è veramente il dolore??? Può essere una domanda idiota: chi non lo conosce?? Eppure non è detto che quello che per me è doloroso lo sia anche per gli altri o che lo sia nella stessa misura.
Una mia cliente mi ha recentemente detto che per lei non esistono semplicemente il piacere e il dolore, ma una gamma di sensazioni ed emozioni continua che va dal piacere al dolore.
Il dolore è allora la serie delle sensazioni che si collocano, per così dire, sul versante negativo del sentire.
Ma c'é un dolore del sèntire e un dolore dell'essere.
Quest'ultimo può essere profondo devastante, quello più temuto, quello cui si riferisce forse una delle preghiere cattoliche più intense quando alla fine recita "liberaci dal male".
Il dolore, come più volte ho scritto, ha una sua collocazione nella vita, una funzione profonda, esplorata dal pensiero teologico, filosofico, letterario e poetico sin dagli albori dell'umanità.
Il dolore fisico potrebbe essere visto come una naturale capacità di avvertire un pericolo e reagire in vista della sopravvivenza dell'individuo e della specie. Per esempio se non sentissimo il dolore dell'ustione potremmo subire danni fatali prima di poter reagire e metterci in salvo dal fuoco.
La capacità di provare dolore è quindi connessa alla sopravvivenza, al punto tale da poter essere utilizzata in modo perverso dall'umanità contro la stessa sopravvivenza, la pratica della tortura, da sempre utilizzata e ancora oggi ampiamente praticata nel mondo, tende a mettere fortemente in conflitto la sopravvivenza personale con la sopravvivenza degli ideali: le persone torturate possono anche rinnegare i propri valori, tradire gli a ici, confessare ogni sorta di reato, anche immaginaria, tanto è forte il segnale del dolore nella loro mente e tanto puó essere alto e intollerabile l'allarme che esso determina, specie se associato, come avviene sempre, all'idea che il dolore non cesserà se non alla confessione o alla morte.
Il dolore emotivo è anch'esso un segnale, solitamente legato al senso di perdita irrimediabile di un oggetto d'amore, di una parte di noi.
Il dolore depressivo, ad esempio, così duro da vivere e da sopportare, è un'esperienza che trasfigura la vita, le cambia i connotati:scolora le belle giornate e incupisce quelle brutte, rende opaco il futuro e intollerabile il presente.
Esso ci fa galleggiare in una stanza desolata che può imprigionarci sino a rendere il vivere del tutto insopportabile.
Il dolore, qualunque sia la sua natura, ci mette nelle condizioni di pensare ad un pericolo per la nostra integrità fisica e psichica. Quando però supera la soglia della sopportazione può diventare esso stesso un problema o un pericolo per noi, perchè può indurci a considerare la vita e noi stessi la causa principale del segnale di allarme che ci pervade e ci spinge a fuggire da noi stessi oltre che dagli altri o a colpire noi stessi, oltre che gli altri...
Per questa ragione è necessario accogliere il dolore nelle sue manifestazioni precoci, quando è possibile, deciderne il senso e fare qualcosa per reagire, senza aspettare che esso divenga intollerabile e ci induca quindi ad azioni esasperate.
Accolto precocemente il dolore rivela una dimensione densa di potenzialità positive.
Finchè è tollerabile si presta a farci agire per modificare la situazione, ci induce a riformulare la visione delle cose e a cercare nuove prospettive.
Come tutti segnali di disadattamento ci spinge a muoverci per trovare un adattamento migliore alla vita.
In questa dimensione il dolore non è un problema, è una parte utile della vita che non ci impedisce di sperare, amare e crescere ...
" Date al dolore la parola,
il dolore che non parla,
sussurra al cuore oppresso
e gli dice di spezzarsi ..."
W.Shakespeare
16:58 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: dolore, pericolo | OKNOtizie |
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lunedì, 19 settembre 2011
Sbarazzarsi dalla paura dell’abbandono ….
Eccoci forse alla parte più difficile del percorso verso la libertà dalla dipendenza affettiva: la paura dell’abbandono.
Una delle opinioni più diffuse in materia di dipendenza è che la causa profonda di quest’ultima affondi le radici nell’infanzia. Ogni dipendente affettivo ha seguito un suo percorso disseminato da insidie, che lo ha condotto a credere di non valere quanto gli altri, di dover fare i salti mortali per meritare di essere amato. Tuttavia il tipo di cammino che lo ha portato a convivere con il fardello dato dalla dipendenza affettiva non ha importanza; è tutta sua la responsabilità di liberarsi da questa morsa.
“Il senso di abbandono e le difficoltà che sopraggiungono in seguito alle separazioni sono inestricabilmente legate alla prima esperienza vissuta con la madre o con chi ne ha fatto le veci” (C.Rivest). Che si tratti di esperienze di rifiuto nel cortile della scuola, di umiliazioni subite dai compagni di un ambiente familiare carente, di esperienze reali o temute di abbandono, è chiaro che il bambino è un essere vulnerabile e permeabile a numerose ferite.
Quando accenniamo alla nostra paura dell’abbandono, non ne siamo mai fieri. Ci crediamo deboli, abbiamo paura di venire congedati dal nostro ruolo di amanti devoti. E’ tutto il contrario. Rivelare la nostra paura di essere abbandonati è un gesto che dimostra una buona conoscenza di sé e grande autenticità. E’ il primo passo per tenere a bada il fuggiasco che è in noi, che al primo segnale d’attacco si mette in salvo o si impegna anima e corpo a guardarsi bene le spalle.
Questa smisurata paura dell’abbandono, che paralizza il dipendente affettivo, si accompagna ad una collera repressa e a una rabbia che non ha mai potuto esprimersi. Probabilmente risale al giorno in cui i genitori si sono separati, secondo lui per colpa sua. Oppure al giorno in cui ha perduto qualcuno di così caro che tutto l’amore del mondo non è stato in grado di sostituire.
E’ possibile vivere con una perdita e sopravvivere a essa senza negarla. Non ritengo realistico cercare in qualcun altro quello che manca dentro di noi. E’ un esercizio di compensazione che non conduce da nessuna parte. Anche se abbiamo vissuto perdite importanti, c’è ancora posto per l’amore, per la tenerezza, per qualcosa di altro.
Tentando di compensare una perdita con una presenza, sprechiamo tempo ed energia. E’ più opportuno lasciare dentro di noi uno spazio per coloro che sono scomparsi e ancora più spazio per un nuovo amore o per un’amicizia che nasce. In questo modo viviamo il lutto di un mondo perfetto, una famiglia perfetta, e accettiamo che la vita abbia anche la sua parte di sofferenza.
Ripiegandoci su noi stessi e sviluppando una corazza così spessa che nessuno oserà avvicinarsi, non facciamo altro che privare il nostro essere del suo legittimo bisogno d’amore o di compagnia.
Per paura di essere rinnegati o abbandonati neghiamo noi stessi e ci abbandoniamo. Privarsi della tenerezza e dell’affetto di cui si ha tanto bisogno per paura di soffrire ancora è un po’ come mutilarsi il cuore. Sì il bambino che siamo stati avrebbe davvero avuto bisogno dell’adulto che non è mai tornato!
L’angoscia emotiva legata alla paura dell’abbandono è terribile e proprio perché fa così male usiamo tutti gli espedienti possibili per evitare di vivere questo strazio interiore così profondo.
Tuttavia, fintanto che la sfuggiremo, questa paura ci perseguiterà senza tregua. Per sopravviverle occorre affrontarla, analizzarla, guardarla bene in faccia a lungo. Quando urla dentro di noi, è la testa che parla al cuore.
Tutto il dolore che da così tanto tempo viene soffocato ha bisogno di essere evacuato attraverso le lacrime. Quando ce ne liberiamo, a liberarsi è un intero universo, disponibile ad un amore lucido e ad un’amicizia disinteressata.
Talvolta un buon pianto non è sufficiente, si tratta di un percorso che conduce all’accettazione; occorre lasciare la presa, abbandonare certe credenze sbagliate.
Prima di tutto questo, la tappa più importante è prendere coscienza di questa terribile paura dell’abbandono. Se la persona amata dovesse lasciarci, dopo che abbiamo dato tutto a questa relazione … Se la persona nella quale riponiamo più fiducia e con la quale condividiamo la vita dovrebbe esserci infedele … Se un giorno, senza aspettarcelo, al nostro ritorno dovessimo trovare la porta chiusa a chiave … Se lui non dovesse ritornare mai più … Questi pensieri ci ossessionano giorno e notte, fino a quando non accettiamo la parte di rischio di una relazione.
Dopo aver preso coscienza, dopo esserci ricentrati su noi stessi invece di cercare di immobilizzare l’universo intero per placare la nostra insicurezza, c’è ancora qualcosa da fare. Dopo essere diventati più tolleranti nei confronti dell’imperfezione del mondo, dell’onnipresente rischio di perdere ad ogni secondo quello che credevamo nostro di diritto, c’è ancora qualcosa da fare.
ESSERE FIERI! Fieri di quello che abbiamo compiuto fino a qui, nonostante la sofferenza, al di là delle umiliazioni, dell’angoscia e talvolta persino dell’abbandono vero e proprio. Abbiamo motivo di essere fieri: siamo cresciuti nonostante queste perdite, abbiamo preso forma, ci siamo rafforzati; siamo in vita, ci stiamo costruendo.
In ragione della sua paura dell’abbandono, il dipendente affettivo attraversa momenti di scoraggiamento e disperazione. Finisce con l’infliggersi sevizie affettive, ad esempio lasciare qualcuno che ama per paura di essere tradito. Nonostante tutta la sofferenza e l’angoscia emotiva che questo sentimento fa vivere, l’abbandono più penoso che si possa subire è quello di lasciarsi perdere da soli.
Non è facendo in modo che l’altro non si allontani di un millimetro che ci immunizziamo dall’abbandono, bensì assicurandoci che, qualunque cosa accada, come individui noi non ci abbandoneremo.
Sopravviviamo alle perdite, alla partenze e ai tradimenti sviluppando un amore incondizionato verso noi stessi, un amore verso il nostro essere imperfetti, affascinanti e coraggiosi. Attraverso queste prove, ci rendiamo conto di essere ancora lì a raccogliere i nostri cocci, a pulire le nostre zone sinistrate, ad aspettare giorni migliori. Nonostante tutte le sofferenze siamo ancora lì, vivi e vibranti animati da questo desiderio di vivere e i essere felici. Ne vale la pena! Abbiamo cercato ovunque l’amore perché sappiamo che ce lo meritiamo. Poi, incamminandoci, impariamo ad amarci di più. Diventiamo il nostro migliore amico, quello che c’è, che è presente persino nel cure della tempesta. Diventiamo il nostro genitore, quello che ricorda ogni tappa della nostra vita.
Siamo le persone meglio qualificate per coccolare il nostro bambino interiore, per acclamare il nostro coraggio e la nostra determinazione, per prometterci di prenderci cura di noi, qualunque cosa succeda. E’ così che generiamo l’amore di cui avremo tanto bisogno, agendo come un genitore pieno di tenerezza e capace di rispondere ai nostri bisogni. Siamo dunque pronti a tutto per farci piacere, siamo responsabili della nostra felicità.
Più prendiamo coscienza di avere il potere di agire e concretamente sulla nostra vita e di aiutare il bambino ferito in noi a ricostruire se stesso, meno ci lasciamo paralizzare dalla paura dell’abbandono, perché ora abbiamo il potere di prenderci un impegno verso noi stessi e di non abbandonarci più.
Adesso possiamo riporre fiducia nella vita. La nostra terribile paura dell’abbandono smetterà di incuterci timore. Progredendo, arriviamo ad averne abbastanza di essere ostaggio della paura; abbiamo solo voglia di stare bene ….
12:15 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: dipendenza affettiva, abbandono, paura, dolore, sofferenza, accettazione | OKNOtizie |
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mercoledì, 27 luglio 2011
Perché è importante curare le ferite emotive ...
Il concetto di ferita è più comunemente inteso in relazione a danni fisici ai tessuti vitali, ma l'usiamo anche liberamente come metafora di danni emotivi:
- Mi ha ferito ... Sono davvero sconvolta
- Ha veramente urtato il suo ego
- L'ha trafitta con quella lingua affilata
- Ha il cuore spezzato : non sa proprio come andare avanti senza di lui
- La delusione fu davvero cocente; era tanto che l'aspettavo
- Mi sento completamente distrutta
C'è naturalmente una bella differenza tra una ferita fisica e una ferita emotiva; la ferita fisica si vede a occhio nudo e può essere spesso percepita al tatto; inoltre si può discutere sulla gravità di una ferita fisica ma non si può negarne l'esistenza in una forma o nell'altra.
Non è questo il caso delle ferite emotive; poiché non ci sono segni fisici a provarne l'esistenza, spesso non si crede a chi dice di sentirsi ferito.
Una ferita emotiva è un sentimento, o un insieme di sentimenti, provocati da un evento esterno vero o immaginario e percepito in modo doloroso dalla persona che lo prova.
Queste ferite possono non essere visibili, ma sono reali come quelle fisiche; anch'esse richiedono protezioni e cure rapide ed efficaci.
Esattamente come le sensazioni provocate dalle ferite fisiche, quelle che accompagnano le ferite emotive sono un avvertimento; ci segnalano che dobbiamo correre ai ripari e, come succede nel caso dei traumi fisici, se le ignoriamo lo facciamo a nostro rischio e pericolo.
A volte se la ferita emotiva è solo un graffio superficiale, può essere curata da sola se abbiamo abbastanza ossigeno emotivo ( come serenità e piacere) nella nostra vita.
Ma non dobbiamo dimenticare che anche ogni minima ferita consuma risorse e richiede tempo per guarire anche se non ne siamo consapevoli. Un accumulo di piccole sofferenze potrebbe, perciò, richiedere lo stesso tempo e la stessa energia per guarire di quelle più gravi e dolorose.
Finchè il processo di guarigione conscio e inconscio di una ferita non è completo, il nostro sistema fisico e mentale va a ritmo ridotto; si comporta come una macchina che ha bisogno di qualche intervento al motore; esso non presta le sue performance migliori, non funziona nel modo efficiente e veloce o reattivo che gli è solito. Tutto ciò può non costituire un problema se percorriamo le tranquille stradine familiari della nostra vita, ma qualora il nostro sistema fosse sottoposto allo stress di un'autostrada a percorrenza veloce, rischiamo di subire turbamenti o anche crolli.
Perciò se ci trasciniamo da tempo ferite emotive che stanno andando in suppurazione, mantenendo uno stile di vita a bassa intensità , è probabile che non sentiamo nessuno sforzo o impedimento; ma chi può garantirci che la nostra vita resterà libera da stress per sempre?
Tutti sono esposti ai traumi che, è risaputo, arrivano quando meno ce li si aspetta. Inoltre, a volte ci ritroviamo a volare fuori della solita padella e a friggere sul fuoco di problemi che producono effetti a catena o anche un'altra ferita.
In genere si è consapevoli di quanto sia importante curare le ferite emotive relativamente gravi, ma pochi riservano sufficiente o anche la minima attenzione a quelle più piccole.
Il prezzo che si può pagare per la mancata cura delle piccole ferite si riscontra generalmente in tutta una serie di ambiti della propria vita.
Ad esempio, se soffochiamo regolarmente i sentimenti dolorosi con il pedale emotivo, riduciamo la nostra sensibilità verso le emozioni in genere. Questo significa che trattenendo in noi tristezza o rabbia, riduciamo allo stesso tempo la nostra capacità di provare gioia e passioni positive. E anche se non dobbiamo affrontare problemi o traumi gravi, rischiamo di scivolare in una specie di vita sottotono. E infatti è questo che spesso spinge i clienti a chiedere il mio aiuto.
Soffocando i sentimenti e i ricordi di ferite emotive non curate, rinunciamo al nostro potenziale di felicità e se diventa un'abitudine, si può creare un circolo vizioso di ricadute.
Il legame tra salute emotiva e salute fisica è ormai così generalmente assodato che non occorre mi dilunghi. Molti di noi hanno probabilmente letto almeno un articolo o visto programmi alla televisione in cui si mostravano i collegamenti fra repressione della rabbia e pressione alta, disturbi digestivi e dolori muscolari. Chi ha sofferto per un grave lutto sa fin troppo bene quanto il dolore profondo indebolisca il sistema immunitario che ci rende più vulnerabili alle infezioni virali.
Chiunque abbia vissuto ferite emotive non ha bisogno di maggiori prove per credere che possiamo pregiudicare la salute fisica e la volontà di badare a se stessi: ha sentito la tensione ai muscoli e alla testa, la nausea alo stomaco, il tumulto del cuore, forse la necessità di bere alcolici più del dovuto o la mancanza di motivazione a mangiare bene, a fare esercizio fisico o anche a lavarsi i denti.
Infine, non dimentichiamo l'impatto delle ferite non curate sulla salute mentale nostra nonché su quella delle persone che ci vivono e ci lavorano accanto. Non è solo la depressione la potenziale malattia che può svilupparsi come conseguenza di ferite emotive bensì le ferite emotive non curate sono spesso anche alla radice di fobie, compulsioni e dipendenze.
Detto questo vorrei concludere dicendo che la cura emotiva non è comunque certo la panacea per tutti i gravi problemi che dobbiamo oggi affrontare nel mondo, tuttavia credo che possa rafforzare e motivare le persone a dare contributi positivi e costruttivi nel loro ambiente. Il comportamento depresso, amareggiato, cinico, vendicativo, egoistico e ossessivo che le ferite emotive non rimarginate possono alimentare non contribuisce certamente al mantenimento di un ambiente sociale pacifico e reciprocamente solidale.
“ Solo un uomo che ha provato la disperazione estrema è capace di provare l’estrema gioia …” Alexander Dumas
11:51 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: ferita emotiva, cuore ferito, emozioni, sentimenti, risorse, dolore, salute, benessere | OKNOtizie |
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giovedì, 05 maggio 2011
I miti della felicità …
Con quali parole si concludono tutte le favole? " ... e vissero felici e contenti ". Il lieto fine ci piace perché la società ci dice che la vita dovrebbe essere così: tutta gioia e divertimento, serenità e soddisfazione, vivere sempre felici e contenti. Ma è verosimile? Corrisponde alla tua esperienza di vita? Questo è uno dei principali miti che costituiscono il meccanismo di base della trappola della felicità. Vediamoli insieme.
Mito 1: la felicità è condizione naturale di tutti gli esseri umani.
La nostra cultura si ostina a sostenere che l'uomo sia felice per natura, in realtà ci sono molte "numeri" che mostrano il contrario. 1 adulto su 10 tenta il suicidio e 1 su 5 soffre di depressione. E non solo. Se aggiungi tutta l'infelicità causata da problemi come la solitudine, il divorzio, lo stress lavorativo, la crisi di mezza età, problemi relazionali, isolamento sociale, pregiudizi, mancanza di senso o di scopo forse si può cominciare ad avere un'idea di quanto in realtà la vera felicità sia rara. Purtroppo molte persone se ne vanno in giro convinte che tutti siano felici eccetto loro. E ... questa convinzione genera ancora più infelicità.
Mito 2: se non sei felice , hai qualcosa che non va.
Come conseguenza logica del Mito 1, la società occidentale ritiene che la sofferenza mentale sia anormale. La considera una debolezza o una malattia, un prodotto di una mente in qualche modo mal funzionante o difettosa. Questo significa che quando inevitabilmente abbiamo emozioni o pensieri dolorosi, spesso ci rimproveriamo per la nostra debolezza o stupidità con il logico risultato di essere ancora più infelici.
Mito 3: per avere una vita migliore dobbiamo sbarazzarci dei sentimenti negativi.
Viviamo nella società dello "star bene", intrisa di una cultura ossessionata dalla ricerca della felicità. E che cosa ci dice di fare questa società? Di eliminare le emozioni "negative" e di fare il pieno di quelle "positive". E' una bella teoria e all'apparenza sensata. Dopo tutto, alzi la mano chi vuole avere emozioni spiacevoli. Ma ecco l'inghippo: le cose che generalmente nella nostra vita rivestono il ruolo più importante implicano un'intera gamma di sentimenti sia piacevoli che spiacevoli. Quindi se credi a questo Mito sei in un grosso guaio, perché è quasi impossibile crearsi una vita migliore se non si è pronti a provare emozioni spiacevoli.
Mito 4: dovresti essere capace di controllare ciò che pensi e che provi.
In realtà, possiamo controllare i nostri pensieri e sentimenti molto meno di quanto vorremmo. Non è che non abbiamo alcun controllo; è soltanto che ne abbiamo molto meno di quanto tanti esperti ci vorrebbero far credere. Al contrario, possiamo fare molto per controllare le nostre azioni. Ed è agendo, facendo che ci creiamo una vita ricca, piena e significativa alla luce di quello che ciascuno di noi ritiene importante e cui dà valore ...
L'idea di fondo di questo mito è: se metti in discussione i tuoi pensieri o le tue immagini negative e ti riempi continuamente la testa di pensieri e immagini positive, troverai la felicità. Ah, se la vita fosse così semplice! ...
La mente umana ci ha conferito un enorme vantaggio come specie umana. Essa ci permette di fare piani, inventare cose, coordinare azioni, analizzare problemi, condividere conoscenze, apprendere dalla nostre esperienze e immaginare nuovi futuri.
La mente ci permette di modellare il mondo intorno a noi e di conformarlo ai nostri desideri, di procurarci calore, riparo, cibo, acqua, protezione e cure. Non sorprende, perciò, che questa nostra formidabile capacità di controllare l'ambiente ci induca ad aspettarci di poter controllare anche altre cose.
Nel mondo esteriore, le strategie di controllo in genere funzionano bene. Se c'è una cosa che non ci piace, pensiamo ad un modo di evitarla o di liberarcene e poi agiamo di conseguenza.
Quanto controllo invece possiamo esercitare sul nostro mondo interno, il mondo dei pensieri, dei ricordi, delle emozioni, degli impulsi e delle sensazioni? Possiamo così facilmente evitare o eliminare quello che non ci piace?
Prova a fare questa prova. Mentre leggi queste righe cerca di non pensare al gelato con il tuo gusto preferito. Evita di pensare al suo colore o alla sua consistenza .... A come lo assapori in una calda giornata estiva ... a quanto è buono quando si scioglie in bocca.....
Come è andata?? Proprio così!!! E' stato MOLTO difficile smettere di pensare al gelato .....
Adesso se ti va fai un'altra prova. Rievoca il ricordo più lontano della tua infanzia. Createne un'immagine nella mente. Fatto? Bene. Ora cancellalo. Eliminalo completamente in modo che non possa tornare mai più. ...... Come è andata????
E' necessario rendersi conto, per evitare di incorrere nella trappola della felicità, che i pensieri, le emozioni, le sensazioni e i ricordi non sono così facili da controllare. Ammettiamolo: se queste cose fossero così facili da controllare non saremmo tutti perennemente beati???
Sin da piccoli, ci viene insegnato che dovremmo essere in grado di controllare le nostre emozioni. Probabilmente mentre crescevi, ti sei sentita dire frasi come: "Non piangere", "Non essere così triste", "Smettila di piangerti addosso", "Non c'è niente di cui avere paura" ..etc...
Con espressioni come queste gli adulti intorno a noi continuavano a mandarci il messaggio che saremmo dovuti essere capaci di controllare le nostre emozioni. E certamente ci sembrava che loro, nella maggior parte dei casi, controllassero le loro. Ma cosa succedeva dietro la facciata?
Con ogni probabilità, molti di quegli adulti non affrontavano tanto bene i loro sentimenti di dolore. Magari bevevano troppo, prendevano tranquillanti, piangevano ogni notte, avevano relazioni extraconiugali, si buttavano a capofitto nel lavoro o soffrivano in silenzio e intanto gli veniva l'ulcera. Qualunque cosa facessero per tirare avanti, probabilmente non condividevano quella esperienza con te.
E nelle rare occasioni in cui li hai visti perdere il controllo, probabilmente hanno evitato di dire frasi come: "Ebbene sì, piango perché sto provando una cosa che si chiama tristezza. E' un sentimento normale e puoi imparare a gestirlo adeguatamente". Ma d'altronde non c'è da stupirsi: non potevano mostrarti come gestire le tue emozioni perché loro stessi non erano capaci di gestire le proprie!
L'idea poi che dovresti saper controllare le tue emozioni è stata sicuramente rinforzata negli anni della scuola. Ad esempio i ragazzini che piangevano venivano spesso derisi e chiamati "paignoni" o "femminucce". Poi, crescendo, avrai probabilmente sentito dire frasi come "Fattela passare!", "Cose che capitano!", "Devi reagire!", "Rilassati!", "Tirati su!" e via dicendo.
Queste frasi implicano che dovremmo essere capaci di accendere e spegnere i nostri sentimenti a comando, come se agissimo su un interruttore. E perché questo mito è così convincente?
Perché le persone intorno a noi sembrano apparentemente felici. Sembrano controllare i loro pensieri e le loro emozioni. Ma qui "sembrano" è la parola chiave. Il fatto è che la maggior parte delle persone non sono aperte o sincere riguardo alla lotta che ingaggiano con i loro pensieri ed emozioni. "Fanno buon viso a cattivo gioco" e "restano impassibili". Sono come il proverbiale clown che piange dentro di sé; noi vediamo soltanto il trucco vivace e le allegre buffonerie ......
..... al prossimo post ......
18:04 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: felicità, mito, consapevolezza, evitare, gestire emozioni, controllo, mente, pensiero, dolore, tristezza | OKNOtizie |
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mercoledì, 04 maggio 2011
Cosa è esattamente la “felicità”?
http://www.flickr.com/photos/evilcabeza/24182691/
" La felicità, quella gioia acuta
che sconvolge il cuore, quella specie
di spasimo dell'anima ..."
C.Cassola
Hai voglia di iniziare con me questo viaggio nella terra "felice" scoprendo che spesso dietro questa parola si nasconde un mondo sconosciuto pieno di miti e favole che invece di alleggerire la nostra vita la rende una costante affannosa corsa alla ricerca dell'eterna fonte della felicità? .... Ok allora .... Iniziamo ...
Tutti la vogliamo. Tutti la bramiamo. Tutti ci sforziamo di raggiungerla. Persino il Dalai Lama ha detto: "Il vero scopo della vita è la ricerca della felicità". Ma che cosa è esattamente?
La parola "felicità" ha due significati molto diversi. Quello più comune è "sentirsi bene". In altre parole provare un senso di piacere, contentezza o gratificazione. A tutti noi piacciono queste sensazioni, quindi chiaramente le rincorriamo. Come tutte le emozioni umane, però, le sensazioni di felicità non durano. Per quanto ci sforziamo di trattenerle, ogni volta scivolano via. E una vita dedicata all'inseguimento di queste belle sensazioni è, sul lungo periodo, profondamente insoddisfacente. In realtà, più rincorriamo le sensazioni piacevoli, più tendiamo a soffrire di ansia e depressione.
L'altro significato della parola "felicità", molto meno comune, è "vivere una vita ricca, piena e significativa". Quando agiamo in nome di ciò che conta veramente nel profondo del nostro animo, ci muoviamo nelle direzioni che consideriamo degne e preziose, chiariamo cosa è importante per noi nella vita e ci comportiamo di conseguenza, allora la nostra esistenza diventa ricca, piena e significativa, e proviamo un forte senso di vitalità.
Non si tratta di una sensazione fugace: è un senso profondo di una vita ben vissuta. E per quanto una vita di questo tipo ci darà sicuramente molte sensazioni piacevoli, ce ne darà anche di spiacevoli, come tristezza, paura e rabbia. Dobbiamo metterlo in conto.
Se viviamo una vita piena, proveremo l'intera gamma di queste emozioni.
Naturalmente a tutti piace sentirsi bene, e dovremmo senza dubbio trarre il massimo dalle sensazioni piacevoli quando si presentano. Ma se cerchiamo di averle sempre, abbiamo perso in partenza.
La realtà è che la vita comprende anche il dolore. Non c'è modo di evitarlo. In quanto esseri umani dobbiamo tutti prendere atto che presto o tardi diverremo deboli, ci ammaleremo e moriremo. Presto o tardi perderemo relazioni importanti a causa di rifiuti, separazioni o lutti. Questo significa che, in un modo o nell'altro, tutti avremo pensieri e sentimenti dolorosi.
La buona notizia è che, anche se non possiamo evitare questo dolore, possiamo imparare ad affrontarlo molto meglio, a fargli spazio, a ridurre i suoi effetti e a crearci una vita che valga assolutamente la pena di essere vissuta e sicuramente al meglio possibile.
I passi per ottenere tutto ciò sono fondamentalmente tre:
UNO => scoprire come molte volte creiamo la trappola della felicità e ostinatamente ci chiudiamo dentro.
DUE => imparare a fare spazio ai pensieri e ai sentimenti dolorosi, anziché cercare di evitarli o eliminarli.
TRE => invece di inseguire pensieri e sentimenti di felicità concentrarsi su come crearti una vita ricca e significativa.
Tutto questo darà origine ad un senso di vitalità e appagamento che è sia profondamente soddisfacente sia duraturo .....
" Perché cerchi la gioia
fuori da te , non sai che
la puoi trovare solo nel tuo cuore?"
R.Tagore
... ti aspetto al prossimo post .....
12:25 Scritto da: gabrella | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: felicità, dolore, consapevolezza, vita | OKNOtizie |
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lunedì, 02 maggio 2011
Il cambiamento tra piacere e dolore …..
" .. diventiamo il cambiamento
che cerchiamo nel mondo ..."
Gandhi
Per lavorare al cambiamento delle proprie abitudini, oltre al piacere di inseguire i propri obiettivi di miglioramento, può servire, e molto, il dolore di guardare in faccia la realtà e dire le cose come stanno. Essere onesti con se stessi.
Tantissime persone vogliono essere felici, a condizione di non fare alcunché di impegnativo per esserlo. Nulla che porti a migliorarsi, se faticoso.
Eppure è così facile da comprendere: per essere qualcuno che non sei mai stato o per aver qualcosa che non hai mai avuto, è necessario essere disposti a fare qualcosa che non hai mai fatto.
Se dovessi definire in breve la funzione di piacere e dolore, le due leve del cambiamento direi:
- Piacere => fare qualcosa per inseguire il piacere di risultati, obiettivi o scelte fatte da noi stessi
- Dolore => fare qualcosa per paura delle conseguenze dell'inazione
Evitare il dolore sembra l'unica cosa che sappiamo fare bene, invece che cercare il piacere. Infatti vivendo con lo scopo di evitare qualcosa che non ci piace, non è detto che ci imbatteremo in qualcosa che ci piaccia; anzi!
Probabilmente continueremo a scoprire nella vita tutto ciò che ci provoca dolore o stati improduttivi e disfunzionali, perché non siamo stati capaci di mettere a fuoco ciò che volgiamo, desideriamo ciò che ci attira, ci provoca piacere: stati produttivi e funzionali. La continua paura di sbagliare persona, porta a trovare spesso proprio la persona sbagliata: manca il focus sull'alternativa, cu quello che vogliamo.
Ed ecco che un'ora di persone vive cercando di sfuggire (mentalmente) dal proprio lavoro, dal proprio rapporto di coppia, dalla propria vita, accontentandosi di bassi standard di professionalità sul lavoro, di stati emotivi appena sufficienti per restare in un rapporto di coppia e così via.
Poiché non c'è grande abitudine a motivarsi tramite i propri valori e i propri obiettivi ma tramite punizioni, da grandi siamo molto più spesso indotti a compiere un cambiamento spinti non dalla leva del piacere, bensì dal dolore.
Ragionare per valori e obiettivi, scelti da noi stessi o che comunque condividiamo, vuol dire usare un processo mentale che da' forza, propulsione e motivazione.
Quello che impedisce a molte persone di farlo, è la mancanza di motivazione ( leggi qui ) , ma questo spesso deriva dalla mancanza di obiettivi ben formulati! ( leggi qui e qui e qui )
Quando abbiamo un obiettivo siamo molto più motivati; passato un po' di tempo dal suo raggiungimento, la motivazione cala finchè non ci diamo nuovi obiettivi, senza esagerare altrimenti perdiamo il tempo presente.
Muoversi per il piacere di farlo ha un sapore diverso dal muoversi per evitare il dolore del non farlo. Uno dei principi più importanti è iniziare con i fatti ad essere l'esempio di quello che si dice e di quello che si vorrebbe essere e fare .......
" ... le parole insegnano ma
gli esempi trascinano.
Solo i fatti danno
credibilità alle parole ..."
Sant'Agostino
17:37 Scritto da: gabrella | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: cambiamento, obiettivo, motivazione, piacere, dolore | OKNOtizie |
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mercoledì, 30 marzo 2011
Vuoto ....
http://www.flickr.com/photos/benleslie/146459253/
Sono davanti alla finestra chiusa e un po' di luce entra dalle fessure della tapparella. Alcuni raggi che dividono il mondo a fette, le zone illuminate e poi quella in ombra che dà la mano alla luce che a sua volta abbraccia l'ombra, e così via.
Vorrei dire all'infinito, ma non è vero, quando i confini della finestra toccano quelli della parete la luce è talmente affievolita da confondersi con la zona d'ombra e poi, piano piano, vanificarsi.
Questa musica bene si accorda con la luce che muore piano piano.
Se appoggio lo sguardo là sulle fette di sole, vedo il mondo che canta piano piano per farsi sentire a poco a poco.
Non è il sole che acceca di colpo chi apre la finestra e tutt'a un tratto si getta nel vuoto di un con-tatto con il mondo. Il vuoto del contatto è peggiore della solitudine, più duro della chiusura dal mondo.
Il vuoto del contatto è l'arsura del sentimento, la piaga di una sensazione rimasta lì a morire ..... tocco la vita con cautela per non farmi male .....
12:07 Scritto da: gabrella in Svelarsi per ri-trovarsi.... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: vuoto, dolore, contatto, emozioni | OKNOtizie |
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martedì, 11 gennaio 2011
La paura per amica ...
Continuiamo il nostro viaggio nella .... paura ..... ma niente paura !!!!!
La paura è un tema centrale della nostra vita, con cui tutti abbiamo a che fare. Quando è negata e non è riconosciuta, viene cacciata negli scantinati della nostra mente, da dove esercita un effetto potente e spesso deviante. Nonostante i tentativi di coprirla con ogni sorta di compensazioni, finchè rimane una forza nascosta può causare ansia cronica, sabotare la nostra creatività, renderci rigidi, sospettosi e ossessionati dalla sicurezza e può annullare i nostri sforzi di trovare l'amore.
Ma se facciamo amicizia con la paura, portandola allo scoperto ed esplorandola con intensità e compassione, può diventare una forza di trasformazione, aprendo in noi un abisso di vulnerabilità e accettazione.
Uno dei modi più efficaci per proteggere la nostra vulnerabilità è quello di adottare un ruolo, darci un'immagine. Siamo bravissimi a plasmarci dei ruoli dietro i quali nasconderci: la donna o l'uomo di potere, la vittima, il tipo sexy, la persona che si prende cura degli altri, la persona intelligente, dotata di senso dell'umorismo, oppure il tipo atletico. E' inconcepibile per la nostra mente relazionarsi senza avere un ruolo dal quale dipendere. Quando non abbiamo una precisa immagine di noi stessi diventiamo estremamente vulnerabili. Il velo che cela le nostre paure cade ed esse rimangono completamente scoperte, visibili.
Durante l'infanzia, in un modo o nell'altro, riceviamo degli attacchi alla nostra vulnerabilità, così precoci e così severi che non li avremmo mai superati indenni senza il nostro strato protettivo, quella sorta di scudo protettivo che ci creiamo per impedire alle energie dolorose di farci del male.
Ma sfortunatamente ci siamo così identificati con la nostra protezione, ci siamo così attaccati ad essa che ci viviamo immersi inconsapevolmente. Non possiamo entrare ed uscire da questa condizione a nostro piacimento; abbiamo formato queste difese così presto e senza accorgercene, che sono diventate un'abitudine. In questo modo impediamo a tutte le energie indiscriminatamente, di entrare in noi, rimanendo isolati. In più il nostro scudo protettivo trattiene la nostra energia, la blocca dentro di noi, isolandoci dai nostri sentimenti e impedendo alla nostra creatività e alla nostra vitalità di scorrere liberamente.
Molti di noi, se non tutti, quando erano bambini, hanno ricevuto messaggi negativi, non andavamo bene così come eravamo. Questo messaggio arrivava in molti modi; spesso è arrivato quando non siamo stati visti o capiti. Esso ci è arrivato inizialmente da fuori: genitori, fratelli, sorelle, insegnanti ... siamo stati noi, dopo, a portarcelo dentro e così facendo abbiamo mutilato la nostra energia e perso il contatto con le nostre emozioni e con la nostra autentica individualità. E così siamo cresciuti con la convinzione che, fondamentalmente, qualcosa di noi non andasse. Ecco la ferita dell'inadeguatezza!
Portiamo dentro di noi anche un'altra ferita, strettamente legata con la prima: è il dolore di sentirsi lasciati, abbandonati, privati e separati dalla fonte di amore. C'è una paura tremenda dentro di noi, di essere esclusi da questa fonte.
La maggior parte di noi non è più in contatto con questo dolore, che, invece riemerge quando ci diamo il permesso dio avvicinarci ad un'altra persona.
Per qualcuno l'origine di questo dolore è ovvia: un genitore se ne è andato oppure non è mai stato fisicamente o emozionalmente presente. Per altri non è così chiaro.
Ognuno di noi ha sopportato questi due dolori - l'inadeguatezza e la privazione - in modi differenti, ma essi ci accomunano tutti in un modo o nell'altro. Dal momento che questi dolori si sono affacciati così presto nella nostra vita, abbiamo avuto bisogno di nasconderli per sopravvivere. Il dolore era troppo, così abbiamo dovuto costruire lo strato protettivo.
Fare l'esperienza della paura e del dolore racchiusi nel nostro bambino interiore può portarci fuori dal consueto controllo mentale e dentro al cuore, aprendo uno spazio di compassione e di resa. Questo ci prepara la strada per entrare nel nostro nucleo centrale, smussando e ammorbidendo la nostra energia. Quando riusciamo a superare la paura di lasciarci andare e a confrontarci con il dolore del nostro bambino ferito, possiamo scendere sempre più in profondità dentro noi stessi. Proprio grazie a questo si apre dentro di noi uno spazio di comprensione; così scopriamo che la paura e il dolore sono semplicemente una parte della vita.
17:14 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: paura, inadeguatezza, abbandono, bambino ferito, dolore, trasformazione, accettazione | OKNOtizie |
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venerdì, 30 luglio 2010
Il dolore insopportabile della perdita
In programma oggi c'èra un altro post, molto più leggero e vacanziero, ma la seduta di eri con A. e la sua mail di oggi, che mi ha profondamente commosso, mi ha fatto riflettere sull'importanza di Esserci rispettando i tempi propri della persona che si trova a "sopravvivere" ad una insopportabile perdita.
All'inizio "del cammin di nostra vita" tutti pensiamo di essere incapaci di sopportare una perdita e che non potremmo sopportare nemmeno per un momento la sofferenza che ne deriva perché la tristezza è nefasta e distruttiva. E viviamo così, condizionando la nostra vita con questa idea. Nonostante ciò, questa credenza appresa e trasmessa attraverso i nostri genitori, che vorrebbero in qualche modo costruirci una vita libera dal dolore, è una compagnia pericolosa e agisce come un grande nemico che ci spinge a oneri maggiori di quelli che, ipoteticamente, evita.
Nel caso del dolore, per esempio, esso può condurci a smarrire la strada verso la nostra definitiva separazione da quello che non c'è più. Di sicuro ogni cosa ha le sue sfumature e ogni situazione ha i suoi momenti. Non è lo stesso che una persona se ne vada o che muoia. Non è uguale traslocare da una casa ad un'altra, oppure cambiare macchina, o lavoro, o città. E' ovvio che il vissuto della perdita non è analogo in nessuno di questi esempi, ma è bene spiegare che c'è sempre un dolore quando si abbandona un luogo per entrare in uno nuovo dove non c'è niente di quello che c'è stato finora.
E questo cambiamento, interiore o esteriore, porta sempre con sé un processo di attivo adattamento a ciò che c'è di diverso, migliore o peggiore che sia.
Bisogna, quindi, imparare a percorrere questa parte del cammino in cui alcune cose restano indietro e altre proseguono, anche se non sono più le stesse. Si "deve" guarire dalle ferite che si aprono quando si deve abbandonare qualcuno o qualcosa durante la strada, quando una situazione finisce e non ho più quello che avevo o credevo di avere.
E' importante elaborare la perdita ed è necessario riuscire a correggere sulla nostra mappa le cose che sono cambiate perché questa carta non è il territorio e il mondo in cui viviamo non può essere troppo lontano da quello che abbiamo come obiettivo.
Per dire in una sola frase quello che mille libri messi insieme non riescono a spiegare: ci spaventa pensare che forse non esiste nessuno con cui andare avanti. E' il pensiero di dover affrontare la tristezza di sentirci soli, indifesi, impotenti. Abbiamo paura anche solo dell'idea della desolazione.
Fa tremare quasi tutti immaginare che un giorno potremmo trovarci di fronte ad una perdita definitiva e che non possiamo farci nulla. Sapere che dentro di me rimarranno soltanto le macerie di ciò che è crollato. Questo è il momento più duro: la fase della tristezza che fa male fisicamente, della mancanza di energia, della pena dolorosa e distruttiva.....
" dopo un po' me ne rendo conto. Non tornerai mai più. Mi sento diviso, smarrito, distrutto. I miei pensieri, da un lato; le mie emozioni, dall'altro; il mio corpo paralizzato; la mia anima e il mio spirito, come assenti ....."
Quando incontriamo queste persone e le guardiamo negli occhi, ci rendiamo conto che gli è successo qualcosa, che dentro di loro è morto qualcosa. Ed è molto triste stare al fianco di qualcuno che attraversa questo momento, perché capiamo e condividiamo il suo dolore.
I tentativi per uscire da questa situazione sono infiniti. Senza bisogno di diventare pazzi, può darsi che in questa fase proviamo alcune sensazioni strane. Anche se sappiamo che non è vero, abbiamo l'impressione che, in realtà, la persona perduta sia "appiccicata" a noi, quasi una seconda pelle che ci avvolge, ci soffoca e ci ossessiona.
Il brutto di questa fase è la dolorosa disperazione dell'incontrollabile. Il "bello" è che si esaurisce e che, nel frattempo, il nostro essere si organizza per il processo della cicatrizzazione, che è la conclusione di ogni perdita.
E' importante capire che la tristezza e il dolore non sono nemici ma ci permettono di allontanarci per poter rimpiangere quello che non ho più e per difendermi dagli altri stimoli finchè non sarò pronto a riceverli; mi connettono con l'interno per poter tornare all'esterno e dar luogo all'accettazione.
Già alla fine della fase della desolazione si comincia a sentire una certa necessità di lasciare andare quello che è stato, voler andare via da un luogo dove intuisco di non poter fare nulla. Questa sensazione inspiegabile riconducibile ai legami vitali con il mondo è il punto di partenza.
Inizia il momento dell'identificazione con ciò che non c'è più arrivando a volte a rivoluzionare esageratamente le virtù reali dell'assente. In questa fase mi spingo all'alchimia emozionale, ovvero imparare a trasformare un'energia legata al dolore in un'azione costruttiva. Questo è l'inizio del nuovo, la ricostruzione dell'essenziale e la storicizzazione e l'integrazione di chi non c'è più.
Questa è la fase feconda della trasformazione della sofferenza penosa, dell'isolamento cercato, in una storia che dia un ulteriore senso alla propria vita. Se si riesce a fare questo allora si arriverà all'accettazione.
Separarsi, ammettere che quello che è finito non c'è più. Per essere brutali: che il morto non sono io. Rientrare nella vita che continua.
Non ha senso voler continuare ad andare avanti senza elaborare il dolore, non è utile pretendere che, una volta passato il peggio, non resti neanche una cicatrice. Perché una perdita si supera, ma non si dimentica. Le cicatrici sul corpo, se c'è stato un buon processo di guarigione, non fanno male e , con il tempo, si mimetizzano con il resto della pelle e quasi non si notano. Ma se guardi bene, ci sono. E questo è un bene, è la fragilità che diventa forza e risorsa : "Qui la mia vita si è interrotta ed io sono stata capace di ricucire i lembi della ferita, di raddrizzare la strada, di andare avanti...".
Costa fatica lasciare andare quello che non ho più; riuscire a slegarsi e cominciare a pensare a quello che viene dopo ....
" .... E il piccolo principe disse: "Ecco ... è questo qui". Esitò ancora un poco, poi si rialzò. Fece un passo. [...] Non gridò. Cadde dolcemente come cade un albero. Non fece neppure rumore sulla sabbia. E ora, di certo, sono passati sei anni. [...] Ora mi sono un po' consolato. Cioè ... non del tutto. Ma so che il piccolo principe è veramente tornato al suo pianeta, prchè al levar del giorno, non ho ritrovato il suo corpo. Non era un corpo molto pesante ... E mi piace la notte ascoltare le stelle. Sono come cinquecento milioni di sonagli ... "
E' sconvolgente pensare a cosa siamo capaci di fare pur di non lasciare andare il passato, anche se sappiamo che l'unico cammino che conduce alla crescita è elaborare i dolori che affronteremo, inevitabilmente, e che la storia delle nostre perdite è il lasciapassare necessario per avvicinarsi a quello che segue.
Continuare a rimpiangere quello che non c'è più mi impedisce di godere di quello che ho. Come diceva Tagore: "Se la notte piangi perché il sole non c'è, le lacrime ti impediranno di vedere le stelle".
Affrontare l'irreversibilità della perdita, invece significa accettare il presente, sapere che quello che è stato non è più. La grande sfida è quella di capire che si può continuare con il dolore alle spalle.
Quindi non ti spaventare, non scappare e soprattutto non ti arrendere. Può darsi che la realtà ti faccia indietreggiare, ma ricorda: l'importante è essere in cammino senza perdere la speranza
19:05 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: dolore, lutto, perdita, sofferenza, ferita, cicatrice, separazione | OKNOtizie |
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