giovedì, 26 gennaio 2012

Dipendere dagli altri …. un “vizio” femminile …

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Le donne che sono (state) convinte di avere un sé fragile e debole hanno delegato ad altri la gestione della loro esistenza, aspettandosi che fossero gli altri ad occuparsi di loro, a proteggerle, a soddisfare i loro bisogni, a riconoscerle meritorie. Hanno così imparato a privilegiare la comunicazione indiretta, fatta di allusioni, senza esplicitare richieste chiare per il timore di venire respinte.

Le donne hanno imparato a rendersi deboli e impotenti per attutire tensioni, per evitare conflitti, per conformarsi a chi pensavano le volesse così: i famigliari, i datori di lavoro, la società. Così hanno offerto ad altri su un piatto d’argento il loro potere, la loro autonomia e le loro forze. Non sarebbe ora di riprendersele???

La dipendenza auto-imposta delle donne si manifesta talvolta con un’eccessiva dose di fiducia e con la gelosia.

Dare fiducia a qualcuno è come denudarsi in sua presenza, mostrando le parti più intime e più fragili. Ci spogliamo delle consuete protezioni quando crediamo che l’altro non approfitterà della nostra nudità e saprà rispettarci.

La fiducia è una impalcatura senza la quale non potremmo creare legami. Senza questa, ogni scambio interpersonale non potrebbe neanche cominciare e ogni transazione sarebbe impossibile perché senza fondamenta. La fiducia rinforza e crea un circolo benefico che genera e nutre fedeltà e realtà, riconoscendo però anche l’incertezza, senza eccessiva ingenuità.

Un suo eccesso, soprattutto verso chi non la merita, si trasforma automaticamente in autorizzazione a farci imbrogliare, tradire, abusare. Per evitare di cedere al vizio di regalare fiducia a chi non la merita è prudente contemplare il rischio di essere traditi. Anzi, non ci può essere tradimento se prima non c’è stato un investimento negativo di fiducia. Così come non ci può essere delusione se prima non c’è stato un processo d’illusione.

Alcune donne però hanno il vizio di continuare a fidarsi di certe persone, anche dopo aver raccolto sufficienti prove della loro malafede, anche dopo aver osservato comportamenti lesivi del rapporto. Queste, pur notando all’interno di relazioni importanti comportamenti scorretti, sleali o disonesti, sono pronte a giustificarli, a comprenderli, a lasciar correre. Non tirano le somme e non arrivano a comprendere la gravità di quello che accettano passivamente e le conseguenze cui vanno incontro con la loro condiscendenza.

E’ come se le donne preferissero restare nel limbo dell’ignoranza, sperando che quelle modalità siano del tutto casuali, sporadiche, episodiche; che la persona non sia così sleale, in malafede e che , certamente, domani cambierà. Preferiscono continuare a credersi deboli, impotenti e, soprattutto, dipendenti da chi approfitta della loro ingenuità. Preferiscono raccogliere briciole rafferme piuttosto che correre il rischio di assaporare cibi sconosciuti, magari un po’ piccanti.

Per trasformare il vizio dell’accettazione passiva in virtù del rispetto di sé, basta essere dalla parte della verità dei fatti. I fatti non ammettono tolleranze. La donna ingenua, che continua a fare l’innocente dopo essere stata ripetutamente tradita, coltiva passivamente il rancore e proietta la sua parte di responsabilità fuori di sé. La virtù richiede che lei si assuma la propria parte di responsabilità e accetti la perdita del mito dell’idealizzazione sia dell’altro sia dell’amore con la “A” maiuscola. E’ necessario che riconosca che “nessuno è perfetto” … e meno male !

Per difendersi da una dipendenza autoimposta, chiamata erroneamente amore, bisogna avere la serena consapevolezza che ogni rapporto può essere a rischio di tradimento e, soprattutto, che ogni rapporto finisce: proprio come ogni altra cosa sulla terra, ha una nascita e una morte.

La donna che si sente dipendente dall’uomo è più portata a sentire le tenaglie della gelosia che torcono le budella, confondendo l’amore con il possesso, un patto d’amore tra due mortali in un’alleanza eterna, un accordo che va aggiornato continuamente con un contratto indelebile. Due persone che si innamorano e decidono di stare insieme cominciano a cambiare immediatamente e, da tale mutamento, possono nascere malintesi. Eppure prima di conoscersi, ognuno sapeva vivere senza l’altro. Poi cosa succede? Cosa trasforma una donna autonoma e libera in una bambina conformista e dipendente? Cosa le fa dimenticare le sue risorse legate all’autonomia e la fa regredire alla fase in cui aveva effettivamente bisogno degli altri: quando era bambina appunto?

Non cedere al vizio della dipendenza rende consapevoli che l’unione tra due persone non può essere imposta, imbrigliata, irreggimentata. Anche se due persone hanno deciso di andare nella stessa direzione, ognuno procede con le proprie gambe, con il proprio passo, secondo i propri tempi e ritmi.

La donna che si dà al vizio della gelosia presentandola come una dimostrazione d’amore, in realtà tenta di instaurare una relazione basata su un gioco di potere. Lei, che si crede dipendente, pretende di rendere l’altro succube. Così entrambi corrono il rischio di soffrire e di farsi del male reciprocamente, sminuendo la forza creativa dell’amore.

Quando rimaniamo con occhi, cuore e mente aperti possiamo valutare i rischi. Ci interroghiamo, indaghiamo, facciamo ipotesi e le confutiamo.

Quando impariamo la virtù di frequentare il dubbio, acquisiamo una cautela che educa a sopportare l’incertezza e spinge a procedere con calma….

..… cosa succederebbe se scoprissimo che in realtà non si ha paura di perdere la persona amata ma di acquisire una piena autonomia? Cosa succederebbe se scoprissimo che bastiamo a noi stesse e che la solitudine non ci fa paura????

 

 

mercoledì, 28 settembre 2011

Prendersi il tempo per adattarsi al cambiamento …..

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Questo post mi sembra di fondamentale importanza affinchè il percorso intrapreso per diventare liberi e autonomi possa portare a risultati duraturi. E’ basilare imparare a rispettare i propri tempi e soprattutto imparare che non esiste un’autostrada superveloce per raggiungere il risultato , bensì piccoli passi fatti ognuno seguendo il proprio ritmo.

Succede spesso che nel momento in cui vediamo una soluzione spuntare all’orizzonte, abbiamo la tendenza a mettere tutto sottosopra per sistemare il più velocemente possibile le cose . Invertendo radicalmente la rotta, sconvolgiamo parecchi elementi della nostra vita che si influenzano a vicenda. L’ansia provocata dalla grande instabilità nella quale siamo sprofondati diventa allora insopportabile; ed ecco che regrediamo, mettiamo in movimento tutto per tornare indietro, nei vecchi panni.

Il cambiamento può, invece, essere effettuato con dolcezza, in questo modo, lasciamo al nostro corpo, mente e cuore il tempo di adattarsi alle novità.

Spesso, prendiamo prima di tutto in considerazione le soluzioni magiche che conducono solamente ad altre illusioni. Il dipendente è pronto a tutto per piacere; l’idea di assumere nuove sembianze gli piace come nessun’altra.

Concentrandoci sulle nostre priorità e sugli aspetti più problematici della nostra vita, possiamo risolvere una cosa alla volta senza edificare una serie di cantieri. La stabilità e la tranquillità sono fondamentali, fanno parte del nostro equilibrio. I cambiamenti saranno più duraturi e valorizzanti se ci prendiamo del tempo, ciò che abbiamo acquisito si fissa e abbiamo il tempo di assaporare le nostre piccole vittorie. Il desiderio di evolvere trova spazio nella nostra vita.

Il modo migliore per scoraggiarsi è di guardare in blocco tutto quello che vorremmo fare. E’ quindi preferibile fissarsi obiettivi realistici secondo quello che sappiamo essere nelle nostre possibilità. Suddividiamo la strada in tappe ripartendola, quindi, in azioni più semplici.

E’ più facile cominciare con obiettivi meno imponenti, alzando il livello di difficoltà man mano che prendiamo confidenza.

La difficoltà ad adattarsi al cambiamento può rappresentare un ostacolo quando intraprendiamo un cammino per liberarci dalla morsa della dipendenza affettiva. E’ necessario quindi individuare i nostri fattori di resistenza per evitare passi falsi. Può trattarsi della nostra spiacevole tendenza ad autosabotarci quando si tratta di volerci bene.

Il rifiuto di andare a cercare aiuto, le scelte autodistruttive, il rapido demotivarsi e il rinchiudersi in se stessi sono indici del fatto che il nostro corpo oppone resistenza.

Avere la padronanza dei propri pensieri, volersi bene, esercitare il libero arbitrio, agire in maniera coerente con quello che si è! Concediamoci del tempo!!!

Tentando di controllare l’ambiente, il compagno o la compagna e le persone care, il dipendente affettivo cerca di proteggere ad ogni costo il suo paradiso artificiale. L’impressione che tutto gli sfugga di mano e che sta perdendo il controllo della sua vita è talmente forte da indurlo a compensare cercando compulsivamente di controllare tutto all’esterno. E’ il suo modo di scendere a patti con la sua grandissima insicurezza e la sua paura di perdere tutto.

Smettendo di voler prendere il controllo ad ogni costo, segue una strada molto più serena verso un’indipendenza maggiore. Lasciando andare aspetti della vita sui quali non ha un vero potere, dispone di più tempo ed energia per concentrarsi sulle cose che può veramente cambiare, evitando così di disperdere le energie e si ricentra su se stesso. Agisce concretamente sulla sua vita, senza intromettersi indebitamente in quelle altrui.

E dopo mature riflessioni, dopo numerose prese di coscienza e azioni concrete per liberarsi dalla dipendenza, arriviamo a cambiare per diventare quello che siamo.

Le nostre percezioni, le nostre credenze errate e le nostre cattive abitudini cedono il passo ad un prolifico lavoro su noi stessi. I nostri interessi, i nostri talenti e le nostre motivazioni profonde si manifestano e i nostri ideali disfunzionali lasciano il posto ad una visione tutta personale della vita.

E ci accorgiamo di aver finalmente ripreso le redini della nostra esistenza e il potere sulla nostra vita!!!!

 

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martedì, 27 settembre 2011

Sviluppare la propria intelligenza emotiva ….

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E continuando a viaggiare sulla strada che porta alla libertà e all’autonomia affettiva , incontriamo un altra grande risorsa che ci può aiutare nel cammino: l’intelligenza emotiva.

L’intelligenza emotiva è la capacità dell’individuo di gestire le proprie emozioni così da agire in maniera coerente in funzione di quello che è e compiere scelte che gli siano favorevoli.

Sviluppare la propria intelligenza emotiva richiede una buona dose di attenzione verso i propri veri sentimenti, in modo da identificarli, esaminarli e farne un’analisi lucida.

Numerosi fattori influenzano l’intelligenza emotiva di una persona. Il fatto di essere cresciuta in un ambiente sano, di aver potuto appropriarsi degli strumenti necessari durante la sua crescita o di aver progredito sul piano personale rappresentano fattori che facilitano lo sviluppo di questo tipo di intelligenza.

L’intelligenza emotiva è la capacità di descrivere le emozioni a parole, di inquadrarle con sufficiente precisione per poterle esprimere nella maniera più “sana” e coerente possibile. Riuscendo a distinguere le emozioni, diventa più facile esternarle e comunicarle apertamente. Abbiamo così una migliore comprensione di quello che viviamo e siamo meno prigionieri dei nostri turbini emotivi.

Se riusciamo poi a identificare e a isolare le emozioni dominanti è più facile capire ciò che viviamo individuando così più chiaramente quello che succede nel nostro universo interiore. L’acume che sviluppiamo viene applicato anche a coloro che ci circondano. Acquisiamo una sensibilità particolare che ci permette di capire più facilmente quello che vive l’altro e quello che tenta di esprimere; il mondo delle emozioni ci è meno alieno.

Avere una migliore comprensione del nostro vissuto emotivo ci permette di collegare le emozioni ai pensieri. Le emozioni influenzano i pensieri, le azioni e le percezioni. Più facilità abbiamo a decodificare rapidamente le nostre emozioni e più siamo consapevoli del loro impatto sui nostri pensieri.

Sviluppando la nostra intelligenza emotiva, siamo così maggiormente in grado di vedere il collegamento tra quello che viviamo e quello che pensiamo; i nostri pensieri possono allora influenzare positivamente le emozioni, permettendoci di prestare più ascolto ai nostri sentimenti e di cercare di armonizzarli con le nostre azioni. Tutto questo si manifesta soprattutto quando compiamo scelte coerenti con quello che avvertiamo. Ci concediamo il tempo di decantare prima di prendee decisioni, di ascoltare maggiormente con il nostro cuore. Rimanendo ricettivi, vigili e paerti a quello che le nostre emozioni hanno da dire, invece di crogiolarci nel diniego e di fuggirle, permettiamo alla nostra intelligenza emotiva di svilupparsi finendo per essere molto più in armonia con noi stessi e migliorando il nostro modo di comunicare.

Essere all’ascolto di sé per il dipendente affettivo, che spesso si sente confuso sul piano emotivo, è qualcosa da imparare.

Quando le emozioni si presentano in blocco e il dolore che le accompagna è forte, la paura sovente fa in modo che tutto venga represso. Può succedere che una situazione vissuta faccia talmente male che non si sa da quale parte iniziare per districare questo groviglio di emozioni e pensieri.

Anni trascorsi ad evitare le nostre emozioni ci allontanano dai nostri bisogni, da quello che siamo. Più prendiamo in considerazioni il nostro sentire, più la comunicazione con noi stessi migliora, cosa che esercita ripercussioni favorevoli sul nostro modo di comunicare con chi ci sta vicino. Essere all’ascolto di sé apre la porta ad una comunicazione più autentica con l’altro: ci apriamo ed in questo modo invitiamo l’altro ad aprirsi.

Quantunque sia ipersensibile ai bisogni e alle aspettative altrui, il dipendente affettivo scarseggia in quanto a comunicazione. Dato che dubita di se stesso ha paura ad aprirsi e ad esternarsi. Più impara a conoscersi e a stimarsi, più va diritto al punto. Si creano così comunicazioni più chiare con gli altri. La comunicazione è sempre meno inquinata dal filtro della dipendenza.

Prestando più attenzione, il dipendente affettivo sviluppa una migliore qualità dell’ascolto e questo risana il suo rapporto in quanto, come ben sappiamo, la comunicazione rappresenta il cemento di una relazione ….

 

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venerdì, 23 settembre 2011

Diventare autonomi ...

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Nel cammino che conduce all'indipendenza emotiva, diventare autonomi vuol dire compiere il passo più significativo. L'autonomia ci mette in condizioni di compiere scelte in funzione di quello che siamo, in risposta ai nostri bisogni. Man mano che l'autonomia personale si sviluppa in tutti i campi della nostra esistenza acquisiamo una maggiore libertà d'essere e diventa dunque più facile realizzarsi.

Per un dipendente affettivo diventare autonomo consiste nello smettere di aspettare e nell'agire in prima persona: si tratta soprattutto di osare!

Diventare autonomi significa concedersi la libertà di scegliere, secondo le proprie priorità, la vita che vivremo.

L'autonomia implica anche una certa dose di rischio. Non si tratta di ribaltare contemporaneamente tutti gli aspetti della propria vita e di sprofondare nell'insicurezza, bensì di sostenere la propria causa preparando il terreno per un cambiamento che ci sarà favorevole.

È nell'azione che costruiamo noi stessi, quello che siamo e quello che sappiamo e nello stesso tempo ci rendiamo conto che la nostra ricchezza si trova dentro di noi. All'improvviso abbiamo meno paura, perché se anche attorno a noi crolla tutto, possiamo sempre ricostruirlo: abbiamo imparato a rimboccarci le maniche. Diventando autonomi impariamo a fare da soli quello che guardavamo gli altri fare, a vivere da noi quello che vivevamo per procura, a darci quello che ci aspettavamo dagli altri.

 Quello che non ci aveva mai interessato, tutt'un tratto diventa appassionante e ci accorgiamo che  i talenti che scopriamo in un ambito della nostra vita possono servirci in altri settori, la nostra vita diventa così VITA VISSUTA A 360°.

Abbiamo il piacere di fare più cose per noi stessi, invece di pendere dalle labbra di qualcuno per tutto. Il tempo che usavamo per valorizzare gli altri ad oltranza, lo consacriamo a noi traendo piacere dal costruire, dall'agire in prima persona, dallo sbagliarci e dal fare qualcosa di concreto.

Autonomia significa imparare a gestire in maniera ottimale le proprie risorse, la propria energia, il proprio tempo; significa porre dei limiti ed esserne consapevoli, stabilire le proprie condizioni, farsi rispettare.

In quanto dipendenti affettivi, coltiviamo la falsa convinzione che dando tutto attireremo l'amore a colpo sicuro. Spesso, invece, ad arrivare per primi sono la pietà o gli approfittatori, coloro che hanno poco a che fare con gli stati d'animo di un cuore mutilato, ma che non dicono mai di no a prestiti che poi non restituiranno.

Agendo in modo responsabile imparando a gestire le risorse così da rispondere ai nostri bisogni, raccogliamo da soli i nostri cocci.

Autonomia vuol dire insistere per imparare a fare da soli quello che è necessario fare, così da capire fino a che punto siamo completi e versatili. In questo modo, apprendiamo a dar valore a ciò che siamo e ad attribuire importanza a quello che abbiamo, al nostro cammino di vita.

Quando non abbiamo più bisogno che gli altri rispondano alle nostre necessità, intratteniamo rapporti umani in maniera diversa. Li allacciamo per piacere, perché ci sentiamo bene, perché è piacevole, arricchente. La dinamica si trasforma: si crea spazio per il piacere, per le nuove esperienza per una comunicazione più sincera, per lo scambio, i progetti, le sfide.

Per diventare autonomi è necessario smettere di aspettare e iniziare ad agire, abituandosi a trovare dentro di sè la soluzione, invece di cercarla al di fuori.

Se prendiamo coscienza della nostra capacità di modificare molte variabili della vita sulle quali abbiamo potere, siamo in grado di decidere del nostro destino e diventiamo il motore dei cambiamenti che abbiamo permesso spingendoci verso un personale equilibrio.

Ed è nel momento in cui prendiamo coscienza dell'importanza dell'autonomia che scegliamo di stringere saldamente le redini della nostra vita.

 

“ …  la libertà è la facoltà di scegliere le proprie costrizioni ..” Blanqui

mercoledì, 21 settembre 2011

Imparare ad amarsi …

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Il dipendente affettivo è una vittima dell’amore. E’ la somma di tutto l’amore che gli è mancato, che gli è scivolato dalle dita, che l’ha ferito e tradito. Soffre per amore da così tanto tempo da arrivare a dimenticare ciò che lo ha davvero fatto soffrire la prima volta. Elemosina l’amore di cui gli si concedono solo le briciole.

Lui che ama troppo e male, che non viene mai amato abbastanza che non è in buoni rapporti con la vita, ha tutto da re imparare riguardo l’amore.

L’amore è essenziale per la sopravvivenza del cuore, è un fluido limpido che attraversa la nostra vita.

Di rado viviamo un colpo di fulmine con noi stessi, una mattina d’autunno, quando ci vediamo allo specchio. La nostra storia d’amore con noi stessi inizia il giorno in cui accettiamo di venirci incontro, di prenderci un po’ di tempo per saperne di più su di noi. Grazie alla solitudine, ci prendiamo in considerazione, cominciamo ad interrogarci per scoprire che abbiamo tantissimi punti interessanti e a questo punto nasce in noi il desiderio di portare avanti una conversazione con il nostro Io.

Da principio non si tratta di incontri quotidiani, ma soltanto di un interesse crescente verso tutto ciò che scopriamo dentro di noi. . Il tempo passa, familiarizziamo dolcemente con noi stessi ed ecco che ci viene voglia di dedicarci a un passatempo, di scoprire i nostri talenti, le nostre convinzioni, le nostre opinioni e la nostra visione della vita.

Familiarizzando sempre di più con il nostro dialogo interiore, ci spingiamo più lontano nella ricerca. Ci interroghiamo in profondità su quello che siamo veramente e a questo punto la cosa diventa interessante. Ci lasciamo intenerire da tutte le prove che abbiamo tanto coraggiosamente superato, dai lutti e le separazioni che abbiamo dovuto vivere. Proviamo compassione per noi stessi, avremmo voglia di abbracciare questo innamorato ferito che non ha mai davvero saputo farsi valere.

Ci rendiamo conto di esserci mal giudicati, maltrattati, male amati e che è venuto il momento di recuperare il tempo perduto. Gli appuntamenti con noi stessi si moltiplicano al punto di arrivare a modificare la nostra agenda per trascorrere più tempo con questa nuova persona che scopriamo in un silenzio sempre più tranquillo.

Ci studiamo, ci osserviamo procedere, tentiamo di capirci e di accettarci così come siamo. Traiamo sempre più piacere dallo stare con noi stessi e dal diventare noi stessi; si instaura così una certa forma di armonia interiore. Concedendoci più attenzione siamo più sensibili ai nostri bisogni; le nostre scelte diventano più coerenti con i nostri desideri. Diventiamo meno esigenti, perché ci capiamo meglio, conosciamo i nostri limiti, il nostro potenziale, le nostre priorità, le nostre motivazioni profonde.

La nostra corazza si assottiglia, perché ne abbiamo meno bisogno. La comunicazione “sana” che stabiliamo con le nostre emozioni, i nostri desideri, i nostri bisogni ci aiuta a esprimere più facilmente quello che siamo. Quando siamo più importanti per noi stessi, compiamo meno scelte per ripicca, ci prendiamo il tempo di interrogarci e di sondare i nostri veri bisogni prima di agire. Ci perdoniamo più facilmente i nostri piccoli fallimenti, perché ci amiamo.

Ci amiamo con tutto il nostro essere. Riconosciamo il fascino delle nostre imperfezioni e gli sforzi che facciamo per migliorarci. Ci perdoniamo allo scopo di liberarci dalle nostre catene, dal nostro senso di colpa e della vergogna che ci segue come un’ombra.

Lavoriamo sodo per la nostra felicità riconciliandoci con noi stessi, con la nostra sofferenza e con il nostro passato. Vogliamo per noi soltanto una cosa: la felicità, con o senza accompagnatore nel nostro cammino di vita. Diventiamo indipendenti, non siamo più l’essere dipendente in fuga o in penitenza che eravamo.

Amarsi significa riprendere le speranze riappropriandosi della libertà di crescere e di diventare definitivamente autonomi.

martedì, 20 settembre 2011

Sviluppare la fiducia in sè ...

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Mano a mano che ci abbandoniamo dalla paura dell’abbandono cresce la fiducia in noi stessi e la meta dell’autonomia si fa più vicina …

Il dipendente affettivo coltiva un rapporto complesso con il concetto di fiducia. Non ha fiducia in se stesso e non ripone fiducia negli altri. Non ha nemmeno molta fiducia nella vita.

Ripone fiducia e poi la toglie secondo criteri che sono noti solo a lui. E’ stato messo a dura prova perché lo hanno tradito o perché ha vissuto esperienze infelici. Sviluppa quindi relazioni senza fiducia e in questo senso tutto si complica.

La fiducia in noi stessi si nutre di esperienze in grado di dimostrarci come tale fiducia possa instaurarsi comodamente senza venire tolta di mezzo. Quando siamo alle prese con la dipendenza affettiva, a richiamare la nostra attenzione sono soprattutto le esperienze contrarie. La fiducia è fragile.

La fiducia in noi stessi è un pilastro che ci aiuta a consolidare il nostro intimo. Più è solida meno facilmente crolliamo; essa si costruisce un mattone alla volta nel corso di occasioni varie che ci permettono di svilupparla. Quando c’è fiducia le cose funzionano, quando la si perde tutto crolla. Ogni certezza vacilla, non crediamo più nell’amore, nella sincerità, nell’impegno. Ricordiamo solo le ferite d’amore, provocate da una fiducia tradita.

Man mano che sviluppiamo la fiducia in noi stessi cresce l’indipendenza; disponiamo di munizioni a sufficienza per affrontare la vita e incassare rovesci senza dubitare di noi stessi. In questo modo dipendiamo meno dagli altri per la nostra sopravvivenza, non siamo più alla mercè della loro approvazione perché ci concediamo il permesso di scegliere il meglio per noi.

Nessuno possiede un’incrollabile fiducia in sé; tutti attraversiamo momenti di dubbio e di incertezza, è umano. Tuttavia, se conserviamo dentro uno stabile nucleo di fiducia in noi stessi, la vita diventa più facile, compiamo scelte migliori, esitiamo di meno.

Man mano che impariamo a conoscerci, a stimarci e ad affermarci, la fiducia prende piede. Quando il rapporto si stabilizza, quando le nuvole all’orizzonte si dissipano, la fiducia è là, ma un colpo basso può fare in modo che tutto crolli. I rapporti che seguono ne soffrono, il nuovo partner non ha il beneficio del dubbio bensì il fardello della prova. Considerato che non nutriamo fiducia, la gelosia ci ruba il nostro primo bacio, manomette tutto quello che l’altro dice e lo rende colpevole ai nostri occhi. Vorremmo, ma non ci riusciamo.

Ci affidiamo al tempo che passa affinchè sistemi le cose. E tutto questo lo viviamo in silenzio, nel sospetto, cosa che non ci aiuta. Parlarne è necessario.

Aprendoci, ci lasciamo scoprire per quello che siamo. Apriamo la porta ad una relazione basata sulla comunicazione, cosa che facilita l’instaurarsi di un rapporto di fiducia.

La fiducia si sviluppa aprendosi ad esperienze di coppia costruttive. Per farlo, occorre compiere buone scelte, ossia evitare di seguire l’istinto del bambino ferito che cerca ad ogni costo di rivivere esperienze che gli permettano di porre rimedio al passato. Occorre cambiare rotta!!!

Fiducia in sé significa avere esperienze a sufficienza per convincersi del proprio valore personale. A questo proposito, occorre conoscersi ancora di più per riuscire a distinguere i punti deboli da quelli forti, calcando la mano su questi ultimi. Siamo consapevoli degli ambiti in cui abbiamo del talento, di ciò che riusciamo a compiere con facilità e dei motivi per i quali gli altri potrebbero essere interessati a noi.

La fiducia in sé è un segno di forza; segna il confine tra quelli che osano e quelli che si bloccano.

Se vi chiedo di elencarmi dieci delle vostre più belle qualità, in mancanza di fiducia me ne fornirete una o due, dopo molte esitazioni. Se invece avete fiducia in voi mi elencherete con sicurezza le qualità e farete lo stesso per quanto riguarda i punti deboli.

Per sviluppare la fiducia in se stessi occorre concedersi dei diritti che ancora non erano stati rivendicati, ad esempio il diritto di dire “No”, di cambiare idea o di sbagliare. Si acquisisce fiducia a forza di provare e di osare ad essere. Nessuno è immune dal fallimento o dal rischio di perdere la faccia. Chi osa avrà sempre il merito di averci provato. E’ attore della propria vita!

Quando osiamo, sviluppiamo la fiducia in noi stessi e questo ci aiuta ad osare di più, fino a farci gonfiare d’orgoglio. Ci affermiamo con più facilità, ci esprimiamo meglio, ridiamo dei nostri errori, ci prendiamo meno sul serio, siamo più clementi nei nostri confronti e, in questo senso, ci risulta più facile esserlo nei confronti degli altri.

La fiducia che riponiamo in noi influenza i nostri pensieri, le nostre azioni, il nostro giudizio e le nostre scelte. Il dipendente che sviluppa la fiducia in se stesso è, tutt’un tratto, un po’ meno dipendente. Si crea più spazio per la libertà all’interno della coppia uscendo dalla spirale della gelosia e del possesso.

Quello che ieri sembrava troppo bello per essere vero diventa realistico, possibile e compatibile con la nostra realtà. Quando in una relazione si instaura la fiducia, le basi si consolidano e la vita quotidiana diventa più semplice.

E allora come procedere???? Imponendosi delle esperienze arricchenti e nutrienti sul piano emotivo. Imparando a conoscersi, a dare il giusto peso alle cose; nulla è del tutto nero o del tutto bianco. Sviluppare la fiducia in se stessi esige tempo, energia e attenzione, implica l’impegno sul piano personale e, soprattutto, l’azione. Solo “pensare di …” come sappiamo bene ha i suoi limiti, è l’esperienza che fa in modo che la trasformazione si avveri. Occorre fare esperienza di vita e guardare se stessi agire, in interazione con gli altri.

E come in ogni percorso di crescita la strada più efficace è quella di ricentrarsi su se stessi, di esprimere a parole quello che si sente e di agire in prima persona ….

lunedì, 19 settembre 2011

Sbarazzarsi dalla paura dell’abbandono ….

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Eccoci forse alla parte più difficile del percorso verso la libertà dalla dipendenza affettiva: la paura dell’abbandono.

Una delle opinioni più diffuse in materia di dipendenza è che la causa profonda di quest’ultima affondi le radici nell’infanzia. Ogni dipendente affettivo ha seguito un suo percorso disseminato da insidie, che lo ha condotto a credere di non valere quanto gli altri, di dover fare i salti mortali per meritare di essere amato. Tuttavia il tipo di cammino che lo ha portato a convivere con il fardello dato dalla dipendenza affettiva non ha importanza; è tutta sua la responsabilità di liberarsi da questa morsa.

“Il senso di abbandono e le difficoltà che sopraggiungono in seguito alle separazioni sono inestricabilmente legate alla prima esperienza vissuta con la madre o con chi ne ha fatto le veci” (C.Rivest). Che si tratti di esperienze di rifiuto nel cortile della scuola, di umiliazioni subite dai compagni di un ambiente familiare carente, di esperienze reali o temute di abbandono, è chiaro che il bambino è un essere vulnerabile e permeabile a numerose ferite.

Quando accenniamo alla nostra paura dell’abbandono, non ne siamo mai fieri. Ci crediamo deboli, abbiamo paura di venire congedati dal nostro ruolo di amanti devoti. E’ tutto il contrario. Rivelare la nostra paura di essere abbandonati è un gesto che dimostra una buona conoscenza di sé e grande autenticità. E’ il primo passo per tenere a bada il fuggiasco che è in noi, che al primo segnale d’attacco si mette in salvo o si impegna anima e corpo a guardarsi bene le spalle.

Questa smisurata paura dell’abbandono, che paralizza il dipendente affettivo, si accompagna ad una collera repressa e a una rabbia che non ha mai potuto esprimersi. Probabilmente risale al giorno in cui i genitori si sono separati, secondo lui per colpa sua. Oppure al giorno in cui ha perduto qualcuno di così caro che tutto l’amore del mondo non è stato in grado di sostituire.

E’ possibile vivere con una perdita e sopravvivere a essa senza negarla. Non ritengo realistico cercare in qualcun altro quello che manca dentro di noi. E’ un esercizio di compensazione che non conduce da nessuna parte. Anche se abbiamo vissuto perdite importanti, c’è ancora posto per l’amore, per la tenerezza, per qualcosa di altro.

Tentando di compensare una perdita con una presenza, sprechiamo tempo ed energia. E’ più opportuno lasciare dentro di noi uno spazio per coloro che sono scomparsi e ancora più spazio per un nuovo amore o per un’amicizia che nasce. In questo modo viviamo il lutto di un mondo perfetto, una famiglia perfetta, e accettiamo che la vita abbia anche la sua parte di sofferenza.

Ripiegandoci su noi stessi e sviluppando una corazza così spessa che nessuno oserà avvicinarsi, non facciamo altro che privare il nostro essere del suo legittimo bisogno d’amore o di compagnia.

Per paura di essere rinnegati o abbandonati neghiamo noi stessi e ci abbandoniamo. Privarsi della tenerezza e dell’affetto di cui si ha tanto bisogno per paura di soffrire ancora è un po’ come mutilarsi il cuore. Sì il bambino che siamo stati avrebbe davvero avuto bisogno dell’adulto che non è mai tornato!

L’angoscia emotiva legata alla paura dell’abbandono è terribile e proprio perché fa così male usiamo tutti gli espedienti possibili per evitare di vivere questo strazio interiore così profondo.

Tuttavia, fintanto che la sfuggiremo, questa paura ci perseguiterà senza tregua. Per sopravviverle occorre affrontarla, analizzarla, guardarla bene in faccia a lungo. Quando urla dentro di noi, è la testa che parla al cuore.

Tutto il dolore che da così tanto tempo viene soffocato ha bisogno di essere evacuato attraverso le lacrime. Quando ce ne liberiamo, a liberarsi è un intero universo, disponibile ad un amore lucido e ad un’amicizia disinteressata.

Talvolta un buon pianto non è sufficiente, si tratta di un percorso che conduce all’accettazione; occorre lasciare la presa, abbandonare certe credenze sbagliate.

Prima di tutto questo, la tappa più importante è prendere coscienza di questa terribile paura dell’abbandono. Se la persona amata dovesse lasciarci, dopo che abbiamo dato tutto a questa relazione … Se la persona nella quale riponiamo più fiducia e con la quale condividiamo la vita dovrebbe esserci infedele … Se un giorno, senza aspettarcelo, al nostro ritorno dovessimo trovare la porta chiusa a chiave … Se lui non dovesse ritornare mai più …  Questi pensieri ci ossessionano giorno e notte, fino a quando non accettiamo la parte di rischio di una relazione.

Dopo aver preso coscienza, dopo esserci ricentrati su noi stessi invece di cercare di immobilizzare l’universo intero per placare la nostra insicurezza, c’è ancora qualcosa da fare. Dopo essere diventati più tolleranti nei confronti dell’imperfezione del mondo, dell’onnipresente rischio di perdere ad ogni secondo quello che credevamo nostro di diritto, c’è ancora qualcosa da fare.

ESSERE FIERI!  Fieri di quello che abbiamo compiuto fino a qui, nonostante la sofferenza, al di là delle umiliazioni, dell’angoscia e talvolta persino dell’abbandono vero e proprio. Abbiamo motivo di essere fieri: siamo cresciuti nonostante queste perdite, abbiamo preso forma, ci siamo rafforzati; siamo in vita, ci stiamo costruendo.

In ragione della sua paura dell’abbandono, il dipendente affettivo attraversa momenti di scoraggiamento e disperazione. Finisce con l’infliggersi sevizie affettive, ad esempio lasciare qualcuno che ama per paura di essere tradito. Nonostante tutta la sofferenza e l’angoscia emotiva che questo sentimento fa vivere, l’abbandono più penoso che si possa subire è quello di lasciarsi perdere da soli.

Non è facendo in modo che l’altro non si allontani di un millimetro che ci immunizziamo dall’abbandono, bensì assicurandoci che, qualunque cosa accada, come individui noi non ci abbandoneremo.

Sopravviviamo alle perdite, alla partenze e ai tradimenti sviluppando un amore incondizionato verso noi stessi, un amore verso il nostro essere imperfetti, affascinanti e coraggiosi. Attraverso queste prove, ci rendiamo conto di essere ancora lì a raccogliere i nostri cocci, a pulire le nostre zone sinistrate, ad aspettare giorni migliori. Nonostante tutte le sofferenze siamo ancora lì, vivi e vibranti animati da questo desiderio di vivere e i essere felici. Ne vale la pena! Abbiamo cercato ovunque l’amore perché sappiamo che ce lo meritiamo. Poi, incamminandoci, impariamo ad amarci di più. Diventiamo il nostro migliore amico, quello che c’è, che è presente persino nel cure della tempesta. Diventiamo il nostro genitore, quello che ricorda ogni tappa della nostra vita.

Siamo le persone meglio qualificate per coccolare il nostro bambino interiore, per acclamare il nostro coraggio e la nostra determinazione, per prometterci di prenderci cura di noi, qualunque cosa succeda. E’ così che generiamo l’amore di cui avremo tanto bisogno, agendo come un genitore pieno di tenerezza e capace di rispondere ai nostri bisogni. Siamo dunque pronti a tutto per farci piacere, siamo responsabili della nostra felicità.

Più prendiamo coscienza di avere il potere di agire e concretamente sulla nostra vita e di aiutare il bambino ferito in noi a ricostruire se stesso, meno ci lasciamo paralizzare dalla paura dell’abbandono, perché ora abbiamo il potere di prenderci un impegno verso noi stessi e di non abbandonarci più.

Adesso possiamo riporre fiducia nella vita. La nostra terribile paura dell’abbandono smetterà di incuterci timore. Progredendo, arriviamo ad averne abbastanza di essere ostaggio della paura; abbiamo solo voglia di stare bene ….

venerdì, 16 settembre 2011

Sbarazzarsi della vergogna ....

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(immagine trovata nel web senza alcun riferimento)

 

Continuiamo il cammino verso la libertà occupandoci ora della vergogna.

Quando ci vergogniamo, ci svalutiamo e questo nuoce alla nostra autostima. IL nostro giudizio inoltre rafforza il senso di colpa. Ci vergogniamo e quindi ci scusiamo ulteriormente. In ultima analisi, ci scusiamo perché qualcun altro non ha avuto rispetto verso di noi.

E’ un mondo alla rovescia. Siamo stati vittima di un’ingiustizia o diun trattamento sleale e invece di provare rabbia, di ribellarci, aggiungiamo al nostro dolore una vergogna che non era nemmeno destinata a noi.

A braccetto con il senso di colpa la vergogna ci trascina in una danza macabra lontana dalla nostra personale realizzazione e lontanissima dalla libertà. Questi sentimenti ci imprigionano, ci isolano e ci derubano della nostra energia.

Quando si è dipendenti, si è ipersensibili all’atteggiamento di coloro che ci circondano, ai loro commenti, alle loro critiche e ai loro rimproveri. Ci si aspetta che verso di noi siano più clementi. Ancora una volta sono speranze vane; noi non  abbiamo il potere di cambiare gli altri. Darsi da fare per cambiare se stessi, invece, è un progetto di vita.

La vergogna si nasconde in noi e quindi sta a noi sbarazzarcene. Concedendole sempre meno spazio, la mettiamo alla porta. La vergogna si nasconde in fondo alla nostra fragilità, al nostro desiderio di perfezione e al nostro bisogno di piacere a tutti.

La vergogna ferisce la nostra dignità e ci fa credere di essere degli inferiori e dei deboli. Amplifica il nostro senso di incompetenza, la nostra insicurezza e la nostra paura di essere ancora una volta respinti.

La vergogna è un grande velo di tristezza, di impotenza e di rabbia repressa che seppellisce la nostra volontà di essere. Il suo scopo principale è quello di rafforzare il nostro atteggiamento di vittima, la nostra impotenza, la nostra passività.

Proviamo a prendere coscienza che la stima di cui abbiamo bisogno per ricostruire noi stessi non viene dall’esterno bensì da dentro di noi!

A far nascere la vergogna è la convinzione di essere sporchi, di aver perduto una forma d’orgoglio e di non meritare più il rispetto. La vera dignità rimane intatta; l’unico problema è che la vergogna la vela e la nasconde.

Incamminarsi verso la libertà significa soprattutto sbarazzarsi delle credenze errate e dei soffocanti sentimenti negativi che appesantiscono il cammino. E’ soltanto rifiutando in maniera categorica di lasciarsi insidiosamente imporre un’ingiustificata vergogna che delimitiamo il nostro territorio interiore. La vergogna è pericolosa, perché si insedia nel nostro intimo, nei nostri pensieri profondi e nella nostra privacy. E nessuno ha il diritto di venire a calpestare queste aiuole!

Ci vergogniamo di noi perché ci hanno mentito sulla nostra persona. Ci sono stati tenuti nascosti tantissimi aspetti belli e non si è preso il tempo di sottolineare i nostri punti di forza.

A furia di vergognarci e di sentirci in colpa, ci isoliamo. Nutriamo un senso di insicurezza nei confronti del mondo esterno. Ci diciamo che, a casa nostra, nessuno può farci del male.

Man mano che sprofondiamo in un isolamento rivendicato dalla vergogna, cresce la difficoltà a instaurare rapporti con persone nuove. Si finisce con il credersi contagiosi e indesiderabili e non c’è nessuno ad affermare il contrario.

Come uscirne??? Imparando ad amarci. A forza di amarci e di volerci bene, compiamo scelte di vita nelle quali non c’è posto per sentimenti distruttivi.

Iniziamo le grandi pulizie tra i nostri pensieri. Prendiamoci il tempo di comprendere che siamo persone di valore, degne di amore e che soprattutto hanno il diritto di sbagliare.

La vergogna può essere sostituita dalla tenerezza lasciando così il posto ad esperienze valorizzanti. La vergogna che proviamo è spesso un profondo sentimento di ingiustizia, impotenza, rabbia e tristezza.

Sbarazzandoci delle false credenze e dell’ingiustificato senso di colpa permettiamo a emozioni più “sane” di venire alla luce. Emozioni che nascono dal nuovo senso di fiducia che proviamo nei nostri confronti, fiducia che ,vincendo la vergogna e il senso di colpa , ci fa ri-trovare il senso del nostro essere nel mondo …..

 

“ La vergogna non è essere inferiori all’avversario,

è essere inferiori a se stessi …” M.Mandchoue

giovedì, 15 settembre 2011

Sbarazzarsi del senso di colpa ….

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Ulteriore passo in avanti per liberarsi dalla dipendenza affettiva è sbarazzarsi del senso di colpa.

Poiché si vergogna dei comportamenti generati dalla sua dipendenza e si sente colpevole a priori, il dipendente affettivo si scusa di esistere. Il profondo senso di colpa che avverte altera le sue percezioni. Si colpevolizza rapidamente, perché si sente responsabile della felicità altrui e crede, appunto per questo, di essere direttamente responsabile dell’infelicità di chi gli sta vicino.

E’ colpevole di non esserci stato, di non essere stato abbastanza presente, di aver soffocato l’altro o di averlo amato male.

Si condanna senza pietà. E’ sua colpa, sua grandissima colpa! Di fatto il senso di colpa, alimentato dal dipendente stesso, gli permette di auto flagellarsi. Attraverso questo sentimento, conserva una certa forma di coerenza nel concetto che ha di se stesso: si crede indegno di fiducia e di amore. La sua paura di perdere l’altro viene rafforzata dal senso di colpa; è convinto di aver fatto qualcosa di grave, di non meritare di essere amato.

Poiché si sente colpevole, il dipendente teme di essere smascherato, teme che si scopra in lui un impostore. La sua unica via d’uscita è quella di scontare la sua pena, ossia asservirsi ulteriormente per pagare il suo debito.

Il senso di colpa affonda le radici fin dall’infanzia, dove il dipendente si è sentito a torto responsabile di dolorose perdite. Può avere avuto la sensazione di derubare qualcuno dell’amore, dell’attenzione o di certi momenti di tenerezza che non si riteneva degno di meritare. L’amore era così raro che è stato costretto a rubarlo oppure era talmente presente che ha creduto di averne privato gli altri a causa della sua avidità. Poco importa in quale momento si è instaurato il senso di colpa, è comunque nato da una credenza errata che si è fossilizzata.

La dipendenza affettiva si nutre del senso di colpa. Quest’ultimo crea l’impressione di un debito inestinguibile in colui che si lascia guidare da esso. Scatena reazioni talvolta esagerate; chi è dominato dal senso di colpa si dà senza riserve, è disponibile e non si rispetta, il tutto perché ha sete di amore. Esso si nutre del vuoto che regna nel cuore del dipendente.

Più ci sentiamo colpevoli, più ci scusiamo di esistere e più facciamo spazio agli altri.

La maggior parte delle pene che ci infliggiamo non sono il frutto di un giudizio esterno, bensì la convinzione di essere nel torto. Il dipendente affettivo sopraffatto dal senso di colpa si scusa di continuo. Si scusa di chiedere, di arrivare un secondo in ritardo, di non aver risposto abbastanza velocemente al telefono; si scusa alzandosi il mattino e si addormenta perdonato a metà.

Il senso di colpa del dipendente non è solo nocivo e inutile, è anche per la maggior parte delle volte ingiustificato. Il dipendente si trascina appresso, insieme al senso di colpa, un fardello che in genere non gli appartiene. La colpa rende fragili le persone saziandosi di rimpianti e di rimorsi. Blocca la nostra volontà di liberarci della dipendenza rafforzando quest'ultima.riduce ai minimi termini l'idea che abbiamo del nostro valore.

Il senso di colpa nasce unicamente dentro di noi; crediamo che scaturisca dall'opinione degli altri, in realtà siamo noi che proiettiamo la nostra paura e il nostro senso di impotenza davanti agli occhi di chi incontriamo. Esso è un fardello molto pesante da portare che impedisce di guardare avanti. È un veleno molto tossico, soffoca il desiderio di affermazione condannandoci a rifiuti immaginari.

Essere colpevoli significa essere muti. Il senso di colpa ci imprigiona mediante un ventaglio di emozioni negative. È talmente presente, fedele e opprimente, da abbarbicarsi a noi, che non riusciamo più a liberarcene. Attacca senza posa la fiducia in noi stessi, fa fallire i nostri tentativi di affermarci e ci ricorda in continuazione ogni nostra piccola mancanza.

Esso ci pervade a tal punto che abbiamo l'impressione di portare tatuati in fronte tutti i nostri fallimenti, vergognandoci di noi stessi.

Siamo sicuri che le persone ci giudichino, pensino male di noi e non si fidino. Il senso di colpa ci fa scivolare in un cupo declino. È come se ci condannassimo da soli allo status di indesiderabili senza aspettare il verdetto del mondo esterno.

Il senso di colpa contribuisce ad alimentare una visione mediocre di noi stessi e, di conseguenza, relazioni malsane che ci confermano questa percezione. Portiamo così avanti circoli viziosi e rapporti che non sono costruttivi.

Al suo parossismo esso ci conduce lungo sentieri cuoi e baltici. Diventiamo allora dei fuggiaschi che tentano di negarlo, anche se in fondo è questa sensazione a condurre le danze.

Il senso di colpa è un va porosi energie, non porta a niente di buono, nessuna soluzione, nessuna buon intenzione; esso si limita solo a farci sprofondare sempre di più ....

 

martedì, 13 settembre 2011

Affermarsi ...

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Il secondo passo verso la riconquista della propria libertà liberandosi così dal giogo della dipendenza affettiva è AFFERMARSI.

Affermarsi significa mettere allo scoperto la propria identità. Vuol dire prendersi lo spazio vitale che ci spetta, nel rispetto di ogni essere umano.

Affermandoci, facciamo sapere che esistiamo, che abbiamo come tutti un valore, delle opinioni e un’identità. Raramente è necessario fare esercizio di affermazione dando fiato alle trombe. In genere è sufficiente prendersi lo spazio che ci spetta.

L’affermazione di sé affonda le radici nella considerazione che abbiamo di noi stessi. Imparando a conoscerci, a conoscere le nostre forze e le nostre debolezze, prendendoci il tempo di scoprirci e di amarci per quello che siamo, arriviamo a capire di essere unici.

Più fiducia abbiamo in noi stessi, nel nostro valore e nella nostra capacità di esprimere chiaramente i nostri bisogni, più diventa facile prendere il nostro posto.

Per il dipendente affettivo affermarsi è difficilissimo, perché non conosce i propri limiti, ha una paura sconfinata di perdere l’altro e un’autostima molto scarsa. Per arrivare ad affermarsi, è necessario innanzitutto fissare dei limiti, mettere dei confini, per quanto stabilirli gli riesca difficile e nonostante la paura delle reazioni altrui e di quello che gli altri diranno.

Imparando ad affermarsi, il dipendente affettivo si concede il diritto di dire “NO” quando, dentro di lui, è “NO”. Anche se sappiamo che il senso di colpa potrà coglierci, siamo consapevoli che dire “SI” quando è “NO” rappresenta una palese mancanza di rispetto verso noi stessi. Porre dei limiti non significa non dar prova di generosità o buonsenso, bensì smettere di tollerare gli abusi per mancanza di autostima.

Affermarsi significa anche correre il rischio di esprimere la propria opinione, nonostante sia impossibile che soddisfi sempre tutti all’unanimità. Nel farlo esercitiamo la nostra libertà di espressione, la libertà di pensare ed essere.

Affermarsi vuol dire:

  • Scegliere tra varie possibilità in funzione dei nostri bisogni
  • Scegliere ciò che rientrerà nella nostra giornata e come organizzeremo il tempo
  • Scegliere le persone che vogliamo frequentare, invece di lasciarci guidare sempre dal caso
  • Scegliere i nostri abiti, anche se non siamo più abituati e ci vorrà del tempo
  • Scegliere il canale televisivo che vogliamo vedere
  • Scegliere il film da noleggiare.

Occorre avere il coraggio di esprimere i propri bisogni e le proprie aspettative, senza imporli né trasformarli in esigenze per l’altro.

E’ importante condividere i propri bisogni anzitutto con se stessi, giacchè siamo noi la persona più in grado di soddisfarli, e poi con gli altri, che non possono sempre indovinare tutto. E’ un modo di dire che esistiamo. Abbiamo dei bisogni, delle aspettative, dei desideri, delle attese e dei sogni. Esprimerli significa dar loro vita. Possiamo condividerli, ripristinando così tutta la loro legittimità.

Affermarsi significa anche:

  • Accettarsi per quello che siamo nel rispetto dei nostri aspetti più complessi, in funzione delle nostre zone grigie
  • Accettare la nostra identità, anche quello che sembra fare di noi una persona ai margini, anche se gli altri hanno difficoltà ad accettare la nostra differenza.

Infine affermarsi vuol dire:

  • Sviluppare un’immagine positiva di noi stessi anche se, come tutti abbiamo le nostre debolezze, i nostri fallimenti, i nostri momenti di dubbio e di incertezza
  • Concedersi il diritto di esistere
  • Assumersi il rischio di vedere chi ci sta intorno cambiare atteggiamento di fronte a noi man mano che ci affermiamo.

Per affermarsi occorre essere pronti a rinunciare di piacere a tutti. Per compensare, iniziamo ad marci di più. Ci permettiamo di assaporare la nostra scalata al successo: ri-trovare noi stessi!

Affermarsi non è sempre facile. Possiamo iniziare da situazioni che giudichiamo meno importanti o meno rischiose, compiendo scelte che in seguito possono anche creare disturbo. Da principio ci affermiamo con goffaggine, talvolta abbandoniamo il nostro fazzoletto di territorio sconfinando in quello del vicino. Tuttavia, possiamo sempre ritirarci ed essere consapevoli che il fatto di affermarsi richiede molta pratica.

Ogni esercizio di affermazione genera risultati concreti e un beneficio che si propaga dentro di noi. Tocchiamo con mano il nostro potere personale e la capacità di esprimere i nostri bisogni. Questo ci trasmette soddisfazione, una forma di legittimità. Le nostre scelte diventano libere e consentite; insomma esercitiamo quello che è il libero arbitrio.

Imparando ad affermarci, forgiamo il nostro carattere e rafforziamo la nostra identità …..

 

(se ti va continua a seguirmi nel prossimo post …….)

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