martedì, 01 maggio 2012

" Sono qui e ti Ascolto ...."

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Viviamo in una società che si autodefinisce come “società della comunicazione”, ma paradossalmente uno degli aspetti più in crisi è proprio la comunicazione.

Oggi tutti possono comunicare in qualunque momento, ovunque si trovino, con qualsiasi luogo del mondo e con chiunque, in pochissimi istanti e per tutto il tempo che si vuole, a bassissimo costo. Ma questo straordinario aumento quantitativo si è accompagnato ad una grave compromissione del livello qualitativo: il risultato è una comunicazione alienata e alienante.

Ormai la maggior parte della comunicazione è costituita da rapporti tramite telefono, TV e computer con sms, e-mail, chat, face book, ecc. E se da un lato tutto ciò favorisce la trasmissione di alcuni messaggi , dall’altra si pone come barriera per una comunicazione completa, naturale e profonda.

Tuttavia anche le comunicazioni dal vivo sono gravemente compromesse. Basta assistere al colloquio tra due persone qualunque o ad uno dei tanti dibattiti televisivi.

La comunicazione, per essere veramente tale, dovrebbe essere soprattutto fatta di “ascolto attivo”. E non c’è cosa più difficile di trovare oggi una persona capace di ascoltare.

Ogni colloquio, ogni dibattito, non sono altro che un parlarsi addosso, un bisogno di sputare fuori valanghe di rumori (non parole autentiche, ossia messaggi simbolici condivisi). Quello che emerge soprattutto è una chiusura rigida alla ricezione di messaggi provenienti dall’altro, e d’altro canto, invece, un bisogno irrefrenabile di sovrapporsi, di interrompere, di impedire la comunicazione altrui.

Il silenzio, elemento indispensabile del “ben comunicare”, senza il quale l’ascolto è impossibile, è divenuto una delle cose più rare in un dialogo. Sono pochissime le persone che riescono a realizzarlo. Tutti sono concentrati nell’udire le proprie parole, ma nessuno è disposto ad ascoltare in silenzio i messaggi dell’altro.

“Meraviglioso il silenzio! Eppure noi moderni, forse perché lo identifichiamo con la morte, lo evitiamo, ne abbiamo quasi paura. Abbiamo perso l’abitudine a stare zitti … Solo nel silenzio è possibile tornare in sintonia con noi stessi …. Mai come oggi il mondo avrebbe bisogno di maestri di silenzio e mai come oggi ce ne sono così pochi ..” Tiziano Terzani

E’ rarissimo poter assistere o partecipare ad un dialogo vero: ormai si tratta di ricorrenti, inutili, frustranti e alienanti monologhi che si sovrappongono tra loro.

E quindi, se è vero che oggi, grazie alle nuove tecnologie, possiamo parlare sempre, ovunque e con tutti, è anche vero che spesso non possiamo comunicare con nessuno, in nessun momento e in nessun luogo, nemmeno in casa nostra.

L’isolamento è sempre più drammaticamente una triste e dura realtà quotidiana. Parlare è una cosa, ma comunicare è ben altro

Ecco quindi che sempre più persone richiedono l’intervento di uno specialista per soddisfare il loro bisogno di ascolto.

Il Counseling, definito anche come “arte di Ascoltare” è quella relazione d’aiuto in cui il Counselor  mira a creare uno spazio protetto in cui il Cliente si senta accolto, rispettato e, soprattutto, ascoltato.

Attraverso il “dialogo”, che in questo caso mantiene il senso etimologico di “discorso alterno fra due o più persone”, il Counselor aiuterà il cliente  a “trarre fuori” quello che prima era rimuginato in maniera ripetitiva e solitaria.

Ascoltandolo, riformulando il contenuto di quello che mi dice permettendomi quando necessario di avere l'umiltà di dire "scusa, non ho capito", cerco , nel mio lavoro di Counselor, di far sentire quanto più possibile il cliente accolto , com-preso, non giudicato, accettato incondizionatamente per quello che è, rimandandogli la sua unicità come qualcosa di prezioso.

I miei clienti sanno che nel “tempo e nello spazio del counseling” , ci siamo solo lui ed io con il mio ascolto totale e l’apertura di tutti i miei sensi per ricevere tutto quello che emerge.  

E il cliente inizia a parlare … piano piano si affida, prende coraggio e tutto quello che era una matassa ingarbugliata di pensieri senza confini inizia a fluire nel racconto , nello svelamento  di parti di sé fin’ora ignote. E’ come un fiume caldo in cui ci immergiamo per ri-trovare quelle pepite preziose che gli permetteranno poi di risalire la corrente, fiducioso di avere in tasca un tesoro.

Ecco quindi che l’Ascolto, nel suo originale significato di “porgere attentamente l’orecchio”, ha permesso di srotolare il filo recuperando quelle “energie sopite” che spesso una cattiva e faticosa comunicazione soffoca …..


Se hai voglia di essere Ascoltato puoi prenotare un colloquio di prova con me, assolutamente gratuito e non vincolante, telefonando al 347 1751469 oppure scrivendo a gabriellacosta@artcounseling.it .

Per chi abita fuori Roma anche su Skype: gab.costa1

giovedì, 05 aprile 2012

Come liberarsi dai “blocchi” emozionali ..

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Essere bloccati a livello emozionale non è divertente, anzi: è molto doloroso, poiché ci tiene intrappolati in schemi obsoleti di autodistruzione. I sentimenti che ci incatenano ci impediscono di realizzare i desideri del cuore e dell’anima.

Tuttavia noi vogliamo avere sia i sentimenti e le emozioni che i pensieri; i primi danno colore alla vita, la fanno scorrere, i secondi contraddistinguono gli eventi della nostra vita; quando li elaboriamo, sappiamo chi siamo, quando li ricordiamo, sappiamo chi eravamo e chi potremo diventare. Quando i sentimenti e le emozioni ci stimolano, ci sentiamo vivi; quando i pensieri ci guidano, siamo “saggi”.

Come possiamo dunque svincolarci da tutte quelle introiezioni che bloccano il libero fluire della nostra energia?

La risposta apparentemente è facile: è necessario liberare i primi dai secondi e lasciarli agire indipendentemente. A parole sembra facile, ma solo se si comprende il concetto fondamentale si riuscirà nell’intento. Una emozione nasce da una sensazione e da un pensiero, ma non è né una sensazione né un pensiero. Quando sentiamo qualcosa a livello interiore, abbiamo una sensazione, ma non siamo la sensazione; quando pensiamo, siamo coloro che elaborano il pensiero, non quest’ultimo. Le emozioni sono, dunque, una proiezione di sensazioni e pensieri; ciò che li unisce è l’energia che conferiamo a questa proiezione.

Credo che emozioni, sensazioni e pensieri siano come un film: l’immagine cinematografica che vediamo sullo schermo viene creata dalla proiezione di due bobine, ognuna delle quali viene attraversata da una luce. L’interazione fra questa e le immagini riprodotte sulle bobine dà origine a quanto vediamo sullo schermo; da sole le singole immagini non hanno vita, non suscitano né sensazioni né pensieri. La loro realtà è determinata da noi mediante l’energia che inviamo al testo, alla rappresentazione, al film, che vive solo grazie ad essa.

Ogni tanto, tuttavia, sorgono problemi nel processo di registrazione, di osservazione o di interpretazione. Forse qualcuno interferisce con il funzionamento del proiettore immettendovi sensazioni e pensieri che non ci appartengono. Talora le proiezioni delle sensazioni e dei pensieri entrano in conflitto tra loro: non riusciamo più a separarli, a distinguere ciò di cui ha bisogno il corpo e ciò di cui necessita la mente. Forse il nostro hardware è danneggiato e la luce non funziona; quanto vediamo sullo schermo genera confusione; in alcuni casi potrebbe addirittura essere bianco. Da tale problema nascono disturbi organici, squilibri del sistema energetico e blocchi emotivi; al di là delle sue specifiche manifestazioni, sensazioni, pensieri e processi emozionali possono risultare gravemente compromessi.

Unica soluzione AFFRONTARE IL PROBLEMA, l’unico modo per risolvere uno stato di confusione emozionale è AFFRONTARLO!

A poco servirà evitarlo cercando di razionalizzarlo oppure tentando di identificare possibili scappatoie.

Prima o poi, come bravi tecnici, dovremo infatti esaminare ogni punto valutando la presenza di possibili “errori” e apportando le debite “correzioni”.

E’ necessario, quindi, eliminare strato per strato, schemi o disagi emotivi, seguendo le luci e le “indicazioni” che ci riportano alla corretta percezione di sensazioni e pensieri. In questo caso un percorso di Counseling potrebbe fare al nostro caso. Il Counselor, come una guida, potrebbe accompagnarci in questo viaggio nelle profondità di noi stessi alla ricerca della “luce”, le risorse momentaneamente perdute, ma sempre pronte ad essere riscoperte e riportate in superficie.

Riacquistare e sviluppare il proprio potenziale porterà, quindi, ad un innalzamento della propria autonomia personale con la conseguente maggiore capacità decisionale. Il risultato di tutto questo, dunque, sarà un ritrovato ben-essere e un sostanziale aumento dell’autostima.

Prima di tutto questo è necessario:

 

  •  Porre sentimenti ed emozioni al centro del palcoscenico
  •  Isolare la sensazione che ci ha causato il blocco
  • Isolare il pensiero in rapporto alla sensazione
  • Saldare il debito a cui la sensazione e il pensiero erano legati

 

 

Ma tutto questo nei prossimi post …….

 

lunedì, 16 gennaio 2012

Imparare a non far nulla …..

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Forse vi state chiedendo cosa ci faccia un post sul “far niente” in un blog che parla di crescita personale.

Certo lo sviluppo personale comporta attivismo, movimento, energia e dinamismo! Nessuno nega anzi che l’attivismo sia probabilmente la componente più conosciuta e pubblicizzata dell’evluzione della persona, e tuttavia, anch’essa è solo un aspetto. Nessuno riesce a mantenersi attivo, dinamico e pieno di energie per tutto il giorno, e nessuno può inserire la quinta marcia e sfrecciare a gran velocità senza mai rallentare.

Forse credete che non fare niente sia la cosa più facile del mondo, ma per qualcuno è praticamente impossibile. C’è chi non riesce a lasciare un lavoro a metà, chi non ce la fa a concedersi nemmeno un piccolo intervallo anche se è esausto, e chi non prende assolutamente in considerazione l’idea di delegare a qualcun altro anche una piccola parte del proprio lavoro. Al solo pensiero di sedersi un attimo a oziare, queste persone subiscono un attacco di ansia che le costringe a riprendere la ricerca di qualcosa da fare.

Se pensate che stia esagerando, vi assicuro che, al giorno d’oggi, si tratta di un problema reale, di un’ossessione per l’attivismo di cui soffrono molte persone, dai manager, e dai direttori d’azienda fino alle casalinghe.

Spesso il problema si manifesta inizialmente quando si deve far fronte ad una situazione particolarmente stressante, in tale occasione si cerca di ricorrere a tutte le energie disponibili per superare l’ostacolo e per sostenere la fatica fisica ed emotiva conseguente; in altre parole si innesta la quinta. Noi tutti possediamo le risorse per far fronte a circostanze particolarmente impegnative, ma non si tratta di energie inesauribili.

Dato che lo stress e gli effetti negativi che lo accompagnano si manifestano gradualmente e furtivamente, è difficile giudicare quando non se ne può più. Di solito si sottovalutano i sintomi fisici di allarme, come i mal di testa, gli stati di affaticamento, o l’insonnia, e maggiore è il nostro senso del dovere e più ignoreremo i segnali rivelatori di tali tensioni.

Un chiaro indice di iperattività è la smodata attenzione che riserviamo ai dettagli e l’ossessionante impegno nel fare tutte le cose in un attimo.

Se la coazione ad attivarsi eccessivamente non viene controllata in tempo,si esauriscono le riserve di energia e prima o poi affioreranno problemi di salute. Un classico esempio di sovraccarico di tensioni è rappresentato dall’esaurimento nervoso.

Come ho scritto sopra la persona dotata di un forte senso del dovere è particolarmente soggetta a scivolare in questa abitudine di prendersi troppe cose a carico. Capita poi che, malgrado abbia da lungo tempo superato la causa originale dello stress, la persona mantenga lo stesso ritmo forsennato perché non riesce a scaricarsi, e quindi nemmeno a recuperare le energie perdute.

Sovraccaricarsi di lavoro è indice dell’incapacità di prendersi davvero sul serio. La mancanza di comprensione dei propri limiti fisici deriva spesso da un’educazione in cui dal bambino ci si aspettava troppo e lo si stressava emozionalmente incitandolo a realizzare imprese eccezionali per guadagnare l’approvazione dei grandi.

Quando i genitori sono persone difficili da accontentare, è possibile che il figlio si venga a trovare in una situazione senza via d’uscita, perché non riuscirà mai a fare abbastanza per soddisfarli ed essere gratificato.

E’ questa l’origine dell’impegno disperato di coloro che si danno troppo da fare per risultare piacevoli, o per essere rispettati dagli altri.

A questi indefessi stacanovisti non passa mai per il cervello che possono essere approvati per quello che sono e non per quello che fanno, perché i loro genitori, molto probabilmente, ragionavano allo stesso modo.

Non tutti sono capaci di liberarsi dall’ossessivo attivismo da soli e in alcuni casi occorre chiedere aiuto; un percorso di crescita attraverso il Counseling o l’Arteterapia potrebbe aiutare a prendere consapevolezza del proprio valore, abbandonando così il copione “compiaci ad ogni costo” e recuperando il timone della propria vita.

Governare i propri livelli di attività significa imparare a guadagnare tempo per se stessi, liberarsi da un senso del dovere morboso e squilibrato per ritagliare momenti di ricreazione in cui poter riprendere fiato. Una volta esaurite le energie per eccesso di attività, occorre tempo per farle tornare al livello normale, quindi prima si impara a stare senza fare nulla e meglio sarà ….

martedì, 30 agosto 2011

… Perché restare un fuscello quando potremmo diventare una quercia??? …

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Se tu volessi andare in parapendio prenderesti un paio di ali qualunque e ti lanceresti dalla prima montagna che ti capita senza neanche controllare che vento tira???? Noooooo !

Probabilmente inizieresti a chiedere in giro a qualcuno che lo sa già fare, magari daresti un’occhiata a Internet o compreresti un libro su “come fare a …” e alla fine ti iscriveresti ad un corso dove una persona con un brevetto ti spiega come decollare, come sfruttare le correnti ascensionali, come atterrare, come affrontare gli imprevisti e ti farebbe fare tutte queste cose prima in teoria e poi in pratica.

Quando c’è in ballo la vita in maniera così evidente, quando si tratta chiaramente di una questione di vita o di morte, la gente preferisce documentarsi, chiedere, seguire un corso e via dicendo. Ma quando sembra, e ripeto “sembra”, che non sia in ballo la nostra sopravvivenza, le risposte cambiano drasticamente.

Magari non te ne accorgi, pure in questo caso ne va della nostra vita, nel senso che moltissime persone perdono tantissimo tempo a scoprire qualcosa che è già stato scoperto, a inventare nuovamente la ruota, commettendo sbagli nel frattempo. Scoprendo nuovamente la ruota o l’acqua calda, tramite prove ed errori, non si fa altro che perdere tempo su aspetti già scontati, su strategie già a nostra disposizione e se c’è una cosa che una volta lasciata andare non torna più indietro, quella cosa è il “tempo”.

Ma il paradosso allora quale è? E’ che molti dicono di non avere tempo per leggere, formarsi, documentarsi, seguire un corso, senza rendersi conto che tagliare un albero con la lama della sega spuntata, vuol dire impiegare moltissimo tempo in più rispetto al fermarsi, affilare la lama e continuare a tagliare.

L’entusiasmo, la fretta, la necessità di produrre risultati, l’ignoranza, i ritmi incalzanti, le aspettative di chi ci circonda, sono tutti elementi che possono spingere ad agire senza preparazione, senza “perdere tempo”, quando in realtà esistono attività che danno altissimi dividendi proprio in termini di tempo e di crescita.

E’ vero, agire dà la sensazione di stare già “facendo” qualcosa e allevia un sacco di tensioni, fa sentire in pace con se stessi perché si va nella direzione del risultato sperato: ma partire con il piede giusto non necessariamente coincide con il muoversi sempre e comunque. Senza l’investimento iniziale in realtà si va con il freno a mano tirato e sprovvisti di una buona mappa: ci si può trovare a girare per diverse strade prima di arrivare a destinazione. Ti sei mai chiesta quanto tempo butta via chi è solito perdersi, cercando e ricercando la strada giusta, invece di passare qualche minuto a pianificare il viaggio prima di partire???

Indubbiamente ci sono delle lezioni che si imparano sulla propria pelle e nulla può avere lo stesso effetto, nulla può essere così efficace; ma questo non giustifica l’ostinazione di continuare ad andare avanti per prove ed errori quando esiste già una ricetta. Come la mosca che continua a sbattere contro il vetro senza accorgersi che l’altra anta della finestra è aperta.

Insomma di cosa sto parlando???

Del miglioramento di se stessi. Costante nel tempo e dei vari mezzi per perseguirlo.

Perché restare un fuscello quando potremmo diventare una quercia ????

Se chiedi in giro alle persone che conosci, quasi tutti ti diranno che ci tengono a crescere, a migliorarsi, a imparare, eppure quante persone si comportano coerentemente con questa dichiarazione di valore? …. Pigrizia mentale accompagnata a tutta una serie di scuse …

Molti preferiscono percorrere una strada intasata di camion, quando accanto qualcuno ha già costruito per loro un’autostrada a quattro corsie.

Per quanto riguarda la crescita personale e il conseguente miglioramento della qualità della vita, l’autostrada in questione potrebbe essere un percorso di Counseling.

Il Counseling orienta, sostiene, sviluppa le potenzialità promuovendo nel cliente atteggiamenti attivi, propositivi, stimolando le sue capacità di scelta.

Il Counselor si prende cura di chi ha davanti, accettandolo incondizionatamente, ascoltandolo attivamente , aiutandolo a riconoscere ed elaborare le sue emozioni avendo come obiettivo quello di tirare fuori le risorse del cliente che si affida a lui.

Chiedere aiuto a chi ha fatto un pezzetto di strada più di noi non vuol dire arrendersi, bensì riconoscere che non sempre è possibile trovare dentro di noi le forze necessarie per affrontare i momenti di crisi e questa consapevolezza è il primo passo per superare il disagio.

L'aiuto non consiste tanto nel proporre soluzioni e nell'eseguire complicati riaggiustamenti "terapeutici", quanto piuttosto nel togliere gli ostacoli che non permettono alle energie che la persona possiede di manifestarsi.

Il counseling aiuta il cliente a VIVERE la propria vita invece di farsi vivere. Esso non pretende di essere la risposta alle difficoltà umane, ma offre l'opportunità alle persone di esplorare vari modi di vedere la propria vita e conduce verso strade più efficaci per andare avanti……

 

….. se ti va di provare TI ASPETTO per un colloquio gratuito assolutamente non vincolante (telefonami al 347 1751469 per fissare un appuntamento) ….e se non sei di Roma puoi provare on-line tramite Skype o Messenger ……

 

“ …Non esiste notte o problema capace

di sconfiggere l'alba o la speranza..”

Bern Williams

 

lunedì, 11 luglio 2011

Sicurezza di base ...

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Chiudi gli occhi e fai silenzio dentro di te. Respira. Come ti senti? E' piacevole? Respira facendo penetrare l' aria fino al bacino. Entra dentro te stesso, nella zona che va dall'osso sacro al coccige. Sei in grado di restare un'ora in silenzio a casa tua o altrove senza sentire la tentazione di accendere la televisione, radio, computer, di immergesti nella lettura di un giornale o di telefonare ad un'amica?

Stai bene in compagnia di te stessa? Senti di avere il tuo posto su questa terra? Hai fiducia nella vita?

 La sicurezza interiore e' la sensazione di essere a proprio agio all'interno di se stessi, comodamente appoggiati alla base, alla colonna vertebrale, all'osso sacro. E' una sensazione molto fisica, un'esperienza corporea elaborata durante il periodo di stretto contatto con i genitori. Non e' legata soltanto ai loro messaggi verbali, anche se i " ti voglio tanto bene" la confortano.

Essa si nutre di carezze, di sguardi, di amore illimitato, di tenerezza e di baci, in breve, di intimità.

Genera una certa tranquillità di fronte alle situazione difficili, permette di godere della solitudine senza sentirsi isolata, di far fronte alle prove della vita senza grandi sconvolgimenti , da' la certezza di avere un posto su questa terra, la sensazione di essere ben salda e protetta.

Abbiamo interiorizzato la sensazione di protezione fornitaci dai nostri genitori quando eravamo molto piccoli.

Il bambino molto piccolo non possiede automaticamente autostima, in lui la fiducia si genera attraverso la relazione con gli altri, al concepimento fino al primo anno di vita. Se l'esperienza del periodo trascorso con i genitori e' stata piacevole, si costituirà in lui una fiducia naturale, una fiducia di base.

Ma può aver anche vissuto esperienze spiacevoli. Non siamo completamente al sicuro neppure nel ventre materno.

Sono accettata? Ho il mio posto in mezzo agli altri? Queste sono le domande a cui il bambino trova una risposta in quel periodo di assoluta dipendenza.

 Nostro figlio arricchisce la sua fiducia di base a contatto con noi, nutrendosi della nostra sicurezza personale e della protezione fisica e affettiva che siamo capaci di offrirgli. Il nostro amore, l’accettazione totale della sua persona, sono senza dubbio essenziali, ma non sufficienti. Un bambino molto piccolo che piange da solo in camera sua, dopo otto minuti è nel terrore più completo. Tenerlo in braccio, dormirci insieme, allattarlo: tutto quello che favorisce il contatto fisico incrementa la fiducia di base.

Ci sono tuttavia diversi tipi di contatto: il “contatto tranquillizzante” offre sicurezza ottimale, nel rispetto dello spazio del bambino. Un neonato, l’osso sacro sostenuto saldamente dalla mano di un genitore, tiene la schiena, il collo e la testa ben dritti e spalanca gli occhi sul mondo. La sensazione provata durante quel contatto gli permette di aprirsi senza paura.

 Chi non ha avuto un sufficiente e autentico contatto fisico con i genitori, chi non ha potuto interiorizzare un'adeguata sicurezza, sente il bisogno di essere sempre in compagnia di qualcuno. Non riesce ad affrontare un momento di solitudine , e' dipendente dal telefono. Televisione e radio sono sempre accesi per produrre un rumore di fondo, ha paura del silenzio, del vuoto. Ha scelto di dipendere dagli altri, oppure da un "oggetto di transizione" come le sigarette., l'alcol, il lavoro, la droga, i vestiti, il cibo, i soldi, il potere, il sesso.

Alcuni cercano la sicurezza di un impiego, la stabilita' finanziaria, un legame sentimentale duraturo, che tentano di difendere con il vincolo del matrimonio.

Ma "sicurezza" va poco d'accordo con "libertà ", ancora meno con "intimità ". Queste persone preferiscono le abitudini all'avventura, si aggrappano alle proprie convinzioni, tendono al conformismo, se non addirittura all'estremismo e alle sue certezze assolute. Cercano la sicurezza quando quello che non hanno e' l'intimita. Purtroppo e' una ricerca drammatica e mai appagata, perché sbagliano obiettivo.

La fiducia di base non si trova nella cioccolata, ancora meno nel sesso e nel denaro, anche se talvolta cerchiamo di recuperarla con questi mezzi. Si ricostituisce nel legame con gli altri. Abbiamo bisogno di interiorizzare esperienze di una relazione positiva, per poi elaborarla. E' impossibile trovare da soli la sicurezza interna.

Ecco quindi, come un percorso di Counseling in cui il cliente viene accolto senza giudizio e ascoltato può costituire quella base sicura entro cui ri-tessere la sua fiducia.

Anche la regolarità delle sedute, l'attenzione totale del counselor sono elementi che trasmettono al cliente la sensazione di avere il suo posto nel mondo. In quello spazio definito da regole chiare, si può sentire accettato, riconosciuto, ascoltato e in questo modo ricostituire la sua sicurezza di base.

E' il bambino che e' in noi che ha bisogno di ricostituire la sua sicurezza. L' adulto che siamo diventati può andargli incontro....

 

Di seguito alcuni suggerimenti  che possono aiutarti a ri-contattare il tuo bambino restituendogli la sua fiducia di base:

 

  •  Impara di nuovo a respirare. Inspira profondamente, visualizzando l'aria che penetra lungo la tua colonna vertebrale, fino all'osso sacro. Per aiutarti, metti la mano sull'osso sacro, inspira nella mano. Espira con la bocca aperta senza soffiare, lascia solo che l'aria esca dal tuo corpo.
  •  Siediti di fronte a te stessa, in silenzio, dieci minuti al giorno.
  • Vai incontro al bambino che è dentro di te. Tu l'adulto, ascolta mentalmente quel bambino che eri e concedigli l'attenzione e l'amore di cui ha bisogno. Sussurragli questi importanti messaggi : "ti voglio bene" "esisti per me, per me sei molto importante".
  • E soprattutto ascoltalo quando si confida con te. Lascia che i ricordi riaffiorino e sii l'adulto di cui avresti avuto bisogno nella tua infanzia.
  • Spesso, durante il giorno coccola mentalmente il bambini che è in te. Trasmettigli tenerezza, senza usare parole.
  • Compra qualche cuscino e anche un peluche un "oggetto di transizione" che forse ti è mancato quando eri piccolo. Un peluche è dolce, è tenero, e in lui si può proiettare l'immagine del bambini che eravamo.
  • Cammina in campagna, sulla spiaggia , in montagna ... Guarda la natura intorno a te ... La bellezza di un luogo risveglia in noi un senso di appartenenza, che può anche aiutare a ricostruire il sentimento di sicurezza interiore.
  • Fatti massaggiare, un massaggio dolce, apprezzando il tocco delle mani che accarezzano il tuo corpo: nulla sostituisce le mani di un altro essere umano per disegnare i contorni del nostro involucro corporeo. Abbiamo molto più bisogno di contatto fisico di quanto osiamo pensare.

 

tratto da:

Isabelle Fillozat

"Fdati di te"

ed.Piemme

venerdì, 17 giugno 2011

Convivere con le proprie emozioni ....

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Vorrei terminare questo viaggio nel territorio delle emozioni  con delle riflessioni su come poter vivere al meglio con questo bagaglio a volte ingombrante ma che se gestito può rendere la nostra vita ricca di sfumature ….

Come abbiamo visto nei post precedenti ciascuna delle nostre emozioni :

  • influenza il nostro giudizio e il nostro atteggiamento di fronte agli avvenimenti;
  • gioca un ruolo essenziale nella comunicazione con gli altri

Questa importanza riconosciuta delle emozioni si è concretizzata nel concetto di “Intelligenza Emotiva” divulgato da Daniel Goleman nel suo libro “L’intelligenza Emotiva” i cui concetti fondamentali sono:

  • saper riconoscere le proprie emozioni, poterle denominare e differenziare;
  • saperle esprimere in maniera da migliorare la comunicazione con gli altri, piuttosto che danneggiarla;
  • saperle utilizzare per mobilitarsi in modo utile, senza farsene né paralizzare né guidare;
  • saper riconoscere le emozioni degli altri e reagire di conseguenza.

Tra tutte queste componenti la più importante che fa da base a tutte le altre è la prima “riconoscere le proprie emozioni e dar loro un nome”, ora questo riconoscimento del proprio stato emotivo non è da dare sempre per scontato esistono dei “blocchi” che spesso si frappongono nell’individuazione della nostra emozione:

  • incoscienza completa della propria emozione (congelamento);
  • coscienza parziale della propria emozione (parte cognitiva ad esempio: “adesso bisognerebbe che mi arrabbiassi”), ma blocco della componente fisiologica (non si prova nulla)
  • coscienza della proprio emozione, ma volontà di farla sparire (“ mi sento arrabbiata ma devo smetterla, perché non sta bene”)
  • coscienza della propria emozione, ma volontà di non esprimerla (“Mi sento arrabbiata, so perché, ma se esprimo quello che provo, questo causerà dei danni”)

 

Riconoscere le emozioni presuppone dunque di essere attenti alle proprie sensazioni intime, e soprattutto accettare di poter cadere preda di reazioni poco confessabili. Sarà poi nostra responsabilità riconoscerle e gestirle.

Abbiamo comunque parecchi mezzi a nostra disposizione per aumentare la nostra coscienza emotiva. Ad esempio saremo tanto più attenti alle nostre emozioni quanto più avremo informazioni su di esse: in questo senso aumentare la nostra conoscenza sulle emozioni in genere, come ad esempio leggendo dei libri sull’argomento, contribuisce ad accrescere la competenza emotiva. Tuttavia anche la lettura di romanzi e la visione di certi film contribuisce a migliorare tale competenza, ricordandoci situazioni che abbiamo vissuto ed emozioni che abbiamo accettato o che ci siamo proibiti. Possiamo inoltre sorvegliare attentamente le nostre reazioni fisiche, un eccellente avvertimento che stiamo per provare un emozione.

Possiamo infine intraprendere un percorso di autoconoscenza e consapevolezza, ad esempio un percorso di Counseling che orienta, agevola, contiene e sostiene nel cammino di scoperta di sé, o di ArtCounseling in cui le immagini diventano il filo d’oro che ci connette al nostro sentire.

 Imparare a gestire le nostre emozioni aiuta a non averne paura, e a viverle appieno. La capacità di elaborazione significa saper sopportare i sentimenti che ci toccano e dar loro un senso. "Dire un'emozione", anziché agirla, restare sul piano simbolico, è meglio che lasciarla trasformare in comportamenti reattivi.

E' importante non giudicare le emozioni che ci attraversano, riconoscere loro il diritto di esistere: solo così possiamo arrivare a capirle, e a riconoscerle come parte di noi anziché sentirle aliene e misteriose. Un'emozione respinta o non accettata si tramuta in azioni che ci allontanano da noi stessi e dalla consapevolezza.

L'emotività è come un cavallo, che va capito e rispettato ma comunque governato. Non deve essere lui a decidere la strada, però se gli imponiamo con violenza gli ordini s'imbizzarrisce.

 

“ E ora che le conosciamo tutte

abbiamo molti meno motivi di temerle

di quanto non ne avessimo in precedenza; vediamo in fatti che sono

tutte buone di natura e che non dobbiamo evitare altro

che il loro cattivo uso o il loro eccesso “

Renato Cartesio – Le passioni dell’anima –

 

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Per saperne di più:

Dantzer, R. – Le emozioni – Ed. Theoria

Darwin C. – L’espressione delle emozioni – ED: Bollati Boringhieri

Goleman D. – L’intelligenza emotiva – Ed. BUR

Carotenuto A. – Il tempo delle emozioni – Ed.Bompiani

V.Amana – Emozioni e sentimenti . Istruzioni per un uso intelligente – Ed.Hermes

Tara Bennett Goleman – Alchimia emotiva – Ed.BUR

 

giovedì, 19 maggio 2011

Antropologia del Counseling

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Il presupposto che ha mosso Carl Rogers (http://www.humantrainer.com/wiki/Carl-Rogers.html ) a compiere la rivoluzione copernicana nelle relazioni d’aiuto è che “ogni corrente della psicologia ha implicita una sua filosofia”, una sua visione dell’uomo e del mondo, e che tale filosofia “influenza in molti modi sottili e significativi” lo stesso processo terapeutico e di cura: in particolare dietro il comportamentismo ci sarebbe una filosofia “meccanicista”, dietro la psicoanalisi una filosofia “pulsionale”.

Scrive Rogers :” […]  non è necessario negare la verità di alcuni aspetti di queste formulazioni per ammettere un’altra prospettiva. […] dal punto di vista esistenziale è […] l’uomo non ha semplicemente le caratteristiche di una macchina, non è semplicemente prigioniero di motivi inconsci; è una persona impegnata a creare se stessa, una persona che crea il significato della vita, una persona che incarna una dimensione di libertà soggettiva “ (C.Rogers – La terapia centrata sul cliente - )

Da questa citazione emerge chiaramente che la presa di distanza del Counseling di Rogers dai precedenti modelli non dipende tanto da un disaccordo circa gli aspetti teorici della relazione d’aiuto, ma da una diversa concezione filosofico-globale dell’uomo nel mondo: l’essere umano non è solo una macchina da condizionare-aggiustare o un “esser-ci” schiavo delle sue pulsioni, bensì un soggetto attivo, autonomo e responsabile, fondamentalmente libero di creare i propri sensi, significati, scopi e valori nella vita e che dispone in sé, almeno a livello potenziale, la forza necessaria a superare le difficoltà psicologiche-esistenziali-sociali che la sua esistenza nel mondo gli riserva.

E proprio in virtù di questa nuova concezione antropologica, Rogers aggiunge “[…] è la voce dell’uomo soggettivo che parla, e forte, per se stesso. L’uomo si è sentito per molto tempo una marionetta, guidata da forze economiche, da forze inconsce, da forze ambientali. E’ stato fatto schiavo da persone, da istituzioni, dalle teorie della scienza psicologica. Ma è vicino a fare una nuova dichiarazione di indipendenza. Scarta l’alibi della mancanza di libertà. Sta scegliendo se stesso, sta cercando, in un mondo difficilissimo e spesso tragico, di diventare se stesso, non una marionetta, non uno schiavo, non una macchina, ma il proprio sé, unico, individuale” (C.Rogers – opera citata).

Questa concezione di un soggetto attivo, libero, autonomo,responsabile, e corredato delle potenzialità auto direttive necessarie per risolvere i propri problemi dopo averne maturato piena consapevolezza, costituisce dunque l’antropologia che sta alla base di quelle caratteristiche di autonomia, responsabilità e libertà del cliente che sono le fondamenta del Counseling, che non si pone l’obiettivo di fornire soluzioni o consigli direttivi, bensì il suo scopo è quello di porre la persona nelle condizioni dapprima di esaminare la situazione problematica in tutta la sua complessità e quindi di uscirne in maniera autonoma, libera e responsabile.

La condizione affinchè ciò sia possibile passa attraverso la prioritaria capacità, schiettamente umana, relazionale o “artistica” del Counselor, di creare quello che Rogers definiva il “clima” facilitante la relazione o una particolare “atmosfera” empatica che sappiano esaltare la forza tendente al miglioramento e all’autorealizzazione presente, almeno potenzialmente, in ogni persona.

Rogers illustra tale forza con l’espressione “tendenza attualizzante” per esprimere l’idea secondo cui “ogni organismo è determinato da una tendenza intrinseca a sviluppare tutte le sue potenzialità e il suo arricchimento”. Si tratta di una forza essenzialmente positiva per lo sviluppo di sé e il miglioramento della propria situazione, che non è insita solo negli esseri umani bensì in ogni organismo vivente qualora sia posto nelle giuste condizioni “ambientali”.

Rogers la scopre ad esempio in alcune alghe che riescono a crescere sugli scogli della California, resistendo all’impeto delle onde con la flessibilità del loro fusto. In quelle alghe, come in ogni essere vivente, è riposta una tenace e virulenta volontà di vivere, di conservare e di migliorare l’organismo, e di esplorare l’ambiente al fine di modificarlo in base alle proprie necessità.

L’uomo stesso possiede dunque tale energia o forza personale che lo spinge naturalmente verso ciò che è o considera il suo bene, ovviamente qualora essa non venga ostacolata da impedimenti dell’ambiente esterno o dalla propria interiorità.

Proprio perché ogni individuo ha la tendenza attualizzante alla realizzazione e alla crescita, ed è dotato, almeno in maniera latente, della capacità di comprendere se stesso e delle risorse per uscire dalle situazioni di difficoltà attraverso una auto-risoluzione dei propri problemi e disagi, a patto che sia posto nelle condizioniate a favorire tale sviluppo e crescita personale., il primario compito del Counselor consiste proprio nel ri-creare tali condizioni facilitanti il suo sviluppo e la sua crescita personale attraverso la creazione di un ambiente favorevole.

La creazione di un “atmosfera empatica” facilitante la relazione e l’alleanza, che il cliente percepisce e che crea il miglior ambiente possibile per il “setting”, costituisce la quintessenza del counseling rogersiano in quanto permette la realizzazione delle condizioni stesse che danno al cliente la fiducia nelle sue capacità risolutive, e che gli consentono di poter ricorrere alla sua forza motivazionale al fine di dispiegare la sua tendenza alla crescita personale e all’autorealizzaizone.

Scrive ancora Rogers: “Le condizioni che creano questa atmosfera non sono la cultura, la preparazione intellettuale, l’orientamento ideologico o le tecniche del “terapeuta”. Sono sentimenti e atteggiamenti che devono essere vissuti dal counselor e percepiti dal cliente” (C.Rogers – opera citata).

Un altro importante punto di partenza del counseling e soprattutto di quello Rogersiano è quello di essere “centrato sulla persona del cliente”.

In epoca precedente il soggetto da aiutare veniva considerato passivamente come colui che doveva limitarsi ad attendere e ricevere l’aiuto offerto dall’altro, da colui che “sa” come risolvere la situazione problematica alla luce di un certo sapere, trattando quindi la situazione problematica in astratto senza far riferimento al “vissuto esistenziale” del cliente e travisando il fatto che ogni problema di natura psicologico-esistenziale si genera sempre nel contesto di vita di una singola e unica persona che vive in una determinata situazione esistenziale, e che per risolverlo non è sufficiente guardare al problema in sé bensì alle modalità nelle quali è vissuto dalla persona coinvolta nella situazione.

Da ciò consegue che una situazione non è mai “oggettiva” né analizzabile oggettivamente, in quanto è sempre connotata da significati personali e appunto soggettivi attribuiti dal soggetto alla unica e singolare situazione concretamente vissuta.

Alla luce di questo è chiaro che alla base di ogni intervento di counseling deve sempre esserci la capacità dell’operatore di contestualizzare il vissuto del cliente all’interno della situazione vissuta.

Per fare questo è necessario acquisire una facoltà chiamata “flessibilità cognitiva” che induce ad essere “centrato” sulla situazione vissuta dalla persona che richiede il nostro aiuto piuttosto che sul nostro modo di vedere le cose; è la capacità di focalizzare l’attenzione sulle modalità esistenziali attraverso le quali l’altro vive, pensa e sente le cose, le persone, i fatti e i problemi narrati.

Tali fatti sono sempre osservati e vissuti dal punto di vista del cliente e generati dalla sua visione del mondo, la quale determina le modalità stesse di percepire e quindi vivere i fatti e i disagi, che assumono un significato particolare a seconda delle proprie esperienze passate, dei propri pensieri, valori ,atteggiamenti ed emozioni, ovvero, ancora dalla propria visione del mondo quale medium tra ciò che siamo e il mondo nel quale viviamo.

E’ necessario quindi che il counselor metta da parte la naturale tendenza a conformare l’esperienza di un’altra persona al proprio modo di pensare e assumere empaticamente il punto di vista dell’altro, il “suo” unico e peculiare modo di vedere i problemi al fine di cogliere i fatti o problemi come strettamente determinati dalle circostanze, situazioni o esperienze individuali come sono interpretate e vissute dal cliente.

Il Counseling è “centrato sul cliente” perché quest’ultimo è considerato realmente come la persona più al corrente del problema, la più informata della situazione e praticamente la sola a sentire il caso in tutta la sua profondità esistenziale; perciò solo lui sa esattamente di che cosa parla.

Essendo l’unico a riconoscere fino in fondo il suo vissuto, deve essere messo nelle condizioni di comprendere la sua unica e singolare situazione problematica al fine di trovare una soluzione o una prospettiva risolutiva in completa autonomia e libertà.

 

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Per approfondire:

Carl R. Rogers

La terapia centrata sul cliente

Ed Psycho

 

lunedì, 21 febbraio 2011

Non aver paura di cambiare .....

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Nelle mie scorribande il libreria presa da attacchi bulimici di carta stampata ho trovato un libro fantastico che unisce la filosofia dei Peanuts con i "problemi" chi ci troviamo ad affrontare ogni giorno: "Su con la vita, Charlie Brown!" di Abraham J.Twerski, rabbino e psichiatra americano, un'autorità nel campo della disintossicazione dalle dipendenze. Avvalendosi delle strisce disegnate da Schulz, l'autore ci accompagna alla ricerca del modo migliore di affrontare la vita e le sue molte complicazioni.........

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Alcune persone in terapia ( ed io aggiungo : o in un percorso di Counseling) fanno progressi fino a quando non si rendono conto che il percorso terapeutico le costringerà a cambiare il loro comportamento.

La prospettiva del cambiamento è così terrificante per loro che piuttosto smettono di curarsi ( o a volte "scappano" dal counseling adducendo continui pretesti e alla fine sparendo ....).

Quale che sia il tuo problema, se ti rende infelice non aver paura di cambiare. Naturalmente, ogni cambiamento può causare disagio al principio.

Talvolta pur di non affrontare gli inconvenienti legati ad una novità diciamo a noi stessi che le nostre difficoltà sono dovute a problemi emotivi radicati nel profondo. Ci convincono che è inutile cambiare il nostro atteggiamento, poiché ciò non modificherà il profondo conflitto emotivo che è alla base delle nostre difficoltà.

Le persone che la pensano così sono di norma quelle che non hanno mai l'impressione di essere giunte al termine del loro percorso di psicoterapia ( o che per quando riguarda il counseling non sono mai soddisfatte dei risultati raggiunti, spostando continuamente il disagio ...).

Non possono permettersi il lusso di guarire, perchè rinunciare alla scusa dei problemi radicati nel profondo significherebbe dover cambiare, e ciò è esattamente quanto loro speravano di evitare rivolgendosi ad uno psicologo ( o, in certi casi, ad un counselor ).

La psicoterapia è in grado di risolvere alcune difficoltà (il counseling può accompagnare nella ricerca delle risorse e nel ritrovare la propria capacità decisionale ). Ma talvolta la miglior cura consiste nel sentirsi dire che dobbiamo modificare certi nostri comportamenti invece di fissarci sulle cause recondite dei nostri problemi ( "come" ... invece di "perché").

E' comodo continuare a vivere come abbiamo sempre fatto (alla fin fine si diventa esperti del proprio "problema", la situazione è conosciuta chi c'è la fa fare a rischiare ...).

Ma basta un po' di perseveranza e il nuovo comportamento presto ci apparirà comodo, diverrà una parte qualunque della nostra vita e delle nostre abitudini, e in questo modo faremo piazza pulita del comportamento dannoso ( se non si osa un po' come potremmo vedere che il cielo sopra di noi è azzurro???? ....)

A.J.Twerski

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Nota:

I "tra parentesi" sono mie aggiunte

 

lunedì, 06 dicembre 2010

Il Counseling…. istruzioni per l’uso : dedicato ai “possibili” clienti

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"..la sofferenza è una specie di bisogno dell'organismo

di prendere coscienza di uno stato nuovo..." M.Proust


Ho deciso di ri-pubblicare questo post per fare un po' di chiarezza e informare i "possibili" clienti e tutti coloro che sono incuriositi dal counseling su che cosa esso sia e in quali casi possa essere utile sperimentarlo.

Inoltre penso che in questo preciso momento di grande fermento e confusione sui vari ruoli delle professioni di aiuto, essere ben informati possa contribuire a mantenere adeguatamente alti i livelli delle prestazioni di coloro che offrono con serietà il Counseling.

La maggior parte di noi ha talvolta sperimentato degli eventi e delle sensazioni spiacevoli che sembrano non avere termine, momenti dell'esistenza in cui nessuna soluzione appare all'orizzonte.

A volte sappiamo che i nostri sentimenti sono dovuti a circostanze particolari, come crisi matrimoniali, lutti o malattie, mentre altre volte non abbiamo alcuna idea di ciò che ci fa sentire così in tensione, sfiduciati e perplessi, tutto quello che sappiamo è che la nostra vita è diventata scomoda, difficile o anche apparentemente intollerabile.

Se la nostra ansia diviene troppo grande, possiamo essere spinti a prendere decisioni affrettate, spesso ad esserne dispiaciuti, o ad agire sotto un consiglio che non condividiamo completamente e a dover poi convivere con le conseguenze.

Il Counseling può aiutare le persone a chiarire i loro pensieri e sentimenti, così da giungere a prendere le proprie decisioni o, anche, ad operare grossi cambiamenti nella loro vita.

Si tratta principalmente di una esperienza umana e personale fra due persone. E' quindi un percorso che richiede impegno di tempo e sforzo da entrambe le parti. Lo scopo è quello di aiutare a trovare le proprie risposte, le proprie risorse momentaneamente seppellite e a divenire più responsabile della propria vita ; il counseling aiuta il cliente a VIVERE la propria vita invece di farsi vivere.

Il Counseling è diverso dagli altri tipi di aiuti in cui si diventa, a volte, oggetto di diagnosi e nei quali viene poi suggerito il comportamento da tenere. Il raggiungimento di un buon obiettivo è alla base dell'intero counseling.

Avere qualcuno che ascolta tutti gli aspetti della nostra situazione, può aiutare a scoprire qualcosa in più di sé. Per esempio la propria forza e la propria debolezza, i propri valori, le priorità, non solo cercando le proprie soluzioni, ma anche realizzandole.

Il Counseling aiuta ad agire per se stessi ad essere pro-attivi nei confronti della propria vita e di conseguenza favorisce e chiarisce anche i rapporti interpersonali.

Può essere utile concepire un percorso di counseling come un'opportunità per imparare ad assumersi dei rischi che, di solito, non siamo in grado di accettare facilmente nella vita di tutti i giorni perché potrebbe essere difficoltoso, strano, se non addirittura incomprensibile.

Qualsiasi tipo di approccio userà il counselor, sarà rispettoso dell'autonomia del cliente, autonomia che dovrà essere la meta per quest'ultimo: essa, infatti, lo renderà capace di fare le sue scelte, di prendere delle decisioni e di metterle in pratica.

Il Counseling non pretende di essere la risposta alle difficoltà umane, ma offre l'opportunità alle persone di esplorare vari modi di vedere la propria vita e conduce verso strade più efficaci per andare avanti.

Un counselor non cercherà di minimizzare i problemi e i disagi e rispetterà qualsiasi sforzo fatto nel tentativo di far funzionare le cose. Inoltre qualunque sia la natura del problema, non verrà dato alcun giudizio e sarà mantenuta un'assoluta confidenzialità.

Quindi: chiunque tu sia, di qualsiasi età, qualsiasi situazione o disagio tu stia affrontando, anche se sei preoccupato, confuso, se devi affrontare un cambiamento inaspettato,una crisi, una difficoltà relazionale, o se vuoi solo fare dei cambiamenti nella tua vita, può esserti utile parlare di queste cose con un operatore "estraneo", comprensivo e ben preparato.

Un percorso di Counseling è essenzialmente un processo di crescita. Non è compito del counselor far cambiare direttamente il cliente: è il cliente che cercherà di cambiare e di sviluppare se stesso; il ruolo del counselor è quello di agevolare questa evoluzione, non prendendo decisioni al posto del cliente, suggerendo o pilotando il suo cammino, ma aiutando l'individuo ad osservare chiaramente i suoi sentimenti e le sue mete, finchè potrà assumere fiduciosamente l'auto-direzione e , come ha detto Carl Rogers ... "e lasciarlo Essere....."

 

che aspetti quindi???? ..prenota 1 colloquio con me è ASSOLUTAMENTE GRATUITO E NON VINCOLANTE !!!!!  (anche su Skype - gab.costa1)


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Percorsi di Counseling ....

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Verifica in 5 passi se il Counseling può aiutarti ....


COME STAI????

  • Stai attraversando un momento di disagio in famiglia, sul lavoro e nelle relazioni affettive? ...
  • Hai difficoltà ad affrontare piccole o grandi scelte? ....
  • Stai cercando di superare eventi stressanti ma senti di non riuscirci da solo? ...
  • Desideri di poter migliorare la tua capacità di espressione? ...
  • Senti il bisogno di uno spazio protetto e un tempo dedicato? ...


VUOI CAMBIARE QUALCOSA??

Momenti di difficoltà possono capitare a chiunque nella vita. Ciò che fa la differenza è se proviamo ad AGIRE o restiamo nell'attesa di una forza esterna che sollevi la situazione .


FAI DA SOLO???

  • Bene, hai scelto di cambiare qualcosa.
  • Pensi di fare da solo? ....
  • Senti di avere sufficienti energie per trovare nuove soluzioni al problema? ...
  • Sei una di quelle persone che : "il chiedere aiuto lungi da me ..." ? ..
  • Oppure senti di aver bisogno di un sostegno esterno, ma non riesci ad individuarlo ? ....


POTREI AIUTARTI???

In quanto Counselor il mio impegno è Ascoltare senza Giudizio, Aiutarti a definire gli obiettivi e Supportarti nella ricerca delle TUE RISORSE per raggiungerli.

Sperimentare il Counseling, significa vivere una relazione centrata sul rispetto e sul valore dell'altro.


IL PRIMO PASSO???

Può essere difficile ammettere di essere in difficoltà ma se ti riconosci questa situazione sappi che si può fare insieme qualcosa per stare meglio.

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