giovedì, 12 aprile 2012

Isolare il pensiero

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Nel post precedente ci siamo occupati di isolare la sensazione primigenia causa del blocco emozionale in questo post tratterò la modalità per isolare il pensiero che unito alla sensazione da origine all’emozione che crea disagio.

Il pensiero correlato con il sentimento problematico può avere avuto origine con noi, o essere semplicemente la nostra reazione ad una determinata situazione.

Se così è, verrà probabilmente manifestato con una frase tipo “Vedo che tutti sono infelici”. Immaginiamo che questo pensiero sia stato elaborato durante una riunione familiare durante la quale abbiamo espresso la nostra rabbia. Se abbiamo percepito che tutti sono infelici nel vederci arrabbiati, abbiamo probabilmente dato ordine alla credenza e al sentimento secondo cui “tutti diventano infelici quando ci arrabbiamo”. Tale sentimento può svanire quando ne parliamo, in fase di rielaborazione, con qualcuno o quando viviamo un’esperienza familiare in cui la nostra rabbia genera una risposta altrui del tutto diversa.

Sfortunatamente succede invece molto spesso che, soprattutto in tale ambito, tendiamo sempre a ricevere le stesse reazioni e gli stessi giudizi dagli altri. Ad un certo punto la nostra percezione dell’infelicità di chi ci circonda si correla con la rabbia, ed i due fattori restano perennemente associati; di conseguenza, ecco presentarsi la situazione di blocco e ogni volta che vediamo qualcuno arrabbiarsi corroboriamo lo schema di pensiero secondo cui qualcuno vicino a noi è infelice.

I pensieri possono anche avere origine da chi ci circonda: alcuni li assimiliamo istantaneamente, altri solo nel tempo.

Se, per esempio, siamo cresciuti in una famiglia critica nei confronti di una certa comunità etnica, o delle classi benestanti, oppure convinta che gli artisti debbano essere per forza poveri, può succedere di fare nostre queste idee. In altri casi, selezioniamo alcuni concetti dal sistema di credenze con cui siamo a contatto: ad esempio nostro padre potrebbe sostenere che le donne sono stupide, nostra madre, che ci pare invece intelligente, potrebbe avere difficoltà a gestire bene il libretto degli assegni. In questo caso, unendo i due fatti, potremmo giungere ad elaborare questo concetto: “ le donne sono stupide per quanto concerne il denaro”.

Individuare il pensiero o la credenza, più importante può essere problematico: in ogni momento potremmo, infatti, avere un’infinità di pensieri in testa, molti dei quali potrebbero essere le conclusioni dettate dal sentimento esperito in una situazione specifica. Quello che a noi interessa, invece, è arrivare al cuore della convinzione, non perdendoci in una miriade di convinzioni createsi in noi nel tempo.

Un esercizio che propongo spesso ai miei clienti che si trovano in una con-fusione emotiva è il seguente: dopo aver dato loro carta e penna, li invito a descrivere il sentimento che li turba e quindi, a fare un’affermazione, cioè ad esprimere un pensiero o una credenza relativi ad esso.

Torniamo all’ipotetica cliente di inizio post, quella che ha introiettato dal padre la credenza che le “donne sono stupide” e unendola alla difficoltà della madre a gestire il denaro ha elaborato il concetto che  “le donne sono stupide per quanto concerne il denaro”

Ella potrebbe venire da me portando questa sua affermazione riguardo al suo sentire : “Mi sento spesso male quando spendo. Mi dico che non dovrei farlo ma, peggio sto, più spendo”.

Da cui ne consegue: “ho un cattivo rapporto con il denaro”.

Per verificare che siamo veramente giunti al nocciolo della questione, stimolo la cliente a continuare ; all’ultima affermazione, le chiedo di aggiungere “come mai?” e la prego di rispondere. Provo a procedere in questo modo finchè non emerge in lei la consapevolezza della natura del disagio che sta provando.

Continuando dal precedente corollario la sequenza potrebbe essere la seguente:

Corollario: “Ho un cattivo rapporto con i soldi: mi accorgo di non  riuscire a metterli da parte”.

Corollario: “Non riesco mai a metterli da parte, in fondo sono una donna!”

Corollario: “ Come donna, non riesco mai a metterli da parte, si sa le donne hanno un cattivo rapporto con i soldi”.

Corollario: “Le donne hanno un cattivo rapporto con i soldi: è mio padre che dice sempre così, lui lo crede”

Corollario: “Mio padre ritiene che le donne abbiano un cattivo rapporto con il denaro perchè ha paura di lasciarlo in mano loro”.

Corollario:” Ha paura di lasciarlo in mano loro, in questo modo non avrebbero più bisogno degli uomini”.

Corollario: “ Se non avessero più bisogno degli uomini, potrebbe essere lasciato da sua moglie”.

 

Ecco una strada per arrivare al nocciolo del problema!

A questo punto siamo pronti a sviscerare la situazione che ha bloccato il sentimento …..

 

Nel prossimo post l’ultimo passo : come saldare il debito …..

giovedì, 05 aprile 2012

Come liberarsi dai “blocchi” emozionali ..

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Essere bloccati a livello emozionale non è divertente, anzi: è molto doloroso, poiché ci tiene intrappolati in schemi obsoleti di autodistruzione. I sentimenti che ci incatenano ci impediscono di realizzare i desideri del cuore e dell’anima.

Tuttavia noi vogliamo avere sia i sentimenti e le emozioni che i pensieri; i primi danno colore alla vita, la fanno scorrere, i secondi contraddistinguono gli eventi della nostra vita; quando li elaboriamo, sappiamo chi siamo, quando li ricordiamo, sappiamo chi eravamo e chi potremo diventare. Quando i sentimenti e le emozioni ci stimolano, ci sentiamo vivi; quando i pensieri ci guidano, siamo “saggi”.

Come possiamo dunque svincolarci da tutte quelle introiezioni che bloccano il libero fluire della nostra energia?

La risposta apparentemente è facile: è necessario liberare i primi dai secondi e lasciarli agire indipendentemente. A parole sembra facile, ma solo se si comprende il concetto fondamentale si riuscirà nell’intento. Una emozione nasce da una sensazione e da un pensiero, ma non è né una sensazione né un pensiero. Quando sentiamo qualcosa a livello interiore, abbiamo una sensazione, ma non siamo la sensazione; quando pensiamo, siamo coloro che elaborano il pensiero, non quest’ultimo. Le emozioni sono, dunque, una proiezione di sensazioni e pensieri; ciò che li unisce è l’energia che conferiamo a questa proiezione.

Credo che emozioni, sensazioni e pensieri siano come un film: l’immagine cinematografica che vediamo sullo schermo viene creata dalla proiezione di due bobine, ognuna delle quali viene attraversata da una luce. L’interazione fra questa e le immagini riprodotte sulle bobine dà origine a quanto vediamo sullo schermo; da sole le singole immagini non hanno vita, non suscitano né sensazioni né pensieri. La loro realtà è determinata da noi mediante l’energia che inviamo al testo, alla rappresentazione, al film, che vive solo grazie ad essa.

Ogni tanto, tuttavia, sorgono problemi nel processo di registrazione, di osservazione o di interpretazione. Forse qualcuno interferisce con il funzionamento del proiettore immettendovi sensazioni e pensieri che non ci appartengono. Talora le proiezioni delle sensazioni e dei pensieri entrano in conflitto tra loro: non riusciamo più a separarli, a distinguere ciò di cui ha bisogno il corpo e ciò di cui necessita la mente. Forse il nostro hardware è danneggiato e la luce non funziona; quanto vediamo sullo schermo genera confusione; in alcuni casi potrebbe addirittura essere bianco. Da tale problema nascono disturbi organici, squilibri del sistema energetico e blocchi emotivi; al di là delle sue specifiche manifestazioni, sensazioni, pensieri e processi emozionali possono risultare gravemente compromessi.

Unica soluzione AFFRONTARE IL PROBLEMA, l’unico modo per risolvere uno stato di confusione emozionale è AFFRONTARLO!

A poco servirà evitarlo cercando di razionalizzarlo oppure tentando di identificare possibili scappatoie.

Prima o poi, come bravi tecnici, dovremo infatti esaminare ogni punto valutando la presenza di possibili “errori” e apportando le debite “correzioni”.

E’ necessario, quindi, eliminare strato per strato, schemi o disagi emotivi, seguendo le luci e le “indicazioni” che ci riportano alla corretta percezione di sensazioni e pensieri. In questo caso un percorso di Counseling potrebbe fare al nostro caso. Il Counselor, come una guida, potrebbe accompagnarci in questo viaggio nelle profondità di noi stessi alla ricerca della “luce”, le risorse momentaneamente perdute, ma sempre pronte ad essere riscoperte e riportate in superficie.

Riacquistare e sviluppare il proprio potenziale porterà, quindi, ad un innalzamento della propria autonomia personale con la conseguente maggiore capacità decisionale. Il risultato di tutto questo, dunque, sarà un ritrovato ben-essere e un sostanziale aumento dell’autostima.

Prima di tutto questo è necessario:

 

  •  Porre sentimenti ed emozioni al centro del palcoscenico
  •  Isolare la sensazione che ci ha causato il blocco
  • Isolare il pensiero in rapporto alla sensazione
  • Saldare il debito a cui la sensazione e il pensiero erano legati

 

 

Ma tutto questo nei prossimi post …….

 

mercoledì, 28 marzo 2012

Il Mago della Coscienza

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Anche se a volte evitiamo di osservarci perché abbiamo paura che ci risulti troppo doloroso, spesso distogliamo lo sguardo solo perché abbiamo inserito il pilota automatico.

Reagiamo agli eventi, alle emozioni e ai pensieri senza immaginare che, basandoci sulla nostra esperienza attuale, potremmo creare qualcosa di diverso.

L’unico modo per disinnescare il pilota automatico della mente che produce reazioni emotive istantanee di paura, dubbio, collera o ansia consiste nell’abituarsi a destare l’io osservante. Questo testimone interiore è la manifestazione più evidente del nostro Io superiore o “anima”, una sorta di grande Mago della Coscienza con una bacchetta magica che gli permette di conoscere tutto.

Il Mago della Coscienza è la parte di noi che riconosce che logica e ragione non sono sempre gli strumenti più efficaci per fuggire da una regione emotivamente ostile e tornare in un luogo felice.

Il Mago in noi sa rasserenarci i pensieri e ci aiuta a superare la mancanza di prospettive causata da emozioni troppo forti. E’ come se toccasse con la bacchetta magica il fiume della coscienza e ci rimettesse in relazione con la saggezza dell’universo stesso.

Quando noi cambiamo, la nostra visione del mondo cambia e, come per magia, tutto quello che ci circonda inizia a trasformarsi.

La gente ci vede in modo diverso. Il nostro aspetto, il modo di camminare e di muoverci nel mondo sono differenti. Poiché ora c’è un legame nuovo con la vita nel suo complesso e la presa di coscienza che sperimentiamo si riversa sulle persone che ci circondano, influenzandole.

Proviamo a svegliare il Mago che dorme: solo allora cominceremo a vedere più chiaramente il territorio circostante e capiremo dove ci troviamo.

 

“ Dovete abbandonare la città della comodità personale

per addentrarvi nel mondo selvaggio dell’intuizione.

Scoprirete qualcosa di magnifico perché scoprirete

Voi stessi …” Alan Alda

martedì, 13 marzo 2012

Nelle mani del destino...

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"Un grande guerriero giapponese che si chiamava Nobunaga decise di attaccare il nemico sebbene il suo esercito fosse numericamente soltanto un decimo di quello avversario. Lui sapeva che avrebbe vinto, ma i suoi soldati erano dubbiosi.

Durante la marcia si fermò in un tempio shintoista e disse ai suoi uomini: "Dopo aver visitato il tempio butterò una moneta. Se viene testa vinceremo, se viene croce perderemo. Siamo nelle mani del destino".

Nobunaga entrò nel tempio e pregò in silenzio. Uscì e gettò una moneta. Venne testa. I suoi soldati erano così impazienti di battersi che vinsero la battaglia senza difficoltà. "Nessuno può cambiare il destino" disse a Nobunaga il suo aiutante dopo la battaglia. "No Davvero", disse Nobunaga, mostrandogli una moneta che aveva testa su due facce."

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Non possiamo cambiare certi aspetti del destino, ma, per quanto riguarda le nostre scelte e il nostro impegno, tutto dipende da noi. E' vero che i condizionamenti ci sono stati per lo più istillati dagli altri, ma è anche vero che, con il crescere della consapevolezza, saremo noi a decidere come affrontarli, se accettarli o liberarcene.

giovedì, 01 marzo 2012

Stima di sé: le domande che è bene rivolgerci ….

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Provate a leggere bene queste domande e a rispondere in modo sincero; le vostre risposte vi forniranno indicazioni utili sulla stima che avete di voi stessi.

  • Chi sono io? Quali sono le mie qualità e i miei difetti? Di che cosa sono capace? In che cosa ho avuto successo e dove invece ho fallito, quali sono le mie competenze e i miei limiti? Quanto, secondo me valgo, agli occhi di chi mi conosce e come mi giudico io stesso?
  • Mi considero degno di simpatia, affetto, amore da parte degli altri oppure, al contrario, dubito spesso delle mie capacità di farmi apprezzare e voler bene? Riesco a fare quello che voglio? Il  mio stile di vita corrisponde ai miei desideri e al mio modo di pensare oppure, al contrario, soffro del divario tra quello che vorrei essere e quello che sono? Sono in pace con me stesso oppure mi capita sovente di sentirmi insoddisfatto?
  • Quando è stata l’ultima volta in cui  mi sono sentito deluso da me stesso, scontento e triste? E quando, invece, mi sono sentito fiero di me, soddisfatto e felice?

 

Aver fiducia in se stessi, essere se stessi, sentirsi realizzati …. I termini e le espressioni impiegati nel linguaggio abituale per indicare la stima di sé sono innumerevoli. In effetti ciascun modo di esprimersi su questo argomento si riferisce a uno dei suoi molteplici aspetti, proviamo ad analizzarli insieme.

 

ESPRESSIONE

DESCRIZIONE

RIFLESSIONI

 

Avere fiducia in se stessi

Credere nelle proprie capacità di agire in modo efficace

In questo caso si sottolinea l’importanza del rapporto tra la stima di sé e l’agire.

Sentirsi contenti, soddisfatti di sé

Essere soddisfatti del proprio modo di agire

Senza stima di sé, neppure i successi sono vissuti come tali

Essere sicuri di sé

Credere nelle proprie competenze e nei propri punti di forza, in qualunque contesto

La stima di sé consente di esprimere se stessi in ogni circostanza

Amore di sé

Essere ben disposti verso se stessi, volersi bene in maniera incondizionata

Focalizzazione sulla componente affettiva dell’autostima

Amor proprio

Avere una consapevolezza molto (troppo) forte della propria dignità

La stima di sé risente soprattutto delle critiche

Conoscenza di sé

Sapersi descrivere e analizzare in maniera precisa

E’ importante sapere chi si è per potersi stimare

Affermazione di sé

Difendere, nel rapporto con gli altri, i propri punti di vista e i propri interessi.

Per stimare se stessi è necessario saper difendere il proprio territorio.

Sapersi accettare

Integrare “qualità” e “difetti” per ottenere un’immagine globalmente accettabile di sé

Avere difetti non preclude la stima di sé

Credere in se stessi

Essere convinti di poter raggiungere gli obiettivi prefissati

La stima di sé si nutre anche di convinzioni

Essere fieri di sé

Accrescere il senso del proprio valore personale in seguito a un successo

La stima di sé ha bisogno di essere alimentata da successi.

 

In realtà, la stima di sé è fondata su tre “ingredienti”: l’amore di sé, la visione di sé e la fiducia in se stessi. Il dosaggio corretto di ciascuna di queste tre componenti è indispensabile per ottenere una stima di sé equilibrata …. ma questo lo vedremo nei prossimi post …..


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liberamente tratto da:

C.Andrè-F.Lelord

La stima di Sè

Ed. TEA Pratica

mercoledì, 22 febbraio 2012

Sull’ “affermatività” assertiva ….

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Dal rispetto della propria persona alla consapevolezza di sé.

Dalla consapevolezza di sé, alla capacità di affermare le proprie opinioni in modo sereno, provocando il dialogo, aprendo il confronto.

Questa è l’affermatività o in altre parole l’assertività; della quale molti pensano di poter fare a meno, soltanto perché, forse non si sono mai posti il problema di come superare certi momenti critici e quindi ritengono che essi si creino da sé.

Sappiamo che così non è: se ci veniamo a trovare in una situazione difficile, questo è accaduto, nella maggior parte dei casi, perché gli attori che stanno recitando quella scena si sono lasciati prendere la mano, e hanno barattato l’intelligenza e l’autocontrollo con una pretesa spontaneità e una totale mancanza di ascolto dell’altro.

Di fronte all’avvicinarsi di una situazione critica che può condurre allo scoppio di un litigio, abbiamo la possibilità di reagire in due modi istintivi: arretrare e cedere il campo oppure aggredire.

Nel primo caso, il fatto di lasciare l’avversario vincitore della partita, spesso senza nemmeno combattere, il più delle volte evita del tutto l’eruzione vulcanica. Non ci sarà nemmeno bisogno di questionare con veemenza perché la persona di fronte a noi probabilmente avrà già colto la nostra arrendevolezza e quindi immediatamente si approprierà della vittoria.

Sicuramente ci siamo trovati tutti, almeno una volta,  in momenti di questo genere. Con quale stato d’animo ne siamo usciti? Di certo mai appagati e soddisfatti di noi, nè sorridenti o felici. Possiamo certamente consolarci del fatto che una battaglia perduta non equivale a perdere la guerra, ma forse .. forse .. giù in fondo, c’è una vocina che protesta altre verità.

Questa non è la ritirata strategica del cavaliere intelligente, ma il rovinoso abbandono delle armi sul campo, con conseguente fuga precipitosa.

Che cosa ci ha trattenuto dal far valere le nostre argomentazioni? Ovvero, riformulando la domanda: che cosa ci ha impedito di avviare un’iniziativa di contenimento efficace dell’avversario, basandoci sulle nostre forze e convinzioni?

La risposta ognuno la può trovare dentro di sé, a patto di non mistificarla, il che renderebbe vano lo sforzo di ricerca. Ma qualsiasi risposta alla fine vogliamo darci il risultato è sempre lo stesso: una scarsa stima di sé, uno scarso rispetto per sé e quindi una profonda insoddisfazione e l’avviarsi di pensieri fissi su pesanti considerazioni della propria inefficacia ad affermare le proprie convinzioni.

Il secondo caso è l’aggressione.

Anche qui abbiamo esempi infiniti: che vanno dalla nostra vita privata, a molti interventi di vari personaggi pubblici, nei vari talk show, che sembrano aver  adottato lo stile costante dell’aggressività, mirando in modo totale allo schiacciamento definitivo dell’avversario.

La domanda potrebbe essere: ma possibile che tutto il mondo sia popolato da immondi scarafaggi e l’unico compito delle persone sia quello di dar loro la caccia per poi soddisfare il gusto macabro di schiacciare la loro nera corazza?  E ancora: la gente di fronte a noi è davvero meritevole di tanta amorevole attenzione?

Perpetuare uno stile aggressivo nei confronti degli altri è politica sterile che crea attorno a noi il vuoto assoluto. Ci sembrerà di vincere ogni battaglia e via via con il tempo, giungeremo a sentirci davvero invincibili: ma a quale prezzo?

Dimostrare una totale mancanza di ascolto degli altri non ci fa più forti, ma al contrario mostra la nostra debolezza. Chi può avere paura di mettere sul piatto le proprie opinioni per discuterle insieme a quelle altrui, se non una persona conscia della propria fragilità? Non lasciare agli altri il tempo e il modo di esprimersi può spaventare i più remissivi ma quanto varrebbe, di fronte ad un simile comportamento, girare i tacchi e lasciare il il becero urlante a sproloquiare da solo?

Il fatto è che questo genere di persone sviluppa nel tempo una propria arte dell’aggressione, affinando gli stili dell’avversario grazie ai quali ha ottenuto i maggiori successi. Per queste persone è questione di vita o di morte, perché, non conoscendo altre vie per imporsi, sanno che risulterebbero a loro volta soccombenti.

Due maniere di relazionarsi, quindi , entrambe a loro modo grezze e infelici. Entrambe testimonianza di una mancanza di equilibrio di chi le agisce, graffiando o scappando.

Il comportamento “affermativo” è la naturale conseguenza di chi ha maturato rispetto di sé e ha coltivato la consapevolezza del proprio valore. Rifiutarsi di darsi alla fuga con le pive nel sacco, così come aborrire la zampata sanguinosa dell’orso, equivale ad aver maturato la convinzione che i rapporti umani, proprio perché tra persone e non tra belve inferocite, possono venir strutturati secondo modalità in cui la dominante sia l’intelligenza.

Se il confronto nasce male e tende a deragliare, riportarlo sui binari del buon senso e del rispetto non è cosa da poco, ma tuttavia è la sola fatica che possa creare buon senso e rispetto.

Proviamo ad immaginare come si potrebbe comportare  una persona tendenzialmente aggressiva di fronte ad una persona che tende ad imporre un dialogo rispettoso delle rispettive posizioni, rifiutando di essere schiacciata come uno scarafaggio? La risposta non è automatica, ma potrebbe darsi che costui, forse per la prima volta, trovandosi di fronte qualcuno che finalmente non fugge in ritirata, si trovi disorientato.

La sua reazione immediata potrebbe essere quella di innalzare il livello del conflitto magari per misurare la capacità dell’avversario di mantenere la posizione. E questo sarà il momento di maggiore difficoltà per entrambi. Per il violento, che avrà modi di rendersi conto di quanto le sue armi, di fronte a quella persona, possano risultare spuntate. Per l’altro, perché arretrare o anche soltanto vacillare in quell’istante equivarrebbe a morte certa.

Conosciamo tutti molto bene l’esistenza di quei fili invisibili di comunicazione che sanno trasmettere i significati delle cose molto meglio di tante parole. Quanto possono comunicare un semplice sguardo o un fiero silenzio?  Spesso non serve parlare, per dimostrare ad un aggressivo che non abbiamo paura della sua stupida violenza, basta restare nella posizione fisica assunta, senza abbassare gli occhi, grattarsi nervosamente o tremare nelle mani. Fermi. Centrati, Radicati.

Tutto questo può accadere quando i pilastri portanti del rispetto di sé e della consapevolezza siano ben stabili. E allora … quanta sofferenza in meno? Quale diversa qualità della vita? Quante relazioni a rischio salvate e trasformate positivamente? E infine: quanti nuovi spunti di gratificazione che potremo regalarci con le nostre stesse mani, dai quali ricavare nuova energia e nuova forza per proseguire? …

 

Se ti va a proposito di “assertività” puoi leggere anche:

Qui 

Qui 

Qui  

Qui  

Qui 

lunedì, 13 febbraio 2012

Capaci di amare ...

MANO NELLA MANO4.jpg

In attesa di S.Valentino una riflessione sulla capacità di amare ….

La capacità di amare, per me, coincide con il cammino personale di crescita che è unico e irripetibile per ciascuno di noi. Sfatiamo il mito che tutti sanno amare, anzi sono poche le persone che raggiungono la capacità di amare. Lo prova anche il numero incredibile di difficoltà nelle relazioni, le separazioni nella coppia; lo prova lo stato di infelicità in amore.

Oggi, chi può dire in cuor suo, di essere veramente capace di amare? Innanzitutto il rapporto di amore vero, secondo me, può anche durare tutta una vita. Non cerchiamo alibi o giustificazioni su questo punto. Le crisi, le difficoltà di cui si parla continuamente, sono dentro di noi, e ci si deve confrontare continuamente con “l’altro”, con le sofferenze, con le difficoltà di comunicazione interpersonale.

Nel vero rapporto d’amore non ci sono separazioni perché esso è pieno di separazioni, addirittura separazioni cercate per essere riconosciute, chiamate per nome, accettate. Il rapporto di cui parlo non è un rapporto tra due persone che si identificano o proiettano l’uno sull’altro o sono entrati in sfida o stanno barando o stanno giocando all’amore. Parlo, invece, del rapporto in cui due si mettono insieme per percorrere lo stesso cammino: il ritrovamento della propria unicità.

Lo scopo di un essere umano è il raggiungimento della consapevolezza e il rapporto di vero amore è una delle migliori opportunità per arrivarci. Ecco la differenza tra il rapporto d’amore vero e quello non vero, il primo è una via per raggiungere la consapevolezza, il secondo si ferma a se stesso. Quest’ultimo può anche essere meraviglioso nei modi, nei gesti, nel sentimento, ma non va verso la consapevolezza, non cerca di ridurre al minimo il grado di nevrosi personale, non tende a eliminare sovrastrutture, alibi, giustificazioni, condizionamenti personali e di coppia.

Secondo me, è necessario che una persona inizi il proprio cammino verso la consapevolezza da sola, soltanto dopo si può entrare in coppia. E’ necessario trovare da soli la propria armonia, la propria pace interiore. Il vivere in coppia poi amplia e migliora questa pace interiore personale. Nei rapporti di “non vero amore”, invece, alle nevrosi e ai problemi personali si aggiungono anche quelli dell’altro cosicchè l’energia di entrambi è assorbita quasi totalmente dall’affrontare le difficoltà e i problemi provocati dallo stare insieme.

E’ evidente che in queste condizioni manca il tempo, lo spazio, l’energia per camminare verso la consapevolezza. Per ridurre l’appesantimento dello stare insieme in queste condizioni occorre quindi che la comunicazione nella coppia sia semplice, funzionale e autentica.

Comunicazione autentica significa disponibilità e apertura, voglia di accogliere l’altro, capacità di affidarsi, di sorprendersi, di accettare le riflessioni, gli spunti, gli imput che l’altro mi dà.

Una vera comunicazione molte volte ci aiuta a ridimensionare le eventuali aspettative che noi abbiamo elaborato nei confronti dell’altro o perché le abbiamo create inconsapevolmente o perché nascono dal semplice fatto che l’altro è nella nostra vita, sul nostro percorso, interdipendente da noi.

La trasparenza tra i due partner è la base su cui costruire la consapevolezza in amore. Alcuni, invece, non sono diretti o trattengono o pospongono nel tempo sensazioni, reazioni, atteggiamenti rivolti verso il partner, perchè credono, erroneamente, di dispiacergli o di recargli danno o delusione.

E’ tipico, poi, di alcune persone presentarsi all’altro, in certe situazioni, come vittime, in modo che la comunicazione autentica non possa avvenire, e tutta l’energia, tutta l’attenzione vengano spostate sull’aspetto emotivo della situazione, sul proprio ruolo di vittime. Nella comunicazione autentica non esistono né carnefici, né vittime ma persone consapevoli e responsabili delle proprie azioni che non hanno paura di mostrarsi all’altro per quello che sono.

Infatti altro pericolo e fonte di impedimento per la crescita del “vero amore” è la giustificazione. La giustificazione serve per dimostrare che quello che si è fatto di sbagliato, di inadeguato, non è di nostra responsabilità, ma è dovuto a responsabilità altrui o a una serie di accadimenti, di circostanze. In fondo si tratta di una serie di scuse, di alibi per nascondersi all’altro, ma soprattutto per nascondersi a se stessi.

La giustificazione, tra l’altro, impedisce anche al partner di poter intervenire con spiegazioni, condivisioni, riflessioni, avendo la giustificazione tolto di mezzo il responsabile. In un rapporto di “vero amore”, al posto della giustificazione c’è la spiegazione, elemento vitale per una autentica condivisione di coppia.

Non sempre due persone che si incontrano, sono al medesimo livello di consapevolezza; sappiamo poi che la mente dell’individuo non è costante nella ricezione, nella comprensione, nel vivere la realtà circostante. La spiegazione recupera questi due motivi di possibile scollamento, di allontanamento da parte di uno dei due rispetto alla verità.

Perché la spiegazione venga accolta è necessario l’ascolto; è la capacità di ascolto che fa scoprire l’altro. Solo attraverso l’ascolto si esce dal proprio narcisismo e dal meccanismo della proiezione; la capacità di ascolto è addirittura il rapporto stesso.

Infine voglio ricordare un altro elemento molto importante per lo stare bene insieme: l’umiltà e il senso del limite. L’umiltà ci porta al senso del limite. Pone cioè la differenza tra l’innamoramento e “l’amore vero”, perché non spinge verso l’illusione, bensì abitua alla realtà, alla rinuncia della fusione simbiotica e prepara alla separazione da ciò che si ama.

Amare veramente con umiltà significa sperimentare continuamente che l’altro non potrà mai essere completamente mio.

Ed è l’umiltà e il senso del limite, che mi fa comprendere e accettare veramente la realtà. Per vivere in maniera psicologicamente “sana”, per amare veramente, è essenziale accettare la realtà, perché in tal modo riconosciamo la nostra origine umana e ci riconciliamo con essa, con la nostra fondamentale solitudine.

La realtà ci porta sempre alla condizione di limitatezza e ci spinge, contemporaneamente, al desiderio di conoscere, di amare, di guardare lontano, oltre il limite …

 

“ paradossalmente , la capacità di stare soli è la condizione

prima per la capacità d’amare ..”

Erich Fromm

martedì, 07 febbraio 2012

Le cause di “fallimento” più comuni

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Secondo autorevoli ricercatori quali Robert Sternberg (leggi qui ), conosciuto dai più per la sua teoria triarchica dell'amore ( leggi qui) , possedere buone abilità in generale non vuol dire non commettere mai errori, ma riuscire ad imparare dagli errori compiuti in passato in modo da non ripeterli nel futuro.

Fra le cause dei nostri fallimenti, una delle più comuni consiste nella incapacità di tradurre il pensiero in azioni concrete. La cultura occidentale di cui facciamo parte accetta come un dato ormai acquisito la separazione tra il pensiero e l'azione; nel tentativo di migliorarci oppure per timore di sbagliare, tendiamo a riflettere sulle azioni commesse ieri e a pensare in anticipo alle azioni che faremo domani.

Potremmo chiamarla la strada dei rimpianti e delle occasioni perdute, poiché in questo modo non si fa altro che pensare a cosa avremmo fatto se ci fosse stata offerta un'altra opportunità, cadendo non di rado in dilemmi dal sapore amletico.

Nonostante le buone intenzioni le idee generate in questo modo si rivelano alquanto improduttive, dato che difficilmente si tradurranno in azioni efficaci: si tratta dell'esatto contrario del "cogliere l'attimo fuggente", poiché a forza di chiedersi quale sia l'occasione giusta non si riesce a raggiungere alcuno scopo importante nella vita.

Strettamente legato a questo troviamo la mancanza di motivazione che affligge quanti non riescono a dare forza alle loro scelte che finiscono per rimanere solo proiezioni in un tempo indeterminato che prima o poi verrà quando tutte le congiunzioni astrali saranno al posto giusto.

Chi si affida solo a motivazioni esterne, come ad esempio l'approvazione dei genitori, per perseguire i propri obiettivi, alla lunga perde di vista il significato delle proprie azioni e tende anche ad arrendersi prima del tempo, mentre chi riesce a motivarsi all'interno prova un interesse reale e sincero per quello che fa.

Anche il rimandare continuamente l'inizio di un'attività rientra tra i fattori in grado di diminuire fortemente il coinvolgimento della persona, la quale appare impaurita di fronte alle responsabilità richieste per portare avanti un compito.

Consideriamo ad esempio il caso di uno studente universitario che non riesce a terminare gli studi perché si è arenato al momento di dover elaborare la tesi conclusiva. Piuttosto che prendersi l'impegno di scrivere la tesi, preferisce rimandare il suo incontro con le responsabilità tipiche dell'essere adulto, come trovare un lavoro e il non essere più dipendente economicamente dai genitori.

Sul piano interpersonale, la paura di cominciare una relazione pienamente coinvolgente, fatta anche di impegno, attanaglia tutti quelli che non riescono oppure non vogliono andare oltre una conoscenza superficiale del partner di turno e che sono abituati a terminare le relazioni prima che queste diventino qualcosa di più serio.

A questi ostacoli Sternberg ne aggiunge un altro, forse più subdolo dei precedenti ma altrettanto frequente: l'eccessiva fiducia riposta nelle proprie abilità  cognitive ed emotive, oppure al contrario la totale mancanza di essa.

Mentre sembra intuitivamente corrispondete al vero che chi non possieda almeno un minimo di fiducia nelle proprie abilità soltanto con estrema difficoltà potrà raggiungere degli obiettivi concreti nella vita, meno comprensibili ci appaiono i danni che un eccesso di fiducia in se stessi possono provocare.

In realtà, la mancanza di umiltà impedisce di prendere atto degli errori compiuti, svolgendo così la funzione di freno al raggiungimento dei risultati che ci aspettiamo.

In ultima analisi il fallimento è qualcosa che fa parte della vita, l'importante è sapersi rialzare, prendersi le proprie responsabilità non avendo paura di mettersi in gioco.


"Fear of failure must never be a reason not to try something." Frederick Smith


 

lunedì, 06 febbraio 2012

La nostra "mission".....

 mission,scopo,caduta,conoscere se stessi,consapevolezza

Photo by: http://www.flickr.com/photos/benheine/3569837350/in/faves...

Ognuno di noi ha un proprio particolare percorso, all’interno del quale è assoluto protagonista se possiede il coraggio di guardarsi dentro, prendendosi la responsabilità del bene e del male che vi trova.

Questo non è possibile se rimaniamo chiusi nel nostro “io”, per paura, per ricerca di successo, di potere, rivestendo solo ruoli prestabiliti, seguendo solo le regole formali evitando quelle sostanziali, evitando di soffrire.

Spesso poi la sofferenza è il luogo più fecondo, più fertile, dove può nascere la ricerca del motivo profondo per cui siamo venuti su questo pianeta.

Ognuno di noi nel momento in cui nasce ha uno scopo, una missione da compiere e in quest’ottica anche le cadute e le fermate lungo il corso del nostro viaggio di vita sono previste. Anzi necessarie. Direi indispensabili.

Si comincia il percorso personale di crescita quando si è entrati in crisi, quando si è stanchi della vita che si conduce, quando si è perso ciò per cui si è lottato tanto, quando si perdono le persone care, quando ci lasciano o si lasciano persone amate, quando ci si accorge di aver sbagliato, quando si comprende che la vita che si conduce non ha senso ….

Il percorso personale ha inizio quando si impara ad andare oltre la sopravvivenza, quando si è conosciuto il bianco e il nero, il buono e il cattivo, il male e il bene, e si è compreso che tra loro scorre un filo sottilissimo che ci obbliga a stare sempre in guardia, sempre vigili, attenti a discernere a dare priorità.

Poi, per un motivo , può essere un rifiuto, un insuccesso , una malattia , una morte … si cade. Il nostro percorso continuerà o si fermerà secondo il modo in cui viviamo la caduta. Se ci identificheremo nella caduta, ci fermeremo; se, al contrario, la vivremo come occasione per aggiustare meglio la direzione, per prendere più forza, per entrare dentro di noi ancora più in profondità, per diventare leggeri, per trovare serenità e consapevolezza del proprio valore, della propria dignità, allora andremo avanti nel viaggio in maniera più spedita e chiara.

Nel cammino di crescita che ci porta a raggiungere il nostro scopo, a dare un senso al nostro essere al mondo è necessario trovare la vera identità personale, smascherando le nostre parti ambigue e riunendo le nostre parti spezzate. Andare oltre le ferite ricevute; uscire dagli schemi mentali e comportamentali assunti per difesa, per paura, per orgoglio. Allargare la mente e pulire il cuore.

Non dobbiamo temere di vivere un’esistenza piena. Non dobbiamo aver paura di noi stessi.

Non credo si possa rinunciare alla consapevolezza di se stessi se si vuole realizzare il proprio scopo. Gli antichi dicevano che quando si rinuncia a qualcosa visi rimane legati.

Per questo non si deve aver paura di conoscere se stessi, anche nelle parti più deboli.

Bisogna cadere per comprendere meglio il viaggio …..

domenica, 01 gennaio 2012

Initium mundi ....

NEVE 2.jpg

Foto by: http://www.flickr.com/photos/romanomozzio/3354907880/


Quello che più non ti appartiene lascialo qui … atmosfera da initium mundi, e gli occhi si aprono nella purezza suprema a cercare nel bianco ovattato lattiginoso qualche traccia pulita.

Contorni flebili, appena un po’ mossi, sospesi … il sogno ancora appiccicato addosso che freme dentro con i suoi flash inafferrabili che attraversano il corpo … il resto già non è più. Andato. Tutto il resto l’hai lasciato nel vecchio anno ….

Sei entrata in una fase completamente nuova, come è nuovo tutto quello che ti viene incontro di giorno in giorno. Sta a te ora portarlo a coscienza perché le esperienze non ti scivolino accanto senza lasciare humus in te. Quell’humus che rende il tuo terreno sempre più fertile e pronto a germogliare e a donare a te e al mondo i tuoi frutti.

Viviamo a lungo in uno stato di sonno e di incoscienza ma, se vuoi portare a frutto le esperienze che vivi, diventa conscia delle tue azioni, di tutto quello che ti capita, di quello che ti circonda.

Fatti testimone di tutto questo, perché solo attraverso la consapevolezza porti a coscienza ogni attimo che stai vivendo … Tu sei il tuo progetto, sei la perfezione della forma che si esprime nel seme, pronta a diventare pianta …



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liberamente tratto da:

S.Garavaglia

365 Pensieri per l'anima

Ed.Tecniche Nuove

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