sabato, 05 maggio 2012

L’importanza di gratificare se stessi ….

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... il tragitto per raggiungere il proprio sogno è lungo e tortuoso, ma il senso di appagamento quando finalmente si raggiunge è veramente inimmaginabile per la forza e la vitalità che ti senti dentro..... i...l senso di essere tutto uno con te stessa. Un senso di coerenza con il tuo spirito ed il tuo corpo ... un individuo finalmente compiuto e completo ....


Individui considerati abili nel gestire le situazioni sociali possiedono un senso di autonomia personale sicuramente più marcato rispetto a quanti si lasciano bloccare dal timore di essere feriti emotivamente dagli altri. Secondo questa prospettiva, le paure vanno interpretate come dei limiti che talvolta le persone impongono a se stesse per non cambiare mai in meglio.

Il pessimismo non è l'unico degli atteggiamenti che contribuisce a ridurre il potenziale personale a livelli prossimi allo zero. Sul banco degli imputati mettiamo anche atteggiamenti come il voler evitare i momenti di dolore, il sapersi accontentare di diminuire le proprie sofferenze e la ricerca di piaceri transitori.

Da una parte abbiamo persone che trascorrono gran parte della loro esistenza tollerando un grande grado di sofferenza, mentre dall'altra ci sono persone che fuggono di fronte alle difficoltà della vita per la paura di soffrire troppo.

Chi cerca di evitare il dolore tende a vivere ripiegato su se stesso nella paura che qualcosa di negativo possa accadere in qualsiasi momento: in questo caso la massima aspirazione dell'esistenza consiste nel raggiungere uno stato neutro in cui anche se c'è sicuramente l'assenza del disagio, manca però la volontà di intraprendere azioni costruttive per migliorare la propria qualità di vita.

La ricerca del piacere transitorio rappresenta un altro ostacolo per vivere una vita piena e significativa: esso è caratteristico di coloro che si agitano per trovare stimoli sempre nuovi con cui arricchire la vita. Siamo ovviamente in presenza di piaceri temporanei che spingono a cambiare spesso l'oggetto desiderato al fine di evitare che subentri la noia e la tristezza.

Se vogliamo scrollarci di dosso questi modi di pensare che impoveriscono le esperienze, occorre che volgiamo lo sguardo alle gratificazioni che si ottengono quando ci si impegna pienamente nelle attività che amiamo oltre che ai bisogni che desideriamo veramente soddisfare.

Secondo gli assiomi della Psicologia Positiva, per gratificazione si intende quell'esperienza di soddisfazione che si prova raggiungendo il massimo delle potenzialità in un determinato ambito dell'esistenza e si riesce a ripetere tale esperienza ogni volta che si vuole.

E' anche vero che molti individui presentano una bassa propensione al rischio, per cui tendono a preferire le gratificazioni che derivano dall'esercitare le attività più familiari, seguendo le strade già percorse in passato.

Maslow è l'autore che ha elaborato la classificazione dei bisogni più famosa dell'intera storia della psicologia ( leggi QUI ), prendendo in considerazione il diverso livello di complessità che li contraddistingue, Maslow pose accanto ai bisogni fondamentali (cibo, acqua, impulso sessuale ...) quelli superiori, che si riferiscono ad esempio al senso di appartenenza, di stima e di protezione. Maslow provava una fiducia incondizionata nelle potenzialità positive insite nella natura umana: pertanto l'infelicità rappresenta l'esito che si ottiene quando si tradisce la vocazione all'autorealizzazione, preferendo seguire al posto di essa degli scopi privi di significato che non corrispondono ai veri bisogni di cui l'uomo è portatore.

I "fortunati" che riescono a realizzarsi pienamente mostrano una grande autonomia nell'agire senza farsi influenzare dall'ambiente circostante, per cui si affidano senza paura alle proprie potenzialità personali per raggiungere i loro obiettivi. In loro agisce potentemente una vocazione ad essere felici e veramente liberi da condizionamenti, grazie alla quale l'esperienza soggettiva ne esce rafforzata ed arricchita di nuove prospettive con cui guardare al mondo che ci circonda.


 

venerdì, 27 aprile 2012

Ri-allinearsi sulla traccia della propria Essenza …..

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Un'immensa fonte di energia e di ispirazione sgorga spontaneamente quando siamo in contatto con la nostra Essenza. Questa Essenza possiamo paragonarla ad un seme, unico nelle sue potenzialità. La vita è paragonabile al percorso che il seme compie, nel suo processo di crescita, fino diventare la pianta di cui porta il codice genetico.

Ri-allinearsi sulla traccia della propria Essenza permette di puntare nella propria direzione, attraverso il labirinto delle tante identità ideali che le persone, l'ambiente e il nostro "Critico interiore" creano per noi.

Una bussola preziosa che può aiutarci a trovare l'orientamento è costituita dall'entusiasmo che un vero desiderio genera.

Un buon esempio di energia creativa spontanea sono i bambini molto piccoli. Inarrestabili nel loro desiderio di giocare, scoprire, muoversi, conoscere, ridere, espandersi. Altro buon esempio è l'innamoramento, sia esso per una persona, un'attività, un'idea o un progetto. All'istante torniamo bambini, dentro di noi scoppia la voglia di occuparci senza limiti di tempo di quello che amiamo, senza condizioni, senza chiedere se sia possibile. Diventiamo il  nostro desiderio!

Non è detto che un desiderio sia sempre realizzabile, giusto o che sia la cosa migliore per noi. Però la qualità dell'energia che da esso erompe è preziosa e, se arriva a parlare al nostro cuore, significa che comunque quel desiderio ci sta allargando, motivando, rimettendo in pista.

Proviamo ora a chiederci: quanto entusiasmo c'è in noi? quanto desiderio di far parlare la nostra Essenza? Cosa interferisce con lo sgorgare libero dell'energia vitale, cosa l'assorbe e la disperde?

Tre principalmente sono i grandi dissipatori di energia:

1.   Vecchi bisogni infantili che non sono stati sufficientemente esauditi

2.   Le immagini ideali che abbiamo costruito per noi

3.   Le convinzioni su noi stessi e il mondo basate su immagini distorte e convinzioni limitanti.

 

Proviamo a guardarli più da vicino.

 

Bisogni infantili frustrati.

Il bambino ha un enorme bisogno di tutto: arriva da un mondo più confortevole di quello quotidiano, in cui il calore, il nutrimento, la simbiosi sono realtà in atto. La nascita dà inizio ad un percorso di individuazione faticoso e frastagliato in cui la dipendenza dall'ambiente esterno è , almeno al principio, totale.

Malgrado l'intensità della dedizione che genitori o ambiente possano aver prodigato, qualche bisogno legittimo resta comunque insoddisfatto. Essere curato, accudito, protetto, incoraggiato, ricevere attenzione, apprezzamento per la propria unicità, sono necessità autentiche  che, se disattese a causa della struttura stessa del rapporto con uno o entrambi i genitori, o per condizioni ambientali oggettive, possono generare a livello inconscio un bisogno coatto di ricevere soddisfazione in età adulta, spostando su figure analoghe questa richiesta.

Questo processo è facilmente individuabile in quelle aree della vita in cui ogni sforzo per ottenere qualcosa a cui si aspira finisce prima o poi nel risolversi con una frustrazione.

In questo caso l'energia vitale viene assorbita da imprese che hanno lo scopo di riuscire laddove si è fallito durante l'infanzia, forzando la vita a darci quello che non abbiamo ricevuto. Sostituiamo persone e situazioni originarie con dei surrogati che hanno una matrice simile, o la ricreiamo anche dove non c'è, reinterpretando la realtà a modo nostro. Vincere è impossibile, proprio perché si scelgono e si ricreano le condizioni della sconfitta originaria, da un livello completamente inconsapevole.

 

Le false identità e l'immagine ideale.

Altro dissipatore energetico che risucchia la nostra energia, simile ad un buco nero che tutto assorbe è l'immagine ideale, una costruzione inconscia formata dalla somma delle definizioni altrui su come dobbiamo e ci è vietato essere, per meritare di vivere e possedere un valore personale.

Cresciamo, in genere, con l'idea di non essere abbastanza buoni da essere amati per ciò che siamo. Ci creiamo, perciò, un'immagine di come dovremmo essere e, disperatamente cerchiamo di esserne all'altezza Per fare questo utilizziamo una massa preponderante della nostra energia indirizzandola spesso in una direzione addirittura opposta alla nostra Essenza.

 

Le immagini distorte o convinzioni limitanti.

Si tratta di ragionamenti strategici, formatisi nella primissima infanzia in modo istintivo, e poi applicati in maniera inconsapevole ed automatica in situazioni anche molto diverse, ma erroneamente associate alle situazioni originarie.

Esse guidano in modo istintivo il nostro comportamento e diventano lentamente la nostra modalità per estrarre energia dalla vita.

Queste convinzioni diventano come un copione da commedia dell'arte, maschere che l'individuo usa senza averne coscienza. Sono trappole che, in cambio di una modesta sicurezza di ruolo, limitano la visuale, sviando dai veri bisogni.

La soluzione???? Proviamo ad uscire dagli schemi, allarghiamo il nostro "recinto", da una parte riconoscendo i nostri automatismi a tutti i livelli: fisico, emotivo, mentale; in secondo luogo, imparando ad usare al meglio la nostra energia nella direzione della conoscenza e della realizzazione della nostra Essenza, la nostra parte più vera e profonda .... accettiamoci .... e manifestiamo per quello che siamo! ...

 

giovedì, 26 gennaio 2012

Dipendere dagli altri …. un “vizio” femminile …

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Le donne che sono (state) convinte di avere un sé fragile e debole hanno delegato ad altri la gestione della loro esistenza, aspettandosi che fossero gli altri ad occuparsi di loro, a proteggerle, a soddisfare i loro bisogni, a riconoscerle meritorie. Hanno così imparato a privilegiare la comunicazione indiretta, fatta di allusioni, senza esplicitare richieste chiare per il timore di venire respinte.

Le donne hanno imparato a rendersi deboli e impotenti per attutire tensioni, per evitare conflitti, per conformarsi a chi pensavano le volesse così: i famigliari, i datori di lavoro, la società. Così hanno offerto ad altri su un piatto d’argento il loro potere, la loro autonomia e le loro forze. Non sarebbe ora di riprendersele???

La dipendenza auto-imposta delle donne si manifesta talvolta con un’eccessiva dose di fiducia e con la gelosia.

Dare fiducia a qualcuno è come denudarsi in sua presenza, mostrando le parti più intime e più fragili. Ci spogliamo delle consuete protezioni quando crediamo che l’altro non approfitterà della nostra nudità e saprà rispettarci.

La fiducia è una impalcatura senza la quale non potremmo creare legami. Senza questa, ogni scambio interpersonale non potrebbe neanche cominciare e ogni transazione sarebbe impossibile perché senza fondamenta. La fiducia rinforza e crea un circolo benefico che genera e nutre fedeltà e realtà, riconoscendo però anche l’incertezza, senza eccessiva ingenuità.

Un suo eccesso, soprattutto verso chi non la merita, si trasforma automaticamente in autorizzazione a farci imbrogliare, tradire, abusare. Per evitare di cedere al vizio di regalare fiducia a chi non la merita è prudente contemplare il rischio di essere traditi. Anzi, non ci può essere tradimento se prima non c’è stato un investimento negativo di fiducia. Così come non ci può essere delusione se prima non c’è stato un processo d’illusione.

Alcune donne però hanno il vizio di continuare a fidarsi di certe persone, anche dopo aver raccolto sufficienti prove della loro malafede, anche dopo aver osservato comportamenti lesivi del rapporto. Queste, pur notando all’interno di relazioni importanti comportamenti scorretti, sleali o disonesti, sono pronte a giustificarli, a comprenderli, a lasciar correre. Non tirano le somme e non arrivano a comprendere la gravità di quello che accettano passivamente e le conseguenze cui vanno incontro con la loro condiscendenza.

E’ come se le donne preferissero restare nel limbo dell’ignoranza, sperando che quelle modalità siano del tutto casuali, sporadiche, episodiche; che la persona non sia così sleale, in malafede e che , certamente, domani cambierà. Preferiscono continuare a credersi deboli, impotenti e, soprattutto, dipendenti da chi approfitta della loro ingenuità. Preferiscono raccogliere briciole rafferme piuttosto che correre il rischio di assaporare cibi sconosciuti, magari un po’ piccanti.

Per trasformare il vizio dell’accettazione passiva in virtù del rispetto di sé, basta essere dalla parte della verità dei fatti. I fatti non ammettono tolleranze. La donna ingenua, che continua a fare l’innocente dopo essere stata ripetutamente tradita, coltiva passivamente il rancore e proietta la sua parte di responsabilità fuori di sé. La virtù richiede che lei si assuma la propria parte di responsabilità e accetti la perdita del mito dell’idealizzazione sia dell’altro sia dell’amore con la “A” maiuscola. E’ necessario che riconosca che “nessuno è perfetto” … e meno male !

Per difendersi da una dipendenza autoimposta, chiamata erroneamente amore, bisogna avere la serena consapevolezza che ogni rapporto può essere a rischio di tradimento e, soprattutto, che ogni rapporto finisce: proprio come ogni altra cosa sulla terra, ha una nascita e una morte.

La donna che si sente dipendente dall’uomo è più portata a sentire le tenaglie della gelosia che torcono le budella, confondendo l’amore con il possesso, un patto d’amore tra due mortali in un’alleanza eterna, un accordo che va aggiornato continuamente con un contratto indelebile. Due persone che si innamorano e decidono di stare insieme cominciano a cambiare immediatamente e, da tale mutamento, possono nascere malintesi. Eppure prima di conoscersi, ognuno sapeva vivere senza l’altro. Poi cosa succede? Cosa trasforma una donna autonoma e libera in una bambina conformista e dipendente? Cosa le fa dimenticare le sue risorse legate all’autonomia e la fa regredire alla fase in cui aveva effettivamente bisogno degli altri: quando era bambina appunto?

Non cedere al vizio della dipendenza rende consapevoli che l’unione tra due persone non può essere imposta, imbrigliata, irreggimentata. Anche se due persone hanno deciso di andare nella stessa direzione, ognuno procede con le proprie gambe, con il proprio passo, secondo i propri tempi e ritmi.

La donna che si dà al vizio della gelosia presentandola come una dimostrazione d’amore, in realtà tenta di instaurare una relazione basata su un gioco di potere. Lei, che si crede dipendente, pretende di rendere l’altro succube. Così entrambi corrono il rischio di soffrire e di farsi del male reciprocamente, sminuendo la forza creativa dell’amore.

Quando rimaniamo con occhi, cuore e mente aperti possiamo valutare i rischi. Ci interroghiamo, indaghiamo, facciamo ipotesi e le confutiamo.

Quando impariamo la virtù di frequentare il dubbio, acquisiamo una cautela che educa a sopportare l’incertezza e spinge a procedere con calma….

..… cosa succederebbe se scoprissimo che in realtà non si ha paura di perdere la persona amata ma di acquisire una piena autonomia? Cosa succederebbe se scoprissimo che bastiamo a noi stesse e che la solitudine non ci fa paura????

 

 

sabato, 19 novembre 2011

Riconosci te stesso … confermati o cambia !!

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Un bel sano post motivazionale che ve ne pare??????

 

Nel mondo dello sport spesso ci si imbatte in una frase: “Squadra che vince non si cambia!” Certo sarebbe sciocco farlo, non credete? Perché allora subito dopo un risultato ottenuto a noi capita di farlo? Di sabotare quanto appena raggiunto? Forse, per arrenderci inevitabilmente alla sensazione che siccome abbiamo vinto in passato e non si può vincere sempre, allora prendiamo le nostre cose e facciamo spazio a qualcun altro, magari lo sfidante, confrontandoci con il quale dovremmo invece difendere il titolo che abbiamo appena conquistato? Non è una resa questa?

Allora impegniamoci, laviamo i nostri pensieri e trasformiamoli in una lega composta delle stesse sostanze di cui sono composti i sogni, quelli più belli. Entriamo nella convinzione che quella che è stata la nostra vittoria più importante non debba essere necessariamente l’unica da ricordare bensì la prima di infinite altre vittorie.

Se scegliamo di vivere un’esistenza consapevole non possiamo più tornare indietro e ricominciare a fare le vittime. Sei responsabile di te e di quello che ti accade intorno, totalmente, per attingere a tutte le possibilità che il tuo potere ti mette a disposizione ora e per sempre.

Essere riconosciuti, riconoscersi … quanti vuoti permetterebbe di colmare questa azione che spesso ci attendiamo esclusivamente dall’esterno. Quanto, invece, potremmo supplire a quello che non accade nutrendoci da soli, aprendo il rubinetto della nostra “centratura”?

Certo essere riconosciuti è un bisogno che non viene considerato primario. Nella scala dei bisogni di Maslow troviamo al primo posto i Bisogni Fisiologici visti come fondamentali per accedere ad altri desideri. Poi vengono considerati i Bisogni di Sicurezza; finalmente i Bisogni di Appartenenza tra cui il bisogno di essere riconosciuti e approvati, seguiti dai Bisogni di Stima e infine troviamo il Bisogno di Autorealizzazione. Io credo invece che essere riconosciuti sia uno dei fondamentali e più importanti bisogni espressi dall’essere umano, se non vivi su un’isola deserta come naufrago, perché se già i naufraghi sono due, ognuno tenterà di convincere l’altro di quanto sia stato importante il suo apporto e il bisogno di essere vicendevolmente riconosciuti farà la differenza e regolerà la loro relazione. Uno dirà: “Hai visto quanta legna ho raccolto mentre dormivi?” E l’altro risponderà: “Sì, e tu hai visto quanto pesce ho pescato per noi nella notte?”. Questo vale naturalmente in ogni ambito.

Dopo aver imparato a riconoscerci siamo pronti ad essere riconosciuti dagli altri. Prendiamo il saluto quale altro bisogno gli viene affidato se non il riconoscimento? Io ti ho visto e ti riconosco (ti saluto), tu mi hai visto? Allora salutami affinchè io ne abbia la certezza e mi tranquillizzi. Come ti senti se saluti qualcuno e questo non risponde al tuo saluto? Non riconosciuto? Esattamente!!

Questo è uno dei motivi per cui abbiamo degli amici, per essere in una dimensione dove il riconoscimento è sicuro e paritario, da loro saremo riconosciuti e accolti comunque, in qualsiasi modo dovessimo presentarci. E ora e per sempre noi ne teniamo conto e tutto quello che possiamo fare e che è nelle nostre possibilità noi lo faremo veramente e saremo pronti ad entrare nella via dell’espansione.

L’Universo non è un navigatore, non può dirti “vai a destra o a sinistra”. E’ necessario che lo dica tu. Ora è il momento di farlo, prendi decisioni nuove, occupati di quello che ti pre-occupava e sorridi.

Usa i tuoi talenti, credi in te, diventa la tua vera fede. Investi su di te e su quello che sai fare meglio. Torna al bivio dove avevi perso il cammino e stupisci tutti; se lo farai andrai a far parte di quella minoranza del pianeta composta dalle persone che vivono costruendo i loro sogni e dormirai sorridendo, come un’aquila che cercava il cielo mentre ora è lì che vive.

La felicità è lì, può anche essere un download veloce se te lo concedi, così ti sembrerà di cavalcare il mondo, mentre sentirai una mandria di cavalli liberi al galoppo nel cuore.

Nel riconoscerti puoi sorridere e pensare: “Quante cose importanti abbiamo fatto insieme e quante ne faremo  ancora ….!” Tutto insegna ed è motivo di apprendimento se sei disposto ad imparare e ad agire e a tener conto di quello che accade intorno a te.

Alcune cose puoi farle adesso o rimpiangerai per sempre di non averle fatte. Non vivrai mai più un giorno con la stessa data di oggi, sorridi e vani nel mondo con questo pensiero! La tua giornata, se lo vuoi, può diventare una meravigliosa caccia al tesoro se uscirai attento a vivere pienamente momento per momento”. VIVI!!! VIVI ALLA GRANDE!!!!

Smetti di lasciare prendere decisioni alla parte peggiore di te; decidi tu le difficoltà che vuoi incontrare nella tua esistenza se ti sembra di non aver abbastanza adrenalina, quando le cose sono facili, prenotane però il minimo indispensabile affinchè questa tua abitudine non arrivi a sabotare i tuoi progetti. Perdere frequentemente è una manifestazione di autolesionismo che una persona infligge a se stessa per punirsi. Perdonati, concediti un attimo di respiro …. Eleva la tua visione di insieme …

Come vedi la tua situazione con questo distacco? Come ti appaiono le cose da questa altezza? Come è piccolo quel labirinto in cui ti sentivi prigioniero? Lo vedi, sarebbe stato sufficiente alzarti in piedi e come nei viaggi di Gulliver tutte le catene con cui credevi di essere legato si sarebbero rivelate per quello che erano: solo scomode, false, inutili, insufficienti a fermarti.

Quando lavori per crescere e migliorare la tua situazione, non stai lavorando su te stesso , ma per te stesso. Nel pianeta c’è bisogno di qualcosa di nuovo e quel “qualcosa” di nuovo siamo noi!!!!

Riprendi in mano la tua esistenza, muoviti da ricco, nulla è più prezioso di te! Corteggiati e conquistati, non perdere l’occasione: se tu fossi molto interessato a un’altra persona libera ti dichiareresti finchè sei in tempo no? Fallo, INNAMORATI DI TE! Non è qualcuno che devi conquistare, sei tu!!!!

 

domenica, 23 gennaio 2011

Impariamo a gestire il tempo ...

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Tutti vorremmo tutto e la possibilità di fare tutto ma, già da quando avevamo tre anni ci siamo dovuti scontrare con il concetto dello spazio-tempo.

A quell'età i bambini sono molto capricciosi. Ma "capricciosi" non è il termine più appropriato: stanno soffrendo molto, perché la presa di coscienza del concetto di spazio-tempo toglie loro l'illusione di poter far tutto nello stesso momento. Caduta l'illusione, affrontano la difficoltà della scelta, che spesso viene vissuta come privazione.

Se il nostro bisogno è assecondare qualcuno che amiamo o temiamo, per evitare il senso di frustrazione o il senso di colpa, cerchiamo di dilatare il tempo e accorciare le distanze, ma dal momento che non è possibile, danneggiamo solo noi stessi.

Corriamo da un luogo all'altro, sottraiamo tempo al sonno, perfino ciò che ci concediamo spesso è fatto a rotta di collo, non vissuto pienamente.

La difficoltà maggiore che le persone sperimentano infatti è quella di non riuscire a separare due termini fondamentali nella gestione del tempo:

urgenza ed importanza.

Per la maggior parte infatti la giornata è vissuta come il susseguirsi di urgenze a cui far fronte, accumulando una quantità sempre maggiore di stress tralasciando tutte quelle cose che ritengono davvero importanti per il proprio benessere.

Tutti noi, del resto, abbiamo a disposizione 24 ore al giorno. Ce lo ricorda una famosissima frase dello scrittore H. Jackson Brown, alla quale dovremmo ripensare un po' più spesso: "Non dire che non hai abbastanza tempo. Hai esattamente lo stesso numero di ore al giorno che hanno avuto Pasteur, Michelangelo, Madre Teresa, Leonardo da Vinci, Thomas Jefferson e Albert Einstein".

Il segreto sta nell'utilizzare al meglio le ore a nostra disposizione per non andare incontro a due spiacevolissime sensazioni:

  • sentirsi in colpa per non avere fatto ciò che avremmo dovuto/voluto fare
  • avvertire di aver perso il controllo della nostra vita

L'essenza alla base di una gestione efficace del tempo e della propria vita consiste nell'organizzare e nell'eseguire le attività in base a priorità ben bilanciate.

Le cause di una gestione del tempo insoddisfacente possono essere :

  • l'incapacità di fissare priorità;
  • l'incapacità di organizzarsi intorno alle proprie priorità;
  • la mancanza dell'autodisciplina necessaria per eseguire tali priorità, attenendosi ad esse


E allora proviamo ad imparare a gestire il nostro tempo. Certo, dobbiamo individuare che cosa è importante e poi compiere scelte drastiche.

In questo obiettivo ci può venire in aiuto Stephen Covey, uno dei guru della crescita personale che nel suo libro "Le 7 regole per aver successo" ci offre uno strumento che può fare la differenza: il metodo dei 4 quadranti.

Considerando le variabili di importanza ed urgenza ogni attività può essere inserita in una delle 4 categorie.

 

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Quadrante di Covey


Nel primo quadrante si scrivono le cose urgenti ed importanti;

E' chiamato il quadrante delle necessità, ignorandole  sperimentiamo immediatamente delle difficoltà.

Sono scadenze per noi significative e che non possiamo rimandare.

Ad esempio: crisi lavorative che richiedono un nostro intervento immediato,scadenze per lavoro, esami ...


Nel secondo quadrante scrivi le cose importanti ma non urgenti;

E' il quadrante delle opportunità.

E' il quadrante nel quale di solito le persone dedicano minor tempo, ma che porta i maggiori benefici a lungo termine. Trascurandolo ci ritroviamo a percepire una minor capacità di controllo sulle nostre attività, un esempio chiaro è quello riferito al trascurare attività che riguardano la salute o la prevenzione che di solito le persone non scrivono in questo quadrante.

Di solito si riassumono nella frase "lo farò quando avrò più tempo.."

Ad esempio: Corsi di formazione/corso di studi/ aggiornamento, pianificazione di progetti/attività/viaggi a medio -lungo termine, relazioni/ rapporti interpersonali che vogliamo  sviluppare o cui vogliamo dedicare più tempo, salute ed attività fisica


Nel terzo quadrante scrivi le cose urgenti ma non importanti;

E' chiamato il quadrante dell'inganno

A volte questo quadrante è riempito più degli altri quando stiamo dedicando troppo tempo ai compiti che altri ci richiedono trascurando le nostre urgenze e necessità.

Ad esempio: Telefonate/mail non importanti che interrompono quello che  stai facendo, in generale attività richieste da altri nelle quali non vediamo alcun vantaggio ma cha facciamo con urgenza per gli altri


Nel quarto quadrante scrivi le cose non urgenti e non importanti;

E' chiamato il quadrante delle distrazioni

Di solito quando questo quadrante è troppo pieno terminiamo la giornata con un senso di noia e incompiutezza come se avessimo perso tempo.

Ad esempio: Tv , Chat/internet ,lettura, attività che aiutano a svagarci


Dopo aver provato a riempire lo schema prova a vedere quanto tempo dedichi ad attività importanti per il tuo benessere (quadrante 2).....

Una semplice abitudine per iniziare a migliorare il proprio benessere infatti è quella  dedicare maggior tempo ed attenzione allo sviluppo di attività che ricadono dentro questo unico quadrante.

Se sei in una fase di mancanza di motivazione o confusione riordinare e ri-progettare questa area ti aiuta a sperimentare maggior soddisfazione e minore stress nel quotidiano fornendoti una direzione chiara verso la quale TU ritieni importante andare.

 

E per finire sdrammatizzando una carinissima storiella trovata nel web che rafforza il concetto che sapere gestire il tempo non significa fare più cose possibili ma fare soprattutto le cose che consentono il raggiungimento dell'obiettivo che ci siamo posti.....

" ... Un giorno un agricoltore disse alla moglie: "domani andrò ad arare il campo ovest".

Il mattino successivo uscì per lubrificare il trattore, ma gli mancava l'olio e andò al negozio a procurarselo. Per strada notò che non era stato dato da mangiare ai maiali. Si diresse verso il silos per prendere il granoturco.

Là vide dei sacchi che gli ricordarono che c'era bisogno di mettere le patate a germogliare. Si avviò verso la buca delle patate e per strada scorse il deposito della legna e si ricordò che prima aveva promesso di portarne un po' a casa.

Prima però doveva tagliarla e aveva lasciato l'accetta nel pollaio.

Andando a cercare l'accetta incontrò sua moglie che dava da mangiare alle galline e sorpresa lei gli chiese: "Hai già finito di arare?"

"Finito?" gridò l'agricoltore "Non ho nemmeno cominciato!"...."



 

venerdì, 07 gennaio 2011

Aspettative. Ciò che alimenta le reazioni e le pretese.

 

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http://www.flickr.com/photos/bilthoven/4101427302/

 

Ho pubblicato molto "sulle aspettative" in questo blog (se vuoi puoi digitare "aspettative" nella casella "cerca" per leggere gli altri post) perché è un argomento che mi ha sempre toccata da vicino e vedo, proseguendo nel mio lavoro di Counselor e ora di Mediatore Familiare , come le "aspettative" siano la base di molti dei disagi intrapsichici e relazionali.

Stamattina sfogliando il libro di Krishnananda "a tu per tu con la paura" , sono incappata in un capitoletto, il cui titolo ha dato il nome a questo post, che mi sembra perfetto per chiarire alcuni punti che erano rimasti in sospeso.


La fonte e l'alimento del nostro reagire e pretendere proviene dalle aspettative. Tutti noi nutriamo aspettative reciproche che, se rimangono inconsce, possono distruggere qualsiasi tipo di armonia e intimità desideriamo creare. Perché le aspettative trasformano l'altra persona in un oggetto per i nostri voleri..E poniamo le stesse aspettative sulle situazioni e sulla vita in generale..... Invece di sentire le nostre paure, noi entriamo nel "bambino che pretende" e ci sentiamo vittime della gente, delle situazioni e della vita.

Per conseguire una maggiore consapevolezza del nostro "pretendere", dobbiamo esaminare le nostre aspettative.

E' più facile a dirsi che a farsi..... come facciamo a riconoscere le nostre aspettative??

1.    Uno dei modi è notare quando ci sentiamo delusi e reagiamo, sia colpevolizzando e arrabbiandoci che isolandoci con rassegnazione. A seconda del nostro temperamento. Possiamo scagliare la rabbia e la delusione sull'altra persona perché non soddisfa i nostri bisogni, oppure possiamo trattenerle dentro di noi e cuocere nel nostro brodo. ... E' imbarazzante vedere quanto ci aspettiamo dagli altri. Per questo non abbiamo voglia di analizzare questa parte di  noi. Ogni qualvolta sentiamo frustrazione o rabbia, un'aspettativa è stata delusa.

2.    Un altro modo per scoprire un'aspettativa è esaminare cosa si nasconde sotto il nostro giudizio. Spesso proprio dietro ad un giudizio c'è qualcosa che vogliamo o ci aspettiamo da qualcuno.

3.    Un terzo modo per cominciare a riconoscere le nostre aspettative è quello di prendere qualcuno che ci è molto vicino - la nostra relazione fondamentale è l'esempio migliore - e vedere tutti i modi in cui possiamo incolpare questa persona. Incolpiamola per tutto quello che non va in lei, per tutto ciò che non ci dà, per tutto ciò che vorremmo cambiasse. Sotto ognuna di queste colpe c'è una aspettativa.

Quando un'aspettativa non è soddisfatta possiamo avere una reazione esplosiva o implosiva. Le aspettative che provocano il primo tipo di reazione sono positive e si trovano appena sotto lo stato di rabbia e di giudizio. Esse hanno una energia che le sorregge e sono accompagnate dalla sensazione, nella mente del nostro bambino, che meritiamo di vederle soddisfatte. Le definisco positive perché c'è almeno un po' di energia con cui possiamo connetterci. Quando c'è energia è più facile riconoscere le aspettative e cercare il bisogno insoddisfatto, il buco della nostra vita che esse ricoprono. Le aspettative sono i coperchi dei buchi interiori. Invece di sentire la paura e il dolore che questi buchi provocano, trasformiamo l'energia nell'aspettativa che qualcuno, o la vita stessa, li colmino.

Le aspettative negative sono convinzioni che tratteniamo e che ci impediscono di ammettere che in realtà vogliamo o ci aspettiamo qualcosa. Quando neghiamo di avere bisogni e desideri o quando ci sentiamo così indegni che non pensiamo di meritare nulla, le nostre aspettative vengono sepolte in profondità. Ovviamente sono ancora lì, ma sono più difficili da raggiungere. Per esempio, alcuni di noi vivono nell'illusione che non abbiamo bisogno di niente e di nessuno. Altri provano così tanta vergogna che pensano di non meritare niente. In realtà continuiamo ad avere aspettative, solo che si manifestano indirettamente sotto forma di risentimenti inespressi, di depressione cronica, di malignità, di aggressione passiva.

Copriamo i nostri bisogni con convinzioni del tipo:

  • Avere bisogno degli altri non va bene; dobbiamo imparare a prenderci cura di noi stessi;
  • è inutile desiderare o avere bisogno di qualcosa perché in ogni caso non verremo soddisfatti;
  • esprimere un bisogno porta solo alla frustrazione.

E' possibile che non riconosciamo assolutamente il fatto di avere bisogni. Li abbiamo rinnegati così a lungo che è diventato quasi impossibile averne la consapevolezza. Le nostre aspettative negative si trovano nel profondo delle nostre ferite interiori. E creano una grande disperazione: non saremo mai amati, accettati o compresi.

Sia che le nostre aspettative si manifestino sotto forma di rabbia, delusione o accusa (è il caso delle aspettative positive) sia che possano essere identificate come una convinzione negativa che copre i nostri desideri e bisogni (è così per le aspettative negative), esse continuano a coprire una parte dentro di noi profondamente ferita e affamata. Il nostro bambino interiore proietta le sue vecchie esperienze sul presente con tutta la paura e la diffidenza che quelle esperienze gli hanno insegnato. Il presente può anche essere più amorevole di quanto crediamo ma noi non ce ne possiamo accorgere. Continuiamo a reagire come farebbe un bambino.

Senza consapevolezza e comprensione è facile sentirsi vittimizzati dall'esistenza per quello che succede piuttosto che vedere che siamo noi stessi a crearlo. Identificando lo schema con profonda compassione possiamo cominciare a modificarlo. La mente del nostro bambino ha formato delle convinzioni e ripete degli schemi basati sulle esperienze della prima infanzia, e noi dobbiamo trovare un modo per risvegliarci dal film che sta distorcendo la mnostra realtà presente con proiezioni del nostro passato.


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Tratto da:

Krishnananda

"A tu per tu con la paura"

Ed.Universale Economica Feltrinelli


 

sabato, 01 gennaio 2011

... Risveglio ...

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Sospesa nell'assoluto , ti abbandoni al flusso per fonderti fino a trovare il senso della sua trama.

Ancora non sai chi sei, intuisci solo una impercettibile lieve sensazione che ti spinge a desiderare questo inizio .... Sospinta da questa sensazione desideri soltanto che sia un buon inizio e che, finalmente, tutto quanto grida gioia di nascere in te, riceva ascolto e ti cresca dentro per portare i tuoi frutti ...

Non sei più quella di prima, sei nata da poco con gli occhi aperti, sai e ricordi ... Neonata, vorresti restare a farti cullare, accudire, nutrire e coccolare, avvolta nella tua pelle di seta che attende soltanto il calore del sole ... quel caldino che sa di buono, di grande rispetto per una vita che nasce.... Piano , piano incominci a far chiarezza a portare a coscienza il tuo essere nata ...

Camminiamo nella vita trasportando pesi che non sono più nostri, zaini che sembrano appartenere ad altre vite e che non riusciamo ad abbandonare. Ci identifichiamo con aspetti di noi stesse che andrebbero messi in un museo o abbandonati al corso di un ruscello che li porti fino al mare. Ci identifichiamo con i simulacri di quello che siamo state e ci portiamo a spasso, come fossimo manichini abbandonati tra le quinte di un teatro ormai dismesso. Crediamo di essere ancora quello che ormai non siamo più. Un inganno che dura da una vita, così sottile da non lasciarci nemmeno l'occasione di smascherarlo tanto che, scelte dettate da qualcosa di già morto, continuano a farci ignorare il nuovo che avanzerebbe se ne avesse lo spazio ...

Riposati ancora un poco, non avere fretta ... attendi che la tua trasformazione ti si mostri, come una magica sorpresa .... Ma non è magica ... E' realtà!!

Ora sei pronta ad entrare in contatto con i tuoi reali bisogni, hai lasciato andare, almeno nel silenzio segreto della tua intimità, quelle maschere o quelle corazze che ti eri tenuta stretta addosso.

Stai portando alla luce quegli aspetti di te che hanno dormito fino ad ora, ma che consideri il tuo capitale segreto.

Quante volte hai detto un "mi piacerebbe dipingere, scrivere, cantare, suonare il pianoforte, studiare il giapponese, imparare a cucinare, fare un corso di yoga .... ma non ne ho il tempo??? .." Quante volte hai represso i "no" che avresti voluto urlare ma che hai trasformato in un "sì" per non fare brutta figura, per non deludere gli altri, per non essere criticata, abbandonata? ... Quante volte hai rinunciato ad ammettere il tuo bisogno di amore, oppure la tua rabbia, la tua paura, la tua voglia di stare, scappare, ritornare, abbracciare??? ... Quante volte avresti voluto uscire da uno schema, cambiare gioco, perdonare, schiaffeggiare, ma non l'hai fatto??? ....

Il con-tatto con i tuoi veri bisogni è il primo passo per volerti bene e ri-nascere al Nuovo. Non si tratta di capovolgere il mondo ma, caso mai, di vedere lo stesso mondo da altri punti di vista e di percepire te stesso nel mondo, non come vittima di una vita voluta da chissà chi per te, ma alla guida della tua automobile, certa di poter decidere, per quanto ti sia possibile, dove e come condurla. Certa di voler sbocciare per quella che veramente sei e che magari avevi solo dimenticato di essere.....

Hai una missione, la tua energia è di un certo tipo e tu, fedele a te stessa, puoi soltanto abbandonarti al suo flusso e cavalcarla interamente.

La natura invernale si carica di neve, il vento impetuoso la travolge, temporali la devastano, il gelo pare a tratti che la voglia congelare e la metta a dormire per sempre. Ma la natura è viva e rimane la stessa, pur trasformandosi incessantemente.

Tutto ri-nasce, tutto ricomincia ad ogni ciclo di trasformazione, ma l'anima di goni elemento della natura rimane fedele a se stessa.

Un albero, nonostante il vento, la tempesta, il gelo e la neve rimarrà sempre lui, quell'albero, resistendo fedele a quello che è. Così anche per te ....

Ricomincia il tuo ciclo in ogni istante dell'anno, fluisci con l'energia di quel momento ma sei sempre tu, fedele alla tua natura, fedele all'amore di te ......

 

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liberamente tratto da:

S.Garavaglia

365 Pensieri per l'anima

Ed. Tecniche Nuove

domenica, 12 dicembre 2010

Sulle aspettative ...

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La fonte e l'alimento del nostro agire e pretendere proviene dalle aspettative. Tutti noi nutriamo aspettative reciproche che, se rimangono inconsce, possono distruggere qualsiasi tipo di armonia e intimità desideriamo creare. Perché le aspettative trasformano l'altra persona in un oggetto per i nostri voleri. Entriamo nella parte del "bambino che pretende" e ci sentiamo vittime della gente, delle situazioni e della vita. Per conseguire una maggior consapevolezza del nostro "pretendere", dobbiamo esaminare le nostre aspettative.

Portare allo scoperto le aspettative è più facile a dirsi che a farsi. Entrare in contatto con le nostre aspettative è uno dei lavori più difficili su se stessi. Prima di tutto perchè spesso non vogliamo nemmeno ammettere di averle.

Allora come facciamo a riconoscere le nostre aspettative?

Uno dei modi è notare quando ci sentiamo delusi e reagiamo, sia colpevolizzando e arrabbiandoci che isolandoci con rassegnazione. A seconda del nostro temperamento, possiamo scagliare la rabbia e la delusione sull'altra persona perché non soddisfa i nostri bisogni, oppure possiamo trattenerle dentro di noi e "cuocere nel nostro brodo". E' imbarazzante vedere quanto ci aspettiamo dagli altri. Per questo non abbiamo voglia di analizzare questa parte di noi. Ogni  qualvolta sentiamo rabbia o frustrazione, un'aspettativa è stata delusa.

Un altro modo per scoprire un'aspettativa è esaminare cosa si nasconde sotto il nostro giudizio. Spesso proprio dietro ad un giudizio c'è qualcosa che vogliamo o ci aspettiamo da qualcuno.

Un terzo modo per cominciare a riconoscere le nostre aspettative è quello di prendere qualcuno che ci è molto vicino e vedere tutti i modi in cui possiamo incolpare questa persona. Incolpiamola per tutto quello che non va in lei, per tutto ciò che non ci da', per tutti ciò che vorremmo cambiasse. Sotto ognuna di queste colpe c'è un'aspettativa.

Quando un'aspettativa non è soddisfatta possiamo avere una reazione esplosiva o implosiva. Le aspettative che provocano il primo tipo di reazione sono "positive"; esse hanno una energia che le sorregge e sono accompagnate dalla sensazione che meritiamo di vederle soddisfatte. Le ritengo "positive" perché quando c'è energia è più facile riconoscerle e cercare il bisogno insoddisfatto, il buco nella nostra vita che esse ricoprono. Le aspettative sono il coperchio dei buchi interiori. Invece di sentire la paura e il dolore che questi buchi provocano, trasformiamo l'energia nell'aspettativa che qualcuno, o la vita stessa, li colmino.

Le aspettative "negative" sono, invece, convinzioni che tratteniamo e che ci impediscono di ammettere che in realtà vogliamo o ci aspettiamo qualcosa. Quando neghiamo di aver bisogni e desideri o quando ci sentiamo così indegni che non pensiamo di meritare nulla, le nostre aspettative vengono sepolte in profondità.

Per esempio, alcuni di noi vivono nell'illusione che non abbiamo bisogno di niente da nessuno. Altri provano così tanta vergogna che pensano di non meritare niente. In realtà continuiamo ad avere aspettative, solo che si manifestano indirettamente sotto forma di risentimenti inespressi, di depressione cronica, di aggressione passiva o di chiara violenza.

E' possibile che non riconosciamo assolutamente il fatto di avere dei bisogni. Li abbiamo rinnegati così a lungo che è diventano quasi impossibile averne consapevolezza. Le nostre aspettative negative si trovano al fondo delle nostre ferite interiori. E creano una grande disperazione: non saremo mai amati, accettati o compresi.

Sia che le nostre aspettative si manifestino sotto forma di rabbia, delusione o accusa, sia che possano essere identificate come una convinzione negativa che copre i nostri desideri e bisogni, esse continuano a coprire una parte dentro di noi profondamente ferita e affamata.

Il nostro bambino interiore proietta le sue vecchie esperienze sul presente, con tutta la paura e la diffidenza che quelle esperienze gli hanno insegnato. Il presente può anche essere molto più sicuro e amorevole di quanto crediamo ma noi non ce ne possiamo accorgere. Continuiamo a reagire come farebbe un bambino. Per portare allo scoperto questo bambino, dobbiamo scoprire le nostre aspettative.

Senza consapevolezza e comprensione è facile sentirsi vittimizzati dall'esistenza per quello che succede piuttosto che vedere che siamo noi stessi a crearlo.

Solo identificando lo schema con profonda compassione e con intuito, possiamo cominciare a modificarlo.

 

sabato, 13 novembre 2010

Il triangolo: madre-figlia-padre

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Andy Warhol - Madre e figlia: Tina e Lisa Bilotti - 1981

www.museocarlobilotti.it

 

Ogni incontro amoroso è, in parte, frutto della continua riedizione del nostro passato emotivo in relazione alle figure dei genitori: nasce dalla ricerca di soddisfazione di un desiderio infantile frustrato.

Infatti alla base delle nostre scelte di amore, come ho più volte ripetuto in precedenti post, c'è il primitivo rapporto che abbiamo avuto con nostra madre, che segna la nostra capacità di essere più o meno intime con l'altro. Mentre il apporto con il padre determina la nostra scelta, inconscia, di un certo "modello" d'uomo come quello più adatto a noi.

Con il termine "bonding" si  intende quell'importante legame che si crea tra madre e figlia fin dalla nascita: lo sviluppo psicologico di ogni bambina dipende dal fatto che lei si senta contenuta dalla madre, sia quando fisicamente la tiene in braccio e gli fa da seconda pelle offrendole il seno, sia perché mentalmente la tiene nella sua testa pensando al posto suo, fino a quando la bambina non sarà in grado di farlo da sola.

Dall'affetto che la madre prova per la figlia e che esprime con lo sguardo, le carezze e con ogni gesto, dipenderà l'amore che la bambina proverà per se stessa, la sua capacità di volersi bene.

Ogni bambina è in fusione con la madre fin dal momento del concepimento e prima della nascita la simbiosi è completa: si trova nel corpo della madre e vive attraverso i suoi organi. La nascita segna la fine, solo parziale, del legame perché lei deve continuare a nutrirsi dal corpo della madre, con il suo latte.

Il comportamento che nostra madre ha messo in atto con noi, nel primo anno di vita, influenza le nostre successive modalità affettive: se è stata attenta ai nostri segnali di sofferenza, pronta nella risposta e disponibile alle nostre richieste e a soddisfare i bisogni di cura e di protezione, allora noi siamo diventate bambine "sane" perché abbiamo avuto una base sicura a cui tornare in caso di pericolo e da cui partire per l'esplorazione del mondo circostante.

Abbiamo, in altre parole, sviluppato la convinzione interna di essere degne di amore e d'aiuto e, perciò, siamo anche in grado di instaurare con i nostri partner rapporti affettivi basati sulla fiducia e sull'accettazione dell'altro.

Ma se nostra madre rifiutava il contatto fisico con noi, non accoglieva le nostre richieste di aiuto e di conforto, era evitante, allora siamo cresciute pensando di essere donne non amabili, che possono fidarsi solo di se stesse in un mondo di persone ostili da cui bisogna difendersi.

Tendiamo così a sviluppare comportamenti di falsa autonomia, non diamo importanza ai legami affettivi e instauriamo rapporti di coppia basati sulla distanza emotiva e fisica per poi, paradossalmente finire spesso con il fidarci, ciecamente e irrazionalmente proprio degli uomini che non ci amano.

Quando invece nostra madre è stata imprevedibile nelle sue risposte ai nostri bisogni infantili, noi diventiamo adulte vulnerabili e incapaci, a volte amabili e a volte no e vediamo anche gli altri come inaffidabili e pericolosi.

Sviluppiamo così relazioni amorose basate sull'ossessività, sul controllo ossessivo del partner e sulla gelosia perché siamo, fondamentalmente insicure e ansiose.

E' proprio questo legame simbiotico, con la sua centralità nella vita di ognuna di noi, che fa della presenza della madre nei  primi anni di vita un caposaldo dell'esistenza personale, ma, allo stesso tempo, è proprio l'enorme significato di questo legame ciò che rende indispensabile la sua rottura e decisivi i modi e i tempi in cui questo deve avvenire.

Fortunatamente questi processi psicologici infantili non determinano la nostra vita in modo rigidamente meccanico e il ruolo che nostro padre gioca con noi, nell'infanzia e nell'adolescenza, può notevolmente mitigare i "danni" di una relazione non buona con nostra madre, così come può purtroppo anche aggiungere una nuova ferita.

Perché la bambina cresca e diventi un'adulta matura, parte integrante della società, occorre, infatti, che si liberi dall'abbraccio materno e questo compito spetta al padre che educa, detta norme, corregge. Il padre, quindi, svolge innanzi tutto la funzione di contenimento dell'ansia legata alla separazione della coppia madre-figlia: la madre "sufficientemente buona" ha la capacità di soccorrere e di essere empatica, è tenera e giocosa, mentre il padre trasmette gli ideali di responsabilità, l'assunzione di decisioni, l'oggettività, l'ordine, il senso del valore personale.

Stimola nella figlia la capacità autonoma di ricerca dell'oggetto che soddisfa i suoi bisogni personali, diversi  da quelli della madre.

In questo triangolo madre-figlia-padre c'è però anche il rischio per la bambina di essere stritolata nella silenziosa battaglia che i  genitori giocano spesso tra loro. A volte la figlia diventa, per il padre, la complice, l'alleata contro la moglie nemica.

Oppure la figlia è amata come moglie, per compensare le frustrazioni di un matrimonio che non funziona, è idealizzata dal padre come un'amante ideale, come una moglie alternativa in un gioco di seduzione che, pur non essendo sessuale, può compromettere i nostri successivi rapporti sentimentali.

Oppure, al contrario, è la madre che chiede un patto di lealtà alla figlia contro il padre colpevole, per esempio, di non amare più la moglie.

In tutti questi casi il padre non ha saputo assolvere al compito di rompere il legame simbolico madre-figlia. E' lui che conduce alla rottura, ci inizia al senso del dolore, e proprio grazie a questo distacco la fa crescere; senza questa triangolazione paterna, la madre e la figlia resterebbero legate in un rapporto chiuso, circolare di reciproca idealizzazione.

Un sano sviluppo dell'identità personale presuppone che ognuna di noi abbia potuto superare le ferite, inevitabilmente collegate alle prime separazioni nell'infanzia e abbia saputo trasformare positivamente queste esperienze verso un senso maturo della propria autonomia personale.

Se invece l'esserci sentite dipendenti nell'infanzia è legato ad un dolore devastante, per una precoce mancata vicinanza ai nostri genitori, che ha minacciato il nostro senso di sopravvivenza, da adulte tenderemo a negare il nostro bisogno dell'altro, riattivando la fantasia infantile di non desiderare nessun altro, per non soffrire nuovamente.

Neghiamo in altre parole, questo bisogno/desiderio dell'altro perché temiamo di trovarci di nuovo, in quella situazione di dipendenza che è stata per noi fonte di sofferenza nell'infanzia, quando non siamo state accolte dai nostri genitori.

Così facendo però rimaniamo bloccate dentro i confini stretti del nostro Io, impedendo all'amore di svolgere la sua funzione attiva e creatrice.

 

mercoledì, 14 aprile 2010

Come si diventa dipendenti affettivi? ...

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I motivi per i quali una persona può finire nella rete  vischiosa della dipendenza affettiva sono moltissimi. Primo fra tutti quello legato al vissuto personale da ricercare negli affetti primari e nei vuoti, nelle carenze e nei traumi che si sono avuti in eredità.

In particolare nel rapporto instaurato durante l'infanzia con i genitori, se quest'ultimi hanno lasciato insoddisfatti i bisogni infantili costringendo i bambini i cui bisogni d'amore rimanevano inappagati ad adattarsi imparando a limitare i loro bisogni.  Questo processo di limitazione può portare al formarsi di pensieri del tipo: "I miei bisogni non hanno importanza"o "non sono degno di essere voluto bene".Da adulti, questi "bambini non amati" dipendono dagli altri per quanto concerne il proprio benessere psico-fisico e la soluzione dei loro problemi. Vivono nella paura di essere rifiutati, scappano dal dolore, non hanno fiducia nelle loro capacità e si giudicano persone non degne d'amore. E da adulti, nelle relazioni d'amore che avranno, ripeteranno lo steso identico schema, lo stesso copione, la stessa storia. Penseranno di non meritarsi un bel niente, annullandosi completamente e chiedendo continuamente conferme.

Inoltre quanto più i suddetti bisogni rimangono insoddisfatti all'interno del legame significativo infantile (quello madre-bambino), tanto più tale legame si rinnova immodificato nei confronti delle nuove figure di riferimento: il partner in questo caso. Allo stesso tempo più una relazione deve adempiere ad esigenze basilari di protezione e di sicurezza, tanto più forte è il legame che si sviluppa e tanto maggiori sono le minacce potenziali che possono provenire da qualsiasi situazione esterna che metta in discussione tale legame.

( .... interessante spezzone di film che può dare un'idea di quanto detto sopra.... )


Tra le caratteristiche della storia familiare e personale condivise da chi è coinvolto in un problema di dipendenza affettiva ci sono:

  • la provenienza da una famiglia in cui sono stati trascurati, soprattutto nell'età evolutiva, i bisogni emotivi della persona;
  • una storia familiare caratterizzata da carenze di affetto autentico che tendono ad essere compensate attraverso una identificazione con il partner, un tentativo di salvare lui/lei che in realtà coincide con un tentativo interiore di salvare se stessi;
  • una tendenza a ri-attribuirsi nella propria vita di coppia, più o meno inconsapevolmente, un ruolo simile a quello vissuto con i genitori che si è tentato a lungo di cambiare affettivamente, in modo da poter riprovare a ottenere un cambiamento nelle risposte affettive pressoché inesistenti ricevute nella propria vita;
  • l'assenza nell'infanzia della possibilità di sperimentare una sensazione di sicurezza che genera, nel contesto della co-dipendenza, un bisogno di controllare in modo ossessivo la relazione e il partner, che viene nascosto dietro un'apparente tendenza all'aiuto dell'altro.

Da tutto ciò vediamo come il peso dell'infanzia sia fondamentale nel nostro vissuto sentimentale e nella scelta del partner. Tuttavia voglio sottolineare anche che, tendenzialmente una persona tenterà, in maniera del tutto inconsapevole, di trovare nell'amore e nelle relazioni affettive non solo qualcosa dell'antico amore originario provato per le figure genitoriali ma cercherà pure, di rimettere i conti a posto con quel passato lontano, se quel passato è stato fonte di sofferenza, se ha inferto ferite o causato vuoti.

Un esempio semplice. Nel caso di una donna che abbia avuto un padre distante e anaffettivo, l'innamorarsi di una figura simile, che presenti gli stessi tratti caratteriali e comportamentali, che induca la messa in scena dello stesso tipo di copione, donerà l'iillusione di colmare i vuoti patiti nell'infanzia, di riavere indietro quello che non si è ricevuto, quello per cui si sente di essere in pesante credito.

Molte delle donne coinvolte in dipendenze affettive hanno subito gravi abusi e maltrattamenti nella loro infanzia. Da adulte cercano il riscatto, pretendendo amore dal loro carnefice.

Ha ragione Hanif Kureishi quando dice:" Siamo molto precisi quando scegliamo le persone d'amare. Specialmente quando scegliamo quelle sbagliate". Siamo precisi perché quella persona sbagliata è in realtà giusta, giustissima per realizzare l'antico copione cui ci "costringe" il nostro vissuto infantile.

Come se ne esce???? ...   Aspetta il prossimo post ......


 

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