venerdì, 27 aprile 2012

Ri-allinearsi sulla traccia della propria Essenza …..

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Un'immensa fonte di energia e di ispirazione sgorga spontaneamente quando siamo in contatto con la nostra Essenza. Questa Essenza possiamo paragonarla ad un seme, unico nelle sue potenzialità. La vita è paragonabile al percorso che il seme compie, nel suo processo di crescita, fino diventare la pianta di cui porta il codice genetico.

Ri-allinearsi sulla traccia della propria Essenza permette di puntare nella propria direzione, attraverso il labirinto delle tante identità ideali che le persone, l'ambiente e il nostro "Critico interiore" creano per noi.

Una bussola preziosa che può aiutarci a trovare l'orientamento è costituita dall'entusiasmo che un vero desiderio genera.

Un buon esempio di energia creativa spontanea sono i bambini molto piccoli. Inarrestabili nel loro desiderio di giocare, scoprire, muoversi, conoscere, ridere, espandersi. Altro buon esempio è l'innamoramento, sia esso per una persona, un'attività, un'idea o un progetto. All'istante torniamo bambini, dentro di noi scoppia la voglia di occuparci senza limiti di tempo di quello che amiamo, senza condizioni, senza chiedere se sia possibile. Diventiamo il  nostro desiderio!

Non è detto che un desiderio sia sempre realizzabile, giusto o che sia la cosa migliore per noi. Però la qualità dell'energia che da esso erompe è preziosa e, se arriva a parlare al nostro cuore, significa che comunque quel desiderio ci sta allargando, motivando, rimettendo in pista.

Proviamo ora a chiederci: quanto entusiasmo c'è in noi? quanto desiderio di far parlare la nostra Essenza? Cosa interferisce con lo sgorgare libero dell'energia vitale, cosa l'assorbe e la disperde?

Tre principalmente sono i grandi dissipatori di energia:

1.   Vecchi bisogni infantili che non sono stati sufficientemente esauditi

2.   Le immagini ideali che abbiamo costruito per noi

3.   Le convinzioni su noi stessi e il mondo basate su immagini distorte e convinzioni limitanti.

 

Proviamo a guardarli più da vicino.

 

Bisogni infantili frustrati.

Il bambino ha un enorme bisogno di tutto: arriva da un mondo più confortevole di quello quotidiano, in cui il calore, il nutrimento, la simbiosi sono realtà in atto. La nascita dà inizio ad un percorso di individuazione faticoso e frastagliato in cui la dipendenza dall'ambiente esterno è , almeno al principio, totale.

Malgrado l'intensità della dedizione che genitori o ambiente possano aver prodigato, qualche bisogno legittimo resta comunque insoddisfatto. Essere curato, accudito, protetto, incoraggiato, ricevere attenzione, apprezzamento per la propria unicità, sono necessità autentiche  che, se disattese a causa della struttura stessa del rapporto con uno o entrambi i genitori, o per condizioni ambientali oggettive, possono generare a livello inconscio un bisogno coatto di ricevere soddisfazione in età adulta, spostando su figure analoghe questa richiesta.

Questo processo è facilmente individuabile in quelle aree della vita in cui ogni sforzo per ottenere qualcosa a cui si aspira finisce prima o poi nel risolversi con una frustrazione.

In questo caso l'energia vitale viene assorbita da imprese che hanno lo scopo di riuscire laddove si è fallito durante l'infanzia, forzando la vita a darci quello che non abbiamo ricevuto. Sostituiamo persone e situazioni originarie con dei surrogati che hanno una matrice simile, o la ricreiamo anche dove non c'è, reinterpretando la realtà a modo nostro. Vincere è impossibile, proprio perché si scelgono e si ricreano le condizioni della sconfitta originaria, da un livello completamente inconsapevole.

 

Le false identità e l'immagine ideale.

Altro dissipatore energetico che risucchia la nostra energia, simile ad un buco nero che tutto assorbe è l'immagine ideale, una costruzione inconscia formata dalla somma delle definizioni altrui su come dobbiamo e ci è vietato essere, per meritare di vivere e possedere un valore personale.

Cresciamo, in genere, con l'idea di non essere abbastanza buoni da essere amati per ciò che siamo. Ci creiamo, perciò, un'immagine di come dovremmo essere e, disperatamente cerchiamo di esserne all'altezza Per fare questo utilizziamo una massa preponderante della nostra energia indirizzandola spesso in una direzione addirittura opposta alla nostra Essenza.

 

Le immagini distorte o convinzioni limitanti.

Si tratta di ragionamenti strategici, formatisi nella primissima infanzia in modo istintivo, e poi applicati in maniera inconsapevole ed automatica in situazioni anche molto diverse, ma erroneamente associate alle situazioni originarie.

Esse guidano in modo istintivo il nostro comportamento e diventano lentamente la nostra modalità per estrarre energia dalla vita.

Queste convinzioni diventano come un copione da commedia dell'arte, maschere che l'individuo usa senza averne coscienza. Sono trappole che, in cambio di una modesta sicurezza di ruolo, limitano la visuale, sviando dai veri bisogni.

La soluzione???? Proviamo ad uscire dagli schemi, allarghiamo il nostro "recinto", da una parte riconoscendo i nostri automatismi a tutti i livelli: fisico, emotivo, mentale; in secondo luogo, imparando ad usare al meglio la nostra energia nella direzione della conoscenza e della realizzazione della nostra Essenza, la nostra parte più vera e profonda .... accettiamoci .... e manifestiamo per quello che siamo! ...

 

lunedì, 27 febbraio 2012

Le lezioni necessarie

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Photo by: http://www.flickr.com/photos/bollarossa/3912824272/in/fav...


Di solito, quando le cose non vanno per il verso giusto, abbiamo la tendenza a ribellarci e a criticarci con durezza, e soprattutto a cercare un colpevole o una soluzione fuori di noi.

La vita non cerca il nostro benessere individuale, ma vuole che impariamo le sue lezioni, in modo che possiamo fare emergere il nostro potenziale e di conseguenza riconoscere la vera essenza che si nasconde dietro le apparenze.

Come ben sappiamo, il nostro cervello è molto più propenso a evitare il dolore piuttosto che a cercare la gratificazione. Infatti, quando intuiamo che ci sarà da soffrire, di solito freniamo bruscamente e svicoliamo.

Invito chi mi legge a ricordare come si è sentito dopo aver affrontato con coraggio quella cappa di dolore sotto la quale, sicuramente più di una volta, si è trovato a vivere, e forse, ricordando, vi renderete conto che in quelle occasioni dentro di voli qualcosa è cambiato. Avrete avuto, forse, la sensazione di espandere voi stessi, di sperimentare un’evoluzione interiore. In realtà non avete fatto altro che trascendere i confini del vostro ego, vivendo, benché solo momentaneamente, un’esperienza diversa dal solito.

L’accettazione ci sprona ad agire, ad assumerci le nostre responsabilità e a essere pienamente consapevoli di avere la capacità di gestire tutto quello che ci accade.

Quando ci capita qualcosa di spiacevole, magari banale, come perdere un aereo o ricevere una risposta brusca, la prima cosa che facciamo è attribuire a quell’evento un preciso significato, che ha il potere di mettere in moto emozioni negative come la rabbia, la frustrazione o l’ansia.

L’emozione ci attanaglia, e sarà difficile potersene liberare finchè non capiamo l’origine di quello che ci è accaduto.

Proprio per questo la parola d’ordine è ACCETTAZIONE che vuol dire riconciliarsi con la realtà.

L’accettazione non ha niente a che fare con la “rassegnazione”, poiché questa, oltretutto, conduce soltanto ad un doloroso immobilismo generato dalla constatazione dell’impossibilità di cambiare le cose.

Grazie all’accettazione, invece, possiamo raggiungere quegli obiettivi che con la rassegnazione non sarebbero accessibili, dal momento che, contrariamente a quest’ultima, l’accettazione ci sprona ad agire,assumendoci le nostre responsabilità pienamente consapevoli di avere la capacità di fronteggiare tutto quello che ci accade.

L’accettazione non significa agire per contrastare gli eventi, ma opporsi all’idea che di fronte a questi non esista alcuna possibilità di riuscita.

Dal momento in cui sono disposto ad accettare qualcosa, di conseguenza sono disposto anche a considerare che in quella situazione possa esserci una possibilità nascosta, e che dunque si tratta unicamente di cercare l’altro lato della medaglia.

Benchè possa portare via del tempo, proviamo a non dimenticare mai che le migliori occasioni per aprire la porta delle opportunità non le troveremo lasciando che a prendere il sopravvento siano le reazioni o gli automatismi. La migliore occasione è quando ci chiediamo: “cosa può esserci di positivo in quello che mi sta accadendo?”.

Dire di sì alla vita vuol dire abbandonare il ruolo di vittima, smettere di sprecare la nostra energia e il nostro prezioso tempo alla ricerca di colpevoli, e significa soprattutto assumerci le nostre responsabilità quando si tratta di fronteggiare quello che ci accade.

 

“Ci sono cose che non si capiscono

afferrandone il senso, ma bisogna

lasciare che siano loro ad afferrarci”

Madre Teresa di Calcutta

venerdì, 14 ottobre 2011

La Resilienza ....

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“ Quando ti capita una difficoltà pensa che è un dio che,

come un maestro di ginnastica, ti fa affrontare

un avversario giovane e vigoroso ..”

Epitteto

 

Resilienza  dal latino “ resiliens, resilientis”  - saltare indietro, rimbalzare -] è un termine, che può assumere diversi significati a seconda del contesto; in psicologia la Resilienza viene vista come la capacità dell'uomo di affrontare e superare le avversità della vita, di superarle e di uscirne rinforzato e addirittura trasformato positivamente. E’ un processo che porta a trasformare le difficoltà in sfide. Se la difficoltà ci fa abbassare la testa, la sfida ce la fa alzare.

La Resilienza aiuta a contestualizzare, relativizzare e a trasformare le avversità in sviluppo delle proprie potenzialità, realizzando che siamo più forti della disperazione, coprendo che le lotte servono per stimolare processi di cambiamento e di autorealizzazione.

La resilienza designa l’abilità di reagire con calma, coraggio, ottimismo e intelligenza emotiva alle minacce imposte dalla vita: comincia con l’accettare la realtà per quella che è, per i fatti che sono ormai accaduti e che non possono essere più modificati. La persona resiliente, consapevole della propria impotenza nei confronti di quello che è già successo, riscopre che l’unico potere che ha è di accettare la realtà che non può modificare e di trovare in questa la leva del cambiamento.

Resilienza è l’abilità di reagire, considerando relative, contingenti e temporanee le sconfitte, le crisi e le preoccupazioni, anzi queste vengono considerate alla stregua di sveglie che suonano per risvegliare talenti ancora addormentati.

Quando siamo pienamente sveglie, con tutti i sensi all’erta, cogliamo meglio la complessità e i miseri della vita e ci accingiamo a risolverli con maggiore maturità.

Sebbene la persona resiliente avverta lo stress, il dolore e le preoccupazioni non spreca energie in lamenti sterili. Affronta invece la sfida come una prova che aiuta a costruire un carattere più forte e rafforzare l’io.

La persona resiliente sa che gli incidenti, le perdite, le crisi accadono indistintamente a ciascuno di noi ma evita di crogiolarsi a pensare: “Perché proprio a me, cosa ho fatto per meritare questo?”. Invece pensa:” Cosa poso fare per affrontare questa difficoltà?  Come la posso gestire? Cosa è necessario cambiare? Come posso modificare la situazione?”

La persona resiliente si concentra sul potere autentico di reagire in modo intelligente alla situazione, prendendo le appropriate decisioni su cosa fare dopo. Impedisce che gli eventi negativi la instupidiscano né consente a domande senza risposta di confonderla o di farle perdere la concentrazione su quello che conta veramente. Né si guarda indietro con la struggente nostalgia o lo sterile rimpianto per le cose che nel presente sono diverse da com’erano o da come sarebbe bello che fossero. Sa che il futuro comincia dopo che l’evento è successo, nel momento in cui decide di prendere una certa direzione e non un’altra, chiamando a raccolta i talenti, le risorse e le energie di cui dispone.

La persona resiliente può essere riconosciuta anche dal senso di responsabilità, autodeterminazione e fiducia in se stessa. Coltiva l’ottimismo che trasforma le difficoltà in vantaggi, verificando così che il coraggio è più forte del destino e che ogni problema è maestro di vita: insegna qualcosa di importante che sarà utile una prossima volta.

La persona resiliente sa di essere sempre testimone delle proprie azioni. Riconosce perciò l’importanza di seguire dei criteri morali, di avere una propria Moralità: la terza nota dell’Armonia …

lunedì, 03 ottobre 2011

La notte oscura dell'anima ...

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 Molti mistici, durante il loro cammino alla ricerca di Dio, hanno fatto riferimento ad un periodo di smarrimento, di tristezza, di paura e di hanno solitudine che hanno definito “la notte  oscura dell’anima”. Molti di noi, pur non essendo mistici, sanno bene che quando vogliamo quel luogo chiamato “identità” per andare alla ricerca del nostro vero sé, entriamo in un altro pieno di dubbi e di confusione. In questo nuovo spazio l’essere umano si sente perduto e stenta a pensare con lucidità. E’ circondato dalla nebbia e non riesce a capire dove sta andando.

Cominciano a comparire emozioni come l’ansia, la paura; la mente giudicante comincia a tormentarci con interpretazioni e giudizi al solo scopo di dissuaderci dal continuare la nostra esplorazione e farci tornare al punto di partenza, dal quale non avremmo mai dovuto allontanarci.

E’ un invito alla rassegnazione, al conformismo, a credere che la trasformazione personale non sia altro che una nobile utopia.

Quando ci inoltriamo nella notte oscura è necessario fare molta attenzione, poiché in realtà quello che sta accadendo è esattamente il contrario di quello che sembra. Se arrivati  a quel punto abbandoniamo l’impresa, se ancora una volta lasciano che queste emozioni prendano il sopravvento, perderemo gran parte di ciò che avevamo conquistato quando con coraggio eravamo usciti dalla nostra zona confort.

Se ci sentiamo smarriti e confusi significa che stiamo per scoprire qualcosa, al momento che dietro a quella zona di oscurità esiste uno spazio di scoperta dove possiamo iniziare a capire più a fondo certe cose. E’ questo il luogo dove la nostra creatività può manifestarsi e dove possiamo trovare altre strade per accedere a quello che prima ci teneva a distanza.

E’ questo il momento di dimostrare che abbiamo un cuore da guerriero capace di avanzare in mezzo allo smarrimento e all’oscurità. E’ fondamentale non perdere il coraggio e continuare ad avere fiducia e a credere assolutamente che qualcosa di prezioso sta affiorando al profondo di noi stessi.

Se quando siamo nel bel mezzo della nostra notte oscura ci sentiamo angosciati, non è perché stiamo male veramente, ma perché, essendo abituati a credere che noi siamo la nostra identità, viviamo dentro di noi le emozioni della nostra identità che si sta trasformando.

Resistere alle emozioni che stiamo provando è esattamente il contrario di quanto dovremmo fare, dal momento che resistere significa rifiutare, opporsi a quello di cui abbiamo maggiormente bisogno. Accettare queste scomode emozioni, per quanto ci possa sembrare irrazionale, è esattamente quello di cui abbiamo bisogno se vogliamo crescere ed evolverci come individui.

E’ in queste situazione che è necessario essere determinati ad andare avanti, ad accettare quello che proviamo e a viverlo fino in fondo, affidandoci senza riserve a questo processo.

Anche in questi momenti di sofferenza e di amarezza possono esistere sprazzi di gioia e di entusiasmo, quando capiamo che, una volta passato lo smarrimento, arriverà la lucidità, cioè al termine della notte oscura sorgerà l’alba più bella.

La ricerca di se stessi, di chi siamo veramente, è sempre un atto di eroismo che implica un superamento dei propri limiti, che lentamente ci consente di espandere i confini della nostra identità. Solo così riusciremo a scoprire quello che di straordinario si nasconde nell’ordinario.

Esistono dimensioni nascoste della realtà che si manifesteranno solo quando avremo superato la nostra oscura notte dell’anima. I nostri sensi potranno cogliere elementi di quella realtà che fino a quel momento rimanevano inaccessibili alla nostra mente giudicante.

Ricordiamo poi che ogni essere umano avrà bisogno di un tempo diverso per attuare il suo processo di trasformazione che avviene quando meno ce lo aspettiamo.

L’unica cosa che possiamo fare è spianargli al strada e aspettare la vittoria, soltanto in questo modo riusciremo a vincere …..

 

“ … anche se un uomo vince in battaglia

mille volte mille nemici,

colui che vince se stesso è il più grande dei guerrieri ..”

Dhammapada

lunedì, 19 settembre 2011

Sbarazzarsi dalla paura dell’abbandono ….

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Eccoci forse alla parte più difficile del percorso verso la libertà dalla dipendenza affettiva: la paura dell’abbandono.

Una delle opinioni più diffuse in materia di dipendenza è che la causa profonda di quest’ultima affondi le radici nell’infanzia. Ogni dipendente affettivo ha seguito un suo percorso disseminato da insidie, che lo ha condotto a credere di non valere quanto gli altri, di dover fare i salti mortali per meritare di essere amato. Tuttavia il tipo di cammino che lo ha portato a convivere con il fardello dato dalla dipendenza affettiva non ha importanza; è tutta sua la responsabilità di liberarsi da questa morsa.

“Il senso di abbandono e le difficoltà che sopraggiungono in seguito alle separazioni sono inestricabilmente legate alla prima esperienza vissuta con la madre o con chi ne ha fatto le veci” (C.Rivest). Che si tratti di esperienze di rifiuto nel cortile della scuola, di umiliazioni subite dai compagni di un ambiente familiare carente, di esperienze reali o temute di abbandono, è chiaro che il bambino è un essere vulnerabile e permeabile a numerose ferite.

Quando accenniamo alla nostra paura dell’abbandono, non ne siamo mai fieri. Ci crediamo deboli, abbiamo paura di venire congedati dal nostro ruolo di amanti devoti. E’ tutto il contrario. Rivelare la nostra paura di essere abbandonati è un gesto che dimostra una buona conoscenza di sé e grande autenticità. E’ il primo passo per tenere a bada il fuggiasco che è in noi, che al primo segnale d’attacco si mette in salvo o si impegna anima e corpo a guardarsi bene le spalle.

Questa smisurata paura dell’abbandono, che paralizza il dipendente affettivo, si accompagna ad una collera repressa e a una rabbia che non ha mai potuto esprimersi. Probabilmente risale al giorno in cui i genitori si sono separati, secondo lui per colpa sua. Oppure al giorno in cui ha perduto qualcuno di così caro che tutto l’amore del mondo non è stato in grado di sostituire.

E’ possibile vivere con una perdita e sopravvivere a essa senza negarla. Non ritengo realistico cercare in qualcun altro quello che manca dentro di noi. E’ un esercizio di compensazione che non conduce da nessuna parte. Anche se abbiamo vissuto perdite importanti, c’è ancora posto per l’amore, per la tenerezza, per qualcosa di altro.

Tentando di compensare una perdita con una presenza, sprechiamo tempo ed energia. E’ più opportuno lasciare dentro di noi uno spazio per coloro che sono scomparsi e ancora più spazio per un nuovo amore o per un’amicizia che nasce. In questo modo viviamo il lutto di un mondo perfetto, una famiglia perfetta, e accettiamo che la vita abbia anche la sua parte di sofferenza.

Ripiegandoci su noi stessi e sviluppando una corazza così spessa che nessuno oserà avvicinarsi, non facciamo altro che privare il nostro essere del suo legittimo bisogno d’amore o di compagnia.

Per paura di essere rinnegati o abbandonati neghiamo noi stessi e ci abbandoniamo. Privarsi della tenerezza e dell’affetto di cui si ha tanto bisogno per paura di soffrire ancora è un po’ come mutilarsi il cuore. Sì il bambino che siamo stati avrebbe davvero avuto bisogno dell’adulto che non è mai tornato!

L’angoscia emotiva legata alla paura dell’abbandono è terribile e proprio perché fa così male usiamo tutti gli espedienti possibili per evitare di vivere questo strazio interiore così profondo.

Tuttavia, fintanto che la sfuggiremo, questa paura ci perseguiterà senza tregua. Per sopravviverle occorre affrontarla, analizzarla, guardarla bene in faccia a lungo. Quando urla dentro di noi, è la testa che parla al cuore.

Tutto il dolore che da così tanto tempo viene soffocato ha bisogno di essere evacuato attraverso le lacrime. Quando ce ne liberiamo, a liberarsi è un intero universo, disponibile ad un amore lucido e ad un’amicizia disinteressata.

Talvolta un buon pianto non è sufficiente, si tratta di un percorso che conduce all’accettazione; occorre lasciare la presa, abbandonare certe credenze sbagliate.

Prima di tutto questo, la tappa più importante è prendere coscienza di questa terribile paura dell’abbandono. Se la persona amata dovesse lasciarci, dopo che abbiamo dato tutto a questa relazione … Se la persona nella quale riponiamo più fiducia e con la quale condividiamo la vita dovrebbe esserci infedele … Se un giorno, senza aspettarcelo, al nostro ritorno dovessimo trovare la porta chiusa a chiave … Se lui non dovesse ritornare mai più …  Questi pensieri ci ossessionano giorno e notte, fino a quando non accettiamo la parte di rischio di una relazione.

Dopo aver preso coscienza, dopo esserci ricentrati su noi stessi invece di cercare di immobilizzare l’universo intero per placare la nostra insicurezza, c’è ancora qualcosa da fare. Dopo essere diventati più tolleranti nei confronti dell’imperfezione del mondo, dell’onnipresente rischio di perdere ad ogni secondo quello che credevamo nostro di diritto, c’è ancora qualcosa da fare.

ESSERE FIERI!  Fieri di quello che abbiamo compiuto fino a qui, nonostante la sofferenza, al di là delle umiliazioni, dell’angoscia e talvolta persino dell’abbandono vero e proprio. Abbiamo motivo di essere fieri: siamo cresciuti nonostante queste perdite, abbiamo preso forma, ci siamo rafforzati; siamo in vita, ci stiamo costruendo.

In ragione della sua paura dell’abbandono, il dipendente affettivo attraversa momenti di scoraggiamento e disperazione. Finisce con l’infliggersi sevizie affettive, ad esempio lasciare qualcuno che ama per paura di essere tradito. Nonostante tutta la sofferenza e l’angoscia emotiva che questo sentimento fa vivere, l’abbandono più penoso che si possa subire è quello di lasciarsi perdere da soli.

Non è facendo in modo che l’altro non si allontani di un millimetro che ci immunizziamo dall’abbandono, bensì assicurandoci che, qualunque cosa accada, come individui noi non ci abbandoneremo.

Sopravviviamo alle perdite, alla partenze e ai tradimenti sviluppando un amore incondizionato verso noi stessi, un amore verso il nostro essere imperfetti, affascinanti e coraggiosi. Attraverso queste prove, ci rendiamo conto di essere ancora lì a raccogliere i nostri cocci, a pulire le nostre zone sinistrate, ad aspettare giorni migliori. Nonostante tutte le sofferenze siamo ancora lì, vivi e vibranti animati da questo desiderio di vivere e i essere felici. Ne vale la pena! Abbiamo cercato ovunque l’amore perché sappiamo che ce lo meritiamo. Poi, incamminandoci, impariamo ad amarci di più. Diventiamo il nostro migliore amico, quello che c’è, che è presente persino nel cure della tempesta. Diventiamo il nostro genitore, quello che ricorda ogni tappa della nostra vita.

Siamo le persone meglio qualificate per coccolare il nostro bambino interiore, per acclamare il nostro coraggio e la nostra determinazione, per prometterci di prenderci cura di noi, qualunque cosa succeda. E’ così che generiamo l’amore di cui avremo tanto bisogno, agendo come un genitore pieno di tenerezza e capace di rispondere ai nostri bisogni. Siamo dunque pronti a tutto per farci piacere, siamo responsabili della nostra felicità.

Più prendiamo coscienza di avere il potere di agire e concretamente sulla nostra vita e di aiutare il bambino ferito in noi a ricostruire se stesso, meno ci lasciamo paralizzare dalla paura dell’abbandono, perché ora abbiamo il potere di prenderci un impegno verso noi stessi e di non abbandonarci più.

Adesso possiamo riporre fiducia nella vita. La nostra terribile paura dell’abbandono smetterà di incuterci timore. Progredendo, arriviamo ad averne abbastanza di essere ostaggio della paura; abbiamo solo voglia di stare bene ….

lunedì, 28 febbraio 2011

Manifestare la ferita .....

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L'odio verso se stessi alimenta il risentimento e la violenza contro gli altri in una maniera abbastanza prevedibile: cerchiamo di trasferire i nostri cattivi sentimenti su altre persone in modo da sentirci meno cattivi.

Scaricare l'aggressività sugli altri è un sistema classico per provare ad alleviare la vergogna e il non amore verso se stessi che spesso vengono fuori nella relazione. Come ad esempio una moglie che fa un a secca osservazione la marito perché guida troppo veloce. Se lui la prende come un rimprovero, si può scatenare la sua critica interna; allora, per difendersi dal sentimento del cattivo sé, trasforma invece lei nel cattivo latro. Controbatte, biasimandola perché lo tormenta. Adesso è lei a provare il sentimento del cattivo sé e per schivare la critica prova a sua volta a fare di lui il cattivo altro: "perché sei sempre così sulla difensiva?". Lui ribatte:"perché sei sempre così critica?".

Questo è quello che le coppie fanno tutto il tempo: lanciarsi il cattivo sé come una patata bollente. Non fa meraviglia quindi che ai coniugi interessi tanto avere ragione anche se ciò distrugge il loro rapporto. Avere ragione infatti è un modo per cercare di deviare gli attacchi della critica con il suo odio verso se stessi e la sua vergogna paralizzante.

Detto questo possiamo anche riconsiderare tutti quei "difetti" che ci paiono pesanti stigmate inscritte dentro di noi, come sintomi del fatto che non si sa di essere amati.

E così la gelosia sorge soltanto da una mancanza di fiducia nell'essere amati: in qualche modo la vita ama gli altri più di me. Analogamente l'egocentrismo. L'arroganza e l'orgoglio sono tentativi di renderci importanti o speciali, un trucco per nascondere la mancanza di vero amore verso noi stessi. L'egocentrismo è un modo per tentare di far sì che il mondo ruoti intorno al "me", per compensare una paura sotterranea di non essere in fondo affatto importante. Se ci sentissimo amati, senz'altro non ci capiterebbe mai di non avere importanza.

Dietro tutte le nostre parti buie sta il dolore di un cuore ferito. Ci comportiamo "male" perchè interiormente soffriamo. E soffriamo perché la nostra natura è fondamentalmente aperta e tenera. La buona notizia è che tutte le cose di cui ci vergogniamo, tutti i nostri cosiddetti "peccati" sono soltanto tigri di carta. Guardate il ringhio della tigre e troverete un bambino triste , solo e disperato che si sente scollegato dall'amore.

Il percorso dall'odio per se stessi all'amore per se stessi presuppone incontrare, accettare e accogliere l'essere che siamo. Questo inizia con il permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza senza giudizio e critica. Permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza può essere un'impresa molto difficile, dal momento che nessuno ci ha mai insegnato come relazionarci in modo sincero e diretto con quello che proviamo. Fare la nostra esperienza vuol dire conoscere e assumere attivamente quel che proviamo ed aprirci ad esso.

Il fatto di entrare consapevolmente in contatto con un sentimento "Sì, è questo il sentimento che c'è", inizia a liberarci dalla sua morsa. Se possiamo aprirci alla nostra paura e concentrare la  nostra attenzione sull'esperienza dell'apertura in sé, alla fine potremmo scoprire qualcosa di meraviglioso: la nostra apertura è più potente degli stessi sentimenti. L'apertura alla paura è molto più grande e forte della paura in sé. Questa scoperta ci mette in relazione con la nostra capacità di forza, stabilità e comprensione riguardo a qualsiasi cosa stiamo attraversando e questa è "sofferenza consapevole".

Non importa quanto dolorosi e spaventosi possono apparire i nostri sentimenti, la nostra volontà di confrontarci con essi fa emergere la nostra forza e ci conduce ad un orientamento più positivo nei confronti della vita.

Come le immobili profondità oceaniche stanno nascoste sotto le onde in tempesta sulla superficie delle acque, così il potere della nostra vera natura resta nascosto dietro i nostri turbinosi sentimenti. Combatterli ci fa solo agitare sulla superficie tempestosa; agitarci tra le onde ci impedisce di andare al di sotto di esse e di accedere al potere, al calore e all'apertura del cuore.

Permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza, invece, ci consente di cavalcare o scivolare sulle onde invece che farcene portare via. In questi momenti ci siamo, ci siamo per noi stessi, per come ci sentiamo proprio ora e questo è un profondo atto di amore verso se stessi.

In che modo quindi fare amicizia con i nostri sentimenti esattamente come sono in questo momento indipendentemente dalla loro difficoltà?

Prima cosa cominciare a riconoscere quello che sta succedendo senza giudizio e senza cerca di liberarsene.

Adesso concedere ai sentimenti di essere lì dando loro tutto lo spazio di cui hanno bisogno in questo modo si permette al sentimento di esistere, così com'è, senza tensioni o resistenze.

Ora possiamo andare un po' oltre e provare a vedere se possiamo aprirci fino a provare direttamente il non amore, senza innalzare alcuna barriera contro di esso.

Un passo ulteriore sta nell'entrare con la nostra consapevolezza proprio nel centro del sentimento, ammorbidendoci in esso così da essere tutt'uno con l'emozione.

Se la ferita del non amore è un dolore non digerito dall'infanzia, allora permettere a noi stessi di sperimentarlo con una presenza incondizionata è un modo per digerire il vecchio dolore.

Essere presenti a noi stessi in questa maniera è un atto d'amore che pare la porta verso le nostre più profonde risorse. Quando ci mostriamo alla nostra esperienza, il nostro essere si mostra a noi, in questo modo si fa l'esperienza di "tornare a casa da noi stessi" mettendoci così in contatto con tutte le nostre risorse.

Tornando a casa da noi stessi e dalle nostre risorse, scopriamo quello che è più vero di qualsiasi giudizio si possa esprimere su di sé: che andiamo bene some siamo e scoprire questo aiuta ad apprezzare la nostra vita pur con tutte le sue difficoltà.

Permettere a noi stessi di avere la nostra esperienza è la porta d'accesso all'accettazione e all'amore di sé .....

 

giovedì, 24 febbraio 2011

Dall’”odio” all’amore per se stessi ….

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"Non c'è arma più potente di questa

per la realizzazione della verità: accettare se stessi...."

Swami Prajnanpad

 

Ho dedicato tanti post all'amore per se stessi, al ripartire da noi per poi andare verso l'altro, liberandoci di tutte quelle proiezioni che diventano schermi dietro i quali nasconderci . Volersi bene nonostante tutto. Come fare praticamente ???? ... Provate a seguirmi passo per passo ...

In fin dei conti non possiamo sperare di scioglierci dalla stretta del risentimento a meno di non abbandonare il risentimento più distruttivo di tutti, quello che abbiamo verso noi stesse. Il risentimento è sempre un'arma a doppio taglio: ogni rancore provato verso il "cattivo altro" perché non mi ha trattato nella giusta maniera o amato nel modo giusto è accompagnato da un risentimento nei confronti di me stessa per non essere stata all'altezza o meritevole di quell'amore. Il "cattivo altro" e il "cattivo sé" sono due facce della stessa medaglia.

Certamente non ci sarebbe odio per gli altri senza odio per se stessi. Se davvero ci sentissimo bene con noi stesse, non ci interesserebbe perdere preziosa energia vitale provando rancore o attaccando qualcuno. L'urgenza di biasimare gli altri sorge solo dall'aver un sentimento negativo verso noi stesse, il che in origine si è sviluppato dal non sentirsi veramente tenute nella giusta considerazione dalle altre persone.

L'odio verso noi stesse può sembrare ad alcuni una parola troppo forte. "Ho una piccola mancanza di fiducia in me stessa, ma non mi odio", potreste dire. Tuttavia, se in qualche modo ci mettiamo in dubbio, ci giudichiamo o ci critichiamo, questo sta ad indicare un disgusto o un'avversione verso noi stesse per come siamo.

Sfortunatamente la difficoltà che abbiamo ad amarci e ad accettarci influisce su di noi ancora più profondamente della mancanza di amore di chiunque altro.

Detto ciò non è difficile vedere da dove prende origine il sentimento del "cattivo sé": dal non corrispondere alle aspettative delle altre persone. Forse eravamo bambine timide e tranquille ma i nostri genitori ci volevano più estroverse. Forse i nostri insegnanti si aspettavano un'eccellenza verbale mentre a noi piaceva di più l'arte, la musica o la danza. O forse la nostra esuberanza fisica spaventava i ragazzi che cercavano qualcuno che non li minacciasse.

Tuttavia il "cattivo sé" è solo un pensiero della nostra mente, niente di più e si sviluppa con il prendersela personalmente quando gli altri non ci considerano o non ci apprezzano.

"Che cosa c'è che non va in me per cui nessuno vede o considera chi sono davvero?" L'origine di questo copione che mi vede sicuramente mancante di qualcosa ha origine nel "lì e allora": "perché i miei genitori sono così arrabbiati o poco attenti nei miei confronti? Il motivo deve essere che c'è in me qualcosa che non va". Questo è l'unico modo in cui un bambino può capire il disinteresse di un adulto. Di conseguenza finiamo per disprezzare chi siamo: "se soltanto fossi diversa potrei essere amata e tutto andrebbe a posto".

In questo modo la vergogna, cioè il sentimento che il nostro io non va bene, si installa nel corpo e nella mente. La vergogna è senza dubbio il sentimento più doloroso, perché nega la verità vitale , che  la nostra natura è intrinsecamente unica e "bella"  così come è.

Facendoci dubitare della nostra "bontà" fondamentale la vergogna è paralizzante, ci fa congelare e chiudere e dal momento che il sentimento del "cattivo sé" è così doloroso, facciamo del nostro meglio per allontanarlo. Così esso cade nell'inconscio, condizionandoci in forme automatiche su cui abbiamo scarso controllo.

Uno dei modi in cui il "cattivo sé" torna indietro a tormentarci è in quella corrente di rimuginazioni negative , ossia la "critica interna". Tale critica è la voce che ci dice che nulla di quello che facciamo è adeguato. Sta sotto la soglia della coscienza aspettando la minima giustificazione per venire fuori e partire all'attacco.

Se potessimo dare un'occhiata alla mente della maggior parte delle persone troveremmo che i più rimuginano intorno alla stessa preoccupazione: "Vado bene o no?". Ecco quello che alimenta la fissazione del "mi ama, non mi ama". Se mi ama, allora forse dopotutto sono una persona di valore, di successo, attraente, piacevole, forte, e posso stare bene con me stessa. Se non mi ama, allora vengo gettata nell'inferno di vedermi come il "cattivo sé", inadeguata, non attraente, indegna di amore. Quindi mi odio e mi rifiuto.

Così nel fondo della mente si svolge un processo interiore dove noi schieriamo prove per una parte o per l'altra: "la gente oggi ha reagito bene nei miei confronti, quindi sto bene con me stessa"; "la gente oggi non ha reagito bene nei miei confronti, quindi forse dopotutto non vado bene".

Perché permettiamo alla critica di continuare a vivere dentro di noi con tutte le sue dolorose conseguenze? Nella misura in cui non sappiamo che siamo intrinsecamente degni d'amore non crediamo che l'amore non verrà mai a noi per conto suo; crediamo invece di dover fare qualcosa per renderci accettabili. Così per istigare noi stesse a mettercela tutta ad andare bene, per costringerci a modellarci in una forma, assoldiamo una critica interna per tenere la contabilità di come andiamo. Se possiamo dimostrare di essere meritevoli, forse allora saremo amate.

Purtroppo questo processo interno non ha fine e non porta risultati. Cercare di andare bene non potrà mai portare ad essere sicure del nostro profondo valore perché questo stesso sforzo presuppone il fatto che non andiamo abbastanza bene e quindi rafforza l'odio verso noi stesse.

Non amare noi stesse rende difficile far sì che gli altri ci amino veramente. Questo frustra chi ci sta accanto, facendo sì che si ritragga e se ne vada. Noi di conseguenza usiamo la cosa come ulteriore prova che in noi c'è qualcosa che non va. In tal modo la storia del "cattivo sé" diventa una profezia che si auto avvera.

Esattamente come era frustrante dover essere una brava bambina (o un bravo bambino) per riuscire a venire accettati dai nostri genitori, e quindi non sentirci mai amati per quello che eravamo, così è frustrante provare a conquistare un'approvazione della critica dimostrando che ne siamo degni. L'autoaccettazione che può curare l'odio verso se stessi e il sentimento di vergogna non arriverà mai tramite la conquista di un verdetto favorevole nel processo interiore. Esso può emergere soltanto riconoscendo e apprezzando l'essere che siamo effettivamente, dove conosciamo noi stesse come qualcosa di molto più grande e reale di ogni nozione che abbiamo riguardo al buon sé o al cattivo sé .....

 

giovedì, 20 gennaio 2011

Perfezionismo e “principio di realtà” ….

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Tutto ciò che abbiamo visto nei post precedenti ci ha portato alla conclusione che il vero nemico del perfezionista e proprio il suo perfezionismo e che la sola gara in cui egli può essere certo di arrivare primo è quella dello stress!

Il perfezionista è portato all'ansia, all'ostilità, a chiudersi in sé, a rattristarsi e deprimersi. Quando poi arriva ad una vera patologia, tende all'ossessività e rischia di sviluppare tendenze paranoiche.

Vediamo quindi quali semplici "rimedi" è possibile mettere in pratica per alleggerire il fardello e ri-trovare un migliore ben-essere.

ACCETTARSI è già un primo importante passo, ma non si tratta di accettare o rifiutare la propria natura così come è nella sua totalità. E' possibile invece metterne in luce gli aspetti positivi, imparare a gestirla meglio riducendone così l'impatto negativo.

Pertanto, la ricerca del "pelo nell'uovo", esasperante quando diventa "pedanteria", è di grande aiuto se permette di individuare i dettagli utili alla riuscita di un progetto o, per dirla in maniera diversa, se si è in grado di distinguere tra la "sciocchezza" e il "dettaglio importante". Cambia il punto di vista e ci si concentra su ciò che non va non tanto per criticare in maniera negativa e quindi distruttiva, bensì per migliora e concorrere al successo. Così facendo diventiamo persone di fiducia per quei compiti per cui occorre essere precisi e meticolosi, ottenendo apprezzamento per questa innegabile capacità di conseguire un miglioramento.

Un perfezionista "patologico" vede ciò che non va, biasima, fa la predica, impone. La confusione tra fine e mezzi lo rende spesso insopportabile. Anche un perfezionista "positivo" vede ciò che non va, ma ha un atteggiamento creativo, cerca nuovi modi per farlo funzionare e propone.

La differenza è evidente, sia per se stesso che per gli altri!

E' dunque essenziale a questo punto ricollegarsi con il "principio di realtà", prendendo in considerazione l'ambiente, il contesto e le capacità a disposizione, così da permettere un adattamento.

Abbandonare le alte sfere dell'idealismo astratto e tornare al pragmatismo presuppone avere ben chiaro ciò che si vuole e la sua potenziale fattibilità. "Voglio essere perfetto" non è un ideale realistico, perché esige qualcosa di impossibile che provoca perdita di contatto con i limiti e le possibilità.

Il buonsenso imporrebbe di agire con lucidità e dire: "Voglio ciò che non esiste. Perché prendersela di non riuscire ad ottenere qualcosa (o essere qualcuno) che non esiste?". Detta così è semplice. Eppure sono tanti coloro che portano avanti questa ricerca indefinita e infinita.

Ho detto e torno a sottolineare che il perfezionista crede di "essere" perfetto nel momento in cui crede di "fare" qualcosa perfettamente. Cerca la perfezione al livello del "fare", identificandosi con ciò che fa incorrendo nell'errore di scambiare il "fare" per l'"essere". Poiché commette un errore, vuol dire che non è perfetto! Rieccoci dunque al punto di partenza, al quale si aggiungono denigrazione e rifiuto di sé.

Proseguiamo nel ragionamento anche se confina con l'assurdo ....

Scienza, tecnica, sport ... tutto dimostra che un cambiamento in vista di una evoluzione o di un miglioramento è sempre possibile, anzi avviene costantemente. Se la perfezione è caratterizzata da ciò che arriva allo stadio finale, nel quale non c'è più nulla da aggiungere o da togliere, siamo già belli e condannati. Credendo di raggiungere la perfezione in un dato settore ci infliggiamo subito l'imperfezione, perché non cerchiamo più nessun altro nuovo modo di cambiare, di migliorare. E la terra continuerebbe a girare senza aspettarci, abbandonandoci alla nostra fossilizzante illusione!

Il principio di realtà ci ricorda quanto le sensazioni e il punto di vista personale siano importanti per il nostro modo di apprendere e descrivere ciò che è.

Talvolta siamo perfezionisti per influenze esterne: "In quel dato settore devo essere di una meticolosità estrema". Per esempio, lo si dovrà essere nel lavoro di orologiaio, perché precisione e risultato sono tassativi, ma non così tanto nella vita privata, ossia in un altro contesto. In questo caso è utile chiedersi: "Ho scelto di diventare orologiaio perché mi piace la perfezione nel lavoro che svolgo o sono diventato perfezionista perché me lo impone il mio lavoro?". Può essere che il "bisogna ..." sia una sorta di alibi. Abbandonare il contesto specifico potrebbe anche permettere di ricreare un equilibrio.

Prendere in considerazione la realtà conduce ad identificare i settori della vita in cui si esercita il perfezionismo. Alcune persone concentrano il loro perfezionismo in un unico ambito e lo sono poco negli altri. Fintanto che la cosa costituisce uno sprone, va benissimo. Ma quando dilaga al punto da occultare tutto il resto, nasce un vero problema.

Le persone con cui è "impossibile vivere" sono quelle che permettono alle loro eccessive esigenze di interferire con il partner, la famiglia, gli amici, il lavoro ...  Non hanno più alcun senso del piacere. Anche il relax, la realizzazione, lo svago e le distrazioni diventano fonte di insoddisfazione e di nervosismo, di collera, di angoscia e di fallimento.

E' davvero essenziale sottolinearlo: un perfezionista "patologico" rappresenta una situazione invivibile per queste persone e un grande peso per tutti gli altri.

Al contrario, quando è positivo può diventare uno splendido sprone ...  purchè abbia la capacità di stabilire i necessari limiti!! ...


Concludendo questo breve viaggio nella "perfezione" : "Meglio di bene" o "meglio del meglio"?

Come abbiamo visto tra il perfezionismo funzionale e quello patologico è una questione di dosi nella visione del fine, nel modo di fare le cose e nella paura di non riuscire.

Per semplificare di seguito vi propongo un quadro riassuntivo delle due tipologie ricordandovi che va sempre tutto contestualizzato

Il perfezionista "funzionale" dice: "Voglio il meglio di bene"

  • Sa prendere decisioni importanti e punta a livelli elevati ma precisi
  • Competente e molto coscienzioso, lavora con metodo, attenzione e prudenza
  • Dato che mira ad un risultato visto come massimo, può correre dei rischi, benché tema i cambiamenti troppo improvvisi perché ha bisogno di un ambiente sicuro. Per questo ha occhio per i dettagli, dedica molto tempo alla ricerca, accumula informazioni e analizza in maniera sistematica le situazioni.
  • Sa mostrarsi creativo, ma è consapevole dei limiti (i suoi e quelli degli altri) e accetta l'idea di "insuccesso"
  • Cercando di fare il meglio, riesce a trarre soddisfazione dai risultati conseguiti, perché il suo realismo gli permette di capire che "la perfezione non è di questo mondo"
  • E' in grado di imparare e di apprezzare gli sforzi compiuti, le capacità e i punti di forza.
  • Poiché da valore alla qualità è apprezzato per il suo livello di esigenza il quale riflette attenzione e precisione

Il perfezionista "patologico" dice: "Voglio il meglio del meglio"

  • Poichè vuole raggiungere la vetta ad ogni costo e rifiuta qualunque posto che non sia il primo, si odia se non primeggia e vive nell'ansia, nella paura, nella mancanza di gioia e di controllo. Stabilisce e persegue ideali rigidi, non realistici o impossibili da raggiungere, con i quali si raffronta e si identifica.
  • Evita però le nuove esperienze: troppi rischi dovuti ad un eccessivo numero di possibilità di errore.
  • Ricerca l'approvazione, vuole piacere; tuttavia, agendo in modalità "tutto o niente", drammatizza le conseguenze di qualunque errore e vive nella critica o nell'autocritica costante ed eccessiva.
  • Eterno insoddisfatto anche se fa qualcosa di eccellente, reagisce con notevole scetticismo o collera ai complimenti (e non sa farne)
  • Poiché vede gli altri come aggressori, è particolarmente sulla difensiva nei confronti delle critiche.
  • Il suo universo deve essere senza difetti, pertanto fa un suo eccesivo della parola "dovere"; vuole sempre il meglio ed esige dagli altri lo stesso assoluto impegno.

 

Concludo con una frase di Alejandro Jodorowskky grande maestro di vita: "Per gli uomini la perfezione è inaccessibile, l'eccellenza lo è. Fà il tuo lavoro meglio che puoi, accettando gli inevitabili errori"

La vera forza non è volere la perfezione, bensì saper accettare e gestire le imperfezioni !!! .....

martedì, 11 gennaio 2011

La paura per amica ...

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Continuiamo il nostro viaggio nella .... paura ..... ma niente paura !!!!!

La paura è un tema centrale della nostra vita, con cui tutti abbiamo a che fare. Quando è negata e non è riconosciuta, viene cacciata negli scantinati della nostra mente, da dove esercita un effetto potente e spesso deviante. Nonostante i tentativi di coprirla con ogni sorta di compensazioni, finchè rimane una forza nascosta può causare ansia cronica, sabotare la nostra creatività, renderci rigidi, sospettosi e ossessionati dalla sicurezza e può annullare i nostri sforzi di trovare l'amore.

Ma se facciamo amicizia con la paura, portandola allo scoperto ed esplorandola con intensità e compassione, può diventare una forza di trasformazione, aprendo in noi un abisso di vulnerabilità e accettazione.

Uno dei modi più efficaci per proteggere la nostra vulnerabilità è quello di adottare un ruolo, darci un'immagine. Siamo bravissimi a plasmarci dei ruoli dietro i quali nasconderci: la donna o l'uomo di potere, la vittima, il tipo sexy, la persona che si prende cura degli altri, la persona intelligente, dotata di senso dell'umorismo, oppure il tipo atletico. E' inconcepibile per la nostra mente relazionarsi senza avere un ruolo dal quale dipendere. Quando non abbiamo una precisa immagine di noi stessi diventiamo estremamente vulnerabili. Il velo che cela le nostre paure cade ed esse rimangono completamente scoperte, visibili.

Durante l'infanzia, in un modo o nell'altro, riceviamo degli attacchi alla nostra vulnerabilità, così precoci e così severi che non li avremmo mai superati indenni senza il nostro strato protettivo, quella sorta di scudo protettivo che ci creiamo per impedire alle energie dolorose di farci del male.

Ma sfortunatamente ci siamo così identificati con la nostra protezione, ci siamo così attaccati ad essa che ci viviamo immersi inconsapevolmente. Non possiamo entrare ed uscire da questa condizione a nostro piacimento; abbiamo formato queste difese così presto e senza accorgercene, che sono diventate un'abitudine. In questo modo impediamo a tutte le energie indiscriminatamente, di entrare in noi, rimanendo isolati. In più il nostro scudo protettivo trattiene la nostra energia, la blocca dentro di noi, isolandoci dai nostri sentimenti e impedendo alla nostra creatività e alla nostra vitalità di scorrere liberamente.

Molti di noi, se non tutti, quando erano bambini, hanno ricevuto messaggi negativi, non andavamo bene così come eravamo. Questo messaggio arrivava in molti modi; spesso è arrivato quando non siamo stati visti o capiti. Esso ci è arrivato inizialmente da fuori: genitori, fratelli, sorelle, insegnanti ... siamo stati noi, dopo, a portarcelo dentro e così facendo abbiamo mutilato la nostra energia e perso il contatto con le nostre emozioni e con la nostra autentica individualità. E così siamo cresciuti con la convinzione che, fondamentalmente, qualcosa di noi non andasse. Ecco la ferita dell'inadeguatezza!

Portiamo dentro di noi anche un'altra ferita, strettamente legata con la prima: è il dolore di sentirsi lasciati, abbandonati, privati e separati dalla fonte di amore. C'è una paura tremenda dentro di noi, di essere esclusi da questa fonte.

La maggior parte di noi non è più in contatto con questo dolore, che, invece riemerge quando ci diamo il permesso dio avvicinarci ad un'altra persona.

Per qualcuno l'origine di questo dolore è ovvia: un genitore se ne è andato oppure non è mai stato fisicamente o emozionalmente presente. Per altri non è così chiaro.

Ognuno di noi ha sopportato questi due dolori - l'inadeguatezza e la privazione - in modi differenti, ma essi ci accomunano tutti in un modo o nell'altro. Dal momento che questi dolori si sono affacciati così presto nella nostra vita, abbiamo avuto bisogno di nasconderli per sopravvivere. Il dolore era troppo, così abbiamo dovuto costruire lo strato protettivo.

Fare l'esperienza della paura e del dolore racchiusi nel nostro bambino interiore può portarci fuori dal consueto controllo mentale e dentro al cuore, aprendo uno spazio di compassione e di resa. Questo ci prepara la strada per entrare nel nostro nucleo centrale, smussando e ammorbidendo la nostra energia. Quando riusciamo a superare la paura di lasciarci andare e a confrontarci con il dolore del nostro bambino ferito, possiamo scendere sempre più in profondità dentro noi stessi. Proprio grazie a questo si apre dentro di noi uno spazio di comprensione; così scopriamo che la paura e il dolore sono semplicemente una parte della vita.



 

giovedì, 16 settembre 2010

Liberarsi dalla dipendenza affettiva ...... (I parte)

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" Ciò che tutti noi desideravamo da bambini

era essere amati e accettati così come eravamo,

e non quando fossimo diventati più alti o più magri o più carini ...

ed è ciò che desideriamo ancora oggi ...

ma che non avremo dagli altri

finchè non ce lo saremo dati da soli ...."

L.L.Hay

 

In altri post  (qui e qui ) ho parlato diffusamente della dipendenza affettiva e delle possibili cause alla base di questa voragine dell'anima che induce coloro che ne soffrono ad avere un bisogno talmente forte di sentirsi amati e approvati da essere pronti a pagare qualsiasi prezzo. Ora vorrei provare a delineare un percorso, una mappa che aiuti chi è invischiato in questo territorio melmoso ed infido ad uscirne fuori.

Ogni processo di trasformazione implica tre fasi:

  • la prima è la consapevolezza
  • la seconda è l'accettazione
  • la terza è l'azione

La Consapevolezza è il primo passo; è il prendere coscienza di avere un "problema", guardarlo in faccia senza giudicarlo. E' senz'altro più semplice per chi si aggrappa, supplica o sopporta l'insopportabile, riconoscere di essere affettivamente dipendente rispetto a chi invece taglia i ponti con il proprio sentire, atteggiandosi a persona indipendente o recitando la parte del Salvatore. Vittima-Salvatore sono due facce della stessa medaglia. Quando aiutiamo una persona, finiamo per dimenticare i nostri problemi, Cosicchè facendo i salvatori vediamo solo la vittima che c'è nell'altro, ma dimentichiamo la nostra condizione di vittima. Facciamo , per così dire, agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi, dimenticando ancora una volta i nostri bisogni, evitando di prenderne atto.

L'Accettazione ossia ammettere come stanno le cose: "ammetto di essere una persona affettivamente dipendente" ...

  • ... perché non abbiamo ricevuto adeguate cure materne, non siamo stati accolti, protetti, riconosciuti o guidati;
  • ... perché abbiamo dovuto comportarci da adulti, mentre eravamo ancora dei bambini, per garantirci la sopravvivenza o prenderci cura dei fratelli o sorelle più piccoli, oppure perché abbiamo fatto da madre a nostra madre, che era assente o sommersa dai problemi, o malata, o ancora perché aveva fatto di noi il proprio confidente o l'oggetto della sua consolazione.

Ammetto di avere un "debito" nei confronti della mia parte bambina, prendo con-tatto con la sua sofferenza, le do' il permesso di provarla.

Se tentiamo di convincerci che, in fondo, non abbiamo poi avuto un'infanzia tanto traumatica, come potremo essere motivati a intraprendere un percorso di liberazione?

L'Azione: a questo punto è ora di passare alle vie di fatto e imparare a darci quell'amore che un tempo ci è stato negato.

Possiamo diventare noi stessi la madre o il padre della nostra parte bambina???

In ognuno di noi ci sono tre persone.

C'è un Uomo, o come dice Jung l'Animus,  che è la nostra parte razionale, la nostra logica, il nostro modo concreto di affrontare i problemi. E' lui che prende il sopravvento quando agiamo in modo diretto, quando andiamo in cerca del lato pratico e funzionale delle cose. L'uomo in noi è colui che osa, che intraprende, che trascina, dirige, fissa i limiti.

C'è poi una Donna, l'Anima secondo Jung. Essa rappresenta la nostra parte emozionale, la nostra ricettività, la capacità di esprimere tenerezza. E' lei che accoglie, crea un clima di fiducia, un'atmosfera di calore.

Infine c'è un Bambino: la spontaneità, la curiosità, l'apertura, la capacità di provare stupore. E' quello in cerca del piacere, che ama ridere, giocare, sperimentare, imparare.

Molti uomini hanno negato l'uomo dentro di sé a vantaggio della loro donna interiore. Ad esempio un ragazzo che è stato ferito dal padre potrà rifiutare la propria parte maschile per non assomigliargli e sviluppare maggiormente la propria parte femminile. Si tratta di uomini per lo più dolci, teneri accoglienti, che hanno molte difficoltà a porre dei miti agli altri, che hanno poca fiducia in se stessi. Questi uomini, spesso, hanno paura di farsi prendere dalla rabbia e di perdere la loro immagine di "gentiluomini", che permette loro di continuare a credere di non essere come i loro padri. Essi rimproverano molto spesso agli altri di volerli tenere sotto controllo, senza rendersi conto che sono loro stessi a tenere continuamente sotto controllo la loro parte maschile.

Questi uomini sposano in genere donne che vogliono far tacere la loro parte femminile, perché per  nulla al mondo vorrebbero subire ciò che ha subito la loro madre. E così lasciano prevalere il proprio aspetto maschile, rifugiandosi nella razionalità per aver ragione dell'altro. Queste donne sono dinamiche, attive. Hanno sempre mille progetti per la testa che portano avanti senza indietreggiare di fronte a nessun ostacolo. Esse sanno perfettamente cosa vogliono o dove stanno andando. Ciò di cui hanno più paura è la loro vulnerabilità. Quando l'emozione prende il sopravvento perdono il controllo. Rimproverano al loro compagno di essere irresponsabile, di non aver fiducia in se stesso, di non essere determinato.


Finchè l'uomo e la donna in noi non si saranno riconciliati,

non potranno accogliere

la nostra parte bambina!!!!


Per fare ciò occorrerà lasciar spazio sia alle nostre emozioni, non temendole, sia alla nostra volontà , permettendoci di attuare i nostri bisogni .....

In che modo fare questo???? .....  seguimi nel prossimo po

 

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