martedì, 04 ottobre 2011

Comunicare che guaio !! ...

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Sempre più mi capita che si siedano di fronte a me persone che hanno come disagio fondamentale il “comunicare” specialmente per quanto riguarda i rapporti affettivi (di coppia, amicali ..) : “Non sono capace a dire questo …..”, “non riesco a dire quello …”, “come faccio a dirgli che …”, “lui/lei non capisce che …”, “lei/lui  dovrebbe comprendere che io …”, “lei si lamenta, si lamenta ma cosa vuole dirmi? …”, “ lui non ascolta, parlo al vento …”, “è inutile che parli, lui appena inizio sbuffa …”, “l’unica soluzione tenersi tutto dentro …”, e potrei andare avanti all’infinito.

E allora … leggete un po’ qua …..

 

“Non ne posso più! Non ce la faccio a reprimere costantemente il bisogno di parlare dei miei problemi seri e difficili, tenendomi rispettosamente da parte per evitare di dare fastidio, vivendo la mia vita in solitudine per non disturbare, senza il conforto di una comprensione a cui non chiedo soluzioni ma solamente ascolto e partecipazione”.

“Non ne posso più! Non ce la faccio ad ascoltare perennemente i suoi guai e la sua disperazione, chiusa ad ogni prospettiva favorevole della vita, il suo pessimismo e le sue idee distruttive, l’ansia su ogni cosa, il perenne bisogno di essere sul palcoscenico come un personaggio tragico e al tempo stesso indifeso”.

Parla una coppia immaginaria, ma sono sicura che, senza sforzo eccessivo, potremo riconoscere in essa, anche solo in parte, molte persone a noi note o , nell’una o nell’altra posizione, noi stessi.

Le due posizioni sono strane, poiché denunciano insieme l’insofferenza per il comunicare e il desiderio di comunicare. Di solito questo porta ad una situazione di intrappolamento nella quale desideriamo stare con l’altro, ma non tolleriamo il modo in cui l’altro sembra voler impostare e mantenere la relazione.

Osserviamo anche che i due stili dei nostri personaggi immaginari sono molto differenti. Di fronte ai “problemi”, per non sentirsi solo a portare i propri pesi, il primo personaggio sembra chiedere all’altro di “ascoltare”, di partecipare e condividere senza avanzare pretese. Il secondo personaggio, invece, chiede di non essere caricato di malesseri irrisolvibili e di poter trovare una prospettiva di speranza che renda meno pesante il fardello dei problemi che condivide con l’altro.

Proviamo ora a dare ragione all’uno e all’altro, senza curarci di voler trovare una soluzione.

Ha ragione il primo personaggio.

Accade sempre così: quando hai problemi gravi e cerchi di accettarli e conviverci, chi ti vuole bene potrebbe almeno ascoltarti, anziché obbligarti a tenerli dentro, con il rischio di scoppiare. Ma è così difficile trovare qualcuno disposto ad ascoltarti senza pretendere di cambiarti. La verità è che non si può parlare o che lo si può fare stando sempre attenti a quello che si dice. Come se gli altri non si accorgessero di come sono difficili certe situazioni, di come ci si sente soli quando si vivono esperienze come la mia!

Eppure non voglio diventare così pessimista da rinunciare del tutto a parlare, voglio litigare e ribellarmi. L’amore ,l’affetto, l’amicizia vanno dunque bene sino a quando non ci si disturba? E pensare che io, invece, sono sempre così disponibile ad ascoltare! E poi non chiedo soluzioni, solo affetto. No, bisogna insistere. Chi non sa ascoltare imparerà!

Ha ragione il secondo personaggio.

Anche se si ama una persona non è detto che bisogna diventare come una spugna che ne assorbe sempre il male. E poi io cosa me ne faccio di tutto il malessere che l’altro si ostina a mettere dentro di me con la scusa di “sfogarsi”? C’è spesso un grande egoismo nell’affetto, una sordità ai bisogni di chi ti vuole aiutare, una specie di desiderio di farti a polpette senza pudore, di caricarti come un asino e non volere neppure ascoltare qualche timido consiglio. Spaventa un malessere che non trova pace, che non vede neppure un piccolo indizio di uscita. Ma cosa posso fare veramente? Devo davvero soccombere e sentirmi uno straccio sotto i suoi pesi che non può o non vuole alleggerire o devo invece reagire, rimproverare, turarmi le orecchie??? Non posso e non voglio diventare una vittima di chi amo. Questo è un amore a senso unico ed io non sono masochista.

Come possiamo notare ci siamo trovati di fronte a posizioni inconciliabili, a un irrigidimento che non preannuncia alcunché di buono. La prospettiva di questo conflitto ci appare quella di una rottura del rapporto oppure (come spesso accade) di un suo protrarsi nel malessere e nell’incomprensione, in una infelicità dolorosa e accanita.

Le due verità, infatti, contengono verità affettive importanti, che non si lasciano “convincere” facilmente a cambiare. Solo una valutazione degli effetti negativi potrebbe indurre i nostri personaggi a imboccare con prudenza e speranza nuovi stili di rapporto. Ma per fare questo è necessario che si riconoscano due importanti principi affettivi:

  • Nessuno può svolgere a lungo funzioni di aiuto verso un’altra persona senza ottenere in cambio qualcosa. Non possiamo quindi pretenderlo, se non per brevi periodi e per questioni di emergenza.
  • Raramente (o forse mai) è possibile aiutare qualcuno cercando di farlo cambiare così come noi vorremmo. L’aiuto che possiamo dare è invece quello di aiutare la sua capacità di stare bene anche indipendentemente dalle nostre opinioni.

A volte, quindi, aiutare può significare prendere le distanze dall’altro e accettare che egli si distanzi da noi. Questo, naturalmente, ci può anche un po’ spaventare, perché temiamo che questo processo di indipendenza possa interferire con equilibri consolidati e metta a rischio la nostra relazione con lui.

Anche se, sicuramente leggendo questo post, non abbiamo fatto passi risolutivi, possiamo tuttavia sentirci un po’ meglio, poiché i due principi affettivi sopra riportati ci possono permettere di iniziare a cambiare registro. Può accadere allora che il primo personaggio cominci a pensare così: “Chissà quanto ti pesa ascoltare sempre le stesse cose tremende che sento dentro di me. I tuoi suggerimenti, allora, significano che tu le senti veramente per quello che sono e cerchi di indicarmi qualche strada per stare meglio. Non importa se non ci riesci, ma capisco che mi vuoi bene e ciò di per sé mi fa stare meglio”

E il secondo personaggio, a sua volta “Certo, per comportarti così devi proprio vedertela brutta … mi racconti queste cose difficili perché vedi in me qualcuno che può veramente capirti o ascoltarti. Forse posso un po’ evitare di darti consigli o di volerti far cambiare opinione, perché mi sento libero di fare quello che veramente posso e distanziarmi un po’ da te, quando sono stanco. So che mi capisci e che senti la mia vicinanza. Anche se non è perfetta …”

Non è detto che cambiare sia semplice, ma in fin dei conti i nostri personaggi ( e noi stessi molte volte nella vita) partono dal non poterne più della situazioni in cui si trovano. Può essere allora stimolante valutare nuove possibilità. In fin dei conti, quel che serve loro non è lo smettere di amarsi, ma il potersi distanziare un po’ per evitare di trasmettersi troppo malessere in un periodo di crisi e per recuperare energie da investire nuovamente nella relazione.

lunedì, 23 maggio 2011

Sul linguaggio .....

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“L’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni e in tal modo comunicano anche loro”. (P.Watzlavick)


Il primo assioma della comunicazione dice che "non è possibile non comunicare". La comunicazione è fatta di parole e di silenzio. Le convinzioni si esprimono attraverso il linguaggio e questo è in grado di produrre una vera e propria magia.

Il potere evocativo del linguaggio è davvero sorprendente. Tutti noi abbiamo associato alcune parole a esperienze più o meno piacevoli: il solo pronunciarle o sentirle pronunciare può suscitare in noi sentimenti di simpatia oppure di profondo rigetto. Le parole infatti si ancorano facilmente alle situazioni e alle esperienze. Spesso questa loro caratteristica è usata per evocare sentimenti produttivi: basta pensare all’abitudine di creare slogan particolarmente accattivanti per “fare squadra”, per favorire il senso di appartenenza ad un team o un gruppo di lavoro.

Quando diciamo “lapsus freudiano” intendiamo quel fenomeno particolare per cui le parole ci escono dalla bocca inconsapevolmente, rivelando schemi di pensiero che esistono nella parte più profonda di noi.

Le parole sono una rappresentazione delle nostre esperienze mentali. Rappresentano, come dice Noam Chomsky (http://gabrieleromanato.altervista.org/traduzioni/linguag... ) la struttura superficiale che, a sua volta, trasforma la struttura profonda. Ciò significa che il linguaggio ha il potere di plasmare le nostre stesse esperienze e di trasformare la realtà.

La realtà in sé è così complessa che, fin da quando veniamo alla luce, costruiamo, attraverso cancellazioni, generalizzazioni e distorsioni, un nostro modello di mondo.

E’ il linguaggio a rappresentare la Mappa o il Modello del mondo, che ricordiamoci bene NON è il territorio ( leggi qui  ), con cui possiamo comunicare agli altri le nostre esperienze. Questa nostra abilità linguistica sarebbe la cosiddetta marcia in più che gli esseri umani hanno e che ci ha consentito di progredire fino ai livelli attuali.

D’altra parte gli esseri umani devono essere opportunamente istruiti all’uso del linguaggio perché, se mal utilizzato, può essere fonte di incomprensioni.

“Nessuna cosa è buona o cattiva, è il pensiero che la rende tale” (W.Shakespeare); per questa ragione è così importante ampliare continuamente le nostre mappe. Più ampia è la mappa, più scelte abbiamo a disposizione.

Conosciamo la realtà attraverso le nostre percezioni sensoriali, ma queste non sono sufficienti. Gli esseri umani hanno anche una rete interna di conoscenze e di informazioni come le convinzioni e i valori. La nostra rete interna di conoscenze crea un altro insieme di filtri che orientano i nostri sensi, effettuando cancellazioni, distorsioni e generalizzazioni dei dati che arrivano al cervello.

Se diventiamo più consapevoli del potere che hanno le parole sui nostri pensieri e comportamenti, allora possiamo comprendere meglio i nostri filtri e decidere quali lasciare andare, perché di ostacolo al raggiungimento dei nostri obiettivi.

Le parole hanno il potere di dare una cornice alla nostra esperienza.

Prendiamo questi due informazioni

  • questo lavoro è ben remunerato;
  • questo lavoro è molto impegnativo.

Dicendo “questo lavoro è ben remunerato “ma” è molto impegnativo” l’attenzione viene portata sulla seconda affermazione. Al contrario se diciamo” questo lavoro è ben remunerato “anche se” molto impegnativo”, l’accento è posto sulla prima affermazione.

Entrambe le affermazioni si trovano sullo stesso piano, a parità di importanza, se la frase che usiamo è “questo lavoro è ben remunerato ed è molto impegnativo”.

Quando invece la cornice viene applicata a contesti diversi, ci troviamo di fronte ad uno “schema linguistico”. Molte persone, ad esempio, utilizzano lo schema “ma” tendendo ad enfatizzare sempre l’aspetto negativo di ogni questione. Questa abitudine influenza moltissimo il comportamento e il tipo di scelte che si faranno di conseguenza.

Ecco dunque un modo semplice per cambiare uno schema limitante in uno schema potenziante: abituarsi a sostituire l’espressione “ma” con l’espressione “anche se”.

Quando non si ha fiducia sufficiente in se stessi per affrontare un cambiamento si è soliti dire, per esempio, che “si può fare tutto sicuramente ma bisogna superare molti ostacoli e darsi tanto da fare”. Scoraggiante vero ??

Proviamo a sostituire le parole e osserviamo cosa succede: “si può fare tutto sicuramente anche se bisogna superare molti ostacoli e darsi tanto da fare”. Il valore che questa seconda affermazione assume è molto motivante. Porta l’attenzione sul fatto che “si può fare tutto sicuramente”.

Le parole servono per incorniciare, perciò cambiare le parole equivale a cambiare la cornice. Due tipiche cornici sono la cosiddetta “cornice-risultato” contrapposta alla “cornice-problema”. Cona la prima siamo focalizzati sull’obiettivo che vogliamo raggiungere, mentre, con la seconda, continuiamo a indirizzare il problema senza risolverlo.

Le domande tipiche che si pongono utilizzando una cornice-problema sono:

“Quali sono le cause del problema”

“Di chi è la colpa?”

“Dove sono gli errori?”

“Che cosa è andato storto?”

Le tipiche domande che si pongono utilizzando la “cornice-risultato” invece sono:

“Che cosa voglio ottenere?”

“Come posso raggiungere l’obiettivo?”

“Di quali risorse dispongo?”

Per affrontare con successo un qualunque problema, la cornice-risultato è molto più efficace della cornice-problema. Se dico “voglio smettere di fumare perché fa male alla salute”, sto considerando il problema e avrò scarse probabilità di successo. Aumenterò invece le probabilità di raggiungere l’obiettivo, adottando uno schema più potenziante, come: “voglio migliorare la mia salute e adottare uno stile di vita equilibrato”

Le parole riescono a trasformare l’esperienza. Come? Accade esattamente ciò che succede con un quadro, quando si cambia cornice. La cornice adeguata valorizza il dipinto. Una cornice più ampia mette in luce dettagli importanti.

Ampliando la visione o adottando punti di vista differenti, le cose cambiano aspetto, a volte drasticamente.

Edward De Bono, il guru del pensiero laterale (leggi qui ), nel suo libro “Sei cappelli per pensare” usa una simpatica metafora per rappresentare i sei diversi punti di vista che aiutano a risolvere i problemi in modo creativo ed efficace. Ogni cappello ha un colore diverso e, a ciascuno di essi, corrisponde una cornice diversa. Non esiste un cappello migliore di un altro: ciascuno, preso singolarmente, ha sia vantaggi che svantaggi. E’ l’insieme dei cappelli che aiuta a trovare la soluzione migliore: un altro modo per dire che una mappa più ampia offre maggiori possibilità di scelta.

Il linguaggio arriva sia all’emisfero sinistro (la parte logica e razionale del cervello), sia all’emisfero destro. Le parole agganciano l’inconscio e l’inconscio non comprende le affermazioni negative. Ecco perché il linguaggio è così inefficace quando esprimiamo concetti che al proprio interno contengono una negazione.

Dire “NON aver paura!” è sufficiente per evocare la paura stessa.

Se criticate qualcuno mettendo in evidenza quello che NON va bene, porterete l’attenzione del vostro interlocutore sugli aspetti negativi del problema, allontanando, di fatto, ogni possibile soluzione. Fatto sta che, in generale, siamo più esperti nel fare critiche distruttive, con tutte le conseguenze che ben conosciamo.

E che dire poi delle critiche distruttive che ci vengono rivolte? Come possiamo uscirne positivamente, senza riportare ferite inguaribili? L’unico modo per uscire da questa trappola consiste nel considerare l’intenzione positiva che può nascondersi dietro ad una valutazione che, così come viene espressa, potrebbe ferirci. Quello che rende distruttiva la critica sta nel significato che vogliamo attribuirle. Se prendiamo tutto come un attacco personale, è evidente che saremo particolarmente vulnerabili.

Concludendo, il trucco consiste nell’usare prospettive diverse, mettersi nei panni dell’altro per comprendere le intenzioni positive e considerare la situazione con un inquadratura diversa.

Secondo gli Indiani d’America “prima di giudicare qualcuno devi camminare per tre lune nei suoi mocassini”, questo significa immedesimarsi nell’altra persona, cercando di coglierne la situazione e le sensazioni, guardando il mondo attraverso la sua mappa. Solo così sapremo cogliere quelle intenzioni positive che stavano dietro ad un comportamento altri menti inspiegabile, specialmente utilizzando parametri e filtri presi da una mappa diversa.

 

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per approfondire:

Robert Dilts

"Il potere della parola e della PNL"

NLP Italy

venerdì, 04 marzo 2011

Parlare con chiarezza.....

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....Ci sono tante di quelle frasi che non sono mai riuscita

a dire nella mia vita.

Me le sono tenute dentro

per non far scoppiare delle inutili guerre.

Ma tutte queste parole si sono fuse,

incatenate, ingarbugliate

in un unico gomitolo dentro di me...

 

Le parole che utilizziamo, la costruzione delle frasi e le nostre espressioni la dicono più lunga su di noi di quanto potremmo supporre.

Senza saperlo, esprimiamo le nostre paure, i dubbi o la mancanza di motivazione e, sempre senza saperlo, il nostro interlocutore lo capta immancabilmente.

Ad esempio, se qualcuno vi dice: "Tenterò di arrivare in tempo domani", non vi sorprenderete del suo ritardo, nonostante la buona volontà manifestata. La persona, infatti, vi ha avvisato in anticipo che la sua puntualità sarebbe stata un "tentativo".

E' dunque possibile, prestando maggiore attenzione al linguaggio impiegato, modificare il nostro affinchè esprima meglio ciò che desideriamo mostrare di noi stessi.

Fate questa prova e sostituite "Dovrei fare (quella cosa)" con "Scelgo di fare (quella cosa) ora, perché ... (motivo positivo per voi)" ... cosa cambia???

Spesso le persone ricorrono a formulazioni così blande, esitanti e complicate che l'interlocutore non sa più se si tratti di una ferma richiesta o di un ordine.

Sperare di ottenere un silenzio totale dicendo: "Bambini su, da bravi, fate un po' meno chiasso per favore" è mera utopia. Eppure la madre che pronuncia questo tipo di frasi dirà: "I miei figli non mi ascoltano mai!" senza capire che i bambini in effetti hanno obbedito alla sua richiesta facendo proprio "un po' meno chiasso", esattamente come lei aveva chiesto.

Della nostra infanzia abbiamo, nel migliore dei casi, conservato il ricordo nostalgico di essere capiti al volo da chi ci era vicino. Da grandi ci aspettiamo ancora che gli adulti a noi vicini ci leggano nel pensiero. In cambio, ci sforziamo a nostra volta di leggere i loro pensieri.

Purtroppo però, la mente di un adulto è straordinariamente ricca e complessa, tanto complessa che talvolta fatichiamo a capire persino noi stessi! E allora come potrebbero gli altri capire noi, se non diciamo loro le cose con chiarezza?

E comunque, dato che adesso possediamo la padronanza del linguaggio, è davvero compito degli altri decodificarci alla stregua di una madre che dedica sforzo e attenzione al suo bambino?

Il problema è che enunciare chiaramente e semplicemente  ciò che abbiamo da dire non rientra nella nostra educazione. Abbiamo invece imparato a "suggerire che....", a "evocare la possibilità che...", ad "alludere a...", a "dare un'imbeccata" affinchè l'altro "la colga". In altre parole a esprimerci attraverso un linguaggio codificato che riteniamo essere diplomatico, ma che in realtà è semplicemente un invito a leggere nel pensiero, fonte di quasi tutti i malintesi.

La regola di base per ripulire la comunicazione è:

QUALSIASI RICHIESTA NON ESPRESSA NON DEVE NECESSARIAMENTE ESSERE SODDISFATTA!

Se non esprimo con chiarezza ciò che voglio, non posso prendermela con l'altro per non aver capito. Se lui non  mi chiede nulla, non sta a me indovinare che voleva quella tal cosa.

Molto di frequente mi capita che un cliente mi dica:

"Mi piacerebbe tanto che lui/lei capisse che ...."

"Glielo ha detto?"

"No, non so come dirglielo!"

" E perché non provare a dirglielo proprio come lo ha detto appena adesso a me, "mi piacerebbe tanto che tu capissi che ...."?


A questo punto succede frequentemente che il cliente mi dica:

"Detto così sembra talmente semplice.."

"Lo è . Non vale proprio la pena di fare mille giri di parole .... Il segreto è dire le cose semplicemente..."


Paradossalmente, la cosa più difficile nella conversazione è forse quella di imparare a semplificare il nostro modo di comunicare! ....


 

mercoledì, 27 ottobre 2010

La comunicazione efficace: parlo, ascolto e mi metto in discussione

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Il percorso di Mediazione Familiare e la tesi conclusiva che sto affrontando  mi hanno calato profondamente nel concetto di "comunicazione": come si comunica, cosa si comunica, perché si interrompe la comunicazione, quali sono le variabili in gioco. Come è la vera comunicazione efficace?

Empatia e socialità portano l'uomo ad avere buone abilità non solo cognitive e sociali, ma anche affettive, costruendo relazioni attente ai bisogni altrui e non eccessivamente concentrate su di sé e sui propri problemi. Questo apre la strada ad un'appagante vita sociale, basata sull'interscambio e la condivisione dove la comunicazione ha assolutamente un ruolo di primo piano. E su questo non ci piove ....

Cosa è la comunicazione?

Possiamo dire che la comunicazione costituisce il cuore dell'esistenza umana .... È un mondo di significati nel quale tutti noi essere umani siamo totalmente immersi in un processo interpretativo, simbolico, espressivo e relazionale senza fine.

E' uno spazio condiviso, un luogo dove gli individui si incontrano e si confrontano. Il concetto di comunicazione implica infatti l'interazione tra soggetti diversi e presuppone un certo grado di cooperazione. Laddove, infatti, il flusso di informazioni è unidirezionale, senza possibilità di replica, non si può parlare di comunicazione.

Da ciò, possiamo quindi distinguere due polarità: da una parte la comunicazione pura, come atto di cooperazione in cui due o più soggetti costruiscono insieme una verità condivisa, o anche se non è condivisa esiste comunque il confronto, lo scambio; dall'altro la sola trasmissione unidirezionale dei dati.

Lo psicologo austriaco Paul Watzlawick , uno dei massimi studiosi della comunicazione umana, sostiene che in realtà "non si può non comunicare": anche nelle situazioni più anonime, ad esempio in un autobus, emettiamo continuamente segnali non verbali ai nostri vicini, che a loro volta accolgono il messaggio e "rispondono" con altri segnali.

Watzlawick inoltre ha introdotto il concetto per cui nella comunicazione umana esistono due distinte dimensioni: da una parte il contenuto, quello che le parole dicono, dall'altra la relazione, quello che i soggetti lasciano intendere (in modo verbale e non) sulla qualità della relazione che intercorre fra loro.

Questo concetto è stato poi ampliato in epoca recente dallo psicologo tedesco Friedemann Schulz von Thun che ha proposto un modello di comunicazione interpersonale che distingue quattro dimensioni diverse, nel cosiddetto "quadrato della comunicazione" dove ad ogni lato corrisponde un orecchio:

  • contenuto: di che cosa si tratta? (lato blu del quadrato, in alto)
  • relazione: come definisce il rapporto con te, che cosa ti fa capire di pensare di te, colui che parla? (lato giallo, in basso).
  • rivelazione di sé: ogni volta che qualcuno si esprime rivela, consapevolmente o meno, qualcosa di sé (lato verde, a sinistra).
  • appello: che effetti vuole ottenere chi parla? Ciò che il parlante chiede, esplicitamente o implicitamente, alla controparte di fare, dire, pensare, sentire. (lato rosso, a destra).

 

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Queste quattro dimensioni si possono tener presenti sia nel formulare messaggi che nell'ascolto e nell'interpretazione dei messaggi di altri. Ad esempio chi si offende alle parole altrui si sintonizza certamente sull'orecchio della "relazione"; viceversa, se di fronte ad un insulto ci sintonizziamo sull'orecchio della "rivelazione di sé", anziché sentirci offesi ci chiederemo "quali sentimenti prova il mio interlocutore per parlarmi così ?"

Questo modello, inoltre, evidenzia come l'essere umano è sempre libero di assegnare a qualsiasi messaggio un significato piuttosto che un altro, contribuendo così a definire e migliorare la qualità dell'interazione comunicativa.

La comunicazione, quando funziona, ci mette in contatto diretto con le persone e con le loro esperienze, trasmettendo contemporaneamente la ricchezza del nostro animo. Perché questo avvenga è necessario discriminare correttamente i molti modi espressivi dell'altro e assumerne la prospettiva per poterne comprendere le intenzioni e i pensieri, rimanendo tuttavia focalizzato sul proprio punto di vista che non deve mai confondersi con quello dell'altro.

E' necessario, d'altra parte, considerare che gli altri possono avere modi di sentire ed agire molto diversi dai nostri, poiché la loro personalità è unica e singolare così come i loro atteggiamenti e valori. Gli stati emotivi dell'altro possono essere completamente discordi da quelli provati da noi in situazioni analoghe, quindi l'esperienza personale non deve essere usata in modo improprio per filtrare e interpretare pensieri ed emozioni altrui, o peggio attribuire all'altro in maniera proiettiva stati d'animo che non gli appartengono.

" Il riconoscimento delle differenze è la ragione e il fondamento della comunicazione. Se non ci si riconosce come diversi non c'è bisogno di comunicare e non si incomincia neppure a farlo. Si comunica, invece quando si cerca di mettere insieme e di rendere trasparenti le proprio differenze.." (Alberto Melucci)

Da tutto questo si evince il grande potenziale di consapevolezza e crescita che può avere una comunicazione efficace: in primo luogo perché ci fornisce un'occasione di confronto e scambio; in secondo luogo perché ci permette di scoprire tramite l'altro aspetti di luce e di ombra che ci appartengono ma di cui non siamo spesso consapevoli; in terzo luogo perché ci permette di prendere coscienza della nostra responsabilità riguardo il messaggio che trasmettiamo.

In ultima analisi, comunque, ancora una volta sostengo che tutto ciò può essere valido solo se impariamo prima di tutto a comunicare con noi stessi, ad ascoltare quello che il nostro corpo, le nostre emozioni, il nostro essere globale continuamente ci comunicano.

Come potremmo altrimenti ascoltare e comprendere un'altra persona, i suoi stati d'animo, quello che vorrebbe dirci e quello che non vorrebbe dirci ma che comunque esprime con il suo modo di essere? Come potremmo pensare di cogliere tutto questo se non siamo prima in grado di coglierlo in noi stessi?????


 

venerdì, 22 ottobre 2010

Vedi? ... Senti? ... Provi? ...

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Dopo i post dedicati al sentire e pensare vorrei fermarmi un attimo a riflettere sulle modalità che abbiamo di "filtrare" la realtà rendendo tutto ciò che ci accade come un qualcosa di assolutamente nostro.

La realtà è oggettiva o soggettiva? Apparentemente esiste una realtà oggettiva, ma in effetti niente lo è: nel momento in cui ci rappresentiamo una scena internamente, in qualche modo la filtriamo rendendola soggettiva.

Il filtro sono i nostri cinque sensi: vista, udito, tatto, olfatto, gusto. Il cervello elabora tutto quello che accade intorno a noi attraverso i sensi e ne crea una rappresentazione interna che a sua volta ci provoca delle sensazioni. Nonostante in questo processo vengano utilizzati tutti i sensi disponibili, ognuno di noi, crescendo, ha sviluppato delle specie di corsie preferenziali e usa quindi modalità diverse per rappresentarsi la realtà.

Nella PNL (Programmazione Neuro Linguistica per approfondire vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Programmazione_neuro_linguis... ) sono state individuate tre modalità: visiva, auditiva e cinestesica. La modalità visiva è legata al senso della vista, quella auditiva all'udito e quella cinestesica riguarda invece gli altri canali sensoriali, quelli un po' più sensibili come il gusto, il tatto e l'olfatto.

Tutti possediamo queste tre modalità, ma ognuno di noi ha sviluppato una preferenza nel loro utilizzo che caratterizza il modo di elaborare, depositare e richiamare informazioni del proprio cervello.

Per esempio le persone visive quando ripensano ad un evento rivedono mentalmente le immagini descrivendo quello che hanno visto, i colori che c'erano, come erano vestite le persone; le persone auditive, invece, quando rivivono una situazione sono in grado di ricordare le voci, i suoni, le parole esatte che sono state dette, i toni usati, le musiche; le persone cinestesiche, infine, ritornando ad un episodio riprovano con estrema facilità le stesse sensazioni positive o negative, che avevano provato allora.

Anche la comunicazione varia a seconda della modalità seguita e rispecchia, ovviamente, quello che sta accadendo nella testa di chi agisce.

Il visivo, privilegiando le immagini, tende a parlare velocemente, perché esse scorrono rapide nella sua mente ed è come se dovesse rincorrerle; la respirazione è di petto, poco profonda; l'energia comunicativa è alta, gesticola molto, tiene la testa eretta e usa espressioni verbali che richiamano il canale visivo: "non mi è chiaro" , "non riesco a vederlo" , "non mi quadra" . I movimenti volontari degli occhi si dirigono preferibilmente verso l'alto a destra o a sinistra.

L'auditivo è molto diverso nel modo di comunicare: poiché i suoni sono per lui importanti, ama ascoltarsi, parla in modo ritmico, fa le giuste pause, accompagna le parole con una gestualità misurata; la tensione muscolare è relativamente uniforme; la respirazione è uniforme e diaframmatica; lo sguardo orizzontale di lato; ha un dialogo interno molto sviluppato, ossia comunica attivamente con se stesso, spesso facendolo anche a voce alta, usa espressioni come "non mi suona", "tutto questo stride", "adesso sono in armonia", " hai sentito cosa ho detto?".

Il cinestesico vive molto più intensamente le sensazioni, che sono spesso difficili da comunicare e, quindi ha più difficoltà a trovare le parole; lo sguardo è rivolto in basso verso destra; vi è un rilassamento generale dei muscoli con la testa ben piantata sulle spalle che tendono a curvarsi;la respirazione è profonda nella zona addominale; sente le emozioni nella pancia, usa una gestualità bassa, parla più lentamente, si serve di espressioni quali: "a pelle", "lo sento dentro", "non mi tocca", "sento..". E' molto sensibile al contatto fisico, agli odori.

Tutte e tre hanno aspetti positivi e negativi. La persona cinestesica, ad esempio, è tendenzialmente più sensibile rispetto agli altri, sente di più le persone e le situazioni, ma è portata anche ad accollarsene più facilmente le sofferenze e la negatività. Una persona visiva invece è dotata di grande energia, ma, al contrario del caso precedente, può scarseggiare in sensibilità, combinazione che spesso la fa agire come un bulldozer.

Il valore di tutte queste informazioni sta nel fatto che esse possono avere grande importanza nel campo della comunicazione, permettendoci di rapportarci agli altri in maniera molto più efficace. Infatti se riusciamo ad individuare il canale preferenziale della persona che ci sta di fronte potremmo usare un linguaggio più adeguato per la comprensione del nostro discorso diminuendo in tal modo il rischio di incomprensioni e conflitti.


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Ora, se ti va, ti propongo questi due esercizi per allenarti a ri-conoscere il canale preferenziale della persona che hai di fronte:

  • Ascolta attentamente chi ti sta di fronte e prova a rispondere alternativamente usando lo stesso sistema rappresentazionale o impiegandone uno diverso. Ti renderai conto di come immediatamente il risultato della comunicazione cambi.
  • Per capire a quale categoria appartiene chi ti sta di fronte e quindi interagire usando il suo canale sensoriale principale è necessario esercitarsi; abituati quindi a guardare e ascoltare la respirazione delle persone con cui parli o che parlano tra loro. Osserva ad esempio come tengono i muscoli delle spalle e della testa, come muovono gli occhi, con che tono e volume di voce parlano etc...


 

giovedì, 07 gennaio 2010

La comunicazione assertiva ... (I Parte)

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Vorrei continuare questo percorso sull'assertività con un post che entri un po' più nel vivo della questione.

Una delle principali dimensioni dell'assertività è la capacità di entrare in contatto con gli altri riuscendo a stabilire relazioni interpersonali in grado di tutelare non solo i nostri diritti ma anche quelli degli altri.

Andare incontro all'"altro", radicalmente diverso da me e altrettanto unico sarà sempre un mistero, un viaggio affascinante da fare in punta di piedi, la cui strada maestra è la comunicazione , che ci consente di avvicinarci alle persone a patto che ci sia un atteggiamento di com-prensione e di ascolto.

Se cambiamo sguardo possiamo cercare di andare oltre le apparenze e correre il rischio di incontrare l'altro nella sua profondità e nella sua complessità. Guardarlo negli occhi e fare in sé il silenzio per poterlo accogliere.....

Tornando all'Assertività essa fa parte di quelle competenze relazionali che ci consente di riconoscere le proprie emozioni e i propri bisogni e di comunicargli agli altri nel rispetto reciproco.

Ecco allora che l'acquisizione di uno stile assertivo ha a che fare con lo sviluppo di una serie di abilità comunicative che possono consentire di rapportarsi agli altri in modo spontaneo, naturale, autentico e soddisfacente.

La comunicazione è molto importante e bisogna usarla in modo assertivo affinchè sia realmente efficace. Essa spesso, invece, viene vissuta come un evento "che accade" e sul quale è possibile esercitare poco controllo.

Nonostante il linguaggio sia considerato il mezzo comunicativo per eccellenza, la comunicazione non è fatta solo di parole, numerosi sono gli elementi non verbali e para-verbali essenziali alla reciproca comprensione che molto spesso risultano più adeguati a trasmettere ciò che si vuole esprimere.

La comunicazione verbale implica l'uso della parola, attraverso la quale esprimiamo il contenuto delle nostre azioni, cioè cosa voglio fare e come voglio farlo.

La comunicazione non-verbale si attua attraverso le espressioni del corpo, cioè quell'insieme di tutti quei segnali che trasmettiamo attraverso i gesti, la mimica, le espressioni facciali e rappresenta il contenuto emotivo della comunicazione. Nel raccontare qualcosa le nostre mani si muovono, le nostre braccia possono incrociarsi, le nostre gambe possono accavallarsi o stare comodamente distese, i nostri occhi possono ricercare lo sguardo dell'altro oppure guardare altrove, il nostro volto può trasmettere l'emozione relativa al contenuto del discorso, come rabbia oppure gioia, felicità, stupore....

La comunicazione para-verbale è rappresentata dal modo di parlare, dal tono, dal ritmo, dalla velocità dell'eloquio. In linea generale una persona ansiosa tenderà a parlare più in fretta e con un tono più elevato, al contrario una persona depressa parlerà più lentamente e con un tono di voce più basso.

Occupiamoci ora della comunicazione verbale e di alcune strategie per favorire l'assunzione di un atteggiamento più assertivo:

  • Uso dei pronomi personali: è buona norma per incrementare la nostra assertività fare affermazioni che iniziano con "Io" in modo da assumerci la piena responsabilità delle nostre affermazioni e azioni.
  • Cambiare i verbi usando quelli più incisivi: prova a mettere al posto di "non posso" "non farò" in modo, anche in questo caso, di prenderti la piena responsabilità di ciò che in realtà puoi e/o non puoi fare. Sostituisci "ho bisogno" in "voglio" per differenziare il desiderio dalla necessità. Usa "scelgo di..." al posto di "devo" e "potrei" al posto di "dovrei" per sottolineare la piena consapevolezza e convinzione di quello che affermi.
  • Passare dall'atteggiamento passivo a quello attivo: una persona recita un ruolo passivo quando è convinta che le cose capitino proprio a lei, quasi fosse la vittima designata di un mondo crudele. Divenire più assertivi significa anche riconoscere che siamo responsabili di ciò che ci accade. Quindi è meglio dire:" Io permetto alle persone di approfittare di me e questo mi fa arrabbiare", piuttosto che:2 ciò che mi accade, mi fa arrabbiare".
  • Cambiare le domande in affermazioni: domande del tipo: "Non credi che? .." sono spesso dei modi impliciti e a volte manipolatori per affermare: "ciò che penso é...". Per essere assertivi con se stessi e quindi con gli altri, è bene fare affermazioni chiare e dirette.


Che ne pensate??? Difficile da mettere in pratica???? Un piccolo passo alla volta... l'importante è avere voglia di vivere la nostra vita al meglio in tutte le sue sfaccettature, assumendosi le proprie responsabilità con maggiore consapevolezza....


 

mercoledì, 08 luglio 2009

Ascoltare se stessi, per ascoltare meglio....


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disegno di arnicamontana http://intermittenzedelcuore.blogspot.com/

 

Gran parte dell’efficacia dell’ascolto deriva, oltreché dal sapere utilizzare le tecniche proprie dell’ascolto, dalla motivazione all’ascolto che abbiamo nei singoli contesti.

La motivazione all’ascolto è determinata essenzialmente dall’autostima e dalla considerazione che abbiamo dei soggetti coinvolti nella situazione secondo la logica del: “io sono OK – tu sei OK” (vedi le “posizioni esistenziali” http://ri-trovarsi.myblog.it/archive/2009/05/12/le-posizi...).

La consapevolezza di sé cresce gradualmente imparando a conoscere come parliamo a noi stessi, come si svolge il nostro dialogo interno. Se il dialogo interno è di carattere negativo ed è divenuto un “abito mentale”, le sue risposte si traducono in comportamenti non produttivi, difensivi, circoli viziosi, stress e soprattutto il livello di autostima diminuisce.

E’ importante ascoltarsi senza giudicarsi, essere i migliori amici di se stessi invece di essere i “peggiori nemici”. Capire quali credenze ci guidano o addirittura vivono la nostra vita. Ricordandoci che “nessuno può farci sentire inferiori senza il nostro consenso!”.

Spesso, quando si diventa coscienti di come si parla a se stessi, si è colpiti dal tono negativo del proprio dialogo interiore. Queste reazioni automatiche possono essere causa di comportamenti non produttivi che sfociano in chiusura, difesa, stress e poca determinazione. E’ difficile capire gli altri fino a quando non impariamo ad ascoltarci efficacemente.

Vivere con consapevolezza significa instaurare un accordo tra i nostri valori e i nostri obiettivi, agire in equilibrio con quello che siamo riconoscendo la propria specificità e autenticità.

La consapevolezza può portare alla com-prensione delle convinzioni sulle quali ci si basa per vivere.

Queste convinzioni possono sfociare nel pensiero che forze esterne controllano la nostra vita e che non siamo padroni di ciò che facciamo e proviamo.

Identificando i dialoghi interni non produttivi, possiamo riesaminare la convinzione che causa quel processo di pensiero.

Questo autoesame ci permette di imparare quando un determinato processo di pensiero è utile e quando è disfunzionale.

Nella vita noi formuliamo molto presto delle convinzioni che influenzano tutto il nostro comportamento e anche come ci parliamo internamento.

Ciascuno di noi per sentirsi OK mette in atto degli espedienti, chiamati in Analisi Transazionale “copioni”, "un piano di vita che si basa su una decisione presa durante la prima infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli eventi successivi e che culmina con una scelta determinante", che ci permettono di affrontare le difficoltà e i problemi di adattamento all’ambiente (vedi: http://ri-trovarsi.myblog.it/archive/2008/10/27/copioni-e...) .

Alla base dei copioni ci sono gli “imperativi” calati nella nostra coscienza come eco delle “ingiunzioni” ricevute dai nostri genitori o educatori, che se da un lato sono funzionali alla nostra efficacia, dall’altro hanno aspetti negativi che ci allontanano dall’ascolto di noi stessi....


Imperativo

Caratteristiche

Aspetti positivi

Aspetti negativi

Ascoltiamoci..

Sii perfetto!

Persone che hanno bisogno di sapere e controllare tutto. Temono la delega. Tendono ad essere sopraffatti dai particolari. Prendere una decisione risulta molto difficile.

Senso dell’organizzazione

Perfezionista ad oltranza

Problemi nella decisione.

paura di lasciarsi sfuggire un particolare che possa compromettere la completa conoscenza dell’argomento

Non si può riuscire a fare tutto, né tanto meno al primo tentativo: accettiamo i nostri limiti.

Accettiamo gli errori, possono essere fonte di insegnamento.

Sii forte!!

Soggetti addetti all’arte di arrangiarsi, sta a loro individuare da soli la soluzione. Non si fanno condizionare dagli altri né dalle proprie emozioni.

Tenacia , affidabilità e resistenza

Freddi, distaccati, controllati. Parlano delle emozioni ma non le esternano mai. Perenne lotta tra la “forza” e la “debolezza”

Le emozioni fanno parte della nostra vita. Rappresentano il motore della nostra attività e della nostra efficacia.

Sbrigati!!

Persone che non hanno mai tempo. Hanno sempre qualcosa da fare e più sono sotto pressione più hanno l’impressione che le loro azioni siano utili e legittime. La fretta e i lavori all’ultimo minuto li stimolano moltissimo.

Velocità ed efficacia.

Capacità di partire da capo di fronte all’imprevisto.

Bisogno di essere precipitosi per sentirsi gratificati.

Ridursi all’ultimo momento.

Abbiamo bisogno di tempo per decidere da soli i

nostri obiettivi e portarli a termine solo così potremmo ottimizzare la nostra energia e la nostra efficacia. Abbiamo il diritto di non metterci sotto pressione!

Cerca di piacermi!!

Persone che non trovano mai il coraggio di dire di “No”. A loro piace sentirsi amate, coccolate e sono propense a soddisfare le richieste che vengono loro rivolte.

Flessibilità

Capacità di adattamento

Dire di “Sì” quando si pensa il contrario.

Non riuscire a manifestare chiaramente le proprie intenzioni.

Solo concentrandoci sui nostri obiettivi potremo migliorare. Rispettiamoli!!

Rispettiamoci!!

Impariamo a dire di “NO!”

Sforzati!!

Persone che continuano a provare. La vita è dura e difficile e ognuno deve farsi coraggio perché deve lottare e lavorare sodo per emergere.

Costanza

Testardaggine

Credere che se una cosa non è difficile non è importante.

Possiamo riuscire anche senza distruggerci!

Rispettiamo i nostri ritmi personali e i nostri bisogni.

 

  


Avete in mente altri imperativi che potrebbero essersi insediati dentro di voi????

 

La caccia è aperta…. Quale è il prossimo????

 

 

mercoledì, 22 aprile 2009

La comunicazione dell'anima: simpatia, compassione, empatia .....

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“Ogni relazione significa definire se stessi attraverso l’altro e definire l’altro attraverso se stessi” Robert Laing

 

 

Facendo seguito al precedente post vorrei soffermarmi su un altro aspetto della comunicazione: l’arte di percepire le somiglianze con l’altro vibrando all’unisono con quanto ci viene detto.

 

La comunicazione umana si svolge su vari livelli: intellettuale,emozionale, corporeo e a ciascun livello prevale un particolare tipo di codice.

 

Il linguaggio verbale è il più distaccato dei codici ed è utile soprattutto per comunicare a livello intellettuale riguardo a fatti e situazioni esteriori, esso si occupa principalmente del contenuto della comunicazione : certo, può anche essere usato per parlare di emozioni, tuttavia dire “ti amo” non è mai come sorridere, abbracciare o baciare la persona amata ....

 

Il linguaggio non verbale, come abbiamo visto nell’esempio sopra, è molto più partecipe e comunica con molta più intensità della parola. Esso si occupa della parte relazionale della comunicazione, esprime la nostra personalità e le nostre emozioni, parla prevalentemente di noi stessi e dei nostri stati interiori e ci avvicina all’altro.

 

Proseguendo nel nostro viaggio verso l’altro a mano a mano che la distanza si riduce entriamo in una dimensione sempre più intima e profonda che è quella del con-tatto. Toccarsi, abbracciarsi o guardarsi intensamente negli occhi sono forme di comunicazione che non solo suscitano particolari sensazioni fisiche ma stimolano anche parti più profonde del proprio essere mettendole in risonanza con le rispettive parti dell’altro.

 

Il con-tatto è comunicazione dell’anima, ci permette di entrare in relazione con l’essenza più profonda di chi ci sta di fronte: sentire noi stessi nell’altro e l’altro in noi.

Il primo livello del con-tatto è la simpatia intesa nel suo significato etimologico dal greco syn=stesso e pathos= sentire,soffrire => “stesso sentire”, “stesso soffrire”, la simpatia nasce quando i sentimenti o le emozioni di una persona provocano simili sentimenti anche in un'altra, creando uno stato di "sentimento condiviso",cominciamo a sentirci attratti da quella persona perché troviamo tante affinità con noi stessi. La capacità di condividere emozioni, di rendersi scambievolmente partecipi del sentire dell’altro, è un elemento insostituibile per la piacevolezza delle relazioni e per quell’intima e indicibile sensazione del “sentirsi accolti e capiti”.

Un’altra dimensione del contatto si esplica nella compassione intesa anch’essa nel suo significato etimologico cum=con e pathos= sentire, soffrire => sentire assieme, soffrire assieme cioè la capacità di entrare in contatto con il sentire dell’altro a prescindere dalla somiglianza e affinità. Molto usata in ambito religioso la compassione ha assunto con l’andare del tempo l’accezione di “aver pena per la sofferenza dell’altro” , distaccandosi così dal suo significato originario. Anche per questo motivo gli psicologi hanno avvertito il bisogno , per descrivere determinati processi, di usare un concetto più neutro libero da connotazioni religiose: l’empatia dal greco empatheia “sentire dentro”.

L’empatia è un sentire l’altro senza confonderlo con il sé; è un processo volontario e consapevole in cui dopo aver sospeso ogni giudizio ci si immedesima nell’altro, ci si mette nei suoi panni, si avvertono eventuali risonanze con le proprie emozioni, mantenendo però la necessaria consapevolezza dei confini tra la propria identità personale e quella dell’altro.

E’ necessario distinguere l’empatia tout court che descrive una esperienza spontanea di immedesimazione con l’altro, dall’empatia usata dal Counselor nel suo lavoro con il cliente. Attraverso questo tipo di empatia, fondamentale per l’instaurarsi dell’alleanza, non ci si perde nell’altro, pur sentendolo dentro di sé, compartecipando del suo sentire; si è aperti ma nello stesso tempo centrati in se stessi in modo che in qualsiasi momento è possibile distinguere cosa è l’altro e cosa siamo noi . In questo modo non si rischia di affogare nelle emozioni dell’altro, è possibile sentirle vestendo i suoi panni ma anche staccare in qualsiasi momento l’interruttore e tornare in noi stessi.

Possiamo definire questa modalità di empatia un cocktail di compassione + comprensione + non identificazione , una esperienza di condivisione emotiva abbinata ad una raffinata mediazione cognitiva. Una relazione in cui non solo si sentono dentro di sé le emozioni di un’altra persona, ma se ne ha anche una profonda comprensione, senza peraltro perdersi nella identificazione con l’altro.

Questa unione di compassione, comprensione e non identificazione è una “conditio sine qua non” per comprendere davvero le opinioni, i punti di vista, i vissuti, le motivazioni, gli atteggiamenti dell’altro, senza sovrapporre il proprio punto di vista soggettivo né interpretare alla luce dei propri valori.

Questo in una “relazione d’aiuto”, come può essere un percorso di counseling favorisce l’autoesplorazione, la fiducia e il desiderio di comunicare del cliente che sentendosi compreso e accolto incondizionatamente potrà iniziare a sviluppare quella sicurezza necessaria per spiccare il volo....