venerdì, 02 settembre 2011
Ancora sull’autostima … stabile o instabile ??? (II parte)
Passiamo ora a considerare i due profili di una bassa stima di sé.
Bassa e Instabile => la stima di sé di queste persone è, nell’insieme, sensibile e reattiva agli eventi esterni, sia positivi che negativi. In seguito a successi o soddisfazioni passa regolarmente attraverso fasi in cui è più elevata del solito. Tuttavia questi progressi sono spesso labili, e il suo livello scende nuovamente poco dopo, quando sorgono altre difficoltà. Le persone che rientrano in questa categoria si sforzano di dare a se stessi e agli altri un’immagine di sé migliore di quanto non siano. Nell’esempio del post precedente relativo alla riunione di lavoro, si tratterebbe di un individuo che parla poco, che si presenta con modestia. Quando avanza una proposta lo fa con prudenza, spiando le reazioni degli altri. Se lo si contraddice, immediatamente si destabilizza e tende a non opporsi fermamente a un’opinione contraria alla sua. In ogni caso, se si sente accettato, può darsi che si rilassi e si spieghi meglio.
Bassa e Stabile => in questo caso la stima di sé è poco sensibile a quanto accade al di fuori, anche se si tratta di qualcosa di positivo. La persona sembra dedicare ogni sforzo a promuovere la propria immagine e la stima di sé, di cui accetta e subisce in qualche modo il livello basso. Nel nostro esempio, questo personaggio rischia di passare inosservato. Bisogna sollecitarlo a parlare, e se si rilassa di solito preferisce aderire alle opinioni che sono state enunciate prima di lui. Se si insiste perché si spieghi meglio, ben presto si ha l’impressione di tormentarlo. In questo caso può anche manifestare opinioni piuttosto negative.
Le persone a stima di sé bassa e instabile sono desiderosi di migliorare la propria condizione e il proprio stato d’animo, e agiscono di conseguenza. Esse sono molto più sensibili di quanto non lascino capire agli altri. Sono modeste in caso di successo e discrete nella sofferenza.
Quelli con stima di sé bassa e stabile, invece, sembrano “rassegnati”. Fanno pochi sforzi per valorizzarsi agli occhi degli altri.
Come nel caso dell’alta autostima, all’origine di una bassa stima di sé i genitori sembrano avere un ruolo importante. Negli individui che hanno una stima di sé bassa e instabile si individuano spesso:
- Mancanza di rafforzamento e incoraggiamento da parte dei genitori, malgrado molto spesso l’affetto sia sincero.
- Capacità limitate nel bambino oppure mancanza di popolarità presso gli altri bambini.
- Genitori iperprotettivi che hanno fatto ben poco per riconoscere al bambino il giusto valore.
Nelle persone a stima di sé bassa e stabile si trova lo stesso tipo di cause, di solito più accentuate. Tuttavia si può segnalare qualche differenza specifica:
- Eventi realmente accaduti che hanno provocato nel bambino la sensazione di non aver controllo del proprio ambiente, per esempio la morte o lo stato depressivo di uno dei genitori.
- Carenza affettive rilevanti.
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A questo punto vi propongo un esercizio conclusivo dei due post per saggiare la vostra autostima (e se volete quella di chi vi sta intorno) attraverso le reazioni di fronte a quattro situazioni chiave: successo, complimenti, fallimento, critiche.
Reazioni ai successi e complimenti:
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Tipo di stima di sé |
Reazione tipo come risposta al successo |
Reazione tipo come risposta ad un complimento |
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Stima di Sé “alta e stabile” |
“sono contenta mi fa piacere esserci riuscita” |
“Grazie molte” |
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Stima di Sé “alta e instabile” |
“Ve l’avevo detto, e questo è niente: aspettate e vedrete…” |
“Continui ..continui” |
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Stima di Sé “bassa e instabile” |
“e ora sarò all’altezza” |
“Oh, non è merito mio, sa …” |
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Stima di Sé “bassa e stabile” |
Si ammala gravemente una settimana dopo |
“lasci perdere non mi interessa” |
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Tipo di stima di sé |
Reazione tipo come risposta al fallimento |
Reazione tipo come risposta a una critica |
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Stima di Sé “alta e stabile” |
“questa volta non mi è andata bene” |
“Ah, è così. E perché me lo dice? |
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Stima di Sé “alta e instabile” |
“tanto per cominciare, lei se ne intende?” |
“E lei si è visto?” |
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Stima di Sé “bassa e instabile” |
“ho avuto dei problemi di preparazione, non ci sono riuscita” |
“ne è convinto?” |
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Stima di Sé “bassa e stabile” |
“è vero non valgo niente, non se n’era accorto?” |
“sì, più ancora di quanto lei non dica” |
E ora tocca a te ….
11:52 Scritto da: gabrella in Psicologia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: autostima | OKNOtizie |
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giovedì, 01 settembre 2011
Ancora sull’autostima …. stabile o instabile??? (I parte)
“ chi come me ha una stima esagerata di se stesso, soffre altrettanto intensamente quando la vede minacciata” W.Boyd
Il livello di stima di sé (alta o bassa) non basta a spiegare l’insieme delle reazioni di un individuo. E’ necessario tenere conto anche della sua capacità di resistenza agli eventi della vita quotidiana, perché la stima di sé è soggetta a fluttuazioni.
Capita, in effetti, che certe persone diano l’impressione di non essere sicure di sé stesse come invece tentano di far credere. Si danno da fare per mettersi in buona luce, ricordando incessantemente le proprie doti e i propri successi; ma se sopraggiunge qualcosa che minaccia il bell’edificio che hanno innalzato, il loro comportamento cambia all’improvviso.
Vogliono avere l’ultima parola in tutte le situazioni, si mostrano eccessivamente suscettibili e sono preda di una rabbia violenta quando qualcuno li critica. Quelle stesse persone, che sembrano tanto forti rivelano, in quei momenti, un’estrema fragilità. Viene da pensare che tutti gli sforzi che facevano per convincerci del loro valore fossero, in realtà, tentativi di convincere se stessi …
Mettendo in relazione il livello e la stabilità della stima di sé si può stabilire una sorta di “classificazione” che consente di capire meglio determinate reazioni.
Guardiamo le reazioni che coinvolgono chi ha un’alta stima di sé:
Alta e Stabile => in questo caso le circostanze esteriori e gli eventi “normali” della vita hanno scarsa influenza sulla stima di sé della persona in questione, che non dedica dunque molto tempo né molte energie alla difesa o alla promozione della propria immagine. Per esempio durante una riunione di lavoro nel corso della quale si domanda a ciascuno dei partecipanti di spiegare agli altri la propria attività e di suggerire loro qualche idea per facilitare il lavoro in comune, la persona la cui stima di sé è alta e stabile cerca di convincere gli altri ad adottare il proprio punto di vista. Se qualcuno la contraddice, lo ascolta senza mostrarsi tesa e non cerca di destabilizzarlo quanto invece di convincerlo.
Alta e Instabile => per quanto elevata la stima di sé di questi individui può subire gravi scosse, soprattutto in contesti competitivi e destabilizzanti. Queste persone reagiscono con vigore alla critica che percepiscono come minaccia e fanno “autopromozione” vantando i propri successi e i propri pregi. Riprendendo l’esempio della riunione di lavoro, possiamo osservare che in tale situazione la persona la cui stima di sé è alta ma instabile cerca di mostrarsi sotto una luce favorevole, tendendo però a monopolizzare l’attenzione generale. Se poi qualcuno la contraddice, si fa prendere ben presto dall’irritazione e cerca di “dare scacco matto” all’interlocutore con una critica o una presa in giro aggressiva.
Questa classificazione mette in evidenza due profili molto diversi l’uno dall’altro. Da una parte, individui emotivamente stabili, che non si lasciano sconcertare facilmente dalle avversità e mantengono una certa coerenza d’intenti e di comportamento, sia in un contesto favorevole che in uno sfavorevole.
Dall’altra soggetti più vulnerabili, che tendono a sentirsi aggrediti e messi in discussione quando si trovano in contesti ostili o semplicemente critici.
In condizioni tranquille questi due profili non appaiono affatto diversi, ma il divario nasce e si accentua quando la situazione cambia: dover competere, sentirsi messi in discussione, mancare un obiettivo sono tutti test per verificare la stabilità della stima di sé.
Una stima di sé elevata e stabile è salda e resistente. La persona non mette in discussione nuovamente e continuamente il proprio valore. Può comunque accettare di non avere il controllo totale di una situazione senza sentirsi per questo inferiore o sminuita. Al contrario, una persona che abbia di sé una stima instabile, per quanto alta, si comporta come se tutte le sfide in cui si imbatte, dalla più piccola alla più grande, rappresentassero appuntamenti da non perdere con la propria immagine pubblica. Questo ovviamente la rende più vulnerabile.
Perché queste differenze? E’ possibile che la risposta si nasconda in certi atteggiamenti dei genitori. In effetti, nelle persone che hanno di se stesse un’opinione elevata ma instabile si notano spesso:
- Un divario eccessivo tra la sopravvalutazione del bambino da parte dei genitori , “tesoro, sei tu il più forte”, e le sue capacità effettive (il bambino si rende perfettamente conto di non essere il più forte), evidente questo nei risultati che ottiene in situazioni competitive.
- Genitori idealizzati e distanti, che si occupano bene di sé e male dei propri figli, perciò il bambino sente il bisogno di attirare la loro attenzione, di farsi valere, di mostrare i propri meriti per essere finalmente degno del loro interesse.
- Genitori, che a loro volta, hanno una stima di sé elevata ma instabile. Si tratta, in questo caso, di una trasmissione diretta del modello genitoriale che viene quindi imitato.
- Genitori che non si interessano del proprio bambino se non in funzione delle sue capacità
Quanto alle persone la cui stima di sé è alta e stabile, si osserva che frequentemente hanno avuto:
- Genitori con le medesime caratteristiche di stima di sé elevata e stabile, che regolarmente offrono dunque al bambino l’occasione di vedere come si possa rispondere con calma ad una critica o come guadagnarsi la stima degli altri senza doversi far valere continuamente
- Genitori preoccupati di dare il giusto valore al proprio bambino, a seconda delle sue capacità o delle sue possibilità effettive.
- Genitori vicini e disponibili, che non mettono il bambino in condizioni di dover fare chissà cosa per ottenere la loro attenzione.
…… se ti ha interessato il post seguimi …. continua domani con gli altri due profili ….
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12:01 Scritto da: gabrella in Psicologia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: autostima, stabile, instabile | OKNOtizie |
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martedì, 03 maggio 2011
Motivazione … volontà … bisogno ….
A questo punto penso sia arrivato il momento di dare qualche definizione su queste tre colonne portanti fondamentali per giungere a quel cambiamento che ci farà ri-trovare la parte più autentica di noi stessi.
Prendo quindi al volo l'opportunità datami dalla mia ultima scorribanda in libreria postando alcune parti del libro di Edoardo Giusti "Automotivazione e volontà" Ed.Sovera, che ritengo illuminante per molti aspetti , primo fra tutti la straordinaria chiarezza con cui vengono presentati e spiegati i vari concetti.
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L'essere umano si è sempre interrogato su cosa muova e sostenga il comportamento. [...] Ogni individuo ha la capacità di organizzare il proprio comportamento verso una determinata direzione, in seguito a stimoli esterni e/o interni, e sulla base di particolari condizioni di controllo e di quanto viene richiesto da specifiche situazioni.
Analizzare cosa c'è dietro l'azioni, in termini di stimolo, orientamento e sostegno, significa innanzitutto definire i concetti di motivazione, volontà e bisogno, che in varia misura, e a volte sovrapponendosi, definiscono il comportamento dell'individuo.
La MOTIVAZIONE è ciò che conduce una persona a una determinata azione [...] la Motivazione da una parte attiva e dall'altra orienta il comportamento sostenendolo nel tempo.
Nonostante l'apparente semplicità del concetto, l'indagine psicologica sulla motivazione si è rivelata di straordinaria complessità: le condizioni che ci spingono ad una particolare azione sono, infatti, così numerose da rendere arduo ogni tentativo di definizione e classificazione. Nell'organizzazione del comportamento si inseguono e si intrecciano bisogni fisici, stati mentali, convinzioni personali, condizionamenti sociali, creando un variegato insieme di realtà fisiologiche, psicologiche e socio-culturali difficili da analizzare nel loro complesso. [...]
[...] Una importante distinzione proposta è fra "motivazione intrinseca" e "motivazione estrinseca". La prima è un fenomeno interno alla persona e si riscontra quando ci si impegna in un'attività perché la si ritiene gratificante per se stessa; la seconda stimola il soggetto all'azione per scopi e finalità esterni, estrinseci all'azione stessa, quali ricevere premi e riconoscimenti o conseguire risultati rilevanti.[...]
[...] La Psicologia moderna parla di "motivazione incentrata sull'attività", contrapposta alla "motivazione incentrata sullo scopo". La prima da vita ad un comportamento spontaneo che viene adottato in quanto piacevole e stimolante di per sé, senza l'intervento di incentivi aggiuntivi e anche a costo di eventuali conseguenze negative. Si parla spesso, a questo proposito, di auto motivazione, considerata il tipo di motivazione più efficace e persistente, soprattutto nello svolgimento di attività che richiedono molto impegno, costanza e sacrificio. [...]
[...] L'automotivazione può variare di intensità e ovviamente essere indebolita o rafforzata dal confronto con altre attività appetibili. [...] Inoltre, è stato osservato che, se lo stato d'animo migliora durante l'esecuzione di un'attività, cresce il grado di attrattiva della stessa e quindi si rafforza anche l'automotivazione. Quindi l'automotivazione non è rigida e immutabile, e può variare, diminuire e aumentare in determinate condizioni [...]
[...] La VOLONTA' , studiata più dalla filosofia che dalla psicologia, è tradizionalmente considerata il principio dell'azione consapevole. La ragione ha un ruolo chiave nella volontà, approvando o disapprovando l'oggetto appetibile, scegliendo i mezzi per raggiungerlo e innescando l'azione. [...] La volontà non riguarda, quindi, gli atti riflessi e gli automatismi e ha bisogno dell'intervento dell'intelligenza, dell'apprendimento, della consapevolezza, della responsabilità e della libertà d'azione. E', in effetti, impossibile definire il concetto di volontà senza mobilitare l'intera personalità dell'individuo, sia a livello pulsionale( prevalere di un desiderio o di un bisogno rispetto ad altri), sia a livello intellettivo (quale mete fra le tante possibili s'impone come scopo?), sia infine a livello comportamentale (scelta dell'azione più idonea la conseguimento dello scopo). [...]
[...] La volontà entra in gioco in un momento ben distinto e sostiene il comportamento in modo diverso dalla motivazione. Spesso il raggiungimento degli obiettivi può avere dei "costi psichici": ci si deve obbligare a svolgere attività noiose, paurose, confuse, incoerenti, difficili. Il processo volitivo subentra quando la motivazione, se non del tutto assente, è comunque carente, insufficiente o indebolita da difficoltà e ostacoli di vario tipo. In determinate situazioni l'azione non può più essere sostenuta soltanto da spinte motivazionali ed è pertanto richiesto uno sforzo di autocontrollo volontario, razionale, cosciente e consapevole per superare resistenze interne e/o esterne e procedere verso il raggiungimento degli obiettivi. Le persone, grazie alla volontà, sono in grado di perseguire, attraverso processi cognitivi, i propositi che si erano prefisse, anche quando procedere nell'attività risulta particolarmente gravoso e complesso. [...]
Una caratteristica della Volontà è che è rivolta sempre verso uno scopo, quindi presuppone la consapevolezza: consapevolezza di un obiettivo, consapevolezza del proprio potere, consapevolezza dei propri sentimenti e delle proprie tendenze fra cui operare una selezione. [...] La volontà non implica di reprimere qualcosa a vantaggio di altro, perché essa ottimizza tutte le esperienze e le risorse personali, armonizzandole. Da qui l'importanza di conoscere se stessi, perché maggiore è l'autoconsapevolezza, maggiormente strutturata e salda sarà la volontà.[...]
[...] Un altro concetto che a volte si avvicina e si sovrappone alla motivazione è quello di BISOGNO. [...] Se da una parte è vero che alcuni comportamenti sono attivati da motivi fisiologici, quali la fame, il sonno, la sessualità, la cura e la difesa della specie, d'altra parte è un'eccessiva forzatura interpretare l'intero comportamento umano secondo una prospettiva in cui la motivazione trae origine esclusivamente da una carenza o da una privazione da soddisfare.[...]
[...] Una trattazione sistematica dei bisogni è stata offerta da Abraham Maslow, che concepì la Gerarchia dei Bisogni, conosciuta anche come "Piramide di Maslow". Si tratta di una vera e propria scala in cui i bisogni sono suddivisi in cinque distinti livelli gerarchici, dai più elementari, necessari per la sopravvivenza dell'individuo, ai più complessi, di carattere sociale.
Il Primo stadio comprende i bisogni innati: respiro, alimentazione, sesso, sonno,; al Secondo livello troviamo i bisogni di salvezza, di sicurezza e di protezione; al Terzo livello quelli di appartenenza, quali l'affetto e l'identificazione; al Quarto livello i bisogni di stima, di prestigio e di successo; all'Ultimo livello troviamo infine i bisogni di autorealizzazione, che riguardano tutto ciò che permette di realizzare se stessi e si occupare un posto soddisfacente nel gruppo sociale: moralità, creatività, problem solving.
La realizzazione dell'individuo avviene, secondo Maslow, passando attraverso i vari stadi, che devono essere soddisfatti in modo progressivo. Quindi il comportamento è finalizzato ad appagare prima i bisogni di livello inferiore per poi passare ai livelli successivi, ai quali non si accede se nei livelli inferiori sono rimasti bisogni insoddisfatti.
Edoardo Giusti
Automotivazione e volontà (pagg.11-22)
Ed.Sovera
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Ed ora che ne dici di dare uno sguardo in casa tua??? Come ti senti riguardo la tua motivazione ... la tua volontà ... e i tuoi bisogni ???
Sei in grado di riconoscere i tuoi bisogni? ... hai chiaro il tuo obiettivo e il motivo per cui lo vuoi perseguire?
E che mi dici della tua volontà ... sei perseverante, uno che va dritto alla meta ...oppure sei avvolto da "Devi ...devi...devi".. o ancora tentenni , ti lasci andare a momenti di sconforto pensando di essere poco efficace ?
Prova a stare un momento con te stesso e a sentire cosa emerge ..... Ascoltati ......
18:05 Scritto da: gabrella in Psicologia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: motivazione, volontà, bisogno, obiettivo, consapevolezza, maslow, comportamento, azione | OKNOtizie |
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venerdì, 07 gennaio 2011
Le posizioni esistenziali....
Ripubblico questo post che mi sembra un ottimo seguito ,e un buon e utile memento, al precedente sugli "stati dell'IO"
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"Il successo è relativo, è quello che riusciamo a ricavare dal grande disastro che abbiamo combinato” T.S.Eliot
Riallacciandomi al post sull’ascolto http://ri-trovarsi.myblog.it/archive/2009/04/20/l-importa... vorrei
ancora una volta rivolgermi all’analisi transazionale che ci aiuta a capire meglio chi abbiamo di fronte individuando i possibili atteggiamenti che le persone attivano nella vita.
Già nella prima infanzia veniamo influenzati sull’essere un vincente o un perdente dal contesto ambientale in cui viviamo, dalle sollecitazioni positive o negative che costituiscono la nostra prima esperienza di vita, dai messaggi genitoriali, dalla soddisfazione o insoddisfazione dei nostri bisogni. Intorno ai sei anni prendiamo decisione sul nostro valore, sul valore degli altri e sulla vita in genere, dando a tutto ciò un significato ben preciso e scegliendo quale copione recitare sul palcoscenico della nostra vita presente e futura.
Le “posizioni esistenziali” descrivono come una persona vede sé e gli altri e influenzano di conseguenza il modo secondo il quale ciascun individuo pensa, agisce ed entra in rapporto con l’altro.
La relazione ha due poli: l’individuo e l’altro, che può essere sia una persona che una situazione, e ciascuno dei due poli può essere vissuto come positivo o negativo. Avremo quindi:
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| IO | ALTRO |
| 1 | + Io sono OK | + Tu sei OK |
| 2 | + Io sono OK | - Tu non sei OK |
| 3 | - Io non sono Ok | + Tu sei OK |
| 4 | - Io non sono OK | - Tu non sei OK |
La 1° posizione ++ ( Io sono OK – Tu sei OK)- posizione sana è quella costruttiva, potenzialmente la posizione di un vincente: permette di collaborare con l’altro, di vederlo come una risorsa. E’ del tipo:”Accetto me, accetto l’altro, quale è il problema? Risolviamolo”. Rappresenta un atteggiamento nei confronti della vita realistico, positivo, concreto. Permette inoltre di non scaricare sull’altro le proprie responsabilità o, al contrario, di non colpevolizzare se stessi per ciò che non è andato a buon fine. Chi è in questa posizione si sente uguale nella differenza: io sono ok come te, pur essendo diverso da te che sei ok.
Il suo sarà quindi un atteggiamento di ascolto autentico per capire il punto di vista dell’altro e integrare su questo aspetto più approcci differenti necessari alla ricerca in comune di una soluzione.
Le caratteristiche principali di chi sta nella posizione OK – OK sono:
- Stima di sé
- E’ assertivo
- Non giudica
- Accetta gli altri
- Realistiche aspettative da sé e dagli altri
- Fiducioso
- Ascolta con partecipazione
- Flessibile
- Comunicazione aperta, diretta, chiara, pronta al dialogo
- Comprensivo, tollerante, ottimista
- Disponibile
- Prova gioia e contentezza
- Risolve i problemi in maniera vincente.
La 2° posizione + - (Io sono OK – Tu non sei OK) – posizione paranoide è caratterizzata dalla costante svalutazione dell’altro e da una super valorizzazione di sé: E’ tutta colpa tua”.
E’ la posizione di chi si sente vittimizzato o perseguitato e quindi vittimizza e perseguita gli altri.
La persona si relaziona attraverso il dominio e l’esibizione di sé con un comportamento aggressivo, rifiutante e accusatorio.
Spesso l’individuo che si trova in questa posizione si sente imbrogliato, odia e incolpa gli altri per le proprie disgrazie, negando di avere un problema personale
L’atteggiamento riguardo all’ascolto è ipercritico con lo scopo di capire le differenze con i punti di vista dell’altro pèr scoprire la falla del suo ragionamento in modo da poter imporre il suo modo di vedere le cose.
Le caratteristiche principali di chi sta nella posizione OK – NON OK sono:
- Grande stima di sé
- “Io ho tutti i diritti; tu nessuno”
- Esigente, arrogante,ipercritico
- Invadente, prepotente, caparbio
- Giudica in buono/cattivo, male/bene
- Competitivo, impaziente
- Ama circondarsi di yes-men
- Autoritario
- Minaccioso, combattivo, attaccabrighe
La 3° posizione - + (Io non sono OK – Tu sei OK)- posizione depressiva è caratterizzata dalla svalutazione di sé e dalla super valorizzazione dell’altro “E’ tutta colpa mia!”. Essa presuppone una dipendenza dall’altro ritenuto più forte e più potente.
La persona in questa posizione si sente impotente nei confronti degli altri, inadeguata e incapace di affrontare la situazione.
A poco a poco il soggetto si ritira dalla relazione con gli altri, cade nella depressione e ritiene che la sua vita non valga molto.
In questo caso l’atteggiamento riguardo all’ascolto è compiacente.
Le caratteristiche principali di chi sta nella posizione Non OK – OK sono:
- Scarsa stima di sé
- “Tu hai tutti i diritti, io nessuno”
- “La mia vita non vale quanto la tua”
- Atteggiamento vittimistico e perdente
- Si sente a disagio quando riceve complimenti o sollecitazioni positive.
- Ritiene meritata la sfiducia degli altri
- Si sente a disagio in società
- E’ depresso, ansioso, autocritico, sottomesso, pieno di scuse, timoroso, timido, silenzioso, appartato.
- Guarda più agli interessi degli altri che ai propri
- Si preoccupa di quello che possono pensare di lui.
La 4° posizione - - (Io Non sono OK – Tu non sei OK) – posizione di inutilità presuppone una svalutazione di sé e dell’altro: “Non si può fare niente”. Essa rappresenta la sfera della rassegnazione e della depressione. Un individuo che ha assunto questo atteggiamento si arrende per lui non c’è speranza. La posizione “non OK – non OK” è molto nociva per l’ascolto e l’intero processo di comunicazione. Le persone che si comportano secondo questa posizione esistenziale ascoltano perlopiù a livello passivo e, come risultato, non ricevono molti messaggi. Generalmente sono percepito come disinteressati verso gli altri, chiusi, negativi e pessimisti. Questo comportamento non porta da nessuna parte ed è vissuto dagli altri come il “girare in tondo”, che finisce in frustrazione, rabbia e scoraggiamento. Di solito essi dicono : “Non posso farci niente: non c’è cosa che qualcun possa fare”. Così i problemi non vengono risolti e riemergono sempre.
Le caratteristiche principali di chi sta nella posizione Non OK – Non OK sono:
- Scarsa autostima
- “Io non ho alcun diritto; e nemmeno tu”
- “Io non valgo nulla; e nemmeno tu”
- Non ha speranze, è vendicativo
- Non ci sono vie d’uscita
- Senso di inutilità : “Chi te lo fa fare?”
- Non assume iniziative, “scarica” problemi e difficoltà
- Abulico e apatico; rassegnato all’infelicità
- Tristezza, delusione cronica
- E’ un vinto, un fallimento cronico; vegeta, non vive.
- Incolpa tutto e tutti dei suoi problemi, delle sue frustrazioni e dei suoi comportamenti.
Va comunque sottolineato che ognuno di noi non rimane rigidamente fisso in una unica posizione esistenziale, ma alternativamente può passare da una posizione all’altra in base ai momenti che sta vivendo o alle persone con cui entra in relazione.
Inoltre va ricordato che la posizione esistenziale di base è stata assunta entro i primi sei anni di vita, quando la persona non aveva ancora una possibilità reale e concreta di operare una adeguata selezione critica degli stimoli e degli eventi. Può pertanto essere cambiata in seguito così da riconquistare un vissuto obiettivo delle capacità e dei limiti propri e degli altri così da raggiungere la posizione vincente, sana e assertiva di “IO SONO OK – TU SEI OK”
Per approfondire:
Thomas A. Harris
"Io sono OK tu sei OK"
Ed. BUR
10:12 Scritto da: gabrella in Psicologia | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: analisi transazione, ok, non ok, posizioni esistenziali | OKNOtizie |
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mercoledì, 05 gennaio 2011
Ancora sull'Analisi Transazionale ... gli "stati dell'IO"
Chi legge questo blog avrà capito che sono una fan dell'Analisi Transazionale che ritengo sia un ottimo strumento di conoscenza e crescita personale. Quello che mi colpisce di più di questa filosofia di pensiero è l'assunto di base: OGNUNO E' OK!
Questo significa : voi ed io siamo entrambi dotati di valore e dignità in quanto persone. Io accetto me stessa in quanto me e accetto te in quanto te. Talvolta può darsi che io non accetti quello che tu fai, ma sempre accetto quello che tu sei. La tua essenza di essere umano è OK per me, anche se il tuo comportamento può non esserlo. Io non sono superiore a te, e tu non sei superiore a me. Siamo sullo stesso livello in quanto esseri umani unici e irripetibili e questo vale anche se i nostri risultati possono essere diversi.
Gli altri principi di base su cui si fonda l'AT (Analisi Transazionale) sono:
- Ognuno ha la CAPACITA' di PENSARE
- Ognuno DECIDE il proprio destino, e queste decisioni possono essere CAMBIATE
Ognuno, a eccezione di chi ha subito un grave danno cerebrale, ha la capacità di pensare. Pertanto è responsabilità di ciascuno di noi decidere cosa vogliamo dalla vita. Ognuno in ultima analisi vivrà portandosi dietro le conseguenze di ciò che ha deciso.
Il modello decisionale parte dal presupposto che sia tu che siamo OK. Può darsi che talvolta mettiamo in atto un comportamento NON OK. Quando questo avviene, significa che stiamo seguendo delle strategie che abbiamo "deciso" da bambini. Queste strategie erano il modo migliore che avevamo per sopravvivere e ottenere quello che volevamo da un mondo che poteva sembrarci ostile. Da adulti, talvolta seguiamo questi modelli. Può darsi che lo facciamo anche se i risultati sono controproducenti o addirittura dolorosi per noi.
Anche quando eravamo bambini piccoli, i nostri genitori non potevano farci crescere in un particolare modo piuttosto che in un altro. Certamente potevano esercitare forti pressioni su di noi. Ma fummo noi a decidere se volevamo adeguarci a quelle pressioni, ribellarci a esse o ignorarle
Per noi adulti vale la stessa cosa. Nessuno può costringerci a comportarci in modi particolari, né gli altri, né l'ambiente. Gli altri o le circostanze della nostra vita, possono certo esercitare una forte pressione su di noi. Ma è sempre una nostra decisone adeguarci a queste pressioni. Siamo noi i responsabili delle nostre emozioni e del nostro comportamento.
Un'altra cosa fondamentale è che ogniqualvolta prendiamo una decisione, poi possiamo cambiarla. Questo vale anche per le prime decisioni che prendemmo riguardo a noi stessi e al mondo. Se alcune di queste decisioni prese da bambini stanno generando risultati per noi negativi, da adulti possiamo andare a ritrovare queste decisioni e sostituirle con nuove decisioni più adeguate.
Così possiamo cambiare . Questo cambiamento lo otteniamo non semplicemente attraverso un insight nei vecchi schemi di comportamento, quanto piuttosto attraverso la decisione attiva di cambiare questi schemi; e i cambiamenti che effettuiamo possono essere reali e duraturi.
L'obiettivo che ci si prefigge AT, è di ristabilire l'autonomia e di rendere più stabile la condizione di problem solving dell'individuo. In questo senso si tratta quindi di avvicinarsi alla condizione in cui le emozioni ci aiutano a risolvere i nostri problemi e a soddisfare i nostri bisogni, anziché contrastare i nostri sforzi ed intralciarli inutilmente.
Per individuare, codificare e riconoscere le caratteristiche di personalità di un soggetto, in AT si utilizza un modello detto Modello degli Stati dell'Io.
Durante la fase iniziale dell'elaborazione dell'Analisi Transazionale, Eric Berne ebbe modo di notare come le persone cambino il loro atteggiamento più volte nel corso di una giornata. Sembrava quasi che in loro si alternassero dei diversi stati mentali, proprio come se delle "persone diverse" prendessero il controllo della loro personalità.
Iniziò perciò a definire questi stati, che in ogni istante, controllano il pensiero e le azioni di ognuno di noi, con il nome di: "Genitore", "Adulto" e "Bambino".
L'utilizzo del Modello degli Stati dell'Io, una volta appreso, consente di aumentare la consapevolezza delle proprie caratteristiche di personalità e, se necessario, di adeguarle alle necessità, con l'intento di promuovere una gestione responsabile e congrua dei propri pensieri, delle proprie emozioni e dei propri comportamenti.
Nel BAMBINO ci sono tutte le disposizione ereditarie,gli istinti, le doti, le capacità quindi:
- La volontà del Bambino
- La spontaneità
- La creatività
- La curiosità
- Le emozioni e la loro espressione
- L'invidia e la gelosia
Nel Bambino risiede il nostro senso di autostima, di conseguenza è il Bambino che dice: " sono OK, non sono OK", mi sento accettato o non accettato, mi sento colpevolizzato, mi sento minacciato, devo difendermi. Nel Bambino vi è naturalmente anche la capacità di esprimere gioia o dolore: ridere, piangere, essere triste, felice .
Ogni bimbo che nasce è interamente nello stato "libero e naturale". Il Bambino "vuole", ma sopravviene l'ambiente, che modifica il comportamento. Da questo fatto nasceranno pianti, urli e magari capricci. Questo modo di agire, ovviamente, dovrà essere corretto perché nella vita sociale non ci si può comportare in modo selvaggio. Subentrerà, perciò, l'azione del "Genitore" che porrà dei limiti alla libertà del "Bambino naturale".
Questi limiti, all'inizio, sono generalmente posti con dolcezza. Purtroppo però, non sempre la dolcezza risulta efficace, subentreranno allora minacce e punizioni. Il risultato di questa educazione, come si chiama normalmente, è un adattamento del bambino agli schemi sociali.
Risulta ovvio come, dopo questo adattamento, solo una parte del Bambino sarà rimasta libera e naturale perché alcune sue azioni o modi di esprimersi saranno stati limitati. Possiamo perciò dire che in ognuno di noi vi è un "Bambino libero" ed un "Bambino adattato".
Il Bambino libero è ancora capace di agire in piena libertà mentre il Bambino adattato, nelle sue azioni, segue degli schemi ben precisi che, in altri termini, potremo chiamare "condizionamenti". Questi condizionamenti sono tanto maggiori quanto più i suoi genitori sono stati severi ed autoritari.
Il verbo più usato dal Bambino è il VOLERE e le espressioni tipiche sono :
Bambino "libero" => Non voglio! - È mio! - Ho paura! - Non l'ho fatto io! - Lo voglio! - Dammelo! - È colpa sua! - Raccontami una storia. - Voglio guardare la televisione. - ecc.
Bambino "adattato" => Per favore, mi presti la penna? - Buona sera come sta? - La maestra mi ha dato un brutto voto, ha fatto bene perché non avevo studiato. - Non mangio le caramelle perché lo zucchero guasta i denti. - Potrei guardare la televisione per mezzora? - ecc.
Il GENITORE può essere considerato un grande registratore a nastro magnetico dove, nei primissimi anni di vita, sono stati memorizzati i messaggi (amorevoli, critici, invalidanti, lusinghieri, ecc.) ricevuti da parte dei genitori ed educatori. Alcuni di tali messaggi, dal profondo della mente, hanno ancora un effetto quando la persona diventa adulta e possono alterarne il comportamento ed il modo di vedere le cose.
Solitamente i messaggi di papà tendono ad essere registrati come "Genitore Critico" e quelli di mamma come "Genitore amorevole", pertanto i messaggi che abbiamo registrato si possono classificare in queste due grandi categorie:
- Genitore Critico => ordini o invalidazioni
- Genitore amorevole => supporto amorevole
Nella vita quotidiana è il Genitore Critico quello che ci crea difficoltà, perché ci induce a proibire troppe cose agli altri, perché contiene i nostri pregiudizi e i nostri giudizi di valore. Quanto più severo è il Genitore Critico di un individuo, tanto più è giocoforza che questa persona diventi intollerante.
Il verbo più usato dal Genitore è DOVERE e le espressioni tipiche sono:
Genitore Critico => Devi, Non devi - Se io fossi in te... - Non farlo mai più - Continua così e andrai all'inferno - Tu sei cattivo (stupido, ignorante, ecc.) - Non disturbare
Genitore Amorevole => Attento al freddo! - Tu si che sei bravo... - Tu sei una benedizione per tutti noi - ecc.
Il terzo stato dell'Io è l'ADULTO che raccoglie i dati di fatto e li valuta.
L'Adulto contiene:
- Il pensiero
- L'analisi
- L'intelletto
La sua funzione consiste in:
- Analizzare dati e fatti
- Interpretarli
- Immagazzinarli
- Calcolare le possibilità
- Trarre conclusioni
Di conseguenza, quando esaminiamo il più obiettivamente possibile la realtà, quando raccogliamo informazioni e le analizziamo, significa che siamo nell'Adulto.
Il verbo più usato dall'Adulto è POTERE e le espressioni tipiche sono:
Quali sono i fatti? - Fammi capire bene come stanno le cose - Quali sono le ragioni? - Hai fatto i controlli? - L'incontro è martedì alle 14.00, vedrò di esserci. - ecc...
___________________________________________________________________________________________________________
Ed ora un po' di lavoro ....
Ripensate alle ultime 24 ore della vostra vita. Ci sono stati dei momenti in questo arco di tempo, in cui avete agito, pensato e provato emozioni in modo esattamente uguale a come avveniva quando eravate bambini?
Ci sono stati altri momenti in cui vi siete trovati a comportarvi, a pensare e a sentire in modi che avete copiato molto tempo fa dai vostri genitori, o da altre persone che sono state per voi delle figure genitoriali?
Infine ci sono state altre occasioni ancora nelle quali il vostro comportamento, i vostri pensieri e le vostre emozioni sono stati semplicemente una risposta qui-e-ora a ciò che stava avvenendo intorno a voi in quel momento? In queste occasioni, avete reagito da quell'adulto che ora siete, invece che rifarvi alla vostra infanzia.
Dedicate un po' di tempo a scrivere almeno un esempio di ciascuno di questi tre modi di comportarvi, di pensare e provare emozioni che ricordate di aver vissuto nelle ultime 24 ore ....
.... Ecco avete appena effettuato il vostro primo esercizio sull'impiego del "modello degli stati dell'Io "
19:22 Scritto da: gabrella in Psicologia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: genitore, adulto, bambino, gab, analisi transazionale, berne, essere ok, stati dell'io | OKNOtizie |
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venerdì, 17 dicembre 2010
Le "carezze" ...
"Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l'aria,
ma non togliermi il tuo sorriso"
Pablo Neruda
La carezza (stroke) è uno dei concetti più affascinanti, ma allo stesso tempo semplici ed efficaci, dell'Analisi Transazionale, l'idea originale di Berne fu quella di contraddistinguere la carezza come l'unità di riconoscimento sociale.
Uno dei bisogni maggiormente sentiti dal bambino, al suo ingresso nel mondo, è il riconoscimento.
Egli si regola secondo l'ambiente che lo circonda, ci si adatta. Vuole essere "buono" per essere considerato. Ma poiché il bambino non sa ancora che cosa sia "buono" e "giusto", per stabilire se piace o meno, deve regolarsi a seconda delle reazioni del mondo esterno.
Infatti: solo se ci si sa accettati e riconosciuti ci si sente OK.
Un buon sentimento di essere "OK" il bambino ( e più tardi l'adulto) lo ricava solo dalle cosidette "carezze", ossia dal riconoscimento che riceve dal mondo esterno.
L'espressione "carezze" deriva dal mondo madre-bambino. La madre trasmette al lattante le sue prime sensazioni di essere OK accarezzandolo: lo tiene in braccio, lo coccola e lo bacia.
Più tardi le carezze vengono sostituite da carezze in senso figurato:un sorriso, una parola affettuosa, un "mammina ti vuole bene", danno al bambino di essere OK, ovvero di essere accettato.
Ogni comportamento può essere influenzato, modificato o inibito mediante carezze!
Una carezza positiva è una carezza che chi la riceve vive come piacevole. Una carezza negativa è una carezza esperita come spiacevole. Si potrebbe pensare che le persone cerchino sempre carezze positive ed evitino quelle negative. In realtà noi operiamo secondo un principio diverso: qualsiasi tipo di carezza è meglio di nessuna carezza.
Per quasi tutti noi nella prima infanzia ci sono state delle volte in cui non abbiamo ottenuto le carezze positive di cui avevamo bisogno e che volevamo. In queste occasioni abbiamo escogitato dei modi per ottenere carezze negative. Questa è la fonte di alcuni comportamenti che sembrano apparentemente autopunitivi.
Ci sono genitori che accettano semplicemente i loro figli, esprimendo così indirettamente l'atteggiamento:
"ti amo perché esisti" e non "ti amo perché fai quello che mi aspetto da te!"
Questi figli sono spesso accarezzati senza che abbiamo fatto nulla di particolare per meritarselo. Questi figli si sentono "OK", accettati, considerati e amati. Li possiamo definire "accarezzati per essere"
D'altra parte ci sono invece genitori che accettano i loro figli solo se fanno qualcosa di particolare, indirettamente dicono:
"non ti amo semplicemente perché esisti, ti amo solo quando fai qualcosa!"
Questi bambini sono accarezzati solo quando si sono guadagnati le carezze con le loro azioni, ossia se le sono meritate. Questi bambini sentono di essere accettati solo grazie alle loro prestazioni. Dal momento che devono fare qualcosa prima di essere accarezzati possiamo definirli "accarezzati per fare" per guadagnarsi la sensazione di essere "OK" devono sempre darsi molto da fare; se li si accarezza per quello che fanno, si può pretendere e aspettarsi molto da loro. La loro motivazione nasce dalla lode; la mancanza di lodi li induce a dubitare di sé a sentirsi "non-OK" e quanto più si sentono "non-OK" tanto meno energia hanno a disposizione.
Claude Steiner, psicologo clinico e analista transazionale collaboratore ed amico di Eric Berne, sostiene che a noi tutti da bambini i nostri genitori hanno inculcato cinque regole restrittive riguardo alle carezze:
- Non dare carezze quando ne hai da dare
- Non chiedere carezze quando ne hai bisogno
- Non accettare carezze se le vuoi
- Non rifiutare carezze quando non le vuoi
- Non dare carezze a te stesso
Addestrando i bambini ad obbedire a queste regole, dice Steiner, i genitori garantiscono che "una situazione nella quale le carezze potrebbero essere disponibili in un numero illimitato è trasformata in una situazione nella quale la disponibilità è scarsa e il prezzo che i genitori possono trarre da esse è elevato".
Sempre secondo Steiner i genitori si comportano così per controllare i loro figli. Insegnando ai bambini che le carezze sono in quantità limitata ottengono la posizione di monopolisti di carezze. Sapendo che le carezze sono essenziali il bambino ben presto impara ad ottenerle comportandosi nei modi richiesti da papà e mamma. Da adulti, poi, obbediamo inconsapevolmente a queste cinque regole; di conseguenza trascorriamo la nostra vita in uno stato di parziale deprivazione di carezze, spendendo molte energie alla ricerca di quelle carezze che tuttora crediamo essere in quantità limitata. In tal modo il nostro bisogno di riconoscimento rischia perennemente di rimanere insoddisfatto.
E allora che fare? Innanzitutto, per imparare a scambiarci carezze in maniera autentica ed appagante, occorre darci il permesso di violare queste regole implicite.
Per riprenderci la nostra consapevolezza, spontaneità e intimità occorre divenire consapevoli che le carezze sono disponibili in quantità illimitata. Possiamo dare una carezza ogni qualvolta lo vogliamo. Non importa quante ne diamo, esse non finiranno mai. Quando vogliamo una carezza possiamo liberamente chiederla e possiamo prenderla quando è offerta. Se non ci piace una carezza che ci è stata offerta possiamo rifiutarla apertamente. Infine possiamo provare piacere a dare carezze a noi stessi.
C'è un mito che riguarda le carezze che è stato insegnato a tutti noi ed è: "le carezze che devi chiedere sono prive di valore".
Questa è la realtà: " le carezze che potete ottenere chiedendole hanno altrettanto valore delle carezze che ottenete senza chiederle". Se volete essere coccolati, chiedetelo e ottenetelo, sono abbracci altrettanto validi di quelli che ottenete aspettando e sperando.
Potreste obiettare: "ma se chiedo, forse l'altra persona mi darà la carezza solo per essere gentile". Valutando dall'Adulto potete vedere che questa è una possibilità. Oppure la carezza può essere sincera.
Abbiamo sempre l'opzione di verificare con l'altra persona se la carezza era o no autentica. Se non lo era, abbiamo delle ulteriori opzioni: possiamo scegliere di accettarla comunque, oppure possiamo rifiutare quella falsa carezza e chiedere una carezza autentica dalla stessa o da un'altra persona.
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E ora vi faccio lavorare un po'..... proviamo ad elaborare il nostro "profilo delle carezze".
Jim McKenna , un altro analista transazionale, ha elaborato un diagramma che analizza le modalità del dare e prendere carezze.
Per tracciare il vostro "profilo delle carezze" comincia dalla tabella qui sotto, disegnando dei rettangoli in ognuna delle quattro colonne a rappresentare la vostra valutazione intuitiva della frequenza con cui date carezze, le accettate quando vi sono offerte, le chiedete e le rifiutate.
In ciascuna voce potete anche dare valutazioni separate per le carezze positive e negative. La frequenza delle carezze positive è indicata disegnando un rettangolo verso l'alto a partire dall'asse centrale del diagramma, quella delle carezze negative disegnandolo verso il basso.
Lavorate rapidamente ed in modo intuitivo.
Jim Mckenna sostiene che in ciascuna voce i punteggi negativo e positivo sono in rapporto inverso. Se per esempio una persona ha un basso punteggio nell'accogliere carezze positive, probabilmente ne avrà uno alto nell'accogliere quelle negative.
Esaminate se c'è qualcosa che vorreste cambiare nel vostro profilo delle carezze ....
In questo caso il modo per procedere è accrescere i rettangoli relativi a ciò che volete aumentare; per far questo annotate almeno cinque comportamenti intesi ad accrescere i rettangoli che volete aumentare .
Provate a mettere in atto questi comportamenti entro la prossima settimana e notate se ha ragione McKenna che quando accrescete il rettangolo relativo a ciò che volete aumentare, il rettangolo che volete diminuire, nella stessa colonna, decresce automaticamente ....
Sembra tutto un po' complicato e macchinoso ma vedrete che appena comprendete il meccanismo può diventare un gioco utile per consapevolizzare quante poche carezze, spesso, ci sono nelle nostre vite e come in fondo sarebbe facile accoglierle, chiederle e rimandarle .....
17:07 Scritto da: gabrella in Psicologia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: analisi transazionale, carezze, stroke, riconoscimento | OKNOtizie |
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lunedì, 15 novembre 2010
Dal Padre all'Altro ....
" L'uccisione dei vecchi genitori, il loro smembramento e la loro neutralizzazione sono la condizione necessaria per ogni nuovo inizio ..." E.Neumann
Io penso che sia sempre possibile creare una relazione d'amore che contenga una sana autostima personale, la ricerca di Sé e una proiezione non nevrotica dell'ideale sul nostro fidanzato, se noi ci impegniamo in un lavoro personale di cura delle ferite della nostra infanzia.
Infatti, fortunatamente, noi non siamo il nostro danno passato, lo abbiamo subito ma possiamo trasformare il danno in dono, per poter vivere al meglio ora la nostra esistenza.
Per sviluppare una sana capacità di amare dobbiamo, innanzi tutto, non metterci in una posizione emotiva rigida che ci costringe a scegliere tra dipendenza dell'altro o autonomia, dare o ricevere, ragione o sentimento, luce o ombra: nell'incontro amoroso bisogna sapersi aprire a un percorso trasformativo di noi stesse e dell'Altro, in cui tutti questi aspetti trovino un loro spazio comune.
Inoltre, possiamo maturare in noi stesse la possibilità di vivere una "buona" relazione d'amore se riconosciamo l'altro come un essere umano separato da noi , (ma con un interesse simile al nostro, per la costruzione di un rapporto autenticamente reciproco) e, nello stesso tempo, proviamo un'attenzione curiosa e autentica per la sua diversità.
Dobbiamo imparare a ricostruire, dentro di noi, un'immagine vera dell'altro: inizialmente noi creiamo un rapporto con l'altro idealizzandolo, e in seguito, attraverso l'esperienza diretta dell'incontro, possiamo riconoscere le nostre proiezioni su di lui e questo ci permette di stabilire un contatto più diretto e reale.
Allo stesso modo, è proprio il confronto vero con l'altro che ci permette di avanzare nel nostro percorso di crescita individuale: amando l'altro anche nei suoi aspetti Ombra, impariamo ad amare e ad accogliere noi stesse.
In un rapporto d'amore autentico anche noi dobbiamo essere pronte a giocarci, esprimendole, le nostre parti oscure avendo fiducia che l'altro possa accoglierle e integrarle nella relazione, in modo costruttivo. Vedere insieme all'altro la nostra Ombra ci permette di collocarla nel rapporto sentimentale in modo maturo, evitando che diventi un elemento distruttivo.
Così come l'altro, riacquista ai nostri occhi l'aspetto di principe, dopo che anche il suo lato Ombra è stato integrato dentro di noi, allo stesso modo ognuna può sentirsi principessa, anche con le sue parti oscure, e "sposare il suo principe".
Saper amare in modo "sano" vuol dire passare da "essere come l'altro" ad "essere con l'altro" autenticamente, e questo ci aiuta nella realizzazione personale perché l'amore è crescita, piacere, gioia di vivere, complicità, senso di appartenenza.
L'esperienza dell'amore svolge la funzione di uno spazio interiore, il vaso degli alchimisti, dove la combinazione di elementi diversi dà origine all'oro, in cui si possono comporre le forze opposte del maschile e del femminile, per giungere alla realizzazione della totalità del Sé.
Credo quindi che valga la pena di riflettere e approfondire cosa determini le nostre scelte sentimentali, proprio perché ritengo che l'amore sia una straordinaria forza propulsiva che può aprire a noi stesse la via d'accesso al nostro Sé più profondo.
Ma per completare il nostro processo di crescita nella capacità di amare l'altro occorre, anche, che ognuna di noi torni al proprio padre idealizzato/perduto e gli permetta di morire in pace.
"Uccidere i vecchi genitori" vuol dire saper rinunciare per sempre al padre reale, a quel luogo magico di aspettative infantili: lasciar morire quel che deve morire, per permettere la nascita di un nuovo maschile interno, il nostro Animus, che ci guiderà nella scelta adeguata dei nostri partner
13:36 Scritto da: gabrella in Psicologia | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: incontro con l'altro, autonomia, dipendenza, consapevolezza, crescita, animus, padre, relazione | OKNOtizie |
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sabato, 13 novembre 2010
Il triangolo: madre-figlia-padre
Andy Warhol - Madre e figlia: Tina e Lisa Bilotti - 1981
Ogni incontro amoroso è, in parte, frutto della continua riedizione del nostro passato emotivo in relazione alle figure dei genitori: nasce dalla ricerca di soddisfazione di un desiderio infantile frustrato.
Infatti alla base delle nostre scelte di amore, come ho più volte ripetuto in precedenti post, c'è il primitivo rapporto che abbiamo avuto con nostra madre, che segna la nostra capacità di essere più o meno intime con l'altro. Mentre il apporto con il padre determina la nostra scelta, inconscia, di un certo "modello" d'uomo come quello più adatto a noi.
Con il termine "bonding" si intende quell'importante legame che si crea tra madre e figlia fin dalla nascita: lo sviluppo psicologico di ogni bambina dipende dal fatto che lei si senta contenuta dalla madre, sia quando fisicamente la tiene in braccio e gli fa da seconda pelle offrendole il seno, sia perché mentalmente la tiene nella sua testa pensando al posto suo, fino a quando la bambina non sarà in grado di farlo da sola.
Dall'affetto che la madre prova per la figlia e che esprime con lo sguardo, le carezze e con ogni gesto, dipenderà l'amore che la bambina proverà per se stessa, la sua capacità di volersi bene.
Ogni bambina è in fusione con la madre fin dal momento del concepimento e prima della nascita la simbiosi è completa: si trova nel corpo della madre e vive attraverso i suoi organi. La nascita segna la fine, solo parziale, del legame perché lei deve continuare a nutrirsi dal corpo della madre, con il suo latte.
Il comportamento che nostra madre ha messo in atto con noi, nel primo anno di vita, influenza le nostre successive modalità affettive: se è stata attenta ai nostri segnali di sofferenza, pronta nella risposta e disponibile alle nostre richieste e a soddisfare i bisogni di cura e di protezione, allora noi siamo diventate bambine "sane" perché abbiamo avuto una base sicura a cui tornare in caso di pericolo e da cui partire per l'esplorazione del mondo circostante.
Abbiamo, in altre parole, sviluppato la convinzione interna di essere degne di amore e d'aiuto e, perciò, siamo anche in grado di instaurare con i nostri partner rapporti affettivi basati sulla fiducia e sull'accettazione dell'altro.
Ma se nostra madre rifiutava il contatto fisico con noi, non accoglieva le nostre richieste di aiuto e di conforto, era evitante, allora siamo cresciute pensando di essere donne non amabili, che possono fidarsi solo di se stesse in un mondo di persone ostili da cui bisogna difendersi.
Tendiamo così a sviluppare comportamenti di falsa autonomia, non diamo importanza ai legami affettivi e instauriamo rapporti di coppia basati sulla distanza emotiva e fisica per poi, paradossalmente finire spesso con il fidarci, ciecamente e irrazionalmente proprio degli uomini che non ci amano.
Quando invece nostra madre è stata imprevedibile nelle sue risposte ai nostri bisogni infantili, noi diventiamo adulte vulnerabili e incapaci, a volte amabili e a volte no e vediamo anche gli altri come inaffidabili e pericolosi.
Sviluppiamo così relazioni amorose basate sull'ossessività, sul controllo ossessivo del partner e sulla gelosia perché siamo, fondamentalmente insicure e ansiose.
E' proprio questo legame simbiotico, con la sua centralità nella vita di ognuna di noi, che fa della presenza della madre nei primi anni di vita un caposaldo dell'esistenza personale, ma, allo stesso tempo, è proprio l'enorme significato di questo legame ciò che rende indispensabile la sua rottura e decisivi i modi e i tempi in cui questo deve avvenire.
Fortunatamente questi processi psicologici infantili non determinano la nostra vita in modo rigidamente meccanico e il ruolo che nostro padre gioca con noi, nell'infanzia e nell'adolescenza, può notevolmente mitigare i "danni" di una relazione non buona con nostra madre, così come può purtroppo anche aggiungere una nuova ferita.
Perché la bambina cresca e diventi un'adulta matura, parte integrante della società, occorre, infatti, che si liberi dall'abbraccio materno e questo compito spetta al padre che educa, detta norme, corregge. Il padre, quindi, svolge innanzi tutto la funzione di contenimento dell'ansia legata alla separazione della coppia madre-figlia: la madre "sufficientemente buona" ha la capacità di soccorrere e di essere empatica, è tenera e giocosa, mentre il padre trasmette gli ideali di responsabilità, l'assunzione di decisioni, l'oggettività, l'ordine, il senso del valore personale.
Stimola nella figlia la capacità autonoma di ricerca dell'oggetto che soddisfa i suoi bisogni personali, diversi da quelli della madre.
In questo triangolo madre-figlia-padre c'è però anche il rischio per la bambina di essere stritolata nella silenziosa battaglia che i genitori giocano spesso tra loro. A volte la figlia diventa, per il padre, la complice, l'alleata contro la moglie nemica.
Oppure la figlia è amata come moglie, per compensare le frustrazioni di un matrimonio che non funziona, è idealizzata dal padre come un'amante ideale, come una moglie alternativa in un gioco di seduzione che, pur non essendo sessuale, può compromettere i nostri successivi rapporti sentimentali.
Oppure, al contrario, è la madre che chiede un patto di lealtà alla figlia contro il padre colpevole, per esempio, di non amare più la moglie.
In tutti questi casi il padre non ha saputo assolvere al compito di rompere il legame simbolico madre-figlia. E' lui che conduce alla rottura, ci inizia al senso del dolore, e proprio grazie a questo distacco la fa crescere; senza questa triangolazione paterna, la madre e la figlia resterebbero legate in un rapporto chiuso, circolare di reciproca idealizzazione.
Un sano sviluppo dell'identità personale presuppone che ognuna di noi abbia potuto superare le ferite, inevitabilmente collegate alle prime separazioni nell'infanzia e abbia saputo trasformare positivamente queste esperienze verso un senso maturo della propria autonomia personale.
Se invece l'esserci sentite dipendenti nell'infanzia è legato ad un dolore devastante, per una precoce mancata vicinanza ai nostri genitori, che ha minacciato il nostro senso di sopravvivenza, da adulte tenderemo a negare il nostro bisogno dell'altro, riattivando la fantasia infantile di non desiderare nessun altro, per non soffrire nuovamente.
Neghiamo in altre parole, questo bisogno/desiderio dell'altro perché temiamo di trovarci di nuovo, in quella situazione di dipendenza che è stata per noi fonte di sofferenza nell'infanzia, quando non siamo state accolte dai nostri genitori.
Così facendo però rimaniamo bloccate dentro i confini stretti del nostro Io, impedendo all'amore di svolgere la sua funzione attiva e creatrice.
16:08 Scritto da: gabrella in Psicologia | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: madre, bonding, fusione, bisogni, amore, tagliare il cordone, relazione con l'altro | OKNOtizie |
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mercoledì, 03 novembre 2010
Interpretazione ottimista versus Interpretazione pessimista
Come esseri umani, tutti siamo portati a darci una spiegazione di quello che ci succede; è il sistema cognitivo umano che ce lo impone. Naturalmente non esiste un unico modo di spiegare gli eventi e ogni persona ha una sua particolare maniera di attribuire cause e significati a ciò che gli accade.
Per ogni accadimento l'essere umano non può fare a meno di cercare e trovare una spiegazione, attribuendo così alla realtà significati che a loro volta indirizzano le sue scelte e danno forma ai suoi pensieri e alle sue emozioni.
Questo atteggiamento in psicologia è chiamato "stile esplicativo" o "stile interpretativo" ed è il modo in cui solitamente l'individuo spiega a se stesso gli eventi che gli accadono, esso ha pertanto un effetto immediato sulla qualità della vita di ciascuna persona.
Lo "stile esplicativo" si divide poi in ottimista o pessimista. Una prima differenza fra i due consiste nella sensazione che ha l'individuo di esercitare o meno un certo controllo su quanto gli accade.
Generalmente, chi pensa di esercitare un controllo sugli avvenimenti, chi ritiene di poter incanalare la propria vita in una direzione piuttosto che in un'altra, chi è convinto di poer raggiungere i propri obiettivi, è un ottimista.
Al contrario è un pessimista chi si lascia trascinare dagli eventi e subisce le relazioni con il prossimo pensando di non avere alcuna influenza sul corso di una esistenza governata capricciosamente dal destino.
Ovviamente non esistono solo due tipologie di stile esplicativo, ma diverse gradazioni che variano dall'ottimismo più estremo, fino al più disperato pessimismo, passando per una zona intermedia, dove si collocano le forme di "ottimismo logico" e di "prudente pessimismo".
Il concetto di "stile esplicativo" è stato introdotto da Martin Seligman, psicologo statunitense fondatore della psicologia positiva. Egli ha individuato tre dimensioni fondamentali che caratterizzano lo stile esplicativo:
PERMANENZA => fa riferimento al tempo , la persona può attribuire agli eventi cause durature o permanenti, oppure passeggere e modificabili.
Se l'evento negativo viene spiegato in modo permanente e durevole, in termini di sempre e mai, allora si ha uno stile pessimistico. Le persone con questo stile esplicativo, infatti, sono portate a credere con facilità che la causa dei loro fallimenti sia da ricercarsi in aspetti negativi della loro persona o nella mancanza di abilità che non riusciranno mai ad avere. A partire da questi presupposti è facile capire come questi individui giungano ad arrendersi più facilmente di altri di fronte alle difficoltà. Gli ottimisti, invece, di fronte alle avversità tendono a dare una spiegazione provvisoria e momentanea, interpretano gli eventi negativi come fatti passeggeri e di breve durata, aspettandosi presto tempi migliori. Le persone ottimiste, quelle che persistono nel cercare di raggiungere un obiettivo anche in presenza di errori o fallimenti, sono quelle che da un lato, credono di avere abilità e qualità personali che le porteranno prima o poi a raggiungere il risultato sperato e che, dall'altro, identificano come causa dei loro successi qualità e abilità che appartengono loro.
La situazione si inverte di fronte agli eventi positivi e lo stile di interpretazione è esattamente l'opposto: gli ottimisti pensano che i momenti felici siano dovuti a cause stabili e permanenti; viceversa i pessimisti vedono i fatti positivi come transitori, casuali, assolutamente instabili nel tempo, coscienti che quanto di buono accade loro si dissolverà presto fino ad amareggiarsi anche nei momenti migliori.
PERVASIVITA' => fa riferimento allo spazio. Un evento può essere considerato circoscritto ad una situazione particolare, legato ad una situazione specifica, oppure generalizzato ad un ampio contesto.
Se la persona interpreta l'avversità come pervasiva, convincendosi che avrà un effetto dannoso in tutta la sua vita, allora il suo stile esplicativo è pessimistico. Proviamo a pensare a quelle persone che danno spiegazioni universali ai propri fallimenti ritenendo che l'insuccesso in un settore si diffonderà a tutte le altre aree della loro esistenza, finendo quindi per arrendersi su tutto e vedendo difficoltà anche dove non ce ne sono.
Chi viceversa riesce a delimitare il problema, a chiuderlo in un cassetto, riesce anche ad andare avanti, continuando ad ottenere soddisfazioni negli altri campi, si può definire un ottimista.
Anche per la pervasività gli stili esplicativi si ribaltano di fronte agli eventi positivi: il pessimista ritiene che siano causati da fattori specifici, mentre l'ottimista crede che essi siano generali e che si manifesteranno in ogni ambito.
PERSONALIZZAZIONE => riguarda come ci si percepisce. Quando si presenta un problema possiamo accusare noi stessi e credere di esserne la causa, oppure accusare altre persone e convincersi che fattori esterni abbiano dato luogo al problema.
Un alto grado di personalizzazione nell'interpretazione degli eventi negativi corrisponde ad un alto livello di pessimismo. Il pessimista considera se stesso una delle cause più importanti, se non la sola causa, dei suoi problemi, si colpevolizza quando le cose vanno male. Questo atteggiamento impedisce di vedere in che modo altri fattori hanno determinato quei problemi e inoltre fa crollare l'autostima.
All'opposto le persone che attribuiscono gli eventi negativi a fattori esterni, a patto che lo facciano con cognizione di causa e senza perdere di vista le proprie responsabilità, non perdono l'autostima e tenderanno ad essere più ottimiste.
Possiamo quindi dire che le origini dell'ottimismo e del pessimismo sono da far risalire ad un particolare modo di interpretare le cause degli eventi che ci accadono: in questo senso gli ottimisti da un lato, tendono ad interpretare gli insuccessi come occasionali, circoscritti e impersonali; dall'altro tendono ad interpretare i successi come personali, cioè dovuti alle loro qualità, generali e permanenti. I pessimisti, invece, fanno esattamente l'opposto.
| Tuttavia possiamo anche dire che ottimisti o pessimisti non si nasce, ma lo si diventa . Infattin effetti, secondo Seligman, l'ottimismo può essere appreso e quindi, con sollievo di tutti i pessimisti, anche loro si possono sperare di diventare un giorno ottimisti... a patto che imparino una serie di abilità. Si tratta ta tratta di abilità che consentono alla persona di passare da uno stile esplicativo pessimista ad uno ttimista ottimista attraverso il dialogo con se stessa quando deve affrontare una sconfitta. |
Come è possibile? Ci sono diverse strategie che possono essere utilizzate. Innanzitutto occorre riconoscere che, per spiegarsi un determinato evento negativo, si sta utilizzando uno stile esplicativo pessimista. Dopo aver raggiunto tale consapevolezza, è possibile adottare due strategie per trattare la credenza o spiegazione pessimista.
- La prima è molto semplice: consiste nel distrarsi, nel focalizzare la propria attenzione su pensieri diversi da quelli legati alla propria credenza , cercando per quanto possibile di interrompere i pensieri negativi. In questo senso può essere utile, in presenza di pensieri pessimisti, visualizzare nella propria mente l'immagine di un grosso STOP rosso che contrasti i pensieri negativi.
- La seconda strategia al contrario, sebbene sia un po' più difficile, è probabilmente più produttiva a lungo termine: consiste nel cercare di mettere in discussione le proprie credenze pessimiste . In questo caso la prima operazione da compiere è quella di prendere le distanze dalle credenze qualificandole appunto come credenze quindi come assunti che possono corrispondere o meno alla realtà . Per fare un esempio, solo perché si ha paura di non essere adatti ad un determinato impiego, non è detto che sia effettivamente così. In questo senso è opportuno innanzitutto, prendere le distanze da questa credenza, sospendendo il giudizio; in secondo luogo è necessario mettere tale credenza in discussione, così da stabilire se essa sia vera o meno .
Per fare ciò si possono seguire le 4 modalità indicate:
| 1. Raccogliere prove che dimostrino la fondatezza o meno della credenza; |
| 2. Raccogliere spiegazioni alternative alla credenza. Ad esempio un insuccesso può essere spiegato in molti modi, non necessariamente con la credenza pessimista che abbiamo in mente; |
| 3. Evitare di catastrofizzare. Anche se ci si dovesse accorgere che i fatti non sono sempre dalla nostra parte è importante, come si suol dire, non fare di tutta l'erba un fascio! e quindi circoscrivere l'insuccesso o la credenza ad un determinato ambito; |
| 4. Imparare dagli errori. In questo senso è importante saper imparare dall'esperienza e quindi utilizzare gli errori commessi come suggerimenti che possano esserci d'aiuto a migliorare la prestazione in futuro. |
18:12 Scritto da: gabrella in Psicologia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: ottimismo, pessimismo, averrsità, problema, stile esplicativo, psicologia positiva, seligman | OKNOtizie |
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venerdì, 04 giugno 2010
Personalità , tratti e disturbi ….
R. Magritte - Le fils de l'homme -
Riallacciandomi al post precedente in cui, attraverso una storia, ho accennato alla personalità dipendente, vorrei fare un passo indietro e postare alcune riflessioni su cosa sia la personalità e i relativi disturbi ad essa collegati .
Definire qualcosa di tanto complesso come la Personalità è molto difficile D'altra parte nulla c'è di più completo per definire l'Uomo, nella sua interezza e complessità, nella sua unicità. Nulla è tanto "olistico" come la Personalità, a tal punto che, ogni qual volta, si tenta di farla coincidere con un "modello", sembra di scoprire una personalità sempre diversa.
Ad ogni modo posso riportare alcune definizioni trovate nel web:
- La Personalità è come un "linguaggio" capace di rivelare le caratteristiche della persona totale (corpo, mente, sentimenti, etc.), nelle sue forme archetipiche, innate ed acquisite, espressione di quell'IO che potrebbe essere, dovrebbe essere e che, in definitiva, è.
- La Personalità è il modo con cui un individuo orienta se stesso in rapporto all'Universo che lo circonda; il modo come l'Uomo organizza il proprio "spazio"; il modo con cui questi prende coscienza del proprio sé e della propria capacità di porsi in relazione con il mondo e con gli altri.
- La Personalità è la totalità organica in cui la natura fisiologica e quella psicomentale dell'uomo si integrano progressivamente sino a realizzare la pienezza delle proprie potenzialità.
In ognuna di queste definizioni risulta implicito un concetto di divenire, la manifestazione di un concetto mutevole, la "facciata" di come l'uomo appare giorno dopo giorno con il suo comportamento, i suoi pensieri, le sue sensazioni. Si può anche aggiungere che "realizzare la propria personalità" significa percorrere un itinerario, dall'infanzia sino alla cosiddetta "maturità", per raggiungere cioè l'uomo integrato, individualizzato, completo e stabile nelle sue caratteristiche.
Da ciò possiamo quindi definire la personalità come: "una modalità strutturata di pensiero, sentimento e comportamento che caratterizza il tipo di adattamento e lo stile di vita di un soggetto e che risulta contemporaneamente da fattori genetici, dello sviluppo e dell'esperienza sociale".
In altre parole la personalità si struttura nel tempo attraverso un processo che integra le proprie esperienze al proprio temperamento innato, delineando così le modalità attraverso le quali la persona rappresenta e significa se stesso, gli altri e le relazioni.
Per molti anni la psichiatria ha descritto la personalità come una categoria chiusa, stabile e immutabile. Attualmente, invece, si tende a studiare il concetto di personalità in relazione alle sue possibilità trasformative in risposta a eventi esterni specifici, al modo in cui l'individuo li affronta, alle diverse fasi della vita o di un percorso terapeutico o di crescita personale.
Nella primissima infanzia il bambino manifesta un'ampia gamma di modalità comportamentali, volte a comunicare i suoi bisogni o a esprimere gli affetti. Anche se in parte derivate dalla disposizione costituzionale, con il passare del tempo e grazie all'influenza esercitata dalle risposte ambientali, tali modalità diventano sempre più strutturate, specifiche e selettive.
Possiamo quindi dire che lo sviluppo psico-biologico, il contesto psico-affettivo e l'ambiente socio-culturale contribuiscono alla formazione di una serie di tratti di personalità profondamente impressi e tendenzialmente stabili.
I tratti della personalità sono modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell'ambiente e di sé stessi, che si manifestano in un ampio spettro di contesti sociali e personali. questi normalmente si dovrebbero adattare in maniera piuttosto flessibile alle diverse situazioni, cercando di modellarsi alle diverse circostanze e problematiche che la vita propone.
Fin tanto che i tratti di personalità sono flessibili non costituiscono un problema perché permettono comunque un riadattamento alle diverse situazioni. Quando invece tali tratti sono rigidi e inflessibili si parla di Disturbo di Personalità.
Ad esempio una persona con tratti dipendenti di personalità può cercare l'approvazione e il supporto degli altri, ma esse non diventano il suo obiettivo costante ed essa riesce a condurre una vita autonoma, mentre in una persona con Disturbo Dipendente di Personalità vi è un pervasivo e costante bisogno di accadimento che determina disagio significativo e compromissione del funzionamento sociale e lavorativo.
I disturbi di personalità si manifestano quando i tratti sono così rigidi e disadattativi da compromettere il funzionamento interpersonale o professionale. La persona con disturbo di personalità, presenterà allora alcuni tratti in modo particolarmente irrigidito e pervasivo anche quando le situazioni o le circostanze richiederebbero atteggiamenti diversi o piu' opportuni.
Da questo possiamo dedurre quindi che i Disturbi di Personalità sono dei modelli costanti di esperienza interiore che influenzano la cognitività (modo di percepire ed interpretare se stessi, gli altri e gli avvenimenti), l'affettività (adeguatezza, intensità, varietà, labilità delle risposte emotive), il funzionamento interpersonale e il controllo degli impulsi.
E' utile ricordare che i disturbi di personalità non sono caratterizzati da specifici sintomi, come ad esempio il disturbo ossessivo-compulsivo, la depressione o gli attacchi di panico, ma dalla presenza esasperata di alcune caratteristiche di personalità.
Sembra probabile che i Disturbi di Personalità risultino dall'interazione di diversi fattori:
- caratteristiche di temperamento geneticamente determinate;
- crescita in condizioni familiari disagevoli o patologiche e/o presenza di esperienze traumatiche;
- grado di accettabilità sociale delle proprie caratteristiche di personalità e le conseguenze che queste generano a livello delle interazioni sociali.
Le caratteristiche che definiscono un Disturbo di personalità e che aiutano gli addetti ai lavori (PSICOLOGI - PSICOTERAPEUTI - PSICHIATRI) nella loro diagnosi sono:
Eventi scatenanti => quelle caratteristiche, situazioni, circostanze o altri stimoli che danno inizio ad una tipica risposta disadattava. Essi possono essere esterni all'individuo oppure interni ad esso.
Stile comportamentale => il tipico modo di reagire della persona all'evento scatenante.
Stile interpersonale => il caratteristico modo di relazionarsi con gli altri: lo sfruttamento, lo sdegno, l'essere socialmente superficiale e privo di empatia, l'eccessiva dipendenza etc,.
Stile cognitivo => si intende il modo di percepire e pensare ad un problema e di trovare una soluzione.
Stile emotivo => il modo in cui una persona risponde ai diversi tipi e intensità di affetto: rabbia, collera, esaltazione e labilità nell'umore.
Stile di attaccamento => il pattern relazionale adulto che riflette il legame emotivo tra genitore e bambino; esso influenza la regolazione affettiva e la gestione dell'emotività, l'accesso alla memoria autobiografica e lo sviluppo dell'autoriflessione.
Stile parentale => si intende l'esplicita o tacita aspettativa genitoriale su come deve essere il bambino o su come si deve comportare.
Visione di sé => è la concezione personale che un individuo ha di se stesso, inclusa l'autovalutazione delle proprie abilità, del valore personale, delle proprie potenzialità e degli obiettivi.
Schemi disadattavi => sono definiti come vasti e pervasivi temi relativi alla visione che l'individuo ha di sé e del mondo, sviluppatisi nell'infanzia ed elaborati durante il corso della vita. Sono pattern permanenti e autodistruttivi che tipicamente si manifestano nella prima infanzia, causano sentimenti e pensieri negativi o disfunzionali e interferiscono con il raggiungimento degli obiettivi e dei propri desideri.
Non è raro incontrare personaggi "particolari" per il loro carattere, magari eccentrici, introversi oppure bizzarri, egocentrici o eccessivamente competitivi, ma RICORDIAMOCI che viene riconosciuto un disturbo di personalita' solo se tali caratteristiche sono così persistenti da creare disagio sia per la persona stessa che per chi la circonda, quindi pochi allarmismi ed impariamo ad amare e accettare questo Essere dalle mille sfaccettature che siamo
(Continua ....)
Per saperne di più:
Len Sperry, I disturbi di personalità, McGraw-Hill
17:35 Scritto da: gabrella in Psicologia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: personalità, disturbi di personalità, caratteristiche, stile | OKNOtizie |
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