giovedì, 08 ottobre 2009
Dolorose considerazioni del cuore...
Vicino al mio fisioterapista c’è una piccola libreria, piena di volumi posati da ogni parte, non impilati perfettamente o divisi per autore ma lasciati così quasi per caso, quasi per invogliare chi entra a prenderli in mano, sfogliarli….
Io adoro i libri, sono stati il mio pane da sempre, il mio rifugio, la mia base sicura.. sono una compratrice compulsiva di libri, mi piace annusarli, avete mai notato che ogni libro ha un profumo diverso?… , toccarli, accarezzarli, sottolinearli.. sono gelosissima dei miei libri , sono la mia ricchezza, la mia verità, la mia conoscenza.
Tra le pagine trovo conforto, insegnamento, coccole, una me altra che viaggia in mondi paralleli e spesso incontra il suo doppio che con parole forbite riesce a dire quello che lei non ha mai osato….
E l’altro giorno, nascosto sotto una pila disordinata ho trovato “lui” quello che con pocchissimi cambi di scenografia poteva essere il mio diario …. Ho voglia di condividere con chi passa di qua un brano , che mi ha fatto piangere sotto le coperte, piangere per quella bambina di tanto tempo fa che sotto le coperte pregava per avere un’altra mamma……
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[…] “E’ per il tuo bene”. Dicevano così. Che bene poteva esserci in qualcosa distante da ogni mio desiderio? Lei, la madre Viola, era lontana anche quando era vicina. Che bene poteva esserci nella distanza e nella separazione? Lei non ascoltava, anche se le gridavo nell’orecchie. Diceva a macchinetta:”E’ per il tuo bene”. L’asilo, l’esilio, la piscina, Roma. E’ per il tuo bene. Dormire, mangiare. Per il tuo bene. Una spiegazione, voglio una spiegazione. Niente. Mai. Da qualche parte una legge stabiliva il bene mio. […] Quando mi ficcai con la testa dalla parte dei piedi, nel letto, sotto il lenzuolo, pensando di sparire, di spaventarla, non seppe neanche fare finta di trovarmi, di disperarsi. Cominciò a dire: “Soffochi”, agitandosi, “esci da lì, soffochi”, col suo tono più tragico, o solo contrariata. E così fui io a spaventarmi a morte che quasi davvero soffocavo, non riuscendo più a liberarmi dalle lenzuola […] E poi continuava a ripetere: “Potevi morire soffocata!”. Pensava che mi fossi capovolta nel sonno, non era in grado di ipotizzare uno scherzo, non essendo capace di farne. Non era in grado di ipotizzare nulla al di fuori di sé e delle oscure forze che la muovevano, non era in grado di ipotizzare il mio amore. Sconfinato, terribile. La tormentavo. Ogni giorno della mia vita era finalizzato al suo tormento. Chiedevo senza chiedere ciò che mi spettava. Non avevo parole. Solo gesti. Esagerati, incomprensibili. Richieste, richieste. D’amore naturalmente.[...] Capitava,certo, capitava, di avere un attimo la sua attenzione. Mi avrà passato le dita tra i capelli, mi avrà detto “piccola mia”, per quanto io non riesca a ricordarlo. Non ricordo con precisione una sola carezza, un solo giorno di perfezione. Non ricordo un abbandono completo all’amore per me, uno sguardo che dicesse tutto, tutto l’amore che nonostante le apparenze mi voleva. Io non ricordo. Ma non dubito che qualche volta sia sfuggita a se stessa e alla distrazione, che la tenerezza sia passata nella sua voce…. E a cosa sarebbe servito? A farmi disperare di più. A farmi sentire un attimo dopo rifiutata, abbandonata. Come una regina forse uno scampolo dei suoi sentimenti me lo riservava, e poi precipitavo più in basso. Al di fuori di questo, era l’attesa. Un attesa perenne di lei, del suo affetto che non arrivava, che non sapeva dimostrare, che negava o che non provava. […] Per me ogni giornata era interminabile… Per chi aspetta il tempo si dilata e io aspettavo sempre. Solitudine e rabbia crescevano in me, mentre pasticciavo col fango o allineavo stancamente i giocattoli per infierire poi contro qualche elemento di provata innocenza: un pezzo delle costruzioni, un bambolotto di gomma. “Non fare così che si rompe”. Che si rompesse. Che scoppiasse un incendio. Che cascasse il mondo. Niente doveva salvarsi. Mia madre meno di tutto. Eppure l’amavo…..
Sandra Patrignani
Dolorose considerazioni del cuore
Ed. Nottetempo
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mercoledì, 25 marzo 2009
"Tutti mi amano" ... il quarto gioco del non amore
Eccoci ad un altro gioco del non amore “tutti mi amano”, secondo me uno dei più terribili forse perchè ha un “non so che” di familiare sottendendo la vana e imperitura ricerca di quell’Unico amore che non siamo riusciti ad ottenere........
“ <<Tutti mi amano>>. Questa breve frase viene spesso pronunciata con un tono di voce un po’ troppo alto, quasi terminasse con una virgola anziché con un punto, come se dovesse continuare, e in realtà dovrebbe. [...] La frase completa suonerebbe così: <<Tutti mi amano, tranne uno>>. Quest’ uno è innanzi tutto il padre o la madre, poi il partner o il collega di lavoro, oppure qualcuno che si è dimenticato di invitarmi, la segretaria che chiede un aumento di stipendio...[...]. Per colui o colei che tutti amano, la negazione dell’amore è sempre in agguato, soprattutto da parte di quella persona il cui amore sembra essere indispensabile. <<Tutti mi amano>>, eppure quell’unico che davvero conta non mi ama.
Questa breve frase rappresenta l’inutile tentativo di affrontare un’offesa permanente: davvero tutti mi amano, come può questa persona, che per sua sfortuna non mi ama, ferirmi tanto? [...]
Gli individui molto amati hanno bisogno d’amore come bambini e da bambini non sono stati abbastanza amati: questo spiega perché i loro sentimenti sono così facilmente feribili.
Anche i molto amati sono stati privati d’amore. Hanno avvertito la mancanza dei genitori, forse perché questi ultimi condizionavano l’amore al loro buon comportamento. <<Certo che ti amo>> può aver lasciato intendere il padre, <<ma tu non devi disturbarmi altrimenti non ti amo più>>. E poiché invece il bambino ha disturbato l’amore è stato ritirato. [...] Da adulto, cercherà per tutta la vita l’amore che ha perso da piccolo. Tutti devono amarlo: il postino, la donna delle pulizie, l’addetta al servizio informazioni telefoniche, la moglie da cui ha divorziato. [...] Se tutti i tentativi di ricevere più amore falliscono, allora il partner deve pagare: <<Mi ama stamattina? Non mi ha detto forse buongiorno in modo un po’ brusco? E ieri sera non era troppo stanco? >>. Il molto amato deve essere molto amato e questo, alla lunga, è faticoso per il partner, che vuole tranquillità, prende le distanze, si chiude in se stesso e diviene l’unica persona che non ama il molto amato. E l’antico ritornello del non amore ricomincia daccapo.
E’ il calvario di tutti i non amati, accumunati dall’incapacità di esprimere con il corpo e con l’anima un’unica frase: <<Mio padre non mi ha amato>>, <<Mia madre non mi ha amato>>, <<Mio padre e mia madre non mi hanno amato>>, attraverso la quale esorcizzerebbero e supererebbero una volta per tutte il trauma subito”.
Peter Schellenbaum
“La ferita dei non amati”
E tu che leggi queste righe e ti riconosci nel protagonista di questo gioco sei capace di ri-conoscere la tua ferita di non amato?... solo da questo straziante e doloroso punto ha inizio la strada per ri-trovarsi.......
(Se hai voglia di approfondire le facce dell’amore con cui veniamo accolti nel mondo leggi : http://ri-trovarsi.myblog.it/archive/2008/11/18/amore-incondizionato-amore-condizionato-e-percorso-di-counse.html)
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sabato, 14 marzo 2009
Il dramma del bambino dotato
Un altro libro fondamentale nel mio viaggio verso la consapevolezza è “il dramma del bambino dotato” di Alice Miller in cui la celebre psicanalista e saggista pone l’attenzione sul “bambino perfetto”: consenziente, studioso, affettuoso. Praticamente, un bambino-genitore: preoccupante soggetto il cui problema risalirebbe nella mancata disponibilità dei genitori rispetto ai suoi bisogni primari, fin dai primissimi giorni di vita. Il bambino asseconda il genitore sino alla negazione del proprio sé. Il bambino sta fermo, zitto, seduto, composto rinunciando alla propria vitalità.
“C’era una volta un bambino con un cervello d’oro. I genitori se ne accorsero per caso, vedendo sgorgare oro, anziché sangue, una volta che il bambino si era ferito alla testa. Presero dunque a sorvegliarlo con grande cura e gli proibirono di stare con gli altri bambini, per paura che lo derubassero. Quando il ragazzo, divenuto grande, volle andarsene per il mondo, la madre disse: “Dopo tutto quello che abbiamo fatto per te, anche noi aspetta un po’ della tua ricchezza”. Il figlio allora estrasse un pezzo d’oro dal suo cervello e lo donò alla madre. Ricco com’era, visse nel lusso insieme ad un amico per un certo tempo. Ma una notte l’amico lo derubò e scappò via.
Allora l’uomo decise che non avrebbe più rivelato ad alcuno il proprio segreto; e poiché le scorte si assottigliavano a vista d’occhio, pensò di mettersi a lavorare.
Un bel giorno si innamorò di una graziosa fanciulla e ne fu contraccambiato. Ma la fanciulla amava anche i bei vestiti che egli le comprava in gran quantità.
Sposatisi, vissero felici per due anni, dopodiché la fanciulla morì, e per i suoi funerali, che dovevano essere grandiosi, l’uomo spese tutto quello che gli restava.
Un giorno, mentre debole, povero e triste si trascinava per la strada, vide in una vetrina un paio di stivaletti che sarebbero andati giusti alla moglie.
Dimenticando di essere vedovo (forse perché il suo cervello svuotato non funzionava più), entrò nel negozio per comperarli.
Ma in quel momento crollò a terra e il venditore lo vide giacere morto dinanzi a lui.
[...] malgrado il suo tono di racconto fantastico, questa leggenda è vera dal principio alla fine [...] Ci sono dei poveracci che pagano le piccole cose della vita con oro zecchino, col loro midollo, con la loro sostanza. [...]
Orbene, tra le “piccole”, ma anche indispensabili, cose della vita, non rientra forse anche l’amore materno che a molti tocca pagare – paradossalmente – con la rinuncia alla propria vitalità?”
“Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato, né cancellare i danno che ci furono inflitti nell’infanzia. Possiamo però cambiare noi stessi, “riparare i guasti”, riacquistando la nostra integrità perduta.
Possiamo far questo nel momento in cui decidiamo di osservare più da vicino le conoscenze che riguardano gli eventi passati e che sono memorizzate nel nostro corpo, per accostarle alla nostra coscienza. Si tratta indubbiamente di una strada impervia, ma in molti casi ci offre la possibilità di abbandonare infine la prigione invisibile – e tuttavia così crudele – dell’infanzia e di trasformarci, da vittime inconsapevoli del passato, in individui responsabili che conoscono la propria storia e hanno imparato a convivere con essa”
Alice Miller
“Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé”
Bollati Borighieri
19:36 Scritto da: gabrella in Libri per Ri-trovarsi.... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: infanzia, bambino, bisogni | OKNOtizie |
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sabato, 07 marzo 2009
"Pur di essere amato" il secondo gioco del non amore...
“Il secondo gioco del non amore si chiama :”Pur di essere amato”. I genitori sanno bene che la migliore educazione dei propri figli è un attento dosaggio dell’amore: il guinzaglio dell’amore è più efficace della frusta del domatore. Chi, da bambino, ha dovuto implorare amore, da adulto è predestinato a questo gioco.[...]
Gli uomini e le donne che amano troppo prediligono questo secondo gioco del non amore: si adattano passivamente, si sottomettono, fanno del tutto per piacere e vivono nel costante timore che l’altro li abbandoni. [...]
Questo gioco del non amore ha numerose varianti; ne citerò due.
La prima è la variante del successo. Da bambini, coloro che si affidano a questo tipo di variante sono stati apprezzati in base al loro successo sociale,e l’amore dei genitori era legato al loro rendimento scolastico. Anche in seguito, in età adulta, gli sforzi di questi individui sono motivati non dal piacere della sfida, ma dal timore di un rifiuto dell’amore. [...]
Coloro che adottano il gioco del “pur di essere amato” cercano di guadagnarsi l’amore con sforzi di adattamento e di impegno; in questo modo si esauriscono, si inaspriscono e finiscono per essere messi da parte. [...]
Dopo una fase transitoria di disperazione, il soggetto ricomincia la ricerca di un nuovo partner del quale conquistare l’amore, sempre che la paura non lo induca a tirarsi indietro. Tanto più egli dà, tanto meno può ricevere, poiché ad ogni nuovo affanno d’amore diminuisce il rispetto di se stesso.
La seconda variante è quella della disciplina. Gerda Boyesen ricorda che i suoi genitori non volevano assolutamente vederla piangere. E lei, “pur di essere amata”, si sforzava di obbedire. [...]
“Farò la brava. Non piangerò più, se mi vuoi bene”. [...]
Un tempo, questo genere di gioco era più diffuso tra le donne che tra gli uomini; oggi il numero di uomini che lo pratica è in continuo aumento.
Quando il gioco è stato visto e analizzato in profondità, emerge il desiderio di dare spazio nella propria esistenza all’infanzia e all’adolescenza perdute, così che il passato possa essere recuperato attraverso la capacità di trovare la propria strada e di affermarsi”.
Peter Schellenbaum
"La ferita dei non amati"
18:46 Scritto da: gabrella in Libri per Ri-trovarsi.... | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: dipendenza, abbandono | OKNOtizie |
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giovedì, 05 marzo 2009
I giochi del non amore...
Vorrei ancora soffermarmi sull’argomento “Amore” oggetto imperituro delle nostre più rovinose cadute e delle nostre mirabolanti ascese, rivolgendomi ai “giochi del non amore” , cioè tutti quei rapporti disfunzionali che il “non amato” a causa della sua esperienza traumatica, mette in atto ogni qualvolta si avvicina ad una relazione affettiva. Una specie di programma che parte automaticamente e che condiziona il suo modello di comportamento personale come un doloroso"copione" che se non svelato rischia di rendergli infelice la vita....
Dunque posterò, uno alla volta, i giochi come sono stati descritti da Schellembaum nel suo libro “La ferita dei non amati”, con l’intento di rendere più chiari alcuni nostri meccanismi che molte volte fatichiamo a consapevolizzare.....
Buona lettura.....
“Il primo gioco del non amore si chiama :”Ancora la persona sbagliata!”. Già molte volte una donna di 25 anni, colta, si era innamorata di uomini decisamente più anziani di lei. Si trattava quasi sempre di uomini d’affari senza scrupoli, corpulenti rozzi e privi di autocontrollo, ma che in amore erano teneri e affettuosi come orsacchiotti. [...] Nel primo atto del dramma la sessualità aveva un ruolo inesistente o comunque limitato. La donna provava un senso di sconfinata sicurezza, si rifugiava in questa corpulenza maschile che suscitava fiducia e in essa ritrovava il proprio benessere. Si sentiva immensamente felice [...] Su di lui, avrebbe potuto costruire la propria esistenza; così la donna cominciava a fare progetti di vita in comune. [...]
Nel secondo atto del dramma, la donna cominciava improvvisamente a provare uno smisurato disprezzo per l’uomo che prima idealizzava. [...] Adesso aveva voglia di fare l’amore con lui per tormentarlo e umiliarlo. [...] Tutto questo, naturalmente, avveniva senza alcuna intenzione cosciente.
Nel terzo atto, la donna raccoglieva i frutti del proprio odio, non da parte dell’uomo, che in questi subitanei cambiamenti non capiva neppure che cosa gli stesse accadendo, ma dentro se stessa. La passione si placava e si spegneva. Ora la donna veniva assalita dalla paura di doversi separare anche da questo partner. Sentendosi la coscienza sporca, si sforzava di essere gentile, si sforzava di fare l’amore con lui, lo coccolava e lo ricopriva di regali. Tuttavia l’avversione cresceva e [...] si giungeva al quarto e ultimo atto. Non poteva fare altrimenti: doveva lasciare anche quest’uomo.
Dopo averlo lasciato si chiudeva in se stessa, spronfodava nell’apatia e nella abulia, mangiava e dormiva molto nel tentativo di dimenticare, di annullare quell’esperienza finchè, riusciva a pronunciare con convinzione la frase che la liberava da ogni senso di colpa, da ogni umiliazione, da ogni pensiero:” Non era l’uomo giusto. Ancora la persona sbagliata!”. Era la sesta volta che le capitava”
Peter Schellenbaum
“La ferita dei non amati”
22:08 Scritto da: gabrella in Libri per Ri-trovarsi.... | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: amore, ferita | OKNOtizie |
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lunedì, 02 marzo 2009
La ferita dei non amati

Con questo post voglio inaugurare una nuova categoria “Libri per ri-trovarsi” in cui inserire brani di libri che possono servire da spunti di riflessione o da casse di risonanza per riuscire ad afferrare il bandolo della matassa che a volte è la nostra vita, facendo luce in quelle parti buie dove rischiamo di perderci....
Inauguro la sezione con un libro “La Ferita dei non amati” dello psicanalista junghiano Peter Schellenbaum molto importante per il mio “ri-trovarsi “. Portare allo scoperto, consapevolizzando l’esistenza di ferite d’amore inappagato mi ha permesso di fare la pace con quella parte di me che si era sempre sentita “indegna”, imparando prima di tutto ad amarmi per poi finalmente libera andare incontro all’altro.....
“Vi sono persone che nel corso di tutta la vita, non riusciranno mai a pensare e tanto meno a dire : “Mia madre non mi ha amato”, oppure “Mio pare non mi ha voluto bene”, o ancora “Mia madre e mio padre non mi hanno voluto bene” o semplicemente: “Non sono amato”, anche se sentono che le cose stanno così. Una frase come questa, terribile, distruttiva, non può affiorare neppure nel silenzio di un dialogo interiore. Eppure, la sua fondamentale verità cerca incessantemente di esprimersi. Poiché la via più breve, quella della esplicita affermazione, le è preclusa, la vaga consapevolezza del proprio “essere non amato” si apre complicate vie d’uscita. Da persone psicologicamente “illuminate” quali siamo,raccontiamo forse senza inibizione che da bambini siamo stati lasciati soli in questa o quella occasione, che non siamo stati compresi, che i genitori erano troppo presi o malati, che rigidi principi religiosi li rendevano timorosi, che avevano nei nostri confronti pretese eccessive, che erano incapaci di interessarsi alle nostre particolari inclinazioni e così via [...] Di tanto in tanto cambiano gli argomenti con cui cerchiamo di spiegare il nostro fondamentale disagio e di liberarcene. Come povere anime alla ricerca della salvezza vaghiamo inquieti da una spiegazione all’altra. Tuttavia, la carica di energia è più forte di ciò che possono esprimere le parole. E così, proseguendo nel nostro tortuoso cammino, ci nascondiamo la chiara, semplice verità:”Non sono stato amato e continuo a non esserlo”. E’ una verità che vale anche per chi è stato amato troppo o nel modo sbagliato. La carenza d’amore si cela dietro molte maschere. [...]
Oppure cerchiamo di moderare la forza esplosiva di queste affermazioni filtrandole attraverso un gergo psicologico. Diciamo allora che siamo simbiotici, che soffriamo di frustrazioni risalenti alla prima infanzia, che manchiamo di empatia o che abbiamo una ferita narcisistica; ricorriamo cioè alla psicologia per eludere l’intenso dolore primordiale: “Mia madre non mi ha amato”, oppure: “Mio padre non mi ha amato”, “Mia madre e mio padre non mi hanno amato” o semplicemente: “non sono amato”.
[...] Con l’espressione “non amato” intendo la sensazione di non essere amato che c’è alla base dell’incapacità di vivere di una persona.[...] Questa sensazione viene repressa in quanto decisiva. Quando infine viene ammessa, rivela la sua dominanza. L’intensità con cui si manifesta varia a seconda dell’evento infantile che l’ha originata, della predisposizione della persona e dell’attuale situazione di vita. [...] Dargli voce rappresenta l’inizio della guarigione. [...] La ferita dei non amati è la causa di una carenza di “fiducia di base” (Erik Erikson): se vogliamo guarire questa è a quella che dobbiamo rivolgerci”
Peter Schellenbaum
“La Ferita dei non amati”
Ed. RED
16:53 Scritto da: gabrella in Libri per Ri-trovarsi.... | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: non amore, ferita | OKNOtizie |
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