mercoledì, 16 novembre 2011

Il diario emozionale ...

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Ho già in un altro post  parlato dell'importanza dell'uso del diario come strumento di autocontenimento e  monitoraggio di vissuti interiori.

Nel precedente articolo mi sono soffermata sul diario nella sua accezione di contenitore di immagini ("diario visivo") per esprimere quello che la parola non riesce a dire, oggi vorrei soffermarmi sul suo aspetto narrativo, uno spazio quotidiano dove annotare liberamente senza filtri e giudizi i vostri pensieri ed emozioni più intime circa le situazioni che vi coinvolgeranno maggiormente nella vita di tutti i giorni.

Chiameremo questo strumento "diario emozionale", con un esplicito riferimento, oltre che al contenuto, anche e soprattutto al modo di organizzarlo: non vi è infatti l'obbligo di seguire delle linee razionali, le quali potrebbero soffocare la spontaneità e la sincerità rispetto a quanto vissuto durante la giornata.

Anche se all'apparenza è confuso e disordinato il "diario emozionale" rappresenta uno strumento utile per sondare gli stati d'animo e le emozioni e per riflettere sulla propria vita da una prospettiva diversa rispetto a quella del giudizio critico: la prima verità su se stessi cui si accede consiste, infatti, proprio nel vincere il timore di dare un valore ai sentimenti e alle emozioni, riservando per essi uno spazio maggiore nelle vostre vite.

Tutti noi siamo stati educati, nella maggior parte dei casi, nel non dare eccessiva importanza alle emozioni per affrontare la vita reale: abbiamo imparato presto a dissimulare i nostri stati d'animo per compiacere gli altri dando così una falsa immagine di noi stessi, la quale prevede che dobbiamo comportarci sempre come se fossimo delle creature invulnerabili e prive di ogni fragilità.

Lasciarsi guidare dall'emotività ci aiuta a costruire un punto di vista che sia soltanto nostro e che nessuno può rubarci e questo è fondamentale per dare un'impronta personale ad ogni evento o situazione che ci troviamo a vivere.

Non è necessario che annotiate ora per ora i vostri stati d'animo, più semplicemente potete dedicare anche soltanto 10 minuti al giorno a questa pratica, ad esempio appena alzate, per riflettere su cosa vi aspettate dalla giornata, oppure durante la sera, per fare il punto della situazione su quanto vissuto, lo scopo è quello di essere più consapevoli del vostro grado di coinvolgimento emotivo in quello che vi succede durante la giornata, riflettendo sugli obiettivi che volete raggiungere.

Per ottenere questi risultati occorre però che superiate le resistenze iniziali ad abbandonarvi al flusso delle emozioni: tali resistenze provengono dalle vecchie abitudini e dai vecchi copioni ormai consolidati che limitano l'espressione delle vostre potenzialità e che vi impediscono di vivere liberamente ed in sintonia con voi stesse.

In questo senso tenere un diario emozionale vi aiuterà a capire che le emozioni non sono degli eventi che capitano casualmente, da vivere di conseguenza passivamente, ma che è possibile trarre da esse l'energia per sfruttare appieno le possibilità che la vita offre in continuazione.

Se riuscirete a mantenere l'impegno quotidiano di aggiornare il diario, dopo qualche giorno vi accorgerete di una o più emozioni che continuano a saltare fuori con frequenza e in corrispondenza di diverse occasioni: questi stati d'animo evidenziano l'immagine che ognuno ha di sé in relazione al suo mondo. Questa immagine coniuga dei punti di forza, relativi a cosa riteniamo di saper fare, con dei punti di debolezza, che invece si riferiscono a cosa non sappiamo ancora fare ma che vorremmo imparare al più presto.

Tenere un diario emozionale dove riformulare le esperienze vissute nel quotidiano rappresenta un buon metodo per capire quali sono le potenzialità non ancora espresse e le motivazioni che abbiamo per migliorare la nostra condizione personale: infatti esso aiuta a chiarire il punto in cui uno si trova in relazione a dove vorrebbe essere.

Il diario emozionale può davvero costituire un'ottima palestra dove allenarsi a collegare fra loro emozioni, eventi, pensieri, significati e abilità personali. Inoltre l'aggiornamento quotidiano vi farà capire meglio quali emozioni lasciano in voi delle tracce profonde e quali invece accadono senza che voi ne siate toccati più di tanto.

Chiedersi come mai si verifica una tale situazione si rivelerà molto utile quando dovrete trarre le motivazioni giuste per apportare alle vostre vite i cambiamenti necessari per migliorarne la qualità.

 

venerdì, 17 giugno 2011

Convivere con le proprie emozioni ....

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Vorrei terminare questo viaggio nel territorio delle emozioni  con delle riflessioni su come poter vivere al meglio con questo bagaglio a volte ingombrante ma che se gestito può rendere la nostra vita ricca di sfumature ….

Come abbiamo visto nei post precedenti ciascuna delle nostre emozioni :

  • influenza il nostro giudizio e il nostro atteggiamento di fronte agli avvenimenti;
  • gioca un ruolo essenziale nella comunicazione con gli altri

Questa importanza riconosciuta delle emozioni si è concretizzata nel concetto di “Intelligenza Emotiva” divulgato da Daniel Goleman nel suo libro “L’intelligenza Emotiva” i cui concetti fondamentali sono:

  • saper riconoscere le proprie emozioni, poterle denominare e differenziare;
  • saperle esprimere in maniera da migliorare la comunicazione con gli altri, piuttosto che danneggiarla;
  • saperle utilizzare per mobilitarsi in modo utile, senza farsene né paralizzare né guidare;
  • saper riconoscere le emozioni degli altri e reagire di conseguenza.

Tra tutte queste componenti la più importante che fa da base a tutte le altre è la prima “riconoscere le proprie emozioni e dar loro un nome”, ora questo riconoscimento del proprio stato emotivo non è da dare sempre per scontato esistono dei “blocchi” che spesso si frappongono nell’individuazione della nostra emozione:

  • incoscienza completa della propria emozione (congelamento);
  • coscienza parziale della propria emozione (parte cognitiva ad esempio: “adesso bisognerebbe che mi arrabbiassi”), ma blocco della componente fisiologica (non si prova nulla)
  • coscienza della proprio emozione, ma volontà di farla sparire (“ mi sento arrabbiata ma devo smetterla, perché non sta bene”)
  • coscienza della propria emozione, ma volontà di non esprimerla (“Mi sento arrabbiata, so perché, ma se esprimo quello che provo, questo causerà dei danni”)

 

Riconoscere le emozioni presuppone dunque di essere attenti alle proprie sensazioni intime, e soprattutto accettare di poter cadere preda di reazioni poco confessabili. Sarà poi nostra responsabilità riconoscerle e gestirle.

Abbiamo comunque parecchi mezzi a nostra disposizione per aumentare la nostra coscienza emotiva. Ad esempio saremo tanto più attenti alle nostre emozioni quanto più avremo informazioni su di esse: in questo senso aumentare la nostra conoscenza sulle emozioni in genere, come ad esempio leggendo dei libri sull’argomento, contribuisce ad accrescere la competenza emotiva. Tuttavia anche la lettura di romanzi e la visione di certi film contribuisce a migliorare tale competenza, ricordandoci situazioni che abbiamo vissuto ed emozioni che abbiamo accettato o che ci siamo proibiti. Possiamo inoltre sorvegliare attentamente le nostre reazioni fisiche, un eccellente avvertimento che stiamo per provare un emozione.

Possiamo infine intraprendere un percorso di autoconoscenza e consapevolezza, ad esempio un percorso di Counseling che orienta, agevola, contiene e sostiene nel cammino di scoperta di sé, o di ArtCounseling in cui le immagini diventano il filo d’oro che ci connette al nostro sentire.

 Imparare a gestire le nostre emozioni aiuta a non averne paura, e a viverle appieno. La capacità di elaborazione significa saper sopportare i sentimenti che ci toccano e dar loro un senso. "Dire un'emozione", anziché agirla, restare sul piano simbolico, è meglio che lasciarla trasformare in comportamenti reattivi.

E' importante non giudicare le emozioni che ci attraversano, riconoscere loro il diritto di esistere: solo così possiamo arrivare a capirle, e a riconoscerle come parte di noi anziché sentirle aliene e misteriose. Un'emozione respinta o non accettata si tramuta in azioni che ci allontanano da noi stessi e dalla consapevolezza.

L'emotività è come un cavallo, che va capito e rispettato ma comunque governato. Non deve essere lui a decidere la strada, però se gli imponiamo con violenza gli ordini s'imbizzarrisce.

 

“ E ora che le conosciamo tutte

abbiamo molti meno motivi di temerle

di quanto non ne avessimo in precedenza; vediamo in fatti che sono

tutte buone di natura e che non dobbiamo evitare altro

che il loro cattivo uso o il loro eccesso “

Renato Cartesio – Le passioni dell’anima –

 

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Per saperne di più:

Dantzer, R. – Le emozioni – Ed. Theoria

Darwin C. – L’espressione delle emozioni – ED: Bollati Boringhieri

Goleman D. – L’intelligenza emotiva – Ed. BUR

Carotenuto A. – Il tempo delle emozioni – Ed.Bompiani

V.Amana – Emozioni e sentimenti . Istruzioni per un uso intelligente – Ed.Hermes

Tara Bennett Goleman – Alchimia emotiva – Ed.BUR

 

giovedì, 16 giugno 2011

La Sorpresa .....

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Eccoci all’ultima emozione tra quelle primarie …..

La sorpresa è l’emozione più breve. Scatta all’improvviso. Se abbiamo il tempo di pensare a quello che succede e capire se ci sorprende o no, allora non siamo sorpresi. Non si può rimanere sorpresi a lungo a meno che non avvenga un susseguirsi di eventi sorprendenti.

Perciò se vedete qualcuno che mostra sorpresa per più di qualche secondo avete davanti a voi solo due possibili interpretazioni:

  • Quella persona sta fingendo
  • Sta usando l’emblema del dubbio e dell’incredulità

Se l’evento che ci sorprende non si evolve in altri modi inaspettati l’espressione svanisce, in genere lasciando il posto ad altre emozioni.

La sorpresa si può tramutare in felicità se l’evento è una cosa che ci piace. Se l’evento provoca un atteggiamento di aggressività si trasforma in rabbia. Oppure in disgusto se ci si presenta una situazione sgradevole. Se invece ci sentiamo minacciati da ciò che sta accadendo l’emozione della sorpresa si trasforma in paura.

Da cosa nasce la sorpresa?

La sorpresa nasce da un evento inaspettato o da un evento dis-aspettato che contraddice le attese. Ad esempio l’arrivo improvviso di una persona, oppure ci aspettiamo che dalla porta entri un nostro collaboratore quando invece entra un nostro amico.

Qualunque cosa può suscitare sorpresa, se capita d’improvviso o quando ci si aspetta qualcos’altro, possono essere sorprendenti una vista, un suono, un odore, un gusto o una sensazione tattile.

Ad esempio provate ad immaginarvi che succede quando completamente assorti nella lettura di un libro, all’improvviso qualcuno da dietro vi tocca la spalla. Che fate?

Sobbalzate di scatto e la sorpresa si trasforma in paura. Ma se poi vi accorgete che è un vostro amico, allora dalla paura si passa ad un’altra emozione.

Emozione che dipende molto dal nostro modo di valutare l’evento e dalla nostra disposizione d’animo. Così che come potremmo ridere potremmo anche arrabbiarci per lo scherzo di cattivo gusto.

Poiché l’esperienza della sorpresa è breve, seguita quasi sempre da un’altra emozione, il volto mostra una miscela delle due emozioni. Così possiamo osservare sopracciglia alzate, che segnalano la sorpresa, aggentilite dal sorriso che e’ senza dubbio un segnale di emozione positiva.

Oppure le sopracciglia rialzate della sorpresa possono apparire insieme con la bocca che invece e’ stirata indietro (segnale della paura).

L’emozione, poi, può variare di intensità, da lieve ad estrema, a seconda dell’evento che si verifica. La forma di maggiore intensità è il trasalimento e presenta un linguaggio corporeo del tutto particolare:

  • Le palpebre sbattono velocemente
  • La testa arretra
  •  Le labbra si ritraggono c’è un movimento di sussulto/sobbalzo

Questa appena descritta è quasi sempre una sensazione sgradevole e può verificarsi anche se l’evento che la provoca è previsto ad esempio il rumore del tuono dopo il lampo durante un temporale o lo scoppio dei petardi o dei fuochi di artificio per festeggiare l’anno nuovo.

La sorpresa infatti è l’unica emozione umana ad essere neutra, nel senso che non è né piacevole né spiacevole, questi due aspetti dipendono dall’emozione seguente, ma a quel punto lo stupore sarà già svanito da un pezzo !!!!

 

 

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mercoledì, 15 giugno 2011

Il Disgusto ...

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Le emozioni in prevalenza hanno come origine un altro essere umano e ad esso sino dirette. Il Disgusto no: il suo oggetto di elezione è qualcosa di inanimato.

In particolare, si può definire il disgusto come un’emozione connessa essenzialmente con il cibo e con il rifiuto della contaminazione. Il termine “disgusto” essendo etimologicamente derivato ed opposto a “gusto”, trasmette il suo significato originario di sgradevolezza connessa con l’ingerimento del cibo.

Il vissuto tipico viene evocato principalmente da stimoli sensoriali. Vedere, toccare o essere colpiti dall’odore di qualcosa che ispira repulsione, spinge ad allontanare dal proprio campo percettivo l’oggetto disgustoso, distogliendo lo sguardo, scuotendo le dita, o sputando se lo si era già messo in bocca.

Per quanto riguarda la componente fisiologica, cioè le modificazioni fisiche legate all’emozione, nel caso del disgusto se ne possono evidenziare due diverse: la prima, è la nausea e la seconda è l’aumento della salivazione.In generale si è scoperto come il disgusto sia associato a risposte del sistema parasimpatico

Dal punto di vista espressivo, la persona che prova disgusto ha un’espressione facciale molto caratteristica e poco controllabile; essa consiste principalmente nell’arricciare le narici e allargare la bocca come per spingere fuori il suo contenuto.

Solitamente, in concomitanza di questa tipica configurazione facciale, tutto il corpo si contrae e si emettono vocalizzazioni riconoscibili come segnali di ribrezzo. In alcuni casi, come reazione opposta al volto disgustato, si può avere la risata. Infine, riguardo alla componente psichica, il tratto costitutivo del disgusto è la repulsione.

Il disgusto è considerata un’emozione fondamentale non solo per la presenza fissa e universale dell’espressione facciale, ma per il valore funzionale che alcuni vi riconoscono. L’esperienza di disgusto, infatti, protegge dal rischio di entrare in contatto e specialmente di ingerire sostanze potenzialmente dannose.

Secondo Izard, rabbia, disgusto e disprezzo compongono la triade dell’ostilità. Mentre la rabbia e ancora più il disprezzo esprimono aggressività verso i nostri simili e sono dirette sugli oggetti per trasferimento o senso metaforico, per il disgusto accade il contrario.

Se diciamo che il comportamento di una persona ci sembra disgustoso, o che la persona ci disgusta alludendo alla sua bassezza morale, usiamo questo termine in modo traslato; di fatti mancano in queste circostanze tutte le manifestazioni tipiche del disgusto, ma si prova qualcosa che somiglia di più all’indignazione o al disprezzo.

Di fatto gli esseri umani possono ispirarci avversione quando sono brutti e sporchi, o anche semplicemente quando fanno qualcosa che noi non faremmo mai, perché appunto troviamo disgustosa. Per esempio, possiamo trovare disgustose certe operazioni del medico, dell’infermiere o anche dell’idraulico che cerca di sturare il gabinetto.

Sia gli oggetti che gli esseri umani possono inoltre ispirare una reazione di disgusto più elaborata e simbolica, che è legata alla paura della contaminazione. Vedasi i casi di chi evita una persona perché pensa che porti sfortuna o butta via con ribrezzo un indumento che appartiene ad una persona odiata.

Il vissuto tipico, registrato in soggetti per i quali certi gruppi sono paria o portano sfortuna, è più simile a quello della paura. In genere, si ha la consapevolezza delle ragioni per cui quegli individui ispirano un’emozione che somiglia al ribrezzo. In queste circostanze però non si ha la tipica espressione facciale di ripugnanza, ma solo una netta tendenza all’evitamento.

Penso tuttavia che una spiegazione funzionale del disgusto sia limitativa, perché molti oggetti, universali o particolari, che provocano disgusto sono legati a circostanze specifiche, che hanno poca relazione con l’eventuale danno organico e molta valenza invece con la valenza simbolica dell’oggetto.

Perché mai si prova questo universale disgusto per oggetti che spesso non sono dannosi, a volta addirittura nutrienti, e che sono caricati  di valenze negative sproporzionate rispetto ai possibili danni?

Fra le teorie che cercano di spiegare perché il disgusto si concentri su animalo o materiali di origine animale, la più autorevole richiama la credenza profonda che si diventa simili a quello che si mangia. In senso positivo, pensiamo alle idee che circolano o hanno circolato intorno a molti cibi: che mangiare verdura cruda e fresca mantenga giovani, che il latte purifichi, che il vino faccia buon sangue .. etc.. A livello simbolico, i cibi considerati afrodisiaci e quelli usati nelle pratiche magiche sono spesso basati su questo processo di “transvalutazione”. I processi più comuni sono la somiglianza fra la cosa mangiata e quella desiderata, il contatto con la persona amata. In negativo questo comporta che ci si rifiuta di mangiare animali considerati inferiori, le cui qualità non potremmo assumere.

Un’altra teoria sostiene che gli oggetti colpiti dal tabù del disgusto siano di preferenza quelli che non si collocano in una categoria concettuale definita chiaramente. Così mangiare gli animali domestici è disgustoso perché essi rappresentano una via di mezzo fra i veri animali e i membri della famiglia; mangiare certe parti vischiose o mollicce è disgustoso per la loro consistenza intermedia fra il solido e il liquido; mangiare le secrezioni o gli escrementi è massimamente disgustoso perché sono parti del nostro corpo che si presentano però come oggetti “indipendenti” ed esterni.

Ancora a proposito di cibo, nella nostra cultura è impensabile mangiare un boccone prima masticato e poi deposto su un piattino (comunemente diremmo “sputato” esprimendo con questo termine l’idea stessa del disgusto). Addirittura è considerata un’azione a rischio di promiscuità mangiare il cibo che qualcun altro ha avanzato, forse per il sospetto che la vicinanza con il cibo effettivamente ingerito possa contaminare anche la parte che non è stata neppure toccata.

Tuttavia una forte attrazione sessuale o la tenerezza di un genitore possono ridurre o eliminare questi tipi di disgusto, a volte trasformandolo in una forma di amorevole intimità…..

13:37 Scritto da: gabrella in EMOZIONI | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: emozioni, disgusto | OKNOtizie |  Facebook |

domenica, 12 giugno 2011

La Tristezza (II parte) ...

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  photo by: http://www.flickr.com/photos/azchael/145679976/

 

“ qualcosa sale dentro di me

ed io la accolgo con il suo nome

ad occhi chiusi …”

F.Sagan – Bonjour tristesse -

 

A prima vista la tristezza sembra andare contro le ipotesi evoluzionistiche sull’utilità delle emozioni per la sopravvivenza o il successo: ecco un’emozione che ci priva di slancio vitale e non ci mette in una buona posizione per affrontare la vita.

Ciò nonostante la tristezza ha parecchie funzioni fondamentali:

  •  Insegna ad evitare le situazioni che la provocano : come il dolore, la tristezza insegna che certe situazioni danneggiano e spinge quindi a proteggersi meglio in futuro, almeno da quelle evitabili. In linea generale, il rischio di provare tristezza inciterà più o meno consciamente ad evitare le situazioni di perdita: essendo più premurosi verso il partner, curando le amicizie, scegliendo gli obiettivi professionali corrispondenti alle nostre capacità.
  •  Porta a ritirarsi dall’azione ed a riflettere sui propri errori: questo permette di recuperare le forze e anche di riesaminare la situazione: quali errori ho commesso nel mio modo di agire o nella scelta dei miei interlocutori?
  • Può attivare l’attenzione e la simpatia degli altri: anche senza volerlo intenzionalmente, la tristezza può aiutarci ad attirare l’attenzione degli altri e ottenere il loro sostegno affettivo e materiale, il che può permetterci di uscire più in fretta dalla situazione di perdita Il rapporto tra espressione della tristezza e sostegno altrui, tuttavia, non è da dar sempre per scontato, come dimostra l’esperienza quotidiana. La capacità di attirarsi simpatia e sostegno mediante la tristezza era senza dubbio efficace quando vivevamo all’interno di una piccola tribù di cacciatori-raccoglitori. In un simile ambiente l’abbattimento e la tristezza di un individuo erano perfettamente visibili al resto del gruppo attirando l’attenzione consolatoria. Nella moderna società, sempre più individualista, invece, la tristezza di un individuo isolato può non attirare l’attenzione di nessuno, scatenando così una spirale di tristezza-isolamento che può condurre alla depressione. Per gli psicologi evoluzionisti, la tristezza avrebbe la funzione di ritrovare l’attenzione del gruppo, ma che cosa succede quando il gruppo non c’è più ???
  •  Può momentaneamente proteggere dall’aggressività degli altri: durante un conflitto il vincitore è meno portato ad accanirsi contro un vinto che si mostra chiaramente sconfitto e la tristezza ne è un segno.

Purtroppo può anche succedere di incappare in persone che, davanti a manifestazioni di tristezza si sentono incoraggiate a perseguitarvi. Viene da pensare che ciò accada particolarmente se l’avversario è a sua volta incerto sul proprio status di vincitore, con un autostima instabile dove, tutti i vostri segni di resa non basteranno mai a rassicurarlo completamente.

Due situazioni depongono favore di questa ipotesi del persecutore incontrollato perché non si accetta per quello che è.

La prima è nelle bande di adolescenti, un’età caratterizzata da un’autostima ancora poco stabile, dove si verifica il triste fenomeno del “bullismo”: uno dei membri del gruppo “lo zimbello” viene sbeffeggiato, umiliato, picchiato, tutte molestie che si ripetono per lunghi periodi malgrado gli evidenti segni di sottomissione e di abbattimento. Il fenomeno sembra tristemente universale tra i bambini e gli adolescenti e fa purtroppo parte del nostro modo di instaurare la gerarchia e il senso di appartenenza al gruppo.

D’altra parte l’espressione della tristezza non vi proteggerà affatto dalla persecuzione, se vi trovate in situazioni coniugali o professionali che favoriscono le violenze morali. In questi casi, infatti, il persecutore non si accontenterà della vostra tristezza o della vostra sottomissione, ma mirerà direttamente a togliervi di mezzo.

A volte infine accade che i rituali di sottomissione che inducono il vincitore a smettere di colpire il vinto non siano mai stati appresi da uno dei protagonisti, come avviene con certi cani da combattimento allevati nell’isolamento, che continuano ad attaccare l’avversario anche quando questi emette segnali di sottomissione. Certi oltranzisti della violenza non sono forse lontani da questo profilo, creato da condizioni educative tossiche.

Una delle vie per comprendere la sofferenza dell’altro è di averla provata sulla propria pelle. In un certo senso la tristezza può rendervi capaci di consolare una persona cara che soffre nel momento che dovrete esserle di sostegno. Secondo quanto confermato da molti studi esiste una relazione tra l’intensità delle reazioni emotive e la simpatia per quelle altrui.

La tristezza, ricordiamolo, è un’emozione naturale, che fa parte della nostra esperienza e maturazione psicologica. La soluzione non è quindi cercare di sbarazzarcene o soffocarla, il che sarebbe , oltre che irrealistico, anche psicologicamente dannoso.

Quindi ….

  • Accettare di essere tristi. Contrariamente a come è spesso vista oggi, e cioè un difetto, la tristezza è stata apprezzata nel corso dei secoli:

Dai religiosi, che la consideravano un segno di umiltà,

Dagli artisti, in particolare dai Romantici, che oltre a vedervi un segno di sensibilità, la ritenevano un’emozione ben comprensibile in un mondo sempre più privo di ideali

Dai filosofi, secondo i quali la malinconia era spesso considerata una caratteristica dei grandi uomini.

  • Continuare ad agire. Ritirare, restare inattivi, ripiegarsi su se stessi sono tutti atteggiamenti che spesso accompagnano la tristezza. Se ci si lascia andare così, purtroppo la tristezza potrebbe prolungarsi: senza attività, l’attenzione resterà fissa sulla perdita tanto più se si vive in un ambiente solitario e povero di avvenimenti.

Benchè un periodo di ritiro sia inevitabile cerchiamo di essere consapevoli della necessità di continuare ad agire anche se in modo blando. Proviamo a mettere in pratica il meccanismo del feed-back facciale. Come il fatto di sorridere volontariamente ha un effetto favorevole sull’umore e rende difficile l’evocazione di ricordi tristi, così senza attenderci tuttavia da questo la guarigione da una profonda tristezza, potremmo sorvegliare la nostra mimica facciale, che nel caso specifico della tristezza ha una costante espressione accigliata, provando a distendere gli angoli della bocca e le rughe tra le sopracciglia.

  • Cercare avvenimenti o attività che di solito risultano gradevoli. A meno che non si sia molto depressi, la tristezza verrà in genere modificata da eventi gradevoli. Non aspettiamoci esplosioni di gioia, ma semplicemente l’attenuazione della tristezza mediante piccoli momenti di soddisfazione.

 

La prossima volta che ci sentiremo tristi, dunque, non facciamocene una colpa, pensiamo che stiamo attraversando una tappa naturale di recupero dopo una perdita o un fallimento grazie alla quale potremo imparare cose nuove sul mondo e soprattutto su noi stessi……

venerdì, 10 giugno 2011

La Tristezza (I parte) ....

tristezza 2.jpg

 “Perduta ho la mia Euridice,

nulla equaglia il mio malor;

crudel sorte! Qual rigor!

Nulla equaglia il mio malor!

Io soccombo al mio dolor!

Orfeo ed Euridice

 La Tristezza è un’emozione interessante ma oscura. E’ definita nel modo più semplice dal suo antecedente più tipico: la morte di una persona cara, o, più in generale, la perdita (simbolica o reale) di un “oggetto di attaccamento” . Tale perdita suscita normalmente una serie complessa di risposte e “tristezza” è solo uno dei termini che denotano questa risposta complessa, gli altri sono: lutto, depressione e anche ansia.

Tristezza e lutto tendono ad essere accompagnati da variazioni nelle risposte neurovegetative simili a quelle che si verificano per altre emozioni negative: pressione e conducibilità cutanea aumentano; la frequenza cardiaca tende a decelerare, ma se l’emozione è intensa aumenta. Anche le risposte espressive si modificano: la postura è accasciata, l’eloquio è più lento i sopraccigli sono leggermente corrugati, gli angoli della bocca tendono verso il basso.

Ma che cosa si intende per lutto e come si differenzia da tristezza e depressione?

La perdita suscita due tipi principali di risposte di lutto. Da un lato reazioni psicologiche e fisiologiche di origine prevalentemente biologica, quali piangere, lamentarsi, desiderare la presenza dell’oggetto perduto; dall’altro, reazioni di origine prevalentemente socioculturale, quali i riti funebri, il vestire a lutto. La distinzione non è però netta: un individuo può “essere in lutto” o “portare il lutto” senza provare emozioni intense; viceversa, si può essere profondamente addolorati o tristi anche se non è prescritto, permesso o osservato alcun rituale.

Il lutto si sviluppa tipicamente in tre fasi:

  • Protesta contro la perdita e struggimento, desiderio per la persona perduta che si vorrebbe riavere. Le risposte più frequenti in questa fase di lutto agitato in cui spesso c’è una maggiore attivazione fisiologica comprendono: iperattività motoria; continuare a pensare alla persona perduta; immaginarne la presenza; sentirsi spinti a cercarla.
  • Disorganizzazione e disperazione: sintomi tipici sono l’apatia e l’isolamento, la perdita di interesse, l’incapacità a concentrarsi sui propri compiti o ad iniziare nuove attività, perdita di peso, insonnia.
  • Distacco e riorganizzazione: arrivare ad accettare la perdita, tralasciando i tentativi di ri-ottenere l’oggetto perduto per fare questo è necessario che vengano sviluppate nuove strutture cognitive, cioè che l’individuo impari a percepire il mondo e il proprio ruolo in modi nuovi.

La capacità di superare o meno la perdita e il rischio di cadere in depressione dipendono da  numerosi fattori:

  • La sensibilità personale alle perdite (che può essere stata aggravata da perdite subite durante l’infanzia) una componente della personalità.
  •  La maniera in cui avviene una perdita. Pare che ci siano più possibilità di superare meglio un lutto se si perde la persona cara in modo progressivo. Si ha allora il tempo di prepararsi, mentre le perdite brutali sono sicuramente più devastanti.
  • L’intensità o la durata della relazione.
  •  La complessità delle emozioni provate verso chi si è perduto.
  • Il sostegno che gli altri possono mettere a disposizione; in generale un individuo socialmente isolato è più vulnerabile alla perdita.

 

Una perdita può anche indurre depressione: l’individuo si sente abbandonato, impotente, senza speranza, apatico. Ma la depressione è il punto di arrivo di vari antecedenti e condizioni di cui la perdita rappresenta solo un caso.

Sia nel linguaggio scientifico che in quello quotidiano, tristezza tende a denotare un’emozione specifica, e/o una risposta emotiva anche complessa ma di intensità e durata limitata; lutto designa piuttosto l’intero processo di elaborazione della perdita, dalle prime reazioni alla rassegnazione e al distacco.

In questa ottica, la depressione è una risposta emotiva complessa al lutto, con tonalità di tristezza.

La valutazione delle implicazioni di una perdita importante (ad esempio divorzio, perdita di lavoro) può suscitare sentimenti di pessimismo a livello esistenziale, “hopelessness”,  generalizzato cioè all’intera vita che non sembra presentare, soggettivamente, alcuna speranza, provocando depressione.

La tristezza è invece il risultato di una valutazione di impotenza circa la possibilità di riavere l’oggetto perduto, “helplessness”, di cancellare la perdita. L’impotenza in questo caso, contrariamente alla depressione, mette a fuoco l’evento specifico.

La perdita o il fallimento possono essere più o meno definitivi, soggettivamente più o meno importanti, e l’individuo può essere più o meno in grado di far fronte ad essi.

Se l’importanza soggettiva è molto grande e l’individuo è in grado di far fronte ad essa (capacità di coping), la perdita (reale o potenziale) darà luogo a tentativi di evitarla, o di recuperare ciò che è stato perduto, o di evitare che si verifichi; la perdita suscita allora rabbia, ansia, gelosia o speranza (emozioni adattive di “lotta”) piuttosto che tristezza.

Se invece l’evento è soggettivamente meno rilevante e la potenziale capacità di farvi fronte è bassa, l’individuo proverà tristezza, dovuta all’accettazione della perdita, al distacco dal coinvolgimento con l’oggetto perduto, all’abbandono dei tentativi di modificare la situazione. La tristezza è allora l’emozione che si instaura a seguito di una perdita se e quando l’individuo abbandona la lotta.

La differenza tra tristezza e ansia, infine, è che quest’ultima è suscitata da una possibile perdita, mentre la prima è suscitata da una perdita reale, già avvenuta.

 

… continua nel prossimo post ……. seguimi

 

 

20:02 Scritto da: gabrella in EMOZIONI | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: emozioni, tristezza, depressione, lutto | OKNOtizie |  Facebook |

giovedì, 09 giugno 2011

La Rabbia (II parte) .....

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“ La collera, in effetti, sembra prestare

Fino ad un certo punto orecchio alla ragione,

epperò intende malamente,

alla maniera di quei servitori frettolosi

che escono correndo prima di aver ascoltato

fino in fondo ciò che viene detto loro,

e poi si sbagliano nell’esecuzione dell’ordine ..”

Aristotele

 

Proviamo ora ad analizzare che cosa ci fa arrabbiare; denominatore comune a molti antecedenti della rabbia come abbiamo visto nel post precedente sono la frustrazione e la costrizione, ma il nesso non è affatto semplice, perché la frustrazione in sé non è condizione né sufficiente né necessaria per gli scoppi di ira. Insieme a queste due micce conta molto la responsabilità e la consapevolezza che si attribuisce alla persona che si comporta male con noi, specialmente nel caso di persone a cui si è legati e che quindi dovrebbero prendersi a cuore il nostro benessere. Insomma l’elemento determinante non è mai uno solo, ma una combinazione di comportamenti che giudichiamo sbagliati, fatti da una particolare persona ed in circostanze specifiche.

Le ricerche compiute sul comportamento di specie diverse dall’uomo ci hanno mostrato che la rabbia e le frequenti manifestazioni aggressive che ne conseguono sono scatenate da motivi direttamente legati alla sopravvivenza dell’individuo e dei piccoli, e alla difesa del cibo e del territorio.

L’espressione mimica e corporea della rabbia che è stata osservata nei primati non umani per alcuni aspetti assomiglia moltissimo a quella degli esseri umani, fino a sembrarne quasi una caricatura.

Negli animali il mostrare i denti, il ringhiare, l’aumento della massa di peli che si rizzano hanno la funzione di tenere a bada o allontanare la presenza indesiderata.

Gli animali manifestano ira e spesso attaccano quando qualcosa gli spaventa, quando sono aggrediti dai predatori, per avere la meglio sul rivale sessuale, per difendere i propri piccoli, per cacciare un intruso dal proprio territorio.

Si potrebbe pensare che la messa in scena dell’ostilità degli animali abbia una funzione analoga alle aggressioni verbali che negli esseri umani sono più frequenti degli attacchi fisici. Negli umani, alla base dei motivi più spesso addotti per giustificare un attacco di rabbia c’è il desiderio di raddrizzare ciò che sembra essere sbagliato, affermare la propria indipendenza e migliorare la propria immagine.

D’altro canto si è anche visto che a volte l’animale può anche inibire completamente il suo comportamento aggressivo e adottarne uno del tutto diverso, come lisciarsi le penne o regredire ad un comportamento tipico di un animale più giovane, per ostacolare l’aggressione dell’altro. Analogamente l’uomo può mettere in atto meccanismi ovviamente più complessi (i “meccanismi di difesa”) che servono proprio a proteggere la coscienza da un’emozione dolorosa o inaccettabile oppure a evitare di esporvisi.

Di seguito un esempio che illustra questi meccanismi di difesa applicati alla rabbia:

  • Situazione: il capo entra nel vostro ufficio per dirvi di fare più in fretta, darvi una mossa, mentre voi siete già oberati di lavoro ….
  • Passaggio all’azione: lo insultate
  • Spostamento: dopo che è uscito, spostate la vostra rabbia sul vostro assistente
  • Regressione: andate dritti al distributore automatico per divorarvi golosamente una barretta di cioccolato
  • Somatizzazione: più tardi vi viene il mal di testa o il mal di pancia
  • Evitamento: vivete tutta la scena in uno stato di indifferenza emotiva
  • Proiezione: pensate che lui vi odi (attribuite a lui il vostro odio nei suoi riguardi)

 

Vari studi sulle ragioni addotte e sugli scopi che ci si prefigge di raggiungere manifestando la rabbia hanno trovato che esistono tre tipi di rabbia che assolvono a funzioni abbastanza diverse:

  • La rabbia malevola: che la lo scopo di rompere o peggiorare i rapporti con l’altra persona, di vendicarsi per un torto subito e comunque per esprimere odio e disapprovazione
  • La rabbia costruttiva: che ha lo scopo di modificare il comportamento altrui, di rendere più stretta la relazione con la persona con cui ci si arrabbia, di asserire la propria libertà e indipendenza.
  • La rabbia esplosiva: che serve principalmente per dare sfogo alle tensioni e manifestare l’aggressività, con le probabili funzioni aggiuntive di rompere il rapporto.

 

Quello che è certo che i due peggiori modi per gestire la propria rabbia sono:

  • L’esplosione: lasciandola esplodere in maniera incontrollata o per futili motivi. E’ il caso delle arrabbiature di cui si pente, che si portano dietro strascichi inutili, lasciano rancori tenaci o rendono addirittura ridicoli. Questi eccessi di collera ci permettono a volte di ottenere ciò che si vuole a breve termine, ma a prezzo di conseguenze nefaste a lungo termine nei rapporti con gli altri.
  • L’inibizione: reprimere completamente la propria rabbia dissimulandola all’altro e talvolta a se stessi. In questo caso si rischia di covare un cumulo di rabbia dannosa, passando inoltre per persone che è possibile contrariare senza alcun timore. Questo eccesivo ritegno rischia, prima o poi, di farci precipitare brutalmente nella situazione precedente, perché a furia di accumulare rabbia, si finisce per esplodere e spesso nel momento meno opportuno.

 

Come fare allora????

  • Provare a ridurre i motivi di irritazione rendendoci la vita più gradevole anche nei dettagli e facendo in modo di ritagliarci il più possibile momenti piacevoli, ottimi paraurti contro le cause di irritazione.
  • Riflettere sulle nostre priorità mantenendo sempre il dialogo con noi stessi: “ci arrabbiamo perché pensiamo” (teoria cognitiva) per cui: “pensiamo in modo diverso e ci arrabbieremo meno spesso” . Scopriamo le nostre convinzioni di base che scatenano in noi la collera e proviamo a renderle meno rigide, ad esempio: “le persone devono comportarsi con me come io mi comporto con loro, altrimenti è insopportabile e quindi si meritano la mia rabbia” potrebbe diventare: “non mi piace che le persone non si comportino con me come io mi comporto con loro, ma posso sopportarlo esprimendo però il mio punto di vista”.
  • Consideriamo il punto di vista dell’altro lasciando all’altro il tempo di esprimerlo : ascoltiamo!!!
  • Rimaniamo concentrati sul comportamento che ci ha fatto arrabbiare, anziché attaccare la persona: “Messaggio IO” … “IO MI SENTO  …..quando tu ….. e quindi …..”

 

In sintesi quando ci arrabbiamo dovremmo cercare di salvaguardare almeno quattro cose:

  • Un decente rapporto con la persona con cui ci arrabbia
  • La difesa dei nostri interessi e la possibilità di far presente le nostre ragioni
  • La stima di noi stessi
  • La nostra salute e il nostro equilibrio

 

Una delle preoccupazioni più comuni e comprensibili è di non perdere la testa, non dire o fare cose di cui ci si pentirà dopo, e così via. Insomma si teme che la maggiore impulsività ed energia scatenate dalla rabbia inducano comportamenti che non ci sono propri. Infatti si dice “ero fuori di me”, “non ero più io”, perché la rabbia è letteralmente una passione, che fa patire/subire il senso di essere invasi (invasati), in preda ad una forza superiore al nostro potere.

 

 

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19:22 Scritto da: gabrella in EMOZIONI | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: emozioni, rabbia, collera, ira | OKNOtizie |  Facebook |

mercoledì, 08 giugno 2011

La Rabbia (I parte) .....

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“Non fatemi arrabbiare,

non sono per niente simpatico,

quando mi arrabbio …”

Hulk

Non vi sono dubbi che la rabbia sia un’emozione tipica, considerata fondamentale da tutte le teorie e perfino inclusa fra i sette vizi capitali con il nome di “ira”.

E’ un’ emozione centrale e primitiva perché in essa, forse più che in altri stati emotivi, è possibile identificare una chiara origine funzionale, degli antecedenti caratteristici, delle manifestazioni espressive e delle modificazioni fisiologiche costanti, delle prevedibili tendenze all’azione.

Il fatto che sia un’emozione primitiva la rende osservabile anche in bambini molto piccoli e in specie animali diverse dall’uomo.

Gli studi di psicologia infantile sono in questo caso particolarmente interessanti, perché le manifestazioni dir abbia sono rimproverate nella cultura attuale e quindi parzialmente inibite o comunque modificate. Di conseguenza alcuni tratti costitutivi delle espressioni di rabbia si possono osservare meglio in individui che non hanno ancora appreso la competenza emotiva che regola l’esibizione della rabbia.

La rabbia è una delle più precoci fra le emozioni, insieme alla gioia e al dolore. Le due cause della rabbia sono la presenza di un ostacolo al soddisfacimento di un desiderio e l’imposizione di un danno.

Se immaginiamo una situazione che simboleggia la rabbia, possiamo pensare al tentativo frustrato di uscire da una gabbia, o alla mano che si protende verso un oggetto che nello stesso momento si allontana e sfugge.

John Bowlby  sostiene che la rabbia sia una reazione alla frustrazione di bisogni essenziali. In particolare Bowlby ha dimostrato che sia un periodo di separazione dalla persona da cui si dipende emotivamente (figura di attaccamento), sia la minaccia di separazione e altre forme di rifiuto causano, nei bambini come negli adulti, dei comportamenti ansiosi e collerici. A suo parere, l’angoscia della separazione e il sentimento di frustrazione sono quindi alla radice dell’ostilità verso la figura di attaccamento. La collera servirebbe sia come rimprovero per quello che è accaduto, sia come deterrente perché ciò non si verifichi più. Questo è un dei casi tipici nei quali amore, angoscia e collera vengono suscitati da una stessa persona. In seguito, poiché vi è la tendenza a rimuovere dalla coscienza i propri sentimenti ostili verso le persone che amiamo, può succedere che questi sentimenti vengano attribuiti ad altri o proprio alla persona amata-odiata della quale temiamo o sentiamo l’ostilità.

Per Izard la rabbia è la tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione, sia fisica che psicologica. Insieme con il disgusto e il disprezzo, la rabbia fa parte della triade dell’aggressività, di cui è il fulcro e l’emozione di base. Queste tre emozioni, pur essendo esperienze diverse ed autonome nel vissuto, negli antecedenti e nelle conseguenze, si presentano spesso in combinazione fra loro.

Vi sono moltissimi termini nel vocabolario che fanno riferimento a questa reazione emotiva: ira, collera e rabbia sono considerati pressappoco sinonimi di uno stato emotivo intenso; ve ne sono poi numerosi altri che invece descrivono lo stesso sentimento ma di intensità minore, come appunto irritazione, fastidio, impazienza; e ve n’è qualcuno, come esasperazione e furore, che invece ne accentua l’intensità.

Raccogliendo e analizzando termini, modi di dire e proverbi che si riferiscono alla rabbia è stato possibile tracciare una mappa delle conoscenze e teorie popolari riguardanti questa emozione. Nella cultura italiana sembra dominante la localizzazione e le conseguenze della rabbia nel corpo: “Non ci vide più dalla rabbia”, “si rodeva il fegato”; un’esperienza di passività e di patologia: “è stato più forte di me”, “perdere le staffe”, “pazzo di rabbia”; e la diffusa convinzione che il controllo della rabbia faccia male alla salute fisica più che a quella mentale: “se non glielo dicevo sarei scoppiata”, “era così controllato che gli venne l’ulcera”.

La rabbia, anche nelle sue forme più lievi di irritazione e di fastidio, è l’emozione che più di ogni altra si cerca di controllare sia all’interno del proprio vissuto che nelle manifestazioni osservabili.

Uno dei punti salienti ed espliciti dell’educazione dei bambini nella nostra cultura punta alla repressione della collera manifesta. L’atteggiamento dei genitori teso a rendere pubblicamente accettabili tali manifestazioni della rabbia inizia con i primi contatti faccia-a-faccia fra adulto e neonato. A mano a mano che il bambino cresce l’adulto tollera sempre meno le manifestazioni dir abbia ed esercita questa influenza in molti modi diversi. Le reazioni dei bambini a queste pressioni dirette o indirette hanno a loro volta un’influenza sul comportamento degli adulti. Per quanto riguarda gli adulti e le auto-prescrizioni che uno si impone, in alcuni casi si aderisce ad una teoria esplicita che scoraggia i sentimenti di collera ed invita a lasciar perdere, a non prendersela tanto, a non farsi cattivo sangue, etc.

Per quanto forti le pressioni contro la manifestazione della rabbia, essa ha una tipica espressione facciale, riconoscibilissima in tutte le culture. I movimenti sintomatici del viso sono l’aggrottare violento delle sopracciglia e lo scoprire e digrignare i denti, oppure lo stringere forte le labbra, mentre gli occhi appaiono lampeggianti. A seconda che si parli di rabbia fredda o calda, il resto del corpo può tendersi fin quasi all’immobilità o accentuare notevolmente l’attività motoria. Le sensazioni soggettive più comuni sono: calore, irrigidimento della muscolatura, irrequietezza estrema, paura di perdere il controllo. La voce molto spesso si alza di volume e di intensità, il tono può essere minaccioso, stridulo o sibilante.

Nell’organismo intervengono tutte quelle modificazioni che sono tipiche di una forte attivazione del sistema nervoso autonomo; cioè accelerazione del battito cardiaco, aumento della tensione muscolare e della sudorazione, aumento della pressione arteriosa e irrorazione dei vasi sanguigni, tipicamente si dice che “uno è rosso di collera”. Queste modificazioni sono apparentemente funzionali al vissuto che è di grande impulsività e di forte propensione ad agire, con modalità aggressive o di difesa poco importa. La rabbia certamente uno stato emotivo che crea nell’organismo un propellente energetico utilizzabile per passare alle vie di fatto, siano queste azioni o solo espressioni verbali.

Ci si arrabbia quasi sempre con le persone, ma sembra che a volte si provi e si manifesti rabbia contro oggetti inanimati o contro istituzioni. Di fatto accade che molti scatti di collera diretti verso gli oggetti siano degli spostamenti dall’obiettivo originale che era un’altra persona. Oppure erano manifestazione di ira verso se stessi che si sfogano sulle cose, ma ci sono anche casi di persone che arrivano a farsi male davvero ….

Ci si arrabbia a volte verso i tanti oggetti meccanici ed elettronici che popolano la nostra vita, l’auto che non parte, il computer che si incanta, la segreteria telefonica che si mangia le voci registrate. Non è chiaro quanto siano profondi e diffusi i sentimenti e i rapporti di tipo personalizzato che intratteniamo con questi oggetti. Di sicuro ci procurano delle frustrazioni e quindi si prendono la loro parte di insulti.

In generale però sono gli esseri umani la fonte delle nostre frustrazioni e difficoltà ed è quindi con loro che ce la prendiamo più spesso; sovente poi, le persone con cui ci arrabbiamo sono quelle a cui vogliamo più bene: innamorati, amici, parenti. Ci sono molte ragioni per questa scelta dell’oggetto dell’ira fra gli intimi. Per prima cosa, le persone a cui siamo affettivamente legati sono quelle che più facilmente possono infliggerci delle sofferenze e di cui temiamo l’abbandono. Inoltre, una relazione sentimentale comporta una certa perdita di autonomia, il che costituisce in sé una spina irritativa. C’è poi da considerare il maggior tempo che si passa con le persone con sui si è in intimità, di conseguenza sono più numerose le occasioni di contrasto. Vi è poi con loro una maggiore confidenza, che diminuisce il controllo dell’aggressività.

Inoltre una cosa sbagliata fatta da qualcuno che ci è molto vicino: un genitore, un coniuge, un figlio, è particolarmente irritante, perché in qualche modo coinvolge anche noi stessi come co-autori di quel comportamento che disapproviamo. E da ultimo, ha senso arrabbiarci con chi frequentiamo spesso o con chi cii vive accanto perché è importante ottenere proprio da queste persone delle modifiche dell’atteggiamento e delle azioni.

Arrabbiarsi chiarendo le ragioni dello scontento è uno dei modi per ottenere queste modifiche. Anzi nelle relazioni sentimentali durature e considerate felici, i litigi aperti sono abbastanza frequenti, e spesso ad un’arrabbiatura di uno dei due segue un miglioramento della qualità della relazione dovuto alle spiegazioni e all’aumento della comprensione e dell’affiatamento reciproco.

E in campo lavorativo? Ci si arrabbia più spesso con i superiori, con i sottoposti o con i nostri pari-grado?

La risposta cambia a seconda che ci si riferisca ai sentimenti di collera o alle manifestazioni di collera. Le persone che hanno autorità e potere su di noi sono più spesso oggetto della nostra ostilità, che però viene poco manifestata o solo in forme distorte e indirette. Le persone che dipendono da noi sono oggetto di irritazione frequente, che in questo caso viene facilmente manifestata, se non addirittura amplificata a scopo implicitamente pedagogico.

Rispetto, invece, ai nostri pari-grado la rabbia si manifesta con una forma ed un’intensità intermedia, è comunque rilevante che i rapporti siano almeno quelli di una discreta conoscenza, perché pare sia molto raro arrabbiarsi con qualcuno che si conosce poco o che si incontra per la prima volta.


 ............ e continua nel prossimo post ….. la rabbia è un emozione che ha bisogno di spazio …..

13:21 Scritto da: gabrella in EMOZIONI | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: emozioni, rabbia, ira, collera, frustrazione | OKNOtizie |  Facebook |

martedì, 07 giugno 2011

La Paura ...

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"Guarda la paura in faccia e questa cesserà di turbarti" (Sri Yukteswar)

Il termine “paura” viene usato in molti sensi: per descrivere sia un’emozione attuale che un’emozione prefigurata nel futuro, oppure uno stato pervasivo e quasi senza oggetto, o anche una semplice incertezza soffusa di preoccupazione o rammarico, come in frasi del tipo: “ho paura che lo zucchero sia finito”, “ho paura che stia per piovere”.

Inoltre, per parlare adeguatamente del vissuto di paura, è opportuno conoscere la forza e la durata dell’emozione perché con questo termine si indicano stati di diversa intensità, anche se la lingua ci dà modo di rendere più grave il senso, parlando di “terrore” o di “panico”, o di attenuarlo, quando diciamo “timore”, “apprensione” o “inquietudine”.

Qui vorrei parlare della Paura come emozione consapevole il cui vissuto fenomenico è segnato da forte spiacevolezza e desiderio di evitamento di qualcosa che appare come un pericolo. Nei casi in cui l’emozione viene accentuata dall’insorgere improvviso dello stimolo pauroso, si hanno fra gli “ingredienti” alcuni sintomi caratteristici della sorpresa. Può anche capitare che un evento inaspettato, in sé non pauroso, susciti però un sobbalzo di paura, come il riflesso di evitamento che segue in modo automatico qualunque stimolo intenso e inatteso (un forte rumore, un lampo di luce, la perdita di un punto di appoggio).

Altri elementi costanti dell’esperienza di paura sono la tensione, che può giungere fino ad una sorta di immobilità (infatti si dice “paralizzati dalla paura”) ed il restringimento dell’attenzione ad una parte limitata dell’esperienza. Nell’insieme la tonalità dominante è l’insicurezza e la conseguenza negativa degli effetti psicofisiologici.

Le cause esterne ed interne della paura dipendono in grande misura dalla percezione e valutazione dello stimolo che può variare da un individuo all’altro. Potenzialmente ogni oggetto, persona o evento può essere visto come pericoloso e quindi incutere paura. La minaccia può essere rappresentata anche dalla mancanza di un evento atteso o variare da momento a momento per lo stesso individuo.

Tenendo presente questo, Izard ha proposto quattro categorie per classificare le cause della paura:

  •  Persone, processi o eventi del mondo esterno
  • Pulsioni
  • Altre emozioni
  • Processi cognitivi, come l’immaginare, il prevedere etc.

In ciascuna di queste categorie è possibile distinguere paure comunissime, che alcuni ritengono innate nella nostra specie; altre che si sviluppano con l’esperienza sia per apprendimento consapevole che per condizionamento; altre ancora che dipendono dal livello di maturazione e di conoscenza della persona.

Le paure tendenzialmente innate hanno almeno una delle seguenti caratteristiche:

  •  Stimoli fisici molto intensi come, ad esempio, il dolore o il rumore
  • Oggetti,eventi o persone totalmente nuovi, da cui l’individuo non sa cosa aspettarsi né sa come affrontare
  • Situazioni di pericolo che riguardano la sopravvivenza e l’evoluzione per l’intera specie: aad esempio, l’altezza, il buio, la solitudine
  •  Circostanze legate all’interazione con altri esseri animati che mostrano atteggiamenti aggressivi.

 

Le paure apprese includono una grande varietà di stimoli e derivano da esperienze precedenti che si sono rivelate pericolose.

Uno dei meccanismi responsabili è il condizionamento, che può rendere pauroso qualunque stimolo che viene associato per vicinanza spaziale e temporale ad un altro che originariamente era fonte di paura.

La paura ha una faccia caratteristica: bocca semiaperta con gli angoli verso il basso, occhi sbarrati, sopracciglia avvicinate con la parte interna spesso all’ingiù, fronte aggrottata. I muscoli dell’intero viso sono in tensione e l’espressione può restare statica per alcuni secondi.

Questa espressione è facilmente riconoscibile anche in età molto precoci e in culture assai diverse e non alfabetizzate. E’ interessante notare che l’espressione della paura è a sua volta causa di paura, e non solo per il meccanismo denominato “contagio delle emozioni”; di fatto, sembra che una delle funzioni dell’esprimere la paura sia quella di avvertire i membri del gruppo della presenza di un pericolo e nello stesso tempo di chiedere aiuto.

Riguardo alle modificazioni psicofisiologiche c’è un distinguo tra quelle che accompagnano gli stati di terrore o di forte paura e quelle che invece sono concomitanti all’ansia e all’apprensione.

Nei casi di paura acuta e improvvisa, il sistema nervoso periferico si attiva a livello parasimpatico, si ha una diminuzione del battito cardiaco e della tensione muscolare, abbassamento della pressione del sangue e della temperatura corporea, dilatazione della pupilla e abbondante sudorazione. Il risultato è la paralisi, il sudore freddo e l’incapacità a reagire in modo attivo con la fuga o l’attacco.

L’aspetto adattivo di questo quadro, che può essere molto efficace per difendersi da quelle specie di animali che aggrediscono solo esseri in movimento, consiste nel rendersi meno visibili e presentare gli aspetti di fragilità e impotenza che potrebbero bloccare l’aggressività.

Paure meno catastrofiche mettono in attivazione invece il sistema simpatico, per cui la tensione muscolare e il battito cardiaco aumentano, i peli si rizzano, una gran massa di sangue affluisce ai muscoli. In queste condizioni l’individuo è pronto sia all’attacco che alla fuga.

Ci sono delle paure assolutamente realistiche e quindi in parte funzionali: le strategie per affrontarle dipendono strettamente dalle condizioni in cui insorgono. Ce ne sono altre che invece sono delle reazioni emotive sproporzionate agli eventi esterni, di natura essenzialmente psicogena: molto è stato scritto e fatto per insegnare a ridurre, controllare e, se possibile, eliminare queste paure considerate inutili e disturbanti.

Nel campo delle vere e proprie “fobie”, sono state messe a punto numerose tecniche; l’operatore di orientamento comportamentista userà di preferenza metodi basati sul “modellamento” e sulla “familiarizzazione” o “assuefazione”. Questa procedura consiste nella presentazione ripetuta in condizioni controllate dello stimolo o in genere della situazione che incute paura, allo scopo di ridurre per assuefazione l’intensità della reazione fobica. Se si tratta di eventi che possono essere graduati per intensità o per durata, la persona viene indotta progressivamente ad affrontare stimoli di crescente difficoltà mediante particolari tecniche di rilassamento.

La tecnica del “modellamento” si fonda invece sul principio dell’apprendimento per imitazione. Per esempio, l’operatore si metterà nelle situazioni che spaventano la persona e si comporterà davanti a lei in modo da fornirgli dei modelli di condotta adeguati.

Vi sono poi delle tecniche che fanno ricorso a processi ideativi coscienti e volontari come giocare un ruolo (role playing), immaginare situazioni paurose che aiutano la persona a controllare, o almeno a prevedere, le proprie reazioni emotive.

Cosa può fare invece chi, pur non avendo fobie particolari, si trovi a vivere situazioni di paura?

Una buona strategia parte dal considerare le possibili cause. Può di fatto trattarsi di un evento dal significato ignoto, di uno stimolo pericoloso esterno, della perdita di controllo su se stessi. Punto essenziale di partenza per decidere quale la tattica più adeguata è dunque cercare di individuare quale elemento è responsabile della paura, per attaccarlo in modo adeguato.

Quindi in circostanze ignote sarà più consigliabile una prudente attività esplorativa, mentre in circostanze realmente pericolose è meglio allontanarsi dal campo, cercando di osservare e ricordare i particolari della situazione per evitarla in futuro.

Quando invece ciò che si teme è una reazione a dei fatti di rilevanza psicologica, ad esempio di perdere il controllo per la rabbia o di essere sopraffatti dalla tristezza, quando cioè si temono le proprie emozioni, la cosa migliore da fare è accettare queste paure piuttosto che combatterle.

La paura di aver paura infatti viene considerato il nocciolo del problema delle più gravi angosce interne ….. ma questa è tutta un’altra storia ….

 

E se vuoi puoi leggere qui; qui ; qui ; e qui

17:22 Scritto da: gabrella in EMOZIONI | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: paura, emozioni, fobie | OKNOtizie |  Facebook |

lunedì, 06 giugno 2011

la Gioia ....

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E cominciamo con questo post ad inoltrarci un po’ più da vicino lungo il sentiero delle nostre emozioni. Vorrei partire dalla Gioia per dare un’impronta positiva a questo nostro viaggio di scoperta, che ci porterà sì a conoscere o ri-conoscere anfratti e luoghi bui ma che parte comunque con l’entusiasmo che ogni viaggiatore ha nell’intraprendere un nuovo cammino ……

Che cosa è la Gioia?

Come abbiamo visto nei post precedenti, la Gioia è un’emozione fondamentale, eppure è stata, per così dire tristemente trascurata. Uno studio recente dimostra che la ricerca in psicologia ha prodotto un numero diciassette volte più alto di pubblicazioni sulla tristezza, la paura, la rabbia, la gelosia e altre emozioni negative, rispetto alla gioia e alle emozioni positive.

In verità la Gioia appare già nelle sue forme caratteristiche in seguito alla gratificazione dei bisogni essenziali anche nei bambini appena nati, e appare come l’emozione che segue il soddisfacimento di un bisogno o la realizzazione di un desiderio.

Di fatto, la Gioia degli individui più adulti non sembra affatto legata al mangiare, al sesso, al contatto sociale; deve esserci un particolare insieme di circostanze perché si abbia l’emozione genuina della Gioia, diversa dal piacere, dal divertimento, dal benessere e dalla beata rilassatezza.

L’emozione della gioia può insorgere per le cause più diverse: il senso inaspettato di vigore durante un esercizio fisico, un’improvvisa bella notizia, l’incontro con una persona cara che non si vedeva da tempo, un successo o un giudizio positivo che si sente meritato, la cessazione di uno stato doloroso. Dunque caratteristica della gioia sembra essere non solo l’esperienza del piacere, ma anche una certa dose di sorpresa e di attivazione.

Sembra comunque che al primo posto fra tutte le esperienze di gioia pura ci sia l’innamoramento; soprattutto i primi segnali di reciprocità che ci vengono da qualcuno di cui siamo innamorati.

Secondo Carrol Izard, grande studioso delle emozioni, queste sono in particolare le esperienze legate all’amore che provocano la Gioia:

  • Rendere felice qualcuno che si ama
  • Sapere che chi amiamo vuole farci piacere
  • Condividere un’esperienza positiva con la persona amata.

L’aspetto fisiologico dell’emozione di Gioia è costituito essenzialmente dall’attivazione legata alle esperienze positive. Questo vuol dire che le modificazioni fisiologiche che più frequentemente si accompagnano alla Gioia non sono poi così diverse da quelle di altri stati emotivi, ma vengono attribuite in relazione a quelle che sono le circostanze concomitanti.

Si tratta infatti di un’attivazione generale dell’organismo, con accelerazione della frequenza cardiaca, aumento del tono muscolare e del potere di conducibilità della pelle, irregolarità della respirazione. Questi “sintomi” per altro non si discostano molto da quelli che si possono osservare durante un attacco di rabbia; è quindi il quadro complessivo dell’esperienza, il vissuto e le altre reazioni comportamentali che danno in modo non equivoco il segnale che quelle modificazioni fisiologiche sono dovute alla Gioia.

L’esperienza di Gioia è stata definita in sintesi come una somma di attivazione e di piacere.

Di seguito alcune delle descrizioni soggettive più frequenti usate per descrivere il vissuto della Gioia:

  • Maggiore intensità di ogni sensazione corporea positiva
  • Attenzione focalizzata e concentrata
  • Consapevolezza delle proprie capacità
  • Assenza o minor senso di fatica
  • Sentimento di libertà e spontaneità
  •  Integrazioni delle varie parti del Sé
  • Sintonia con le persone circostanti
  •  Un mondo che appare più significativo e colorato.

 

Per quanto riguarda le manifestazioni, ce n’è una inconfondibile e universale: il sorriso.

Esso si produce con un movimento del muscolo dello zigomo che fa sollevare gli angoli della bocca e strizzare gli occhi. Ma nessuno ha imparato a sorridere pensando al movimento del muscolo dello zigomo, infatti il sorriso è un’espressione emotiva innata, la più contagiosa e probabilmente la più frequente.

E’ stato sostenuto che la precocità del sorriso e i suoi effetti seduttivi sulla persona a cui è diretto siano geneticamente programmati per assicurare al neonato un’interazione positiva con la madre, e in genere con le persone da cui esso dipende per la sopravvivenza.

Si dice che la Gioia fa vedere il mondo attraverso delle lenti rosate. Le ricerche sperimentali degli psicologi confermano in pieno questa intuizione popolare, infatti gli effetti di un’emozione di Gioia e di allegria rilevati in modo costante e attendibile sono:

  •  Valutazione positiva di se stessi
  • Valutazione positiva delle proprie azioni passate; la Gioia non è soltanto provocata dai successi ottenuti, ma essa stessa induce a valutare come successi i propri comportamenti passati
  • Maggiore fiducia nelle prospettive future; non c’è da stupirsi che uno stato emotivo positivo induca all’ottimismo
  • Migliore valutazione degli altri; così come gli oggetti sembrano più belli e desiderabili e le azioni più facili, quando si è Gioiosi anche gli altri sembrano migliori sotto tutti gli aspetti , dai più marginali e transitori a quelli fondamentali e stabili.

 

Passando agli effetti della Gioia sul comportamento, quando si è di buonumore le decisioni, qualunque esse siano, si prendono più in fretta del solito. Anche nella soluzione di problemi astratti le persone quando sono allegre danno dei migliori risultati: risolvono prima il problema e in modo più inventivo, adottano delle strategie più semplici, hanno bisogno di meno informazioni, fanno delle associazioni insolite e più numerose.

Anche sul piano del comportamento sociale le modifiche legate alla Gioia sono vistose e costanti. Si tende a vedere di più gli amici e i parenti, a fare conoscenze nuove, ad intraprendere attività che comportano anche notevoli sforzi fisici e mentali, a parlare di argomenti più personali anche con sconosciuti, a offrire più denaro in beneficenza.

Generalmente le persone quando sono allegre sono più inclini del solito a rendersi utili, a prestare soldi, a rispondere ai sondaggi, a lavorare con gli altri. Tuttavia si è visto che le persone di buonumore, che sembrano essere di buon cuore, tendono però ad evitare gli individui depressi e a disinteressarsi delle informazioni negative che le riguardano.

L’evitare le persone deprimenti e noiose potrebbe essere anche una conseguenza delle autovalutazioni positive. Come se uno dicesse: “perché mai una persona bella e simpatica come me deve perdere il suo tempo con una sfigata??”.

Ma come dicevo prima, la gioia ha l’effetto di far vedere gli altri sotto una luce positiva. E poiché gli atteggiamenti e le attese positive generano spesso dei comportamenti positivi, ecco spiegato il circolo virtuoso della gioia e dell’ottimismo, che trova giustificazioni a posteriori nella realtà.

In certi casi non è altro che un illusione, ma che viene realizzata con il concorso inconsapevole di tutti …..

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E ora tocca a voi ….. un piccolo esercizio per avere una visione più chiara di quello che significa per voi la Gioia ….

Prendete un foglio di carta , qualche pennarello e rispondete alle seguenti domande, magari usando colori differenti o,  se avete estro o voglia, invece delle parole usate segni o disegni …

  • Oggi come oggi, cosa è che potrebbe renderti più gioiosa?
  • Quello che potrebbe renderti più gioiosa è probabile o realizzabile?
  • Quali sono stati i momenti più gioiosi della vostra vita?
  • Quali sono stati i momenti di gioia che pensate di aver rovinato?
  • Quello che potrebbe darvi gioia dipende da voi?

 

Poi …. musica indiavolata e lasciate che il vostro corpo si esprima …….

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