lunedì, 06 settembre 2010

La favola della casa blu .....

Ho già scritto in altre parti (http://ri-trovarsi.myblog.it/archive/2008/09/29/il-counse... ; http://ri-trovarsi.myblog.it/archive/2009/11/03/arteterap... ; http://ri-trovarsi.myblog.it/archive/2009/05/22/il-raccon...) come l'arte sia un mezzo eccezionale per parlare di noi stessi offrendoci quel vocabolario emozionale che spesso non troviamo con le parole e come un'opera d'arte possa diventare un contenitore emotivo su cui proiettare parti di noi stessi...........

Di seguito un esempio di come l'immagine di un quadro possa stimolare il racconto di una favola....

 

marc_chagall_046_la_casa_blu_1917.jpg

Marc Chagall - La casa blu - (1917)

 

per leggere l'articolo intero vai a: http://counseling-espressivo.blogspot.com/2012/02/la-favo...

18:40 Scritto da: gabrella in Arteterapia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: arteterapia | OKNOtizie |  Facebook |

giovedì, 01 luglio 2010

Esercizio per diventare una “rosa” …

rosa.jpg

Attraverso la poesia (vedi qui) si possono creare immagini di sé molto suggestive. Immagini che illuminano una parte di noi, quella creativa, magari tenuta sopita per troppo tempo o poco utilizzata.

Vorrei oggi proporvi un "gioco" con le parole, che come un pennello intinto nel colore tratteggeranno il nostro sentirci simile a ......

La poetessa Emily Dickinson scrisse una poesia intitolata semplicemente "Rosa" dove nei versi utilizza alcuni accorgimenti che potremmo prendere a prestito per il nostro gioco:


Rosa ...

Un sépalo e un petalo e una spina

In un comune mattino d'estate,

un fiasco di rugiada, un'ape o due,

una brezza,

un frullo in mezzo agli alberi.

E io sono una rosa!


Il sépalo del primo verso è la parte della rosa in cui ci sono le foglioline che formano il calice del fiore.

Come potete vedere ci sono sei versi. Questi sei versi però rimandano a immagini precise:


Primo verso => parti di cui è costituita la rosa

Secondo verso => momento in cui viene osservata

Terzo verso => elementi diversi vicini e nei dintorni della rosa

Quarto verso => elementi vicini alla rosa

Quinto verso => elementi vicini alla rosa in cui è coinvolto l'udito

Sesto verso => identificazione con la rosa


Se proviamo a seguire le "istruzioni" che ci dà Emily potremmo comporre anche noi una poesia identificandoci con ciò che vorremmo essere o che sentiamo in questo momento o ancora che ci piace e ci procura felicità ... il vento ... il mare ... un colore .... una nuvola ....

Procediamo così:

  • Pensa a quale elemento della natura, oggetto, animale potresti assomigliare e descrivine le caratteristiche
  • Fissalo in un momento della giornata
  • Descrivi ciò che sta attorno alla cosa che descrivi, se ad esempio parli di acqua ci saranno pesci o la battigia o i gabbiani o un rubinetto ....
  • Infine dichiara cosa sei diventato ...... e ascoltati ...

 

Ecco la mia "Acqua" ....


Acqua

Un po' d'azzurro pennellato, trasparenze

in un mattino al sorgere del sole

Una calma distesa che brilla,

un tremolio leggero,

un pesce guizza, la sua pinna si specchia, luccica.

E io sono l'acqua!


 

mercoledì, 26 maggio 2010

"C’era una volta ….." la fiaba come strumento per ri-trovarsi …

c era una volta 2.jpg

Inventare una fiaba personale è uno dei modi più piacevoli che abbiamo per parlare di noi e dei nostri problemi, attraverso il filtro della magia e della fantasia. Scrivere le fiabe ci aiuta a lasciarci alle spalle l'atteggiamento esclusivamente mentale con cui, di solito, affrontiamo le vicende dolorose della vita attivando un processo di auto guarigione proprio perché ci aiuta ad uscire dallo schema fisso nel quale tendiamo a rinchiuderci quando guardiamo ai nostri problemi.

Dopo aver inventato una fiaba, possiamo rileggerla e riflettere su cosa suscita in noi il racconto e sulle intuizioni che si sviluppano nella mente: scopriamo, così, nuove possibilità perché i racconti fantastici comunicano direttamente con l'inconscio personale e ci permettono di superare le difese cognitive costruite dal nostro universo mentale.

Scrivere delle fiabe attiva in noi la ricerca di nuove energie, le risveglia e le mette in movimento aiutandoci ad affrontare il viaggio verso una piena coscienza del nostro Sé: ogni vita è un racconto e, proprio grazie alla narrazione fiabesca, riusciamo a cogliere anche la nostra esistenza come un percorso, a giungere ad una visione chiara del contesto in cui si è svolta, di come si siano formati i nodi e di come si possono sciogliere.

Le fiabe, quando le inventiamo noi, hanno molto da dirci su noi stese, su come siamo e su come potremmo essere: sono curative, anche perché mettono in scena passaggi obbligati: iniziano, spesso, con una situazione problematica, mostrano come vada affrontata e come possiamo superare le difficoltà per giungere ad una soluzione salvifica.

Per secoli le fiabe sono state uno dei principali strumenti di trasmissione culturale di tutti i popoli, raccontavano i tempi e le gesta delle loro origini ed era difficile distinguere tra mito, fiaba e leggenda. Poi complice la nostra cultura illuminista-razionalista, abbiamo guardato sempre meno alle immagini delle fiabe, smarrendone il valore.

Fortunatamente, in anni recenti anche in Occidente stiamo assistendo ad un aumento dell'interesse per il sacro e il simbolico, che nasce da una sempre più diffusa sofferenza esistenziale e dal bisogno di entrare nuovamente in ascolto del linguaggio dell'anima del mondo, che si è espressa nel corso dei secoli, proprio con le immagini delle fiabe.

I racconti che da bambine ci hanno affascinato esprimono sempre, simbolicamente, qualcosa su di noi, sui nostri desideri e sulle nostre paure più profonde: da un lato mostrano personaggi con i quali desideriamo identificarci, le persone che vorremmo essere, le storie che vorremmo vivere; dall'altro, essendo anche storie stra-ordinarie, in cui si verificano situazioni che sembrano impossibili, ci suggeriscono che è sempre possibile trovare una soluzione creativa ai nostri problemi.

Le fiabe, infatti, raccontano sempre un processo evolutivo che racchiude in sé la speranza e la possibilità di superare le difficoltà ed è per questo che, nell'ascolto e nella creazione, noi sperimentiamo e liberiamo questa speranza.

Le fiabe nascono da una saggezza millenaria che può aiutarci a sviluppare i talenti che giacciono nascosti dentro di noi e dare accesso a risorse interiori impensabili che ci permettono di operare cambiamenti, a volte anche molto radicali, nella nostra vita.

Le fiabe siamo tutti noi, nel senso che mettono in scena gli aspetti essenziali e profondi del nostro intimo, attraverso la presentazione di alcune funzioni psicologiche, proprie della mente umana: il re o la regina, l'eroe, la principessa, la fata.

Il Re, guardiano del reame, regna affinchè il suo regno possa crescere in pace e prosperità; rappresenta la funzione del giudizio sulla vita, ci avverte quando è necessario un cambiamento. Questo avvertimento è trasmesso dal Re all'Eroe o alla Principessa che rappresentano la funzione attiva dell'Io, affinchè realizzino il mutamento. La richiesta è sempre accolta, ma ci rendiamo conto di come non sia possibile intraprendere nulla se non cercandolo con il cuore; è proprio nel cuore dell'Eroe o della Principessa che la Fata interviene per portare soccorso, dando il suo aiuto magico.

La Fata esprime infatti le infinite possibilità di aiuto che la vita ci può offrire: il cambiamento può essere aiutato anche dalle ispirazioni che sorgono improvvise nella nostra mente-cuore e che ci possono dare la visione della soluzione. La risoluzione di un problema esistenziale, di solito, arriva proprio grazie ad un avvenimento apparentemente insignificante, ma in realtà magico; occorre, però, saper accogliere queste "coincidenze" che conducono alla soluzione.

Le fiabe si snodano sempre seguendo l'imprevedibile sequenza delle fasi di un viaggio magico; i corpi e gli oggetti diventano figure animate, le qualità personali diventano azioni, i rapporti tra i singoli esseri diventano oggetti o doni tangibili: ciò che nella realtà si trova in un rapporto interno-esterno o in una sequenza spazio-temporale, è posto qui su un unico piano, quello magico. Sono, infatti, storie che ci parlano per mezzo di simboli e di immagini che non siamo in grado di capire immediatamente, perché sono ricche di significati complessi e pieni di emozioni; d'altronde è proprio per questa ragione che ci toccano profondamente sul piano emotivo, entrando in comunicazione con la nostra fantasia e mettendo in movimento le nostre immagini interne: creando dentro di noi un ponte tra inconscio e conscio.

L'immagine della fiaba che raccontiamo è un'immagine nostra, ma al tempo stesso, appartiene anche ad un mondo lontano e, per questo, crea quella giusta distanza emotiva che ci permette di affrontare il problema che c'è apparso, chiaramente, proprio grazie a quel racconto.

Nelle fiabe lette o inventate, c'è sempre, anche, un ambiente ostile e minaccioso, che rappresenta quella parte della nostra mente dove vive il dolore; lì troviamo giganti, mostri, draghi, presenze ambigue, cariche di ferocia e nemiche dell'uomo, ma al tempo stesso dotate di saggezza profonda, custodi di antichi segreti e luoghi inaccessibili, padroni di meravigliosi tesori. L'oro, le gemme, i palazzi o i giardini colmi di delizie si trovano di là da caverne e ponti, in anfratti sotterranei e in acque cupe da attraversare; per passare oltre, c'è sempre un drago o un mostro da vincere o ammansire.

Ciascuno di noi ha il suo mostro da uccidere: la vittoria su se stessi è un momento centrale del processo di individuazione. Questa battaglia per la conquista del tesoro, che sta nel fondo di noi stessi, è un'iniziazione che termina con la vittoria sul mostro. Se si fugge alla vista del drago non si può accedere al tesoro e se si nega il dolore che è in noi, non si giunge al sentimento di realtà e alla ricchezza creativa.

La saggezza sta proprio nello sperimentare e vivere questa parte oscura riuscendo ad integrarle in noi come qualcosa che ha diritto di esistere e che può essere governata in modo creativo.

Quando proviamo ad inventare una fiaba, rispecchiamo nella trama e nel linguaggio, quello che sta accadendo , in quel preciso momento, sul piano psichico ed emotivo, dentro di noi.

Possiamo inventare le fiabe anche come presentazione di noi stessi o come un modo per parlare di un'emozione che ci sommerge, come la rabbia, o di una difficoltà emotiva inesprimibile altrimenti.

Ogni Principessa o Eroe che incontriamo o inventiamo funziona da modello, c'incoraggia ad andare avanti, indicandoci la strada da percorrere e trasmettendoci la speranza che i nostri problemi siano risolvibili, che esista sempre un possibile mutamento creativo nella nostra vita.

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Per saperne di più:

B.Bettelheim, Il mondo Incantato, Ed.Universale Economica Feltrinelli

V.Kast, Le fiabe che curano, Ed.RED

M.L.Von Franz, Le fiabe interpretate, Ed.Boringhieri

 

mercoledì, 17 marzo 2010

Qualche indicazione per disegnare da dentro ….

EVERYONE IS AN ARTIST.jpg

 

"... L'arte è il terreno d'incontro del mondo

di dentro e del modo di fuori ...."

Elinor Ulman

 

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sabato, 06 febbraio 2010

L'autobiografia:raccontarsi come cura di Sè

abbraccio scrittura.jpg

 

fogli bianchi sono la dismisura dell’anima

e io su questo sapore agrodolce

vorrò un giorno morire,

perché il foglio bianco è violento.

Violento come una bandiera,

una voragine di fuoco,

e così io mi compongo

lettera su lettera all’infinito

affinchè uno mi legga

ma nessuno impari nulla

perché la vita è sorso,

e sorso di vita i fogli bianchi

dismisura dell’anima

Alda Merini

 

 

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mercoledì, 18 novembre 2009

Il corpo delle Emozioni.....

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venerdì, 23 ottobre 2009

Il corpo delle meraviglie....

 

corpo delle meraviglie.jpg

 

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giovedì, 17 settembre 2009

Il MANDALA: in cerca del proprio centro...

 

MANDALA COPERTINA.jpg

 

“I Mandala sono magici specchi del momento presente del nostro cammino, donano forma e colore alla nostra maestosa danza interiore, infinita come l’eternità, che oscilla più vicina e più lontana dal margine del cerchio, muovendosi in dentro e in fuori e passando leggera sulla nostra anima, chiedendo solo apertura e spazio per vedere la luce che rifulge, la ruota che gira di nuovo........”

Maureen Ritchie

Il mio incontro con il Mandala è stato un colpo di fulmine: un guardarsi reciproco ed un innamoramento istantaneo. Sono rimasta incantata e imprigionata dai colori e dalle forme dei vari disegni che in una successione armonica di vuoti e pieni racchiudono il centro della figura. Quel centro o “bindu” che rappresenta il passaggio che schiude la porta verso la parte più intima di noi stessi dalla quale spesso ci allontaniamo proiettandoci troppo all’esterno, dimenticando di “ascoltarci”. E’ iniziata così la mia storia con il Mandala, un percorso fatto di studio, di disegni, di riflessione che durante gli anni mi ha portata a srotolare, sciogliere riannodare, il filo della mia esistenza fatta di contraddizioni, luce, ombra, vuoti, pieni, esaltazione e sofferenza, seguendo il ciclico fluire delle stagioni e il ritmo di contrazione ed espansione del mio respiro. Una strada molto spesso in salita, altre volte in rovinosa discesa verso luoghi bui senza apparenti vie di uscita, ma il Mandala è stato come il gomitolo nel Labirinto di Cnosso: ogni disegno rappresentava un piccolo passo verso il mio “centro”, una maniera per ricontattare quell’energia, dispersa in tante battaglie inutili perchè non consapevoli, che mi è servita per pulire dai detriti e portare alla luce le risorse, di cui ogni essere umano è fornito, per affrontare finalmente in faccia “il terribile”, stare a mollo nel dolore, entrarci, sapendo che è la sola via per lasciarlo alle spalle. Compiere fino in fondo il processo di liberazione che consiste appunto nell’evocare, sperimentare, com-prendere, cioè “prendere con sè” per poi reintegrare e unificare. Un viaggio dunque che partendo dal centro ritorna al centro perchè è da lì che irradiano i fantasmi e i mostri della nostra coscienza ed è soltanto dalla loro fonte che possono essere riassorbiti, ed è dal centro che sboccia un nuovo inizio: il fiore del Sè, inteso come ESSERE al mondo, gioia di vivere, fiducia in sè, divenendo quello che si è. Da qui la voglia di far conoscere agli altri il grande potere autorigenerativo del Mandala e quindi la conseguente organizzazione di laboratori rivolti a chi volesse prendersi cura di sè entro lo spazio sacro del proprio cerchio.

 

Un po’ di storia........

Dire cosa sia un Mandala è apparentemente semplice se partiamo dal significato della parola sanscrita Mandala che significa centro, cerchio, ma che cosa implichi questa definizione è molto più complesso da spiegare perché si tratta di entrare nel mondo dei simboli.

Una parola o una immagine sono simboli in quanto implicano qualcosa che sta al di là del loro significato ovvio e immediato: possiedono, cioè, un aspetto più ampio, inconscio che non può essere definito con precisione o compiutamente spiegato. La parola “simbolo” deriva dal greco simbolon => segno di riconoscimento (e dal verbo symbàllein => congiungere). Nell’Antica Grecia quando due amici si separavano spezzavano una moneta, una tavoletta di terracotta o un anello. Quando uno dei due faceva ritorno, doveva mostrare la sua metà, e se questa combaciava con quella rimasta, chi la portava con sé veniva riconosciuto come quell’amico, o comunque come un amico, e aveva diritto all’ospitalità. Da tutto questo si evince che il “simbolo” è qualcosa di composto; è un segno visibile di una realtà invisibile. In esso dobbiamo sempre considerare due piani diversi: in qualcosa di esteriore può manifestarsi qualcosa di interiore. Ci rivolgiamo quindi al simbolo ogni volta che avvertiamo la necessità di esprimere ciò che il pensiero non può semplicemente ed esaurientemente pensare in modo cognitivo. Il simbolo e ciò che esso rappresenta hanno quindi un legame intimo, non possono essere separati l’uno dall’altro: in questo consiste la differenza rispetto al segno. I segni sono convenzioni stabilite attraverso le definizioni: non hanno alcuna eccedenza di significato. Con il segno non si rappresenta nulla di nascosto, esso ha una semplice funzione sostitutiva e indica sempre qualcosa.

Tornando al Mandala, esso si riferisce ad una immagine simbolica composta dall’associazione di diverse figure geometriche , le più usate delle quali sono il punto (o bindu da cui tutto ha inizio)– il quadrato (che indica l’armonia da raggiungere nel mondo materiale) – il cerchio (simbolo di perfezione spirituale) oltre ad una serie di personaggi, simboli emotivi rappresentata dal cerchio ,oltre queste due figure troviamo una schiera di personaggi, simboli e motivi ornamentali, che rappresentano le relazioni intercorrenti tra i diversi piani di realtà. Il Mandala è un archetipo che nasce dall’anima umana ed esiste da sempre, compare infatti in ogni cultura in diversi tempi ed il suo uso è sempre rituale e sacro.

Da dove nasce il Mandala? Non vi è al mondo un altro disegno simbolico così universale come il Mandala;il simbolo del cerchio appartiene ai primordi della storia umana, esiste da sempre, compare in tempi diversi ed in ogni cultura. I graffiti preistorici trovati in Europa, Africa e America presentano il motivo del cerchio e della spirale (il più antico Mandala sin qui conosciuto è una ruota solare paleolitica scoperta nell’Africa del Sud), i primi scarabocchi dei bambini di tutte le culture hanno forma circolare e questo parallelismo, se ci pensiamo, è affascinante: ognuno ripercorre la strada verso la coscienza e ciò che fu conquistato a fatica da individui adulti migliaia di anni fa, oggi è ripetuto da bambini che ricapitolano rapidamente lo sviluppo storico dell’umanità verso il loro viaggio verso la maturità. Oltre ad essere disegnati i Mandala vengono anche “vissuti”: in India esiste una danza del mandala, tra gli indiani Navaho la persona da curare viene collocata al centro del cerchio disegnato sul terreno, mentre in Occidente l’idea del centro e del cerchio protettivo si ritrova in numerose danze popolari oltre che nel girotondo dei bambini.

Come mai il cerchio è un simbolo così carico di significato? Se partiamo dalla nostra storia biologica noi deriviamo da un piccolo uovo rotondo appeso nell’utero materno. L’utero poi ci avvolge come uno spazio sferico, al momento della nascita una serie di fasci muscolari circolari ci sospingono attraverso la forma tubolare del canale uterino e usciamo nel mondo attraverso una apertura circolare. Una volta nati ci troviamo su un pianeta di forma sferica che percorre un orbita circolare attorno al sole anch’esso un cerchio come la luna, le stelle e ogni altro pianeta facente parte dell’universo. Vediamo così come la forma circolare faccia parte del nostro DNA, sia inscritta nel nostro corpo che oltrettutto è composto di atomi anch’essi circolari. E’ possibile, quindi, che la memoria genetica del corpo, le riunioni in cerchio attorno al fuoco e l’esempio evidente del sole e della luna abbiano fornito ai nostri progenitori l’idea della forma circolare come simbolo della coscienza, della vita, e della morte e rinascita. Sviluppatosi probabilmente da questa idea originaria, il cerchio entrò a far parte dei miti della creazione di molte culture, infatti si ritrovano miti creazionistici fondati sull’idea del cerchio in Europa, in Africa, in India, nei nativi Americani, in Oriente. Dai miti della creazione alla considerazione del cerchio come contenitore o evocatore di esperienza sacre il passo è breve; molti riti religiosi, infatti, iniziano tracciando un cerchio sacro, vi sono poi alcune cerimonie che ricorrono al movimento circolare per indurre uno stato di estasi (ad esempio la danza dei dervisci). Lo spazio all’interno del cerchio rituale diventa uno spazio sacro e il solo gesto di disegnare il cerchio è un’azione sacra, infatti è considerato l’atto, che mette, chi lo fa, in comunicazione con le divine armonie dell’universo.

Nel buddismo è considerato un prezioso strumento di meditazione che consente tramite esercitazioni di livello sempre più alto l’elevazione spirituale di chi lo pratica. Nella tradizione tibetana, un Mandala è composto dai 5 elementi che compongono il nostro universo:

la terra, giallo – fermezza, solidità, fiducia, accoglienza: dà la vita

l’acqua, bianco – fluidità, flessibilità, coesione: armonizza la vita

il fuoco, rosso – sole, calore,vitalità: matura la vita

l’aria, il verde – respiro della terra, scambio, comunicazione: un solo soffio fa vibrare l’universo intero. Anima la vita.

lo spazio, blu – l’infinito, la libertà. Il seme può aprirsi, il fiore schiudersi, l’albero crescere e l’uomo maturare. Accoglie la vita.


Lo squilibrio di uno solo di questi elementi incide sull’equilibrio dell’universo intero.

Sempre secondo la tradizione buddhista tibetana, il Mandala viene disegnato per terra su una superficie consacrata con riti appropriati; per tracciare le linee e disegnare le figure si adopera, di solito, la polvere di diversi colori la cui scelta è determinata dal singolo settore su cui le figure saranno tracciate.

I Mandala hanno forme e colori diversi, secondo il rituale o il tipo di meditazione, la loro raffigurazione ha comunque alcune costanti come l’orientamento che ha come partenza l’est per poi proseguire verso destra con il nord, ovest, sud. Alle porte dei quattro punti cardinali corrispondono i quattro elementi: est =>acqua, nord=> aria, sud=> terra, ovest=> fuoco, il centro è lo spazio. Gli stessi elementi, sotto forma di cerchi concentrici circondano e proteggono un giardino circolare all’interno del quale è inscritto un perimetro quadrato di mura con quattro porte che segnano i quattro punti cardinali. Le porte sono presidiate da divinità in atteggiamento irato, pronte a scoraggiare i non iniziati dal penetrare all’interno.

La simbologia che si nasconde dietro questa visione è semplice da decifrare: l’ingresso nello spazio sacro corrisponde alla discesa nel profondo di noi stessi e le feroci divinità che custodiscono le porte rappresentano gli aspetti del sè che stanno oltre la soglia del conscio, spesso raffiguranti risvolti oscuri e inquietanti della nostra natura fino a quel momento rimossi o ignorati, che bisogna affrontare prima di potersi avvicinare al centro.

All’interno delle mura un altro quadrato è diviso da due diagonali in quattro triangoli, al centro di questo e dell’intero Mandala può essere raffigurata la montagna sacra, il monte Sumeru, l’axis mundi su cui poggia il cielo e che affonda le basi nel sottosuolo misterioso, o il Buddha in una delle sue manifestazioni.

Disegnare un Mandala non è una cosa semplice, è un rito: un errore, una svista o una dimenticanza rendono l’opera inefficace essendo ogni manchevolezza segno di disattenzione e quindi di poca concentrazione e raccoglimento del praticante. Attraverso, poi, la contemplazione del Mandala e l’interiorizzazione del suo disegno, il discepolo può ottenere uno stato mentale libero dagli ostacoli della vita concreta e pieno di compassione e saggezza. Infine, il discepolo viene invitato ad “entrare” nel Mandala: immaginarsi piccolo, piccolo, percorrere le strade disegnate e superare gli stati di meditazione previsti per entrare nel tempio, dove riceverà gli insegnamenti della divinità che rappresentano i vari aspetti del Buddha. In Tibet, per insegnare ai bambini ad utilizzare i Mandala, li fanno percorrere con delle pedine come se fosse una sorta di gioco dell’oca: seguendo un percorso determinato dal caso (dal lancio di un dado, per esempio), imparano il significato dei diversi luoghi e la tempo stesso ripercorrono nel microcosmo il macrocosmo.

Il rituale in genere si conclude con la distruzione del Mandala a significare l’impermanenza della realtà terrena. Il rito crea il mondo ma ne mostra anche il lato effimero e fluente. Le sabbie vengono poi raccolte in un urna e in parte distribuite, poi tra canti e preghiere l’urna viene versata nel corso d’acqua più vicino o nel mare in modo che le acque possano portare la benedizione agli oceani e quindi a tutto il mondo.

Se ampliamo lo sguardo, vediamo che l’uso del Mandala come ausilio visivo per ottenere stati mentali desiderabili non è sola prerogativa del mondo orientale ma è testimoniato anche in Europa. La struttura dei Rosoni delle chiese gotiche rappresenta un Mandala cioè l’espressione dell’aspirazione umana verso la totalità, la continuità e l’ordine. Scene del Giudizio Universale, Santi, virtù, apostoli, profeti dell’antico testamento con al centro il punto di maggior luminosità nel quale solitamente è rappresentato il Cristo. Nello stesso modo in cui i Mandala orientali rappresentano i 4 cancelli rivolti verso i punti cardinali, che permettono l’entrata nel tempio, nei rosoni vediamo le immagini dei santi che agiscono come intermediari per giungere a Cristo.

Un altro simbolo fondamentale dell’umanità è il labirinto che troviamo molto spesso disegnato sul pavimento all’entrata delle chiese medioevali. Questo Mandala rappresenta il pellegrinaggio alla città santa di Gerusalemme. I visitatori pregano per ottenere il perdono o chiedere indulgenze mentre procedono in ginocchio verso il centro del labirinto: la nuova Gerusalemme. Nel labirinto, oltre che alla forma circolare, troviamo l’identità concettuale con il Mandala: percorrere un tragitto, anche solo visivo, che trasforma e induce in uno stato di rilassamento e concentrazione, seguendo un percorso che porterà sano e salvo, chi lo pratica, al centro e dal centro all’esterno.

L’immagine organizzata attorno ad un punto centrale, abbiamo visto come sia una struttura profondamente radicata nell’inconscio dell’uomo: la figura del Mandala rappresenta il movimento costante tra esterno ed interno, fra il polo dell’espansione, dell’esplorazione e quello del ritorno a se stessi, dell’integrazione. A livello simbolico esso è la forza centrifuga che spinge il bambino alla sperimentazione del mondo esterno ed è la forza centripeta che riporta l’adulto all’introspezione del mondo interno. Il Mandala conduce all’autocoscienza, al proprio centro.

I Mandala hanno quindi una tradizione antichissima e nel secolo scorso anche un grande studioso della psicologia occidentale ne ha fatto uno strumento di studio della personalità. Si parla dello psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung che sull’argomento ha scritto 4 saggi dopo averli studiati, praticati e fatti disegnare ai propri pazienti per più di venti anni.

Secondo Jung durante i periodi di tensione psichica figure mandaliche possono apparire spontaneamente nei sogni per portare o indicare la possibilità di un ordine interiore come una sorta di tentativo di autoguarigione in situazioni di disorientamento. Egli inoltre ebbe modo di constatare l’insorgere spontaneo di raffigurazioni mandaliche in persone soggette a stati di dissociazione psichica, quali per esempio bambini, di età compresa fra gli otto e gli undici anni, i cui genitori fossero in crisi o in adulti che, in seguito all’insorgere di una nevrosi, si fossero confrontati con il problema degli opposti della natura umana e ne fossero rimasti disorientati. O ancora negli schizofrenici, la cui visione del mondo si fosse alterata e confusa per l’irruzione di contenuti inconsci incomprensibili. In tutti questi casi Jung notò come l’ordine imposto da una immagine circolare compensasse il disordine e la confusione dello stato psichico, attraverso la costruzione di un punto centrale al quale fosse correlata.

Il Mandala, dunque, per Jung “rappresenta uno schema ordinatore che in una certa misura si sovraimpone al caos psichico, così che l’insieme che si sta componendo viene tenuto insieme per mezzo del cerchio che aiuta e protegge….”.

Jung disegna il suo primo Mandala spontaneo a 41 anni, durante un intenso processo interiore di ricerca del Sè,usando la forma più semplice (un cerchio col centro) ; ogni mattina studia la simmetria o meno del suo disegno, indicatore del suo equilibrio psichico: quando è in preda ad emozioni il cerchio risulta alterato, se è in armonia con se stesso è armonioso. Jung giunse così a definire il Mandala spontaneo come espressione della condizione individuale della psiche umana così come essa è nella situazione attuale (psicogramma), allo stesso tempo esso è la manifestazione dell’energia superiore che muove ogni dinamica della vita (cosmogramma).

Nell’ottica junghiana, inoltre, il Mandala rappresenta l’espressione inconscia del Sè, il centro della totalità della personalità ipotizzando, altresì, che simboleggiasse la necessità per ogni essere umano di vivere pienamente il proprio potenziale e di realizzare integralmente la propria personalità. La crescita verso la globalità è un processo naturale che rivela tutta la sua specificità e individualità, motivo per cui Jung chiamò questo processo “individuazione”. Il risultato dell’individuazione è l’armoniosa unità della personalità in cui il Sè funge da elemento centrale unificante: “... è l’idea di un centro della personalità, di una sorta di punto centrale all’interno dell’anima, al quale tutto sia correlato, dal quale tutto sia ordinato e il quale sia al tempo stesso fonte di energia. L’energia del punto centrale si manifesta i un impulso a divenire ciò che si è: così come organismo è costretto , quali che siano le circostanze, ad assumere la forma caratteristica della propria natura....”. Simbolicamente esso costituisce il punto focale al quale tutto si collega e attraverso il quale tutto si organizza: la fonte stessa dell’energia dell’individuo. Il Mandala si rivela dunque un metodo di centratura che va a toccare le profondità del nostro essere e ricentrarsi significa recuperare l’energia per gestire al meglio le proprie risorse.

L’uso del Mandala in Arteterapia può essere utile come forma di autorappresentazione in quanto può raccogliere in sè aspetti e momenti significativi del nostro mondo interiore. Questa tecnica può essere utile in momenti di transizione e di cambiamento come mezzo per esprimere in forma simbolica i nostri conflitti, per riconoscerli e superarli. Il Mandala inoltre fornisce di per sè una struttura rassicurante che ci permette di esprimerci liberamente entro una linea protettrice e contenitiva, creando il nostro spazio sacro. In questi termini il Mandala designa al tempo stesso il centro, ciò che noi siamo interiormente, e la circonferenza, come ci poniamo verso l’esterno, inoltre delimitando lo spazio insegna a gestire i confini, ad accettare quelli fondamentali, ma anche a strutturare liberamente lo spazio che li separa. Possiamo così dire che l’uso del mandala può guidarci nella ricerca del nostro “centro” dal quale spesso ci allontaniamo proiettandoci troppo all’esterno, dimenticando di ascoltarci.

Disegnare Mandala può rivelarsi uno strumento di centratura per ricavare chiarezza dalla confusione in un percorso che porta alla scoperta e al rafforzamento delle proprie risorse interiori, delle proprie abilità e del proprio talento. Chi è certo del proprio centro interiore tende spesso a colorare un mandala partendo dal centro di esso, arrischiandosi liberamente nel mondo circostante. Al contrario coloro che hanno scarsa fiducia di base e sono alla ricerca di se stessi e della propria strada, tendono a colorare partendo dall’esterno verso l’interno.

Allo stesso modo persone introverse tendono a colorare il Mandala dall’interno per poi dirigersi verso l’esterno, persone estroverse oppure coloro che tendono a disperdersi in mille direzioni, iniziano spesso a colorare partendo dall’esterno per dirigersi poi verso l’interno con l’obiettivo di ritornare al centro, all’essenziale.

La colorazione del Mandala permette anche di capire quale è il rapporto che il cliente ha con i propri limiti, se ci rientri volontariamente o di malavoglia, se tende a superarli, se si concede di fare errori oppure non se lo perdoni. Attraverso l’utilizzo dei Mandala, la psiche “apprende” a uscire dalle regole rigide in cui è rinchiusa perché si può colorare liberamente, intuitivamente e senza regole. E’ di grande importanza il fatto che chiunque, sarà capace di colorarli, sin dall’inizio.

Il Mandala, inoltre, produce effetti rilassanti, riduce l’ansia, rinforza la concentrazione, la memoria e la pazienza. Molto spesso i problemi esistenziali derivano dall’incapacità di accettare le leggi cosmiche che regolano la nostra esistenza: accettare un lutto, lasciare andare un figlio per la sua strada, accettare la diversità e i cambiamenti, diventare vecchi; che lo vogliamo o no, esse determinano la nostra vita e più resistiamo, più soffriamo nel tentativo di mutare queste leggi. Realizzando un Mandala andiamo verso l’accettazione; impariamo ad osservarci con amore, senza giudizio cercando di capire quanto emerge da noi stessi e prendere una direzione attraverso il messaggio che viene dall’anima. Realizzare un Mandala a conclusione di una esperienza o di un momento significativo, vuol dire esprimere ad un altro livello emozioni, sentimenti e pensieri. Con la pratica, poi, si può constatare che il nostro modo di guardare e vivere la vita cambia, da una modalità lineare (esclusiva, frontale, opponente, duale) ad una circolare (inclusiva, cooperativa, accogliente). Il Mandala, infine, può diventare una specie di specchio in cui leggere aspetti riposti di noi stessi. Con pazienza, costanza e tempo le linee si trasformano in fili di energia con cui tessere un telaio interiore, un arazzo che ricomponga le fratture della psiche e la inserisca in un più ampio contesto universale.


Bibliografia:

Teoria e pratica del Mandala G.Tucci ed. Astrolabio

Mandala linguaggio del profondo M.Albanese G.Cella ed. Xenia

I Mandala S.Fincher ed.Astrolabio

MANDALA A. Monroy Meltemi

Terapia con i Mandala R.Dahlke Ed. Tea

Immagini e parole C.G. Jung Ed.Magi

 

martedì, 15 settembre 2009

La Geometria come strumento di esplorazione nel "qui e ora"

Prendendo spunto da una domanda fattami durante la lezione di domenica sul Mandala, vorrei postare un esercizio propedeutico alla esecuzione del proprio Mandala personale che si può rivelare estremamente utile anche per sperimentare come il disegno e il contatto con alcune figure geometriche possa connettersi con il nostro sentire nel "qui e ora".

E’ un lavoro che utilizzo nelle mie sedute per far provare al cliente che ho davanti le diverse sensazioni/emozioni che possono scaturire focalizzando l’attenzione sullo spazio, il corpo e il movimento.

 

Sedetevi, tenendo a portata di mano un foglio da disegno e dei pastelli colorati.

Chiudi gli occhi e inizia a respirare… sentendo l’aria che entra percorre il tuo corpo e poi esce….. osserva il tuo respiro e senti che ad ogni respiro diventi più rilassata… a questo punto lascia che i tuoi pensieri scivolino via come l’acqua, quando piove, dai tetti delle case e rimani in uno stato di piacevole distensione mentale e fisica….

cerchio.JPG

Ora continua a respirare secondo il tuo ritmo e prova a visualizzare un cerchio in espansione dal centro del tuo petto…. Esso cresce ad ogni tuo respiro fino a che ti senti perfettamente contenuta al suo interno….. mentre continui a respirare osserva le tue sensazioni, cercando di percepire come è la natura di questo spazio che ti contorna….. E’ presente qualche colore?.... è uno spazio denso, oppure è sottile?.... è confortevole? … che cosa ti ricorda?…. È fermo, oppure senti qualche rotazione, o qualsiasi altro movimento? ….. se hai la sensazione che lo spazio circolare sia in movimento, assecondalo per vedere dove ti porta……..

QUADRATO 1.jpg

Quando senti di aver esplorato il cerchio a sufficienza, passiamo al quadrato…. continuando a respirare immagina un quadrato, il cui lato inferiore poggia a terra coincidendo con i tuoi piedi, mentre quello superiore coincide con la linea orizzontale delle tue spalle…. solo il collo e la testa non sono contenuti in questo quadrato …. Quali sensazioni ti evoca questa forma geometrica?... cosa senti assumendola in te stessa? … che colore vi associ? ….. resta un po’ con questa figura ….

 

triangolo vertice in basso 1.jpg

Quando pensi che sia sufficiente esci dal quadrato come se ti togliessi un abito e rivolgi la tua attenzione al triangolo discendente….. non ti dimenticare di continuare a respirare…. Immagina che esso nasca con la base dal tuo 2° chakra …. poi lascialo cadere verso il basso…. fino ad estendersi nella terra sotto i tuoi piedi… che sensazione provi nel fluire in basso? …. Sei pronta a mollare la presa, scorrendo come un fresco torrente che corre giù dalle montagne, senza sapere la propria destinazione?.... ascoltati….. e respira……

triangolo.gif

Ora quando sei pronta visualizza il triangolo ascendente con l’apice verso l’alto che scaturisce dal tuo plesso solare e si proietta nello spazio superiore fino alla tua fronte… lascia che la tua consapevolezza fluisca liberamente verso l’alto, osservando le sensazioni che a ciò si accompagnano… com’è questo triangolo? …. Quali sono i suoi colori? ….

 

La seconda parte dell’esercizio consiste nel disegnare le forme geometriche visualizzate su un foglio, in modo istintivo  e nell’ordine che preferisci.

Esse possono intersecarsi oppure rimanere autonome; semplicemente componile su un foglio nel modo che ritieni più appropriato.

Dopo la definizione grafica delle forme, usa liberamente i colori, tingendo le geometrie e le varie intersezioni; se lo desideri puoi anche colorare lo sfondo.

Quando hai concluso il lavoro, fai qualche respiro profondo mettilo davanti a te e su un altro foglio scrivi liberamente tutto quello che hai vissuto durante l’esercizio e quello che viene “in figura” osservando il tuo lavoro.....

 

Ti va di provare??? ...poi, se vuoi, puoi scrivermi o lasciare un commento su come è stato per te fare questo esercizio....

 

martedì, 28 luglio 2009

L'Autoritatto interiore: l'identità manifesta....

 

Autoritratto meditativo.jpg

 

"Autoritratto meditativo" - Gabriella C.

 

Ogni essere umano è un fenomeno straordinario ed estremamente complesso, che si sviluppa nell’unione di corpo, intelletto ed emozioni.

Ciascuno è unico e irripetibile nel corpo come in ogni altro aspetto; è tuttavia interessante notare che il senso dell’identità personale è dato soprattutto dal volto.

Sono le sembianze del viso che ci rendono riconoscibili e ci permettono di ri-conoscere gli altri. Incontrando un amico con il capo coperto da un casco, molto probabilmente non sapremmo identificarlo. La carta di identità, il passaporto, la patente portano emblematicamente la foto del nostro viso. Il volto più di ogni altra parte del corpo è inconfondibile e ci racconta. Esso è teatro di mille espressioni che ci caratterizzano e con cui stabiliamo relazioni con il mondo esterno; oltre le fattezze e la mimica facciale quello che più ci rivela sono gli occhi e l’energia che trapela dallo sguardo.

E’ quindi logico che il ritratto e l’autoritratto puntino soprattutto sulla rappresentazione del viso, poiché in esso si può, in un certo senso, cogliere l’autenticità personale.

Vorrei inoltre aggiungere che un buon ritratto non è necessariamente una riproduzione realistica, ma deve saper carpire quella misteriosa luce dell’anima, un umore squisitamente intrinseco al soggetto dipinto.

Questa premessa per presentarvi, suggerendovi di provarlo, un altro lavoro di esplorazione espressiva che uso sovente nei percorsi di Counseling.

Il seguente esercizio creativo ha come obiettivo quello di contattare o ri-contattare la propria identità: l’osservazione focalizzata sul viso, al fine di riprodurlo pittoricamente, porta, in modo naturale, a stabilire un contatto profondo con noi stessi.

Inoltre in questo esercizio verranno affrontate separatamente le polarità che sono rappresentate somaticamente dalle due parti del viso, la sinistra e la destra. La selezione creativa può farci apprezzare le loro differenti qualità, di cui spesso non siamo consapevoli, favorendo in questo modo l’ottimizzazione e l’integrazione delle attività dei due emisferi cerebrali.

Pronti?? …. Partiamo……

Munitevi di uno specchio sufficientemente grande da riflettere il vostro viso; nella prima parte dell’esercizio coprite  con un foglio bianco fermato dallo scotch, la metà verticale dello specchio in modo che resti visibile solo la parte sinistra del vostro volto.

Anche il foglio da disegno deve essere suddiviso verticalmente a metà; infatti nella prima parte del lavoro, disegnerete solo su una metà del foglio, ritraendo la parte sinistra del viso. Questa parte corrisponde all’emisfero destro del cervello che amministra le facoltà intuitive, l’immaginazione e la creatività. Caratteristiche spesso scarsamente utilizzate anche perché l’intero progetto educativo, che subiamo da piccoli, pone l’accento quasi esclusivamente sulle virtù raziocinanti dell’emisfero cerebrale sinistro.

Con l’aiuto dello specchio, osservatevi e procedete a disegnare le sembianze della metà sinistra del vostro viso, lasciando bianca la parte destra del foglio. Non ha importanza se riuscite, o meno, a delineare una effettiva somiglianza, tuttavia focalizzate l’attenzione nella parzialità sinistra in modo da favorire un profondo contatto con qualità di voi stessi non meramente somatiche.

Quando il mezzo autoritratto è terminato, sviluppate in modo astratto, sulla parte bianca del foglio, l’altra metà del viso. Il completamento deve essere effettuato non in modo realistico, bensì con rappresentazioni fantasiose, che vi saranno suggerite dall’intuizione; questo modo di operare sollecita l’espressione di cognizioni sedimentate a livello inconscio. Inoltre la propagazione immaginativa verso destra, del mezzo autoritratto sinistro, stabilisce un ponte con le facoltà dell’emisfero cerebrale sinistro, quello razionale che ci consente di ri-conoscere i nessi profondi che emergono dal processo creativo.

Quando l’opera è finita mettetela davanti a voi e contemplatela…. Lasciate fluire liberamente ogni pensiero, ogni associazione con le forme e i segni della parte astratta.. cosa vi stanno dicendo?...

Nella seconda fase dell’esercizio, si procede esattamente nello stesso modo, disegnando, però, la parte destra del volto. Probabilmente vi accorgerete che essa è più dominante di quella sinistra; anche il lavoro con cui completerete immaginativamente verso sinistra, il vostro mezzo autoritratto, può essere, meno scorrevole, poiché la nostra parte destra è, generalmente, più rigida. Proprio per questo, lo sviluppo astratto, originato da questa parte del viso, ha una grande importanza, dato che consente di fluidificare tensioni e rigidità.

Quando avete realizzato i vostri due mezzi autoritratti, piegate ciascun foglio a metà verticalmente, in modo che sia visibile solo il disegno del viso; poi congiungete i due mezzi autoritratti, formando il volto intero. Girando i fogli da disegno, unite anche i due disegni astratti e osservate come si completano.

Su un foglio potete annotare le impressioni che sentite emergere guardando queste due immagini. Ricordatevi di dare sempre un nome ai due disegni iniziando con lo scrivere IO SONO…….

Dopo aver fatto tutto l’esercizio (parte 1 e 2), e aver assimilato le suggestioni di entrambe le fasi che riguardano gli autoritratti parziali, sarebbe molto interessante disegnare il vostro autoritratto per intero; vi accorgereste senz’altro di come questo lavoro abbia arricchito la percezione della vostra identità portando in figura anche quelle parti  a cui spesso non si riesce a dare un nome e che rimangono sullo sfondo..

 

 

Chi volesse cimentarsi nell’impresa può poi mandarmi le sue opere (gabriellacosta@artcounseling.it) ed io, se lo desidera, le pubblicherò sul blog aprendo una nuova sezione “Autoritratti Interiori….”

 

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