martedì, 28 febbraio 2012

Vivere il presente...

 
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http://www.federicasalemi.it/

 

“Ciò che scambiarono per disattenzione

era invece un miracolo di concentrazione” Toni Morrison

 

Mi piace questa frase che ho letto da qualche parte e mi fa pensare a tutte le volte che non ci siamo permesse di vivere pienamente il nostro presente perché troppo impegnate a dare retta a mille cose e la nostra con-centrazione passava per poco interesse nei confronti degli altri.

Allora mi domando e vi domando avete mai visto un gatto avvicinarsi di soppiatto ad un uccellino? Ogni muscolo, ogni tendine, ogni palpito del cuore è concentrato sulla preda. Oppure avete mai visto un gatto stirarsi dopo un riposino? Ogni muscolo, ogni tendine, ogni palpito del cuore è totalmente coinvolto in quel gesto di relax......

Si, è vero, quando siamo totalmente con-centrate sul nostro “qui e ora”, possiamo sembrare scortesi e distratte. Tuttavia siamo assolutamente presenti. Stiamo vivendo il nostro momento di con-centrazione. Questi momenti magici e preziosi spesso rappresentano per noi un modo di essere in con-tatto con il divenire dell’universo.

Siamo totalmente dentro noi stesse, e totalmente oltre noi stesse......

Non perdiamo questi momenti di assoluta unicità, di completo ben-essere, diamoci il permesso di prendere il “nostro tempo”, ci appartiene, ricordandoci che possedere noi stesse rappresenta la più ricca miniera d’oro che potremo mai avere......

lunedì, 27 febbraio 2012

Le lezioni necessarie

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Photo by: http://www.flickr.com/photos/bollarossa/3912824272/in/fav...


Di solito, quando le cose non vanno per il verso giusto, abbiamo la tendenza a ribellarci e a criticarci con durezza, e soprattutto a cercare un colpevole o una soluzione fuori di noi.

La vita non cerca il nostro benessere individuale, ma vuole che impariamo le sue lezioni, in modo che possiamo fare emergere il nostro potenziale e di conseguenza riconoscere la vera essenza che si nasconde dietro le apparenze.

Come ben sappiamo, il nostro cervello è molto più propenso a evitare il dolore piuttosto che a cercare la gratificazione. Infatti, quando intuiamo che ci sarà da soffrire, di solito freniamo bruscamente e svicoliamo.

Invito chi mi legge a ricordare come si è sentito dopo aver affrontato con coraggio quella cappa di dolore sotto la quale, sicuramente più di una volta, si è trovato a vivere, e forse, ricordando, vi renderete conto che in quelle occasioni dentro di voli qualcosa è cambiato. Avrete avuto, forse, la sensazione di espandere voi stessi, di sperimentare un’evoluzione interiore. In realtà non avete fatto altro che trascendere i confini del vostro ego, vivendo, benché solo momentaneamente, un’esperienza diversa dal solito.

L’accettazione ci sprona ad agire, ad assumerci le nostre responsabilità e a essere pienamente consapevoli di avere la capacità di gestire tutto quello che ci accade.

Quando ci capita qualcosa di spiacevole, magari banale, come perdere un aereo o ricevere una risposta brusca, la prima cosa che facciamo è attribuire a quell’evento un preciso significato, che ha il potere di mettere in moto emozioni negative come la rabbia, la frustrazione o l’ansia.

L’emozione ci attanaglia, e sarà difficile potersene liberare finchè non capiamo l’origine di quello che ci è accaduto.

Proprio per questo la parola d’ordine è ACCETTAZIONE che vuol dire riconciliarsi con la realtà.

L’accettazione non ha niente a che fare con la “rassegnazione”, poiché questa, oltretutto, conduce soltanto ad un doloroso immobilismo generato dalla constatazione dell’impossibilità di cambiare le cose.

Grazie all’accettazione, invece, possiamo raggiungere quegli obiettivi che con la rassegnazione non sarebbero accessibili, dal momento che, contrariamente a quest’ultima, l’accettazione ci sprona ad agire,assumendoci le nostre responsabilità pienamente consapevoli di avere la capacità di fronteggiare tutto quello che ci accade.

L’accettazione non significa agire per contrastare gli eventi, ma opporsi all’idea che di fronte a questi non esista alcuna possibilità di riuscita.

Dal momento in cui sono disposto ad accettare qualcosa, di conseguenza sono disposto anche a considerare che in quella situazione possa esserci una possibilità nascosta, e che dunque si tratta unicamente di cercare l’altro lato della medaglia.

Benchè possa portare via del tempo, proviamo a non dimenticare mai che le migliori occasioni per aprire la porta delle opportunità non le troveremo lasciando che a prendere il sopravvento siano le reazioni o gli automatismi. La migliore occasione è quando ci chiediamo: “cosa può esserci di positivo in quello che mi sta accadendo?”.

Dire di sì alla vita vuol dire abbandonare il ruolo di vittima, smettere di sprecare la nostra energia e il nostro prezioso tempo alla ricerca di colpevoli, e significa soprattutto assumerci le nostre responsabilità quando si tratta di fronteggiare quello che ci accade.

 

“Ci sono cose che non si capiscono

afferrandone il senso, ma bisogna

lasciare che siano loro ad afferrarci”

Madre Teresa di Calcutta

mercoledì, 22 febbraio 2012

Sull’ “affermatività” assertiva ….

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Dal rispetto della propria persona alla consapevolezza di sé.

Dalla consapevolezza di sé, alla capacità di affermare le proprie opinioni in modo sereno, provocando il dialogo, aprendo il confronto.

Questa è l’affermatività o in altre parole l’assertività; della quale molti pensano di poter fare a meno, soltanto perché, forse non si sono mai posti il problema di come superare certi momenti critici e quindi ritengono che essi si creino da sé.

Sappiamo che così non è: se ci veniamo a trovare in una situazione difficile, questo è accaduto, nella maggior parte dei casi, perché gli attori che stanno recitando quella scena si sono lasciati prendere la mano, e hanno barattato l’intelligenza e l’autocontrollo con una pretesa spontaneità e una totale mancanza di ascolto dell’altro.

Di fronte all’avvicinarsi di una situazione critica che può condurre allo scoppio di un litigio, abbiamo la possibilità di reagire in due modi istintivi: arretrare e cedere il campo oppure aggredire.

Nel primo caso, il fatto di lasciare l’avversario vincitore della partita, spesso senza nemmeno combattere, il più delle volte evita del tutto l’eruzione vulcanica. Non ci sarà nemmeno bisogno di questionare con veemenza perché la persona di fronte a noi probabilmente avrà già colto la nostra arrendevolezza e quindi immediatamente si approprierà della vittoria.

Sicuramente ci siamo trovati tutti, almeno una volta,  in momenti di questo genere. Con quale stato d’animo ne siamo usciti? Di certo mai appagati e soddisfatti di noi, nè sorridenti o felici. Possiamo certamente consolarci del fatto che una battaglia perduta non equivale a perdere la guerra, ma forse .. forse .. giù in fondo, c’è una vocina che protesta altre verità.

Questa non è la ritirata strategica del cavaliere intelligente, ma il rovinoso abbandono delle armi sul campo, con conseguente fuga precipitosa.

Che cosa ci ha trattenuto dal far valere le nostre argomentazioni? Ovvero, riformulando la domanda: che cosa ci ha impedito di avviare un’iniziativa di contenimento efficace dell’avversario, basandoci sulle nostre forze e convinzioni?

La risposta ognuno la può trovare dentro di sé, a patto di non mistificarla, il che renderebbe vano lo sforzo di ricerca. Ma qualsiasi risposta alla fine vogliamo darci il risultato è sempre lo stesso: una scarsa stima di sé, uno scarso rispetto per sé e quindi una profonda insoddisfazione e l’avviarsi di pensieri fissi su pesanti considerazioni della propria inefficacia ad affermare le proprie convinzioni.

Il secondo caso è l’aggressione.

Anche qui abbiamo esempi infiniti: che vanno dalla nostra vita privata, a molti interventi di vari personaggi pubblici, nei vari talk show, che sembrano aver  adottato lo stile costante dell’aggressività, mirando in modo totale allo schiacciamento definitivo dell’avversario.

La domanda potrebbe essere: ma possibile che tutto il mondo sia popolato da immondi scarafaggi e l’unico compito delle persone sia quello di dar loro la caccia per poi soddisfare il gusto macabro di schiacciare la loro nera corazza?  E ancora: la gente di fronte a noi è davvero meritevole di tanta amorevole attenzione?

Perpetuare uno stile aggressivo nei confronti degli altri è politica sterile che crea attorno a noi il vuoto assoluto. Ci sembrerà di vincere ogni battaglia e via via con il tempo, giungeremo a sentirci davvero invincibili: ma a quale prezzo?

Dimostrare una totale mancanza di ascolto degli altri non ci fa più forti, ma al contrario mostra la nostra debolezza. Chi può avere paura di mettere sul piatto le proprie opinioni per discuterle insieme a quelle altrui, se non una persona conscia della propria fragilità? Non lasciare agli altri il tempo e il modo di esprimersi può spaventare i più remissivi ma quanto varrebbe, di fronte ad un simile comportamento, girare i tacchi e lasciare il il becero urlante a sproloquiare da solo?

Il fatto è che questo genere di persone sviluppa nel tempo una propria arte dell’aggressione, affinando gli stili dell’avversario grazie ai quali ha ottenuto i maggiori successi. Per queste persone è questione di vita o di morte, perché, non conoscendo altre vie per imporsi, sanno che risulterebbero a loro volta soccombenti.

Due maniere di relazionarsi, quindi , entrambe a loro modo grezze e infelici. Entrambe testimonianza di una mancanza di equilibrio di chi le agisce, graffiando o scappando.

Il comportamento “affermativo” è la naturale conseguenza di chi ha maturato rispetto di sé e ha coltivato la consapevolezza del proprio valore. Rifiutarsi di darsi alla fuga con le pive nel sacco, così come aborrire la zampata sanguinosa dell’orso, equivale ad aver maturato la convinzione che i rapporti umani, proprio perché tra persone e non tra belve inferocite, possono venir strutturati secondo modalità in cui la dominante sia l’intelligenza.

Se il confronto nasce male e tende a deragliare, riportarlo sui binari del buon senso e del rispetto non è cosa da poco, ma tuttavia è la sola fatica che possa creare buon senso e rispetto.

Proviamo ad immaginare come si potrebbe comportare  una persona tendenzialmente aggressiva di fronte ad una persona che tende ad imporre un dialogo rispettoso delle rispettive posizioni, rifiutando di essere schiacciata come uno scarafaggio? La risposta non è automatica, ma potrebbe darsi che costui, forse per la prima volta, trovandosi di fronte qualcuno che finalmente non fugge in ritirata, si trovi disorientato.

La sua reazione immediata potrebbe essere quella di innalzare il livello del conflitto magari per misurare la capacità dell’avversario di mantenere la posizione. E questo sarà il momento di maggiore difficoltà per entrambi. Per il violento, che avrà modi di rendersi conto di quanto le sue armi, di fronte a quella persona, possano risultare spuntate. Per l’altro, perché arretrare o anche soltanto vacillare in quell’istante equivarrebbe a morte certa.

Conosciamo tutti molto bene l’esistenza di quei fili invisibili di comunicazione che sanno trasmettere i significati delle cose molto meglio di tante parole. Quanto possono comunicare un semplice sguardo o un fiero silenzio?  Spesso non serve parlare, per dimostrare ad un aggressivo che non abbiamo paura della sua stupida violenza, basta restare nella posizione fisica assunta, senza abbassare gli occhi, grattarsi nervosamente o tremare nelle mani. Fermi. Centrati, Radicati.

Tutto questo può accadere quando i pilastri portanti del rispetto di sé e della consapevolezza siano ben stabili. E allora … quanta sofferenza in meno? Quale diversa qualità della vita? Quante relazioni a rischio salvate e trasformate positivamente? E infine: quanti nuovi spunti di gratificazione che potremo regalarci con le nostre stesse mani, dai quali ricavare nuova energia e nuova forza per proseguire? …

 

Se ti va a proposito di “assertività” puoi leggere anche:

Qui 

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Qui  

Qui  

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mercoledì, 15 febbraio 2012

Riflettendo sul litigio ...

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photo by: http://www.flickr.com/photos/37441637@N02/4393097468/

Non abbiamo bisogno di impararlo all’università: litigare è una cosa che sappiamo fare benissimo sin da bambini. Crescendo, poi, ne impariamo una più del diavolo e riteniamo di essere sempre più bravi.

Ma è davvero così? Proviamo a guardare la gente intorno a noi, quando litiga nelle più diverse situazioni e ci accorgeremo dell’esistenza di stili diversi di litigio, dal parossismo compulsivo del “Lei non sa chi sono io!” in giù. Alcuni tratti però rimangono costanti, al punto che, con un’attenta osservazione, possiamo ambire di riconoscerli in ogni occasione. Diciamocelo chiaro: in genere si tende a perdere il controllo abbastanza facilmente.

Sappiamo che è un guaio, perché una volta crollata la diga, è poi molto difficile controllare il flusso impetuoso delle acque.

Nella nostra vita, possiamo fare un Vajont ogni giorno, e anche questa è una scelta. Le acque irrompono a valle con potenza distruttiva, non sono arginabili, trasportano ogni sorta di detriti e arrivano a calmarsi soltanto dopo aver travolto tutto al loro passare, quando finalmente trovano una piana o un bacino che riesca ad accoglierle.

Possiamo litigare per vari motivi:

  • Quando ci sentiamo inferiori agli altri e quindi siamo sempre sul chi va là nel timore che essi intendano sopraffarci;
  • perché la situazione che stiamo vivendo mal si sposa con le nostre aspettative e questo ci mantiene in uno stato di continua tensione, che rende più facile lo sbotto improvviso;
  • quando nella nostra relazione di coppia non ci sentiamo riconosciuti e valorizzati in quelle che riteniamo le nostre qualità;
  • realtà professionali dove, al di là dei rispettivi compiti magari anche ben definiti, leggiamo come invasioni di campo o autentiche prevaricazioni le mosse del collega e siamo portati a interpretarle come meschini lavorii indirizzati a nostro esclusivo danno.

Ma quante altre ragioni potremmo aggiungere?

Molto spesso le conseguenze dei nostri scatti d’ira sono più gravi, ben più gravi, delle ragioni che li hanno provocati. A tutti è occorso di accorgersi di quanto difficile sia risultato, una volta scoperchiato l’otre, tentare di ricucire le relazioni e rimettere le cose a posto. Purtroppo, ci rendiamo conto, a nostre spese, di quante ferite mal rimarginate poi, nel tempo, riprendono a sanguinare, L’animo umano non è una corazza impenetrabile e il chiodo ferocemente piantato ieri, per quanto poi dolorosamente estratto con le tenaglie, ha lasciato un solco profondo nel legno dell’anima, che forse si può nascondere, ma mai cancellare del tutto.

Quindi perchè non provare a far scende il campo la “calma”?? Paradosso in un post che parla del litigio??? Calma che molto spesso viene scambiata per assenza totale di emozioni e si sa che in una litigata sono proprio le emozioni a giocare il ruolo da protagoniste.

La calma interiore è una voce forte, purtroppo, però, siamo poco inclini ad ascoltarla, preferendole l’urlo dell’ira incontenibile, quello cui talvolta ci piace lasciarci andare per “far capire chi davvero siamo”.

Abbandonarsi al fluire incontrollato delle nostre emozioni, lasciarsi travolgere dal fiume in piena dei sentimenti ribollenti e dare libero sfogo ai risentimenti dei quali ci sentiamo legittimi titolari, quali passi in avanti ci permetterà di fare in vista dell’affermazione di una nostra giustizia?

Perché in effetti proprio di questo si tratta: è l’ingiustizia subita, patita a denti stretti, mal sopportata per via di una sensibilità acuta, che ci fa gridare.

Come dunque costruire la giustizia partendo da premesse ingiuste? Perdere il controllo non paga. Lo sappiamo bene, soprattutto quando parliamo degli altri. Quando invece accade a noi, allora tutto ci pare giustificato: “Sì, è vero. Però io …”  ,già, però io … e con questo arrivederci e grazie all’intelligenza.

La regressione a livello animale è istantanea e francamente anche la più facile. Talmente facile che ci dimentichiamo per strada le forme più elementari di auto controllo.

Buona cosa, quindi, è conservare sempre quel quid di intelligente razionalità che ci permette di riconoscere l’accendersi della miccia. Perché riconoscere l’accensione della miccia è straordinariamente utile per riuscire a controllare gli immediati sviluppi successivi. Che poi, e anche questo lo sappiamo benissimo, accadono in frazioni di tempo infinitesimali. Aspettare, indugiare, sarebbe deleterio. Ci vuole una grande consapevolezza di sé per essere in grado dapprima di riconoscere l’impulso e poi di controllarlo.

Proviamo, a questo punto, a tirare in ballo la caratteristica costante di ogni cosa umana: la fine … tutte le cose umane finiscono e quindi anche l’ira.

Perché sul momento, magari, ci lasciamo andare, non misuriamo più le parole, o peggio, i gesti e lasciamo che lo tsunami si abbatta sulla nostra malcapitata vittima. Ma poi, rientrata la fase acuta eccoci quasi a sorridere della stupidità umana che ci ha fatto rischiare chissà che. E’ quello il momento in cui vengono i sudori freddi, al pensiero di cosa sarebbe potuto accadere ….

Possiamo parlare di ira e di furore, di rabbia e di forte risentimento o di collera, di irritazione, di animosità o di esasperazione: quante sono le sfumature che ci conducono all’abbandono totale del nostro autocontrollo? Ma, parallelamente, quale di queste sfumature ci aiuterà a riconoscere in tempo l’accensione della miccia?

Controllare le nostre azioni non per abolirle, bensì per evitare che ci creino maggiori danni di quelli che già riteniamo di aver subito.

Quante energie destiniamo ogni giorno a correggere azioni compiute in precedenza, delle quali ci siamo poi resi conto che sarebbe stato meglio non fare del tutto o fare in modo diverso??

E quindi quanta parte delle nostre reazioni istintive potrebbero risultare dovute non a una decifrazione attenta e oggettiva dei fatti ma piuttosto ad una interpretazione di questi? Con il risultato che, a quel punto, non stiamo ragionando del fatto in sé, ma di una sua lettura, che ci appare oggettiva ma oggettiva non è, e quindi ci trascina in maldestri fraintendimenti le cui conseguenze non sono difficili da immaginare.

Non sarebbe male nel momento critico trovare la forza di astrarsi dalla situazione che stiamo vivendo, evitando manifestazioni non ragionate, quelle che escono dalla bocca senza adeguato controllo del cervello e del cuore.

Un contrasto lo sappiamo, ha tempi concitati nella sua escalation verso il litigio; il tutto poi procede secondo i rigidi canoni del noto processo azione-reazione. Soffermarsi a riflettere è impegno di frazioni di secondo, sufficienti a diluire la potenzialità dell’esplosivo. Questo modo di procedere non ci rende né deboli né vigliacchi né paurosi, al contrario, riusciremo a dare di noi stessi l’immagine di persone posate e a modo, capaci di non lasciarsi travolgere dall’evolvere dei fatti, in grado di tentare un loro controllo.

E’ un po’ come se ciascuno di noi portasse nella propria valigetta una quantità di tritolo, il terribile esplosivo usato dai terroristi. Le emozioni non controllate  costituiscono il detonatore, ed ecco la tragedia è consumata: tutti morti! …..

Anche fare il kamikaze è una scelta ….

martedì, 14 febbraio 2012

Riflessioni sull'amore.....

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“Ogni relazione significa definire se stessi attraverso un altro

e definire l’altro attraverso se stessi” Ronald Laing


Oggi 14 Febbraio San Valentino, celebrazione universale dell’amore romantico.

Rito annuale dell’amore alla Peynet dove un lui e una lei teneramente seduti su una panchina aprono le finestre dei loro cuori l’uno all’altra.

Festa di tutti quegli innamorati che a Roma hanno circondato i lampioni di Ponte Milvio con i lucchetti come pegno delle loro promesse.

Ma l’amore è realmente questo valzer di cuoricini, fiori, palloncini, stucchevoli cioccolatini... languidi baci e tenere carezze????

A questo punto chi mi legge potrebbe dire:” ma che sei scema??? Lo sanno tutti che amore è anche impegno, progettualità, confronto,darsi reciproco, arrendevolezza ...”

Allora vi potreste chiedere  quale è lo scopo di questo post al di là di una mera disquisizione accademica sulle varie facce dell’amore. In realtà l’idea di fermarmi a riflettere sull’universo amore mi è venuta sollecitata dalle esigenze di alcuni miei clienti di esplorare le varie facce dei loro mondi “d’amore” .

M. uomo passionale fatto di viscere e cuore vorrebbe “perdersi, affondare nell'Amore... darsi alla follia” – “sentirci, amarci, sprofondare l'uno nell'altra, l'altra nell'uno... perdere i confini, sperdersi nel deserto e nella tormenta dei sensi...” per poter esorcizzare la morte “rompendo la cadenza del dolore” . Per lui amore è Eros contrapposto a Thanatos.

R. giovane donna in perenne ricerca del Principe Azzurro che sogna ogni mattina di trovare dietro l’angolo, incastrata invece in rapporti impossibili con uomini “tormentati” per paura di guardarsi intorno rischiando di trovare l’uomo giusto.

I.  innamorata della seduzione, perennemente in bilico tra il rapporto “serio” ed i sobbalzi del cuore.

S. e E. imprigionate nel ruolo di mamma-compagna.

F. che dopo gli “anta” ha finalmente scoperto la passione e si sente finalmente una donna completa.

T. che al contrario, dopo gli anta, ha abdicato alla passione per una serena e un po’ noiosa laguna senza increspature.

A. ragazzo giovane già “cinicamente” consapevole delle trappole del cuore.

Il filo che unisce tutti questi cuori è il voler ri-trovare lo stato nascente, la pietra miliare da cui tutto ha avuto inizio nella consapevolezza del “qui e ora”.

E il punto di partenza è sempre ri-trovare se stessi, innamorarsi di se stessi come individui autonomi e indipendenti.

Non si può donare ciò che non si ha. Amare significa essenzialmente dare. Possiamo trasmettere amore all’altro esclusivamente in proporzione all’amore che abbiamo per noi stessi.

Inoltre per poter far dono di se stessi è necessario che vi sia un Sé da offrire e una matura consapevolezza di esso, perché solo un Sé autonomo e libero può essere contemporaneamente individualista e altruista.

Esistono diversi tipi di dipendenza  camuffata da amore, e relazioni di scambio fondate sulla necessità, ma neanche queste sono amore autentico, profondo, spontaneo, poiché questo è legato alla capacità di essere autonomi , quindi non vincola bensì è liberatore.

Nell’atto d’amore il momento di estasi si realizza nella massima unione, nella fusione e con-fusione di testa, cuore e viscere, che consente di attraversare il confine tra l’una e l’altra identità. In questo darsi e trovarsi l’orgasmo può allora essere libero da controlli, ostilità o trionfo, in quanto esiste una interdipendenza di due Sé autonomi che non temono il momentaneo annullarsi e confluire uno nell’altro, poiché sanno tutti e due che da questo temporaneo mescolarsi le due rispettive individualità non potranno che uscire più ricche e più forti.

Proviamo quindi a considerare la “coppia” come un essere/avere “un compagno nella stanza a fianco” . Come quando, vivendo sotto uno stesso tetto ciascuno può stare da solo in una stanza nella consapevolezza però che l’altra stanza non è vuota, bensì ricca di un'altra presenza, non obbligata, ma in ogni momento liberamente raggiungibile e allo stesso modo liberamente allontanabile.

Allo stesso modo, nella coppia psicologicamente matura dove ciascun elemento è autenticamente libero, la consapevolezza del proprio stare insieme costituisce la “casa” calda, rassicurante e gratificante. Ciascuno dei partners, in questo modo, si sente con-tenuto sapendo di poter entrare/uscire dalle “stanze” secondo le rispettive intime esigenze. Anche uscendone, infatti la casa rimane come punto di riferimento e continuità. In tal modo la sicurezza dell’agibilità dell’altro placa la fame di simbiosi e rende capaci di vivere fuori di lui ,cioè autonomi, e nello stesso tempo disponibili a lui, in quanto liberi.

 

lunedì, 13 febbraio 2012

Capaci di amare ...

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In attesa di S.Valentino una riflessione sulla capacità di amare ….

La capacità di amare, per me, coincide con il cammino personale di crescita che è unico e irripetibile per ciascuno di noi. Sfatiamo il mito che tutti sanno amare, anzi sono poche le persone che raggiungono la capacità di amare. Lo prova anche il numero incredibile di difficoltà nelle relazioni, le separazioni nella coppia; lo prova lo stato di infelicità in amore.

Oggi, chi può dire in cuor suo, di essere veramente capace di amare? Innanzitutto il rapporto di amore vero, secondo me, può anche durare tutta una vita. Non cerchiamo alibi o giustificazioni su questo punto. Le crisi, le difficoltà di cui si parla continuamente, sono dentro di noi, e ci si deve confrontare continuamente con “l’altro”, con le sofferenze, con le difficoltà di comunicazione interpersonale.

Nel vero rapporto d’amore non ci sono separazioni perché esso è pieno di separazioni, addirittura separazioni cercate per essere riconosciute, chiamate per nome, accettate. Il rapporto di cui parlo non è un rapporto tra due persone che si identificano o proiettano l’uno sull’altro o sono entrati in sfida o stanno barando o stanno giocando all’amore. Parlo, invece, del rapporto in cui due si mettono insieme per percorrere lo stesso cammino: il ritrovamento della propria unicità.

Lo scopo di un essere umano è il raggiungimento della consapevolezza e il rapporto di vero amore è una delle migliori opportunità per arrivarci. Ecco la differenza tra il rapporto d’amore vero e quello non vero, il primo è una via per raggiungere la consapevolezza, il secondo si ferma a se stesso. Quest’ultimo può anche essere meraviglioso nei modi, nei gesti, nel sentimento, ma non va verso la consapevolezza, non cerca di ridurre al minimo il grado di nevrosi personale, non tende a eliminare sovrastrutture, alibi, giustificazioni, condizionamenti personali e di coppia.

Secondo me, è necessario che una persona inizi il proprio cammino verso la consapevolezza da sola, soltanto dopo si può entrare in coppia. E’ necessario trovare da soli la propria armonia, la propria pace interiore. Il vivere in coppia poi amplia e migliora questa pace interiore personale. Nei rapporti di “non vero amore”, invece, alle nevrosi e ai problemi personali si aggiungono anche quelli dell’altro cosicchè l’energia di entrambi è assorbita quasi totalmente dall’affrontare le difficoltà e i problemi provocati dallo stare insieme.

E’ evidente che in queste condizioni manca il tempo, lo spazio, l’energia per camminare verso la consapevolezza. Per ridurre l’appesantimento dello stare insieme in queste condizioni occorre quindi che la comunicazione nella coppia sia semplice, funzionale e autentica.

Comunicazione autentica significa disponibilità e apertura, voglia di accogliere l’altro, capacità di affidarsi, di sorprendersi, di accettare le riflessioni, gli spunti, gli imput che l’altro mi dà.

Una vera comunicazione molte volte ci aiuta a ridimensionare le eventuali aspettative che noi abbiamo elaborato nei confronti dell’altro o perché le abbiamo create inconsapevolmente o perché nascono dal semplice fatto che l’altro è nella nostra vita, sul nostro percorso, interdipendente da noi.

La trasparenza tra i due partner è la base su cui costruire la consapevolezza in amore. Alcuni, invece, non sono diretti o trattengono o pospongono nel tempo sensazioni, reazioni, atteggiamenti rivolti verso il partner, perchè credono, erroneamente, di dispiacergli o di recargli danno o delusione.

E’ tipico, poi, di alcune persone presentarsi all’altro, in certe situazioni, come vittime, in modo che la comunicazione autentica non possa avvenire, e tutta l’energia, tutta l’attenzione vengano spostate sull’aspetto emotivo della situazione, sul proprio ruolo di vittime. Nella comunicazione autentica non esistono né carnefici, né vittime ma persone consapevoli e responsabili delle proprie azioni che non hanno paura di mostrarsi all’altro per quello che sono.

Infatti altro pericolo e fonte di impedimento per la crescita del “vero amore” è la giustificazione. La giustificazione serve per dimostrare che quello che si è fatto di sbagliato, di inadeguato, non è di nostra responsabilità, ma è dovuto a responsabilità altrui o a una serie di accadimenti, di circostanze. In fondo si tratta di una serie di scuse, di alibi per nascondersi all’altro, ma soprattutto per nascondersi a se stessi.

La giustificazione, tra l’altro, impedisce anche al partner di poter intervenire con spiegazioni, condivisioni, riflessioni, avendo la giustificazione tolto di mezzo il responsabile. In un rapporto di “vero amore”, al posto della giustificazione c’è la spiegazione, elemento vitale per una autentica condivisione di coppia.

Non sempre due persone che si incontrano, sono al medesimo livello di consapevolezza; sappiamo poi che la mente dell’individuo non è costante nella ricezione, nella comprensione, nel vivere la realtà circostante. La spiegazione recupera questi due motivi di possibile scollamento, di allontanamento da parte di uno dei due rispetto alla verità.

Perché la spiegazione venga accolta è necessario l’ascolto; è la capacità di ascolto che fa scoprire l’altro. Solo attraverso l’ascolto si esce dal proprio narcisismo e dal meccanismo della proiezione; la capacità di ascolto è addirittura il rapporto stesso.

Infine voglio ricordare un altro elemento molto importante per lo stare bene insieme: l’umiltà e il senso del limite. L’umiltà ci porta al senso del limite. Pone cioè la differenza tra l’innamoramento e “l’amore vero”, perché non spinge verso l’illusione, bensì abitua alla realtà, alla rinuncia della fusione simbiotica e prepara alla separazione da ciò che si ama.

Amare veramente con umiltà significa sperimentare continuamente che l’altro non potrà mai essere completamente mio.

Ed è l’umiltà e il senso del limite, che mi fa comprendere e accettare veramente la realtà. Per vivere in maniera psicologicamente “sana”, per amare veramente, è essenziale accettare la realtà, perché in tal modo riconosciamo la nostra origine umana e ci riconciliamo con essa, con la nostra fondamentale solitudine.

La realtà ci porta sempre alla condizione di limitatezza e ci spinge, contemporaneamente, al desiderio di conoscere, di amare, di guardare lontano, oltre il limite …

 

“ paradossalmente , la capacità di stare soli è la condizione

prima per la capacità d’amare ..”

Erich Fromm

venerdì, 10 febbraio 2012

L’amore: una definizione

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Dell’amore esistono tante definizioni quanti sono i parlanti. Vedi se questa può servirti: la capacità e volontà di permettere alle persone a cui si vuol bene di essere ciò che vogliono essere, senza insistenza o pretesa alcuna che esse diano soddisfazione.

Potrebbe essere una definizione utile. Resta il fatto che pochi sono capaci di adottarla. Come puoi arrivare al punto di lasciare essere gli altri ciò che vogliono essere, senza pretendere che soddisfino le tue attese??

Semplicissimo. AMANDO TE STESSO. Prendendo coscienza della tua importanza, del tuo valore, della tua bellezza, non esigerai che altri rafforzino il tuo valore o i tuoi valori nel conformare il proprio comportamento alle tue esigenze o pretese. Se sei sicuro di te, non desideri né hai bisogno che gli altri siano come te.

Intanto, tu sei tu, e sei UNICO; quella pretesa, inoltre, toglierebbe agli altri la loro unicità, mentre ciò che tu ami in loro sono proprio quei tratti che li rendono speciali e distinti.

Comincia a quadrare: tu prendi ad amare te stesso, e d’un tratto sei in grado di amare gli altri, di dare agli altri, di agire per gli altri, dando prima a te stesso e agendo a tuo beneficio. La tua generosità , allora, non ha trucchi. Tu non dai per essere ringraziato o trarre vantaggi, ma per l’autentico piacere che trai dall’aiutare o amare gli altri.

Ma se non vali nulla, ovvero non ami te stesso, ti è impossibile dare. Come puoi dare amore se non vali? Che valore avrebbe il tuo amore? E se non puoi/sai dare amore, nemmeno puoi/sai riceverne. Che valore avrebbe l’amore dato ad una persona che non vale nulla?? Tutta la questione dell’essere innamorati, del dare e ricevere amore, incomincia da un Io che si ama totalmente. […]

[…] Puoi lanciare una sfida, con la tua capacità di amarti, a ogni sorta di sentimenti che provi verso te stesso. Ricorda che mai in nessuna circostanza, odiarsi è più salutare che amarsi. Anche se hai agito in un modo che detesti, il disprezzo per te stesso, non farà che immobilizzarti e danneggiarti. Anziché odiarti sviluppa sentimenti positivi. Impara dagli errori, decidi di non ricadervi, ma non associarli al senso del tuo valore.

In ciò consiste la principale difficoltà, tanto dell’amore verso se stessi quanto dell’amore per gli altri:non mai confondere il concetto di sé (che è un dato di fatto) col proprio comportamento, o con quello degli altri verso di noi.

A costo di ripetermi: non è una cosa facile.

I messaggi che invia la società sono soverchianti: “sei cattivo”, anziché “ti sei comportato male”; “non piaci alla mamma quando ti comporti così”, invece di “alla mamma non piace il tuo comportamento”. Le conclusioni che potresti aver tratto da tali messaggi sono: “non le piaccio. Devo essere proprio un infame”, anziché “non le piaccio. Così ha deciso, e con tutto che la cosa non mi vada, resto una persona”

In “Nodi”, R.D.Laing (psichiatra scozzese, uno tra i maggiori ispiratori del movimento dell’antipsichiatria ),così sintetizza il processo onde i pensieri altrui vengono incamerati e assimilati alla valutazione che una persona ha di se stessa:

Mia madre mi vuole bene

Sono felice.

Sono felice perché mi vuole bene.

Mia madre non mi vuole bene.

Sono triste.

Sono triste perché non mi vuole bene.

Sono cattivo perché sono triste.

Sono triste perché sono cattivo.

Sono cattivo perché non mi vuole bene.

Non mi vuole bene perché sono cattivo.

 

Non è facile superare i modi di pensare acquisiti nell’infanzia. Può darsi che l’immagine che ti sei fatto di te stesso si basi ancora su percezioni altrui. Se è vero che i profili originali che ti sei fatto li hai appresi dalle opinioni degli adulti, non è però detto che te li debba portare dietro per sempre.

Sì, è duro liberarsi delle vecchie abitudini  e cancellare le ferite non rimarginate; ma anche più duro tenersele, quando si considerino le conseguenze.

Con la pratica mentale puoi compiere alcune scelte di amore verso te stesso che ti lasceranno sbalordito.

Chi sa amare? Chi forse si comporta in maniera da auto-demolirsi? No di certo. Chi si abbatte e si nasconde in un angolo? Nemmeno. Il saper dare e ricevere amore incomincia a monte, da te, che hai fatto il voto di smetterla con comportamenti dettati da scarsa stima di te stesso e che sono divenuti abituali.

Prima di tutto devi distruggere il mito secondo il quale avresti un unico concetto di te stesso, o sempre positivo o sempre negativo. In realtà, le immagini che ti sei fatto di te sono numerose e variano da momento a momento. Se ti domandassero: “lei si piace?”, potresti essere incline ad ammucchiare tutte le opinioni negative in un “No” generale. Se dal generico passi allo specifico, puoi lavorare al conseguimento di taluni scopi ben definiti.

Hai delle opinioni su di te, sul piano fisico, intellettuale, sociale ed emotivo. […] I tuoi autoritratti sono tanti quante le attività che svolgi, e attraverso tutti questi comportamenti c’è sempre una persona, TE STESSO, che o accetti o rifiuti. IL tuo valore intrinseco, quell’ombra amica sempre presente, colei che consulti ai fini della tua felicità e padronanza personali, e le tue autovalutazioni, devono essere correlate.

Esisti, sei un essere umano: è tutto ciò che ti serve sapere. Quel che vali è determinato da te, e non occorre fornire spiegazione. E il tuo valore, un dato di fatto, non ha nulla a che vedere con il tuo comportamento, con le tue sensazioni, emozioni e stati d’animo.

Può darsi che il tuo modo di fare in un dato caso non ti piaccia, ma ciò non ha rapporto con il tuo valore intrinseco. Puoi decidere di avere sempre valore per te stesso, e lavorare sulle immagini che ti sei fatto di te ….

 

( pagg. 32-35)

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Tratto da:

Wayne W.Dyer

Le vostre zone erronee

Ed. BUR

martedì, 07 febbraio 2012

Le cause di “fallimento” più comuni

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Secondo autorevoli ricercatori quali Robert Sternberg (leggi qui ), conosciuto dai più per la sua teoria triarchica dell'amore ( leggi qui) , possedere buone abilità in generale non vuol dire non commettere mai errori, ma riuscire ad imparare dagli errori compiuti in passato in modo da non ripeterli nel futuro.

Fra le cause dei nostri fallimenti, una delle più comuni consiste nella incapacità di tradurre il pensiero in azioni concrete. La cultura occidentale di cui facciamo parte accetta come un dato ormai acquisito la separazione tra il pensiero e l'azione; nel tentativo di migliorarci oppure per timore di sbagliare, tendiamo a riflettere sulle azioni commesse ieri e a pensare in anticipo alle azioni che faremo domani.

Potremmo chiamarla la strada dei rimpianti e delle occasioni perdute, poiché in questo modo non si fa altro che pensare a cosa avremmo fatto se ci fosse stata offerta un'altra opportunità, cadendo non di rado in dilemmi dal sapore amletico.

Nonostante le buone intenzioni le idee generate in questo modo si rivelano alquanto improduttive, dato che difficilmente si tradurranno in azioni efficaci: si tratta dell'esatto contrario del "cogliere l'attimo fuggente", poiché a forza di chiedersi quale sia l'occasione giusta non si riesce a raggiungere alcuno scopo importante nella vita.

Strettamente legato a questo troviamo la mancanza di motivazione che affligge quanti non riescono a dare forza alle loro scelte che finiscono per rimanere solo proiezioni in un tempo indeterminato che prima o poi verrà quando tutte le congiunzioni astrali saranno al posto giusto.

Chi si affida solo a motivazioni esterne, come ad esempio l'approvazione dei genitori, per perseguire i propri obiettivi, alla lunga perde di vista il significato delle proprie azioni e tende anche ad arrendersi prima del tempo, mentre chi riesce a motivarsi all'interno prova un interesse reale e sincero per quello che fa.

Anche il rimandare continuamente l'inizio di un'attività rientra tra i fattori in grado di diminuire fortemente il coinvolgimento della persona, la quale appare impaurita di fronte alle responsabilità richieste per portare avanti un compito.

Consideriamo ad esempio il caso di uno studente universitario che non riesce a terminare gli studi perché si è arenato al momento di dover elaborare la tesi conclusiva. Piuttosto che prendersi l'impegno di scrivere la tesi, preferisce rimandare il suo incontro con le responsabilità tipiche dell'essere adulto, come trovare un lavoro e il non essere più dipendente economicamente dai genitori.

Sul piano interpersonale, la paura di cominciare una relazione pienamente coinvolgente, fatta anche di impegno, attanaglia tutti quelli che non riescono oppure non vogliono andare oltre una conoscenza superficiale del partner di turno e che sono abituati a terminare le relazioni prima che queste diventino qualcosa di più serio.

A questi ostacoli Sternberg ne aggiunge un altro, forse più subdolo dei precedenti ma altrettanto frequente: l'eccessiva fiducia riposta nelle proprie abilità  cognitive ed emotive, oppure al contrario la totale mancanza di essa.

Mentre sembra intuitivamente corrispondete al vero che chi non possieda almeno un minimo di fiducia nelle proprie abilità soltanto con estrema difficoltà potrà raggiungere degli obiettivi concreti nella vita, meno comprensibili ci appaiono i danni che un eccesso di fiducia in se stessi possono provocare.

In realtà, la mancanza di umiltà impedisce di prendere atto degli errori compiuti, svolgendo così la funzione di freno al raggiungimento dei risultati che ci aspettiamo.

In ultima analisi il fallimento è qualcosa che fa parte della vita, l'importante è sapersi rialzare, prendersi le proprie responsabilità non avendo paura di mettersi in gioco.


"Fear of failure must never be a reason not to try something." Frederick Smith


 

lunedì, 06 febbraio 2012

La nostra "mission".....

 mission,scopo,caduta,conoscere se stessi,consapevolezza

Photo by: http://www.flickr.com/photos/benheine/3569837350/in/faves...

Ognuno di noi ha un proprio particolare percorso, all’interno del quale è assoluto protagonista se possiede il coraggio di guardarsi dentro, prendendosi la responsabilità del bene e del male che vi trova.

Questo non è possibile se rimaniamo chiusi nel nostro “io”, per paura, per ricerca di successo, di potere, rivestendo solo ruoli prestabiliti, seguendo solo le regole formali evitando quelle sostanziali, evitando di soffrire.

Spesso poi la sofferenza è il luogo più fecondo, più fertile, dove può nascere la ricerca del motivo profondo per cui siamo venuti su questo pianeta.

Ognuno di noi nel momento in cui nasce ha uno scopo, una missione da compiere e in quest’ottica anche le cadute e le fermate lungo il corso del nostro viaggio di vita sono previste. Anzi necessarie. Direi indispensabili.

Si comincia il percorso personale di crescita quando si è entrati in crisi, quando si è stanchi della vita che si conduce, quando si è perso ciò per cui si è lottato tanto, quando si perdono le persone care, quando ci lasciano o si lasciano persone amate, quando ci si accorge di aver sbagliato, quando si comprende che la vita che si conduce non ha senso ….

Il percorso personale ha inizio quando si impara ad andare oltre la sopravvivenza, quando si è conosciuto il bianco e il nero, il buono e il cattivo, il male e il bene, e si è compreso che tra loro scorre un filo sottilissimo che ci obbliga a stare sempre in guardia, sempre vigili, attenti a discernere a dare priorità.

Poi, per un motivo , può essere un rifiuto, un insuccesso , una malattia , una morte … si cade. Il nostro percorso continuerà o si fermerà secondo il modo in cui viviamo la caduta. Se ci identificheremo nella caduta, ci fermeremo; se, al contrario, la vivremo come occasione per aggiustare meglio la direzione, per prendere più forza, per entrare dentro di noi ancora più in profondità, per diventare leggeri, per trovare serenità e consapevolezza del proprio valore, della propria dignità, allora andremo avanti nel viaggio in maniera più spedita e chiara.

Nel cammino di crescita che ci porta a raggiungere il nostro scopo, a dare un senso al nostro essere al mondo è necessario trovare la vera identità personale, smascherando le nostre parti ambigue e riunendo le nostre parti spezzate. Andare oltre le ferite ricevute; uscire dagli schemi mentali e comportamentali assunti per difesa, per paura, per orgoglio. Allargare la mente e pulire il cuore.

Non dobbiamo temere di vivere un’esistenza piena. Non dobbiamo aver paura di noi stessi.

Non credo si possa rinunciare alla consapevolezza di se stessi se si vuole realizzare il proprio scopo. Gli antichi dicevano che quando si rinuncia a qualcosa visi rimane legati.

Per questo non si deve aver paura di conoscere se stessi, anche nelle parti più deboli.

Bisogna cadere per comprendere meglio il viaggio …..

mercoledì, 01 febbraio 2012

Sospendi il giudizio ...

essere se stessi 2.jpg


Amarci significa riunire tutte le parti di noi, creare un’armonia interiore. Per fare questo è necessario smettere di giudicarci e giudicare, bensì tenere conto di tutte le voci che provengono dal nostro essere e porle in dialogo fra loro. C’è già tutto dentro di noi.

Giudicare significa non amare. Ci giudichiamo essenzialmente perché non ci amiamo e soprattutto non ci accettiamo. Non accettandoci ci distacchiamo dal nostro cuore; non accettandoci non ci assumiamo l’intera responsabilità di noi stessi, ma solo di alcune parti di noi.

Imparare a sospendere il giudizio significa imparare a riconciliarsi con se stessi, significa fare un uso positivo della propria storia personale, qualunque essa sia; significa vivere gli errori come esperienze, trasformare gli sbagli in lezioni di vita.

Sospendere il giudizio significa anche creare, favorire la fiducia in noi stessi, la stima  e solo con questi presupposti si può vivere consapevolmente la vita. Significa imparare finalmente che qualsiasi cosa sentiamo dentro di noi ha una ragione di essere !!!!

L’ascolto profondo delle proprie emozioni, delle proprie sensazioni e dei propri sentimenti porta alla conoscenza autentica di sé.

Creare un luogo di apertura, di comprensione benevola, di sospensione del giudizio, di accoglienza incondizionata dentro di sé è il punto di partenza verso una nuova e più significativa esistenza.

E in quest’ottica ecco che il processo diventa più importante della meta; lo scopo del viaggio di crescita interiore è il viaggiare, il “come” viaggiare, non l’arrivo o la fine del viaggio che in realtà non ci sarà mai.

Stare aperti ed in ascolto di se stessi per sentire le proprie paure, le rabbie, i dubbi, le sofferenze, le gelosie, per sentire anche le parti sgradevoli di noi, significa vivere da veri esseri umani. Il collegarci con queste parti ci aiuta a trasformare in positivo i blocchi, i complessi, le nevrosi che, anche se in modo spesso inconscio, abbiamo costruito in noi.

Le parole nuove, ma antiche, sono: unione e armonia ( a questo proposito puoi leggere qui e i post sucessivi) tra mente, cuore e spirito; tra corpo, psiche e anima, tra i bambini e gli adolescenti che siamo stati e gli adulti che siamo ora; tra la parte femminile e quella maschile che si trovano dentro di noi.

E’ necessario dunque saper sostare di fronte a se stessi, ma essere anche amorevoli e accoglienti nei confronti di noi stessi. Le nostre parti sgradevoli sono lì a indicarci le vie più nascoste, ma nello stesso tempo molto feconde, per conoscere noi stessi, per continuare il nostro viaggio interiore, per renderlo pieno.

Occorre conoscere la notte per poter apprezzare appieno il giorno.

Occorre conoscere la sete per poter apprezzare l’acqua.

Occorre sapere di dover morire per dare significato alla vita.


Quando non ci accettiamo per tutto quello che siamo, quando non andiamo a vedere che cosa c’è nell’altro emisfero di noi, nella parte oscura, in ombra, nascosta, siamo portati ad esprimere giudizi.

Ci sentiamo infelici, insoddisfatti, annoiati, insicuri.

Ci identifichiamo solo in una o qualche parte di noi, non ci conosciamo come unità, come armonia …





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liberamente tratto da:

V.Albisetti

I Sogni dell'anima

Ed.Paoline

 

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