lunedì, 30 gennaio 2012

Strategie di ottimismo: come rimanere ottimisti quando le cose vanno male.

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Quando un particolare problema ritarda lo sviluppo dei progressi che avevamo messo in conto, capita di frequente che siamo subito pronti a dubitare di noi stessi,della validità dell’obiettivo che ci siamo dati e dei risultati da ottenere.

Gli eventi inaspettati che portano scompiglio nella routine delle nostre attività costituiscono una minaccia per la nostra stabilità; la nostra reazione allora sarà esagerata e proprio questo panico improvviso ci impedisce di risolvere il problema al più presto possibile.

Non è il problema in sé a scuotere la fiducia in noi stessi, ma il nostro atteggiamento nei suoi confronti che ci preclude il superamento dell’ostacolo in maniera rapida e incisiva.

Se ci facciamo prendere dal panico non appena le cose vanno male indeboliamo notevolmente le nostre capacità di risoluzione delle situazioni. Non appena percepiamo un segnale di pericolo, ci irrigidiamo nella convinzione di non riuscire ad affrontarlo, decidendo per la fuga o l’abbandono; in altri termini non sviluppiamo appieno il nostro potenziale. Se pensiamo di essere dominati da forze al di fuori del nostro controllo, la nostra risposta sarà conseguente, ma se crediamo nella nostra capacità di dirigere gli eventi, possiamo attivarci per mettere in pratica le nostre idee.

Quello di cui abbiamo bisogno è la consapevolezza della nostra forza per poterne disporre in caso di emergenza.

Ogni problema ha un punto debole, ed è lì che occorre fare leva per sbarazzarsene: prima di risolverlo però bisogna affrontare tutta intera la difficoltà; cercare di sfuggirvi rappresenta solo una liberazione a breve termine. Occorre quindi analizzare bene quello che ci infastidisce e ci fa indugiare troppo: allora scopriremo che il problema non era poi così difficile come pensavamo.

Svisceriamolo in tutti i dettagli e poi sbrogliamo la matassa verso la soluzione: ci accorgeremo di quanto ci sentiremo sollevati e sicuri delle nostre capacità. Concentrarsi sull’ostacolo da superare ci permette di perdere il controllo della situazione, privandola così dell’aspetto minaccioso. Smontando il problema in tutte le sue parti, sapremo trattarle ad una ad una con successo.

Ecco dunque i tre passi principali per conservarsi decisi a proseguire anche in una situazione difficile:

OSSERVARE – DECIDERE – AGIRE

Facciamo un esempio. Un giorno notate che una vostra collega di lavoro vi risponde a malapena: sembra che sia furiosa. Vi chiedete cosa possa essere successo e se avete fatto qualcosa per irritarla tanto, per cui cominciate ad osservare come si comporta con gli altri. E’ scortese con tutti o solo con voi?

A seconda di come valutate il suo comportamento, dovrete decidere cosa fare. Se la collega è ostile solo nei vostri confronti, potete girarle al largo e aspettare che passi la tempesta (non-azione), oppure potete chiederle che problema ci sia (azione). A seconda del vostro grado di sicurezza scegliete l’una o l’altra opzione (azione o non-azione).

Se però notate che la collega è brusca con tutti, avete sempre due possibilità: se vi è indifferente, probabilmente la ignorerete per un po’ (non –azione); se siete interessati a lei o a mantenere un’atmosfera gradevole in ufficio, forse vorrete rivolgerle la parola per scoprire le ragioni del suo cattivo umore (azione).

Il più delle volte si sceglie la non-azione perché si teme di andare a scoprire la realtà. Invece di chiarire la situazione, ci avveleniamo la vita elucubrando sulla possibilità di avere fatto qualcosa all’altra persona per offenderla. Invece di puntare a scoprire la verità, ci torturiamo rivolgendoci accuse ed evocando fantasmi; in altre parole, ci rifugiamo nell’elucubrazione mentale, ma così non facciamo altro che crearci delle angosce.

Assumere un atteggiamento costruttivo per la soluzione delle difficoltà allarga lo spettro delle possibilità che abbiamo perché meglio sapremo risolvere le piccole difficoltà e più grande è la probabilità di essere in grado di tener testa nelle situazioni più difficili. Imparando a trattare i problemi spinosi, estenderemo i confini di ciò che siamo consapevoli di fare e sperimentare, collocandoci giustamente sulla strada che porta alla nostra pena realizzazione.

Proviamo a rimuovere gli ostacoli e poi a dimenticarcene. Possiamo fare davvero tutto quello che vogliamo, possiamo superare le difficoltà e, mente le vinciamo, conosceremo meglio noi stessi, le nostre capacità e le nostre potenzialità per ottenere le cose

 

 

giovedì, 26 gennaio 2012

Dipendere dagli altri …. un “vizio” femminile …

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Le donne che sono (state) convinte di avere un sé fragile e debole hanno delegato ad altri la gestione della loro esistenza, aspettandosi che fossero gli altri ad occuparsi di loro, a proteggerle, a soddisfare i loro bisogni, a riconoscerle meritorie. Hanno così imparato a privilegiare la comunicazione indiretta, fatta di allusioni, senza esplicitare richieste chiare per il timore di venire respinte.

Le donne hanno imparato a rendersi deboli e impotenti per attutire tensioni, per evitare conflitti, per conformarsi a chi pensavano le volesse così: i famigliari, i datori di lavoro, la società. Così hanno offerto ad altri su un piatto d’argento il loro potere, la loro autonomia e le loro forze. Non sarebbe ora di riprendersele???

La dipendenza auto-imposta delle donne si manifesta talvolta con un’eccessiva dose di fiducia e con la gelosia.

Dare fiducia a qualcuno è come denudarsi in sua presenza, mostrando le parti più intime e più fragili. Ci spogliamo delle consuete protezioni quando crediamo che l’altro non approfitterà della nostra nudità e saprà rispettarci.

La fiducia è una impalcatura senza la quale non potremmo creare legami. Senza questa, ogni scambio interpersonale non potrebbe neanche cominciare e ogni transazione sarebbe impossibile perché senza fondamenta. La fiducia rinforza e crea un circolo benefico che genera e nutre fedeltà e realtà, riconoscendo però anche l’incertezza, senza eccessiva ingenuità.

Un suo eccesso, soprattutto verso chi non la merita, si trasforma automaticamente in autorizzazione a farci imbrogliare, tradire, abusare. Per evitare di cedere al vizio di regalare fiducia a chi non la merita è prudente contemplare il rischio di essere traditi. Anzi, non ci può essere tradimento se prima non c’è stato un investimento negativo di fiducia. Così come non ci può essere delusione se prima non c’è stato un processo d’illusione.

Alcune donne però hanno il vizio di continuare a fidarsi di certe persone, anche dopo aver raccolto sufficienti prove della loro malafede, anche dopo aver osservato comportamenti lesivi del rapporto. Queste, pur notando all’interno di relazioni importanti comportamenti scorretti, sleali o disonesti, sono pronte a giustificarli, a comprenderli, a lasciar correre. Non tirano le somme e non arrivano a comprendere la gravità di quello che accettano passivamente e le conseguenze cui vanno incontro con la loro condiscendenza.

E’ come se le donne preferissero restare nel limbo dell’ignoranza, sperando che quelle modalità siano del tutto casuali, sporadiche, episodiche; che la persona non sia così sleale, in malafede e che , certamente, domani cambierà. Preferiscono continuare a credersi deboli, impotenti e, soprattutto, dipendenti da chi approfitta della loro ingenuità. Preferiscono raccogliere briciole rafferme piuttosto che correre il rischio di assaporare cibi sconosciuti, magari un po’ piccanti.

Per trasformare il vizio dell’accettazione passiva in virtù del rispetto di sé, basta essere dalla parte della verità dei fatti. I fatti non ammettono tolleranze. La donna ingenua, che continua a fare l’innocente dopo essere stata ripetutamente tradita, coltiva passivamente il rancore e proietta la sua parte di responsabilità fuori di sé. La virtù richiede che lei si assuma la propria parte di responsabilità e accetti la perdita del mito dell’idealizzazione sia dell’altro sia dell’amore con la “A” maiuscola. E’ necessario che riconosca che “nessuno è perfetto” … e meno male !

Per difendersi da una dipendenza autoimposta, chiamata erroneamente amore, bisogna avere la serena consapevolezza che ogni rapporto può essere a rischio di tradimento e, soprattutto, che ogni rapporto finisce: proprio come ogni altra cosa sulla terra, ha una nascita e una morte.

La donna che si sente dipendente dall’uomo è più portata a sentire le tenaglie della gelosia che torcono le budella, confondendo l’amore con il possesso, un patto d’amore tra due mortali in un’alleanza eterna, un accordo che va aggiornato continuamente con un contratto indelebile. Due persone che si innamorano e decidono di stare insieme cominciano a cambiare immediatamente e, da tale mutamento, possono nascere malintesi. Eppure prima di conoscersi, ognuno sapeva vivere senza l’altro. Poi cosa succede? Cosa trasforma una donna autonoma e libera in una bambina conformista e dipendente? Cosa le fa dimenticare le sue risorse legate all’autonomia e la fa regredire alla fase in cui aveva effettivamente bisogno degli altri: quando era bambina appunto?

Non cedere al vizio della dipendenza rende consapevoli che l’unione tra due persone non può essere imposta, imbrigliata, irreggimentata. Anche se due persone hanno deciso di andare nella stessa direzione, ognuno procede con le proprie gambe, con il proprio passo, secondo i propri tempi e ritmi.

La donna che si dà al vizio della gelosia presentandola come una dimostrazione d’amore, in realtà tenta di instaurare una relazione basata su un gioco di potere. Lei, che si crede dipendente, pretende di rendere l’altro succube. Così entrambi corrono il rischio di soffrire e di farsi del male reciprocamente, sminuendo la forza creativa dell’amore.

Quando rimaniamo con occhi, cuore e mente aperti possiamo valutare i rischi. Ci interroghiamo, indaghiamo, facciamo ipotesi e le confutiamo.

Quando impariamo la virtù di frequentare il dubbio, acquisiamo una cautela che educa a sopportare l’incertezza e spinge a procedere con calma….

..… cosa succederebbe se scoprissimo che in realtà non si ha paura di perdere la persona amata ma di acquisire una piena autonomia? Cosa succederebbe se scoprissimo che bastiamo a noi stesse e che la solitudine non ci fa paura????

 

 

lunedì, 23 gennaio 2012

Imparare a smettere di umiliarsi ….

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 L’abitudine a nascondersi e di oscurare la propria luce appartiene sia agli uomini che alle donne; l’unica differenza è che il sesso femminile si mortifica quasi per natura, mentre il sesso “forte” tende a mascherare l’insicurezza con parole o comportamenti da duri.

A causa della mia professione, vedo tante persone che hanno poca stima di sé, che si odiano per le loro debolezze, per la loro incapacità di comunicare, per i sentimenti negativi che nutrono per se stessi e per gli altri.

Durante il percorso, poi, quasi sempre, viene alla luce che tutte queste persone hanno in comune un’infanzia trascorsa con genitori emotivamente svalutanti o semplicemente indifferenti nei confronti del bambino.

Se un bambino non è amato, non saprà come fare per amarsi da solo; se non c’è sicurezza e affidabilità emotiva, il bambino non potrà crescere e diventare un adulto con sentimenti stabili. Non conta nulla regalargli tanti giocattoli, da solo non sarà mai capace di piacersi perché nella sua mente la mancanza di amore e di attenzioni può significare una cosa soltanto: che lui non merita l’amore dei genitori perché è carente per qualche motivo. Ecco come nasce il complesso di inferiorità.

Uno dei bisogni umani fondamentali consiste nel trovare negli altri riconoscimento del proprio valore. Vogliamo essere considerati interessanti e speciali, vogliamo che gli altri pensino che siamo competenti e intelligenti; cioè vogliamo piacere a loro. E’ molto importante sentirsi accettati dal prossimo: dopo tutto nella vita veniamo a contatto con un sacco di gente, dalla famiglia agli amici, ai colleghi di lavoro; la nostra crescita personale è determinata dal nostro successo nella vita sociale.

Dall’altro lato sta il principio della modestia, con tutte le relative implicazioni. Ci viene insegnato che “non sta bene” parlare dei nostri successi perché significherebbe vantarsi, che non dobbiamo preoccuparci troppo del nostro aspetto fisico perché sarebbe da vanitosi. Piuttosto, ci consigliano di essere modesti e di nascondere i successi ottenuti per non attirare l’attenzione generale. Ecco perché ci sono donne che passano ore a scegliere i vestiti per una particolare occasione, facendo molta attenzione per essere eleganti, applicando il trucco con cura eccessiva, sistemando i capelli come meglio non si può e abbinando i giusti accessori, per rispondere quando qualcuno rivolge loro dei complimenti: “Oh, è una vecchia cosa, sono anni che ce l’ho!”.

Situazioni simili capitano anche nell’ambiente lavorativo; magari ci si ammazza di fatica per un progetto, descrivendo i risultati raggiunti e compilando la relazione in ore e ore di straordinari per poi consegnarla al capo che pubblicherà le scoperte con il suo nome …. Secondo le leggi imperanti della modestia e della negazione di sé dovrebbe andare tutto bene perché, in fondo, ci si dovrebbe accontentar di aver contribuito al progetto. Purtroppo questo funziona solo in teoria, perché a questo punto, dato che siamo esseri umani bisognosi di riconoscimento da parte degli altri, cominciamo a sentirci feriti.

Negare se stessi e le proprie ambizioni è possibile finchè la questione non è molto importante, ma quando si profonde molto impegno ed energia in un lavoro, è semplicemente naturale che si vogliano vedere riconosciuti i propri sforzi, e ciò non ha nulla a che fare con l’immodestia.

Non prendersi i meriti dovuti è un modo per umiliarsi; forse daremo la colpa al direttore perché spetterebbe a lui/lei di riconoscere inizialmente il nostro contributo; ma è anche colpa nostra se permettiamo che lui/lei la passi liscia. Forse non riusciremo a convincerlo/la a rendere di pubblico dominio la parte di merito che ci spetta, ma il minimo che possiamo fare per appagare la stima in noi stessi è di far riaffiorare la questione la prossima volta che gli/le parliamo.

Se ci fermiamo un attimo a riflettere su chi trae benefici quando facciamo professione di modestia, ci accorgiamo che non siamo mai noi.

Se abbiamo del talento e della qualità, tocca a noi cercare di sfruttarle al massimo. La modestia porta vantaggi soltanto a chi ci propone di praticarla: più si offusca la nostra luce e più brillerà la loro.

La modestia inopportuna rappresenta un modo passivo di sminuirsi, di svalutarsi. Per una qualsiasi ragione ci si sente inibiti e non si riesce a riconoscere apertamente le proprie realizzazioni pratiche, con la conseguenza che esse non otterranno il giusto premio.

Un altro modo di umiliarsi consiste nel parlare male di sé e delle proprie capacità, criticandosi e screditandosi costantemente e quindi assumendosi automaticamente la responsabilità per tutto ciò che non va bene nei nostri rapporti sociali.

Molte persone si scusano continuamente, come se si sentissero colpevoli della propria inadeguatezza, preferendo sottolinearla da soli senza attendere che lo faccia qualcun altro: meglio umiliarsi che essere umiliati dagli altri. La conseguenza di questo comportamento è scontata: quando una persona comincia a svalutarsi, i veri amici si sentono obbligati a negare il fatto. Sebbene la persona che si accusa non si fidi delle rassicurazioni degli amici (perché non si fida di nessuno  e di se stessa ancora meno), il sostegno che ottiene la fa sentire comunque bene. Eppure, questo sostegno può agire solo da puntello, e non può rimpiazzare la mancanza di sicurezza e di autostima. Anche se la si incoraggia, una simile persona riesce a ristabilire il suo equilibrio emotivo solo momentaneamente; il problema rimane a livello sotterraneo: quindi che si può fare??

Accusare se stessi costituisce un modo sicuro per evitare di essere criticati dagli altri. Quando le cose vanno male, di solito è sempre l’individuo più debole del gruppo quello a cui viene data la colpa, e se siamo noi a scusarci con eccessiva frequenza, saremo noi i predestinati a diventare il capro espiatorio, che la colpa sia nostra oppure no.

Se ci si comporta da perdenti, si viene poi trattati come tali.

Detto questo è necessario imparare facendo pratica a:

 

  • Approfittare dei nostri lati positivi => dopo aver descritto almeno tre caratteristiche positive della nostra personalità, cominciamo a comportarci come se fossimo vere, anche se non ci crediamo fino in fondo…
  •  Imparare ad accettare le lodi => non accettare le lodi e complimenti significa far mostra di un falso senso di modestia: si finge di non meritare applausi quando invece si è faticato tanto per ottenerli.
  • Non scusarsi troppo => se pensiamo che per ogni cosa la colpa è nostra, ci stiamo lusingando perché dimentichiamo che al mondo esistono altre persone che influenzano gli eventi quotidiano almeno quanto noi.
  • Siamo gentili con noi stessi => niente di quello che realizziamo conta a nostro favore se non riconosciamo i successi ottenuti oppure se pensiamo di averli raggiunti perché le circostanze erano favorevoli. Essere gentili con se stessi significa non criticarsi troppo, non pretendere troppo da se stessi; in generale trattarsi con rispetto, alla stessa maniera in cui ci comporteremmo con una persona cara.

 

 

mercoledì, 18 gennaio 2012

Imparare a scorgere le possibilità positive ….

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Le nostre aspettative tradiscono la nostra personalità. Sono sicura che conoscete qualcuno che, quando si abbozza una nuova idea, la scarta subito adducendo una serie di motivi per cui secondo lui/lei non potrà mai funzionare. E se vi mostrate scoraggiati, magari scusandosi, non potrà tuttavia fare a meno di sottolineare come le sue obiezioni siano soltanto realistiche.

Aspettarsi il peggio è altrettanto irreale che vedere la realtà dipinta di rosa. L’ottimismo e il pessimismo sono due segnali stradali che puntano in direzioni opposte e sta a noi decidere quale delle due prendere. Si è sempre tanto felici quanto lo si vuole essere.

Essere ottimisti (leggi QUI , QUI, QUI) non equivale a essere scollegati dalla realtà, e non significa neppure negare l’esistenza di ostacoli: vuol solo dire aver fiducia di poterli superare.

Il pessimista è colui che, se ne potesse fare a meno, non si cimenterebbe mai in una nuova sfida: arresterebbe il suo sviluppo presagendo difficoltà e ostacoli immaginari senza riuscire poi a ricordarsi quale era il suo obiettivo originario. Il pessimismo conduce dunque spesso alla sconfitta, proprio come l’ottimismo, nella maggior parte dei casi, porta alla crescita personale e all’autorealizzazione.

Come ho più volte scritto in vari post il modo di pensare influisce direttamente sull’espressione delle emozioni e sul modo di agire.

Proviamo a fare un esempio: se io collocassi sul pavimento un’asse di legno lunga tre metri e larga trenta centimetri chiedendo a qualcuno di camminarci sopra, la persona potrebbe accontentarmi facilmente; ma cosa succederebbe se sospendessi la stessa asse anche a soli due metri dal suolo? La stessa persona comincerebbe a calcolare la distanza da terra, la possibilità di cadere, di farsi del male e probabilmente inizierebbe a sentirsi meno sicura dei suoi passi, sebbene non sia mutata la larghezza dell’asse; dato che pensa al pericolo che corre, il cervello invia al corpo segnali di allarme, così che la persona comincerà ad irrigidirsi rendendo più probabile la caduta.

Se, d’altro canto, sospendessi l’asse sempre a due metri da terra ma, grazie ad un’illusione ottica, facessi in modo che appaia ben ancorata al pavimento, la persona si rilasserebbe di nuovo e ci camminerebbe sopra senza temere nulla.

Attendersi che i risultati ci diano ragione e ci conducano al successo non fa altro che rendere più probabile la riuscita. Aspettarsi dei problemi e riempirsi la testa di complicazioni genera infiniti dubbi e pericolose apprensioni, mettendo a rischio il risultato finale.

Quando occorre raggiungere un fine, le attese positive o negative fanno la differenza. Esse influenzano la nostra capacità di perseverare con tenacia, e anche il successo del tentativo.

Le aspettative diventano realtà più facilmente di quanto crediamo: i nostri atteggiamenti danno forma al futuro.

Detto questo due possibili suggerimenti pratici :

  • DEDICATE DEL TEMPO A PENSARE AL VOSTRO OBIETTIVO => fatene un punto focale della vostra vita. Lottare per nuovi obiettivi è eccitante e appagante. Entrate nell’ottica del pensiero positivo e godetevi la prospettiva di impegnarvi a raggiungere lo scopo.
  • VISUALIZZATE IL SUCCESSO OTTENUTO => indulgere in pensieri pessimistici è nocivo per il risultato dell’operazione poiché fa sorgere dubbi sulle nostre capacità e finisce per  minare la fiducia in noi stessi. Visualizzare significa vedere con gli occhi della mente e dimenticare per un attimo il presente. Proiettare i pensieri nel futuro e immaginare di vedervi dopo che avrete raggiunto lo scopo. Sulla strada che porta al raggiungimento dell’obiettivo si incontreranno naturalmente degli ostacoli e si dovrà necessariamente cercare di  superarli risolvendo tutti i problemi connessi. Tuttavia, mentre si è ancora occupati con queste difficoltà, per tenere alto il morale, si rivela molto utile continuare a visualizzare il risultato raggiunto, come se si avesse già superato l’ostacolo che vi si frappone. Quando si è nel mezzo di una situazione complicata, è facile farsi tentare dalla rinuncia perché non si scorge una via d’uscita. La visualizzazione ci permette di procedere anche durante i periodi di tensione, e può convincerci a non abbandonare il progetto.

 

Creandoci nuovi obiettivi, portiamo varietà e ricchezza nella vita, e se ci adoperiamo per perseguirli, facciamo in  modi di impegnarci a fondo.

Evitiamo di abbassare la testa davanti alle difficoltà e teniamo sempre ben presente lo scopo finale; più lo abbiamo chiaro in mente e più ci sentiremo sicuri, e più alte saranno le possibilità di riuscire …..

lunedì, 16 gennaio 2012

Imparare a non far nulla …..

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Forse vi state chiedendo cosa ci faccia un post sul “far niente” in un blog che parla di crescita personale.

Certo lo sviluppo personale comporta attivismo, movimento, energia e dinamismo! Nessuno nega anzi che l’attivismo sia probabilmente la componente più conosciuta e pubblicizzata dell’evluzione della persona, e tuttavia, anch’essa è solo un aspetto. Nessuno riesce a mantenersi attivo, dinamico e pieno di energie per tutto il giorno, e nessuno può inserire la quinta marcia e sfrecciare a gran velocità senza mai rallentare.

Forse credete che non fare niente sia la cosa più facile del mondo, ma per qualcuno è praticamente impossibile. C’è chi non riesce a lasciare un lavoro a metà, chi non ce la fa a concedersi nemmeno un piccolo intervallo anche se è esausto, e chi non prende assolutamente in considerazione l’idea di delegare a qualcun altro anche una piccola parte del proprio lavoro. Al solo pensiero di sedersi un attimo a oziare, queste persone subiscono un attacco di ansia che le costringe a riprendere la ricerca di qualcosa da fare.

Se pensate che stia esagerando, vi assicuro che, al giorno d’oggi, si tratta di un problema reale, di un’ossessione per l’attivismo di cui soffrono molte persone, dai manager, e dai direttori d’azienda fino alle casalinghe.

Spesso il problema si manifesta inizialmente quando si deve far fronte ad una situazione particolarmente stressante, in tale occasione si cerca di ricorrere a tutte le energie disponibili per superare l’ostacolo e per sostenere la fatica fisica ed emotiva conseguente; in altre parole si innesta la quinta. Noi tutti possediamo le risorse per far fronte a circostanze particolarmente impegnative, ma non si tratta di energie inesauribili.

Dato che lo stress e gli effetti negativi che lo accompagnano si manifestano gradualmente e furtivamente, è difficile giudicare quando non se ne può più. Di solito si sottovalutano i sintomi fisici di allarme, come i mal di testa, gli stati di affaticamento, o l’insonnia, e maggiore è il nostro senso del dovere e più ignoreremo i segnali rivelatori di tali tensioni.

Un chiaro indice di iperattività è la smodata attenzione che riserviamo ai dettagli e l’ossessionante impegno nel fare tutte le cose in un attimo.

Se la coazione ad attivarsi eccessivamente non viene controllata in tempo,si esauriscono le riserve di energia e prima o poi affioreranno problemi di salute. Un classico esempio di sovraccarico di tensioni è rappresentato dall’esaurimento nervoso.

Come ho scritto sopra la persona dotata di un forte senso del dovere è particolarmente soggetta a scivolare in questa abitudine di prendersi troppe cose a carico. Capita poi che, malgrado abbia da lungo tempo superato la causa originale dello stress, la persona mantenga lo stesso ritmo forsennato perché non riesce a scaricarsi, e quindi nemmeno a recuperare le energie perdute.

Sovraccaricarsi di lavoro è indice dell’incapacità di prendersi davvero sul serio. La mancanza di comprensione dei propri limiti fisici deriva spesso da un’educazione in cui dal bambino ci si aspettava troppo e lo si stressava emozionalmente incitandolo a realizzare imprese eccezionali per guadagnare l’approvazione dei grandi.

Quando i genitori sono persone difficili da accontentare, è possibile che il figlio si venga a trovare in una situazione senza via d’uscita, perché non riuscirà mai a fare abbastanza per soddisfarli ed essere gratificato.

E’ questa l’origine dell’impegno disperato di coloro che si danno troppo da fare per risultare piacevoli, o per essere rispettati dagli altri.

A questi indefessi stacanovisti non passa mai per il cervello che possono essere approvati per quello che sono e non per quello che fanno, perché i loro genitori, molto probabilmente, ragionavano allo stesso modo.

Non tutti sono capaci di liberarsi dall’ossessivo attivismo da soli e in alcuni casi occorre chiedere aiuto; un percorso di crescita attraverso il Counseling o l’Arteterapia potrebbe aiutare a prendere consapevolezza del proprio valore, abbandonando così il copione “compiaci ad ogni costo” e recuperando il timone della propria vita.

Governare i propri livelli di attività significa imparare a guadagnare tempo per se stessi, liberarsi da un senso del dovere morboso e squilibrato per ritagliare momenti di ricreazione in cui poter riprendere fiato. Una volta esaurite le energie per eccesso di attività, occorre tempo per farle tornare al livello normale, quindi prima si impara a stare senza fare nulla e meglio sarà ….

giovedì, 12 gennaio 2012

Lo sviluppo come processo continuo …

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Quando si parla di sviluppo, spesso si pensa allo sviluppo fisico, per esempio al peso che un bambino acquista col trascorrere del tempo, alla crescita dei suoi primi dentini e poi alla perdita dell’aspetto infantile …

Tuttavia, lo sviluppo riguarda anche l’aspetto mentale. Di questo siamo ben consapevoli durante le fasi iniziali dell’infanzia quando il bambino impara a camminare e a parlare, quando il ragazzino apprende a leggere e a scrivere e poi lo studente si specializza in una particolare disciplina all’università, o quando l’apprendista acquisisce nuove abilità nel suo lavoro.

Quello che però tendiamo a notare di meno è la crescita a livello sociale, come per esempio l’apprendimento delle convenienze in pubblico, la capacità di stringere nuove amicizie, l’abilità nel rivestire diversi ruoli e posizioni, per esempio passare dal ruolo di marito a quello di padre, e la capacità di risolvere vari problemi, come vincere lo stress, sopportare le malattie, far fronte alle preoccupazioni finanziarie o ai turbamenti nella vita di relazione.

Di solito diamo più o meno per scontati tutti i gradi di sviluppo riguardanti la sfera educativa perché essi sono patrimonio comune alla maggior parte delle persone. Nel momento in cui finiamo la scuola o l’università abbiamo passato dai dieci ai quindici anni nel tentativo di migliorare le nostre conoscenze e di ottenere una qualifica per il futuro lavoro, magari per scoprire, quando si tratta di mettere in pratica ciò che abbiamo imparato, che le nozioni teoriche apprese non si traducono immediatamente in abilità concrete.

Il processo di apprendimento deve continuare, e questa volta si dovrà basare sull’esperienza quotidiana. Alla fine, però, raggiungiamo il punto in cui possediamo completamente il nostro lavoro e siamo in grado di far fronte agli imprevisti e di risolvere i problemi piuttosto bene, in cui possiamo permetterci di rilassarci e goderci la realtà di avercela fatta professionalmente, un sentimento veramente appagante.

Purtroppo, è a questo punto che spesso si arresta il processo di apprendimento e quindi lo sviluppo. Dopo alcuni anni si instaura la routine e cominciamo a perdere la capacità e perfino la voglia di esplorare nuovi spazi. La vita sarà allora piena di giornate in cui si lavora dalle nove alle cinque e poi si cena davanti alla televisione, oppure di giornate composte di quattordici ore di lavoro a badare ai figli, per appisolarsi poi davanti alla TV.

Ci siamo “sistemati”, la vita comincia a correre su un certo binario e quando ci troviamo davanti a uno svincolo scegliamo la via più comoda. Non affrontiamo più nuove sfide. Di conseguenza diventiamo rigidi e meno capaci di risolvere i problemi, e più evitiamo nuove e forse difficili situazioni meno facciamo esperienza nell’affrontarle e sempre meno fiducia avremo per avventurarci in nuovi tentativi. A prima vista, evitare di farsi coinvolgere in nuove situazioni potrebbe sembrare la scelta più sicura, ma alla lunga si perdono i vantaggi derivanti da situazioni divertenti ed eccitanti.

Stessa cosa per quanto riguarda i possibili traumi subiti per precoci mancanza affettive; è vero che questi eventi soprattutto se vissuti nella prima infanzia producono effetti profondi su un individuo, ma questo non vuol dire che un trauma debba condizionare tutta la vita. Se quando eravamno piccoli non abbiamo avuto amore e affetto, questo non significa che non possiamo assicurarceli per la nostra vita adulta; se da bambini siamo stati tristi e scontenti, non è detto che non possiamo diventare adulti felici.

Superare eventi traumatici può essere difficile e in certi casi è necessario un aiuto esterno, ma è comunque possibile farcela. I mezzi per l’autorealizzazione e per il successo personale sono nelle nostre mani.

Ci vuole coraggio per lavorare per la propria felicità, perché questo significa assumersi i rischi insiti nella ricerca di nuove strade e imparare nuove cose su se stessi e sulla propria vita affettiva, e occorre tenacia per proseguire su una strada nuova senza rinunciare di fronte al primo ostacolo.

Di solito, i mutamenti non avvengono mai all’improvviso, per cui abbiamo abbastanza tempo per adattarci gradualmente mentre si presentano.

Attorno a noi tutto cambia continuamente e siamo noi a doverci adattare creativamente, quindi perché non apportare quei mutamenti che andranno a nostro beneficio? Possiamo definire i nostri obiettivi personali e impegnarci per raggiungerli: questo ci garantirà la crescita progressiva e uno sviluppo continuo, al di là di ogni scadenza biologica….

lunedì, 09 gennaio 2012

I problemi sono occasioni positive …

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Avere dei problemi è indice che le cose non stanno andando secondo i piani prestabiliti. Si dice che una situazione è problematica quando viene sconvolto lo svolgimento degli avvenimenti che avevamo programmato. Abbiamo la percezione che le cose stiano andando male quando non riusciamo ad ottenere precisamente quello che vogliamo nel tempo esatto in cui lo vogliamo, mentre gli imprevisti mettono immediatamente a rischio l’intera impresa. O per lo meno ci comportiamo come se lo facessero: ci arrabbiamo, ci irritiamo, ci sentiamo tristi e frustrati se la vita non ci assicura graziosamente la realizzazione rapida e senza intoppi dei nostri desideri.

Ma è questo l’unico modo di reagire ai problemi? Di sicuro non è quello migliore!

Avere delle difficoltà non è così allarmante come crediamo, anzi di solito si rivela utile per molti aspetti.

La causa del panico sta nella nostra immaginazione che inizia a lavorare in eccesso, come ho già molte volte sottolineato in vari post.. Quando incontriamo un ostacolo abbiamo la tendenza ad abbandonarci alla disperazione, comportandoci come se l’intera faccenda dovesse fallire: di qui la pre-occupazione, il nervosismo e la disposizione alla rinuncia.

Se pensiamo a tutte le centinaia di volte in cui abbiamo in contrato difficoltà, spesso superandole, è strano rilevare come ci dimostriamo incapaci a non agitarci ogni volta che si presenta un nuovo problema.

Di regola, la vita non va liscia, sia per i “falliti” sia per le persone di successo. L’unica differenza fra queste due categorie è che i perdenti rinunciano a lottare, mentre i vincenti tengono duro.

Visto che, quindi, non possiamo far altro che riconoscere l’esistenza degli ostacoli che si possono frapporre alla realizzazione dei nostri piani, abbiamo sempre la possibilità di trarne comunque un vantaggio. I problemi fanno parte della vita quotidiana e come tali è necessario che siano accettati; meno si resiste loro e più sapremo mantenere la calma, il che ci permetterà di affrontarli in maniera migliore.

E’ come mettersi in cammino per giungere al castello dei sogni dovendo superare continuamente le barricate lungo la strada. Potete farvi innervosire colpendo a mani nude l’ostacolo, oppure potete osservarlo attentamente escogitando il modo per venirne a capo.

E’ di legno o di cemento? C’è una fessura da qualche parte attraverso la quale potete insinuarvi senza doverlo smantellare? Potete scavalcarlo, aggirarlo o spostarlo? Riflettete un po’ sulle possibili soluzioni che avete, cercando di sprecare meno energia emotiva possibile sul problema particolare, riservandone la maggior parte per perseguire l’obiettivo finale.

E’ evidente che, se vogliamo risolverli , i problemi è necessario affrontarli, ma non diamo loro più importanza di quella che meritano. Continuiamo a tenere bene in vista l’obiettivo finale e lo raggiungeremo certamente, a prescindere dagli ostacoli che dovremo scavalcare, abbattere, travolgere o aggirare.

Una volta imparato a trattare costruttivamente i problemi e le difficoltà si vedrà che essi esercitano su di noi un effetto positivo: gli alti e bassi della vita ci mantengono duttili e ci aiutano a sviluppare nuove abilità, ci inducono ad adottare prospettive differenti e ci rafforzano nella sicurezza di poter gestire gli eventi.

Se consideriamo i problemi come una sfida, non come una minaccia, sapremo servircene a nostro vantaggio facendone pietre miliari sulla strada verso una vita felice e realizzata.

venerdì, 06 gennaio 2012

Anno nuovo all’insegna della “proattività” …

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Questo post, tratto da un paragrafo di “ le 7 regole per avere successo” di Stephen R. Covey,  mi sembra un ottimo inizio per quei “buoni propositi” che ogni anno mettiamo al primo posto tra le nostre priorità e che poi nel corso dei mesi, piano piano, perdono il loro mordente finendo in fondo alla lista, alimentando così il nostro senso di inefficacia.

Leggiamo come Covey definisce la “proattività”, termine coniato da Viktor Frankl e principio fondamentale per il raggiungimento di qualsivoglia obiettivo.

 

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Nella scoperta del principio chiave della natura dell’uomo, Frankl descrisse un’accurata mappa redatta da lui stesso, in base alla quale cominciò a sviluppare la prima e fondamentale regola di una persona efficace, in ogni ambiente: la regola della pro attività.

Anche se questa parola è oggi comune nella letteratura di tecniche manageriali (e di crescita personale), qualche difficoltà in più l’avremmo nel cercarla sui comuni dizionari. Significa qualcosa di più del semplice prendere l’iniziativa. Significa che, come esseri umani, noi siamo responsabili della nostra vita. Il nostro comportamento è una funzione delle nostre decisioni, non delle condizioni in cui viviamo. Noi possiamo subordinare i sentimenti, le sensazioni, ai valori. Noi abbiamo l’iniziativa e il senso di responsabilità necessari per far sì che le cose accadano.

Consideriamo la parola “responsabilità” (letteralmente: “abilità di risposta”), è la capacità di scegliere la nostra risposta o reazione. Le persone davvero proattive accettano questa responsabilità. Non biasimano per il proprio comportamento circostanze, situazioni o condizionamenti. Il comportamento è figlio della loro scelta consapevole, basata su valori, e non un prodotto casuale di situazioni, frutto di sensazioni.

Dato che noi siamo per nostra natura proattivi, se la nostra vita dipende dal condizionamento e dalle situazioni è perché noi, per una decisione cosciente o per nostra inadeguatezza, abbiamo scelto di permettere che siano queste cose a controllarci.

Nel compiere tale scelta diventiamo reattivi. Le persone proattive non sono meteoropatiche: se piove o splende il sole non fa differenza. Il punto di partenza è un valore, e se il loro valore è quello di lavorare con buona qualità, non dipende dal favore o meno del tempo.

Le persone reattive sono influenzate anche dal loro ambiente sociale, dal “tempo sociale”. Quando gli altri le trattano bene, si sentono bene; quando succede il contrario, assumono un atteggiamento difensivo e autoprotettivo. Le persone reattive costruiscono la loro vita emotiva intorno al comportamento degli altri, permettendo alle debolezze degli altri di controllare la propria vita.

La capacità di subordinare un impulso ad un valore è l’essenza della persona proattiva. I soggetti reattivi sono spinti dai sentimenti, dalle circostanze, dalle situazioni, dal loro ambiente. Gli individui proattivi sono mossi dai loro valori: valori profondamente ponderati, scelti e interiorizzati.[…]

Osservò Eleanor Roosvelt: “Nessuno può farvi del male senza il vostro consenso”. E Gandhi insegnò: “Loro non possono privarci del rispetto di noi stessi se noi non vi rinunciamo per compiacerli”. E’ il nostro permesso, il nostro consenso a quanto ci accade, a ferirci, molto più di quanto non faccia il fatto in sé.

Ammetto che questo sia molto difficile da accettare a livello emotivo, soprattutto se per anni e anni ci siamo spiegati la nostra infelicità nel nome di circostante contingenti o altrui comportamento. D’altra parte finchè una persona non riesce a dire con convinzione profonda e con onestà: “Io sono ciò che sono per le scelte fatte ieri”, non può nemmeno dire: “Adesso scelgo in modo diverso”. […]

A ferirci non è quello che ci succede, ma la nostra reazione a quanto ci succede. Certo, le cose possono danneggiarci fisicamente o economicamente e possono provocare dolore, ma il nostro carattere, la nostra identità non deve risultarne minimamente ferita. Anzi, le esperienze più difficili diventano le situazioni dove si tempra il nostro carattere e si sviluppa la nostra forza inteiore, la libertà necessaria per poter affrontare in futuro le circostanze più faticose e inspirare con l’esempio anche altre persone.[…]

La nostra natura fondamentale è quella di agire, non di subire. Oltre a permetterci di scegliere la nostra risposta a circostanze particolari, questo ci consente di creare le circostanze.

Prendere l’iniziativa non significa essere indiscreti o aggressivi. Significa riconoscere la nostra responsabilità di fare in modo che le cose accadano.[…]

Molti aspettano che accada qualcosa o che qualcuno si occupi di loro. Ma quelli che finiscono per avere le professioni più attraenti sono degli individui proattivi, che costituiscono essi stessi la soluzione dei problemi, non sono problemi loro stessi; che prendono l’iniziativa per fare qualsiasi cosa sia necessaria, coerentemente con i propri principi, affinchè il lavoro sia fatto. […]

La pro attività fa parte della natura umana e, anche se i muscoli proattivi possono essere inattivi, sono pur sempre presenti. […] Naturalmente bisogna tenere conto del livello di maturità dei singoli individui. Non possiamo aspettarci una cooperazione molto creativa da colore che si trovano sprofondati nella dipendenza emotiva. Possiamo  però, almeno, aiutarli ad affermare la loro natura di base e creare un’atmosfera in cui possano approfittare delle occasioni disponibili e risolvere i problemi in modo sempre più autonomo così da aumentare la loro fiducia in se stessi.

 

“Non conosco fatto più incoraggiante

dell’incontestabile capacità dell’uomo

di elevare la propria vita con uno

sforzo cosciente”. H.D. Thoreau

 

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Tratto da:

Stephen R. Covey

Le 7 regole per avere successo

ED.FrancoAngeli/Trend

lunedì, 02 gennaio 2012

Ri-trovare il senso del tatto ...

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Circa due metri quadrati. E’ questa l’estensione media della pelle di una persona adulta: il campo di azione del senso del tatto.

La pelle è il confine del nostro corpo, la soglia tra noi e il resto del mondo, tra l’Io e le altre persone, cose ed elementi della natura. Il tatto è il senso che s trova sulla soglia tra noi e l’esterno. Ed è anche la porta da cui gli altri ( e le cose) devono passare per arrivare al nostro corpo, e da cui noi dobbiamo passare per incontrare fisicamente le altre persone.

Attraverso il tatto, esperienza corporea del confine tra dentro e fuori, il bambino impara a sentire se stesso e l’altro, ciò che è fuori da sé.

Dobbiamo a questo senso la percezione: qui sono io e al di fuori del mio limite corporeo c’è l’altro, il diverso da me.

Attraverso il tatto manifestiamo all’esterno il nostro io, e riceviamo dalla pelle le comunicazioni dagli altri corpi: non solo dalle persone, ma anche dagli oggetti e dai corpi della natura [……]

Nella fondamentale esperienza primaria del rapporto tra il neonato e la madre, il sentire con la bocca il seno materno schiude al piccolo l’esistenza del mondo circostante, mentre lo sguardo della madre su di lui e il sentire il suo tocco sulla pelle è la prima e insostituibile esperienza di sé, della propria esistenza come essere separato dalla madre […..]

In quanto porta del corpo, aperta verso l’esterno, il tatto del bambino viene più o meno strettamente regolato dagli adulti e dalla società. Gli adulti chiudono spesso quella porta, sia per proteggere il bimbo, che nella sua naturale curiosità verso l’esterno potrebbe farsi male, scottarsi o ferirsi, sia per trasferire in lui l’inibizione che a loro volta hanno ricevuto. Il risultato di questa dissuasione al tatto è quella di suscitare nel bambino una diffidenza verso l’incontro delle proprie mani e della propria pelle con l’esterno. Espressioni comuni come: “Guardare e non toccare è una cosa da imparare” servono appunto a suscitare timore verso l’esperienza del tatto, considerata pericolosa, e spesso, dal punto di vista morale, sconveniente e peccaminosa […..]

Si sviluppa allora il tentativo di congelare, ibernare il più possibile la pelle (che spesso diventa davvero fredda), e di limitare il più possibile ogni contatto fisico per impedire all’altro di “entrare” dentro di noi, di mandare informazioni nella “memoria” del nostro corpo. Certe strette di mano date alla velocità di un razzo, e guardando altrove, sono uno dei segnali di queste difficoltà […..]

L’osservazione del tatto ci permette di capire che in questo senso, come negli altri, esiste una percezione sia passiva, che attiva, che si irradia verso l’altro e l’esterno.[ …] Un ruolo notevole nel rafforzare questi aspetti attivi del tatto è svolto dalla tensione presente nella pelle, la sua irrorazione e l’attività degli organi di senso presenti nei vasi sanguigni e nei tessuti interstiziali.

L’incontro di due corpi che entrano in relazione tattile ha anche un importante aspetto spaziale. Ogni pressione esercita una compressione sull’altro corpo, e così in qualche modo riduce la sua espansione nello spazio. Ciò fa sì che nel corpo che viene compresso si sviluppi l’aspettativa di ricostituire, riprendere la forma precedente. In questo processo si sviluppano emozioni, attese anche inconsce, gratificazioni quando il movimento atteso si realizza. Tutto ciò è ben visibile nell’abbraccio e nella sessualità […] Ma questo movimento ritmico è anche uno dei giochi preferiti del bambino, che sia con i coetanei sia con i genitori, ama essere compreso e rilasciato ritmicamente, sperimentando così la sensazione di liberazione e felicità del corpo che si espande e ritrova la sua forma originaria. […]

Riconoscere e valorizzare le diverse manifestazioni del tatto dà (o ricostituisce) la sensazione di fiducia nel proprio corpo. Una sensazione che conosciamo già prima della nascita, e che sempre entra in crisi in questo evento liberatorio ma traumatico, anche a causa del doloroso distacco dal corpo della madre che in esso si realizza. Dopo la nascita, man mano che si sviluppa un Io, una “coscienza” che osserva e percepisce il corpo come oggetto esterno, noi non siamo più pienamente identificati con esso, e non sappiamo bene fino a che punto fidarci di lui. Il tatto è il senso che può aiutarci a riacquistare questa fiducia corporea […]

Toccandoci, tastandoci, accarezzando la nostra pelle, facendoci toccare, sviluppiamo una maggiore fiducia nel corpo […] Questa fiducia nel proprio corpo, rafforzata anche dal contatto e dall’abbraccio con l’altro, è il primo gradino verso la fiducia in se stessi. Nel mio corpo mi sento a casa. […]

La fiducia nel proprio corpo, che corrisponde ad un sentirsi avvolti (la pelle ci avvolge e ci contiene), è un sentimento indispensabile per sentirci bene. Quando invece si sviluppa la sensazione di essere senza questo involucro, abbiamo paura. Paura di un corpo che non ci contiene e non ci protegge, e paura degli altri corpi che, quindi, ci possono in qualsiasi momento invadere, penetrare e ferire.[…]

Pelle e mani, negati nella loro centralità dal pensiero ufficiale sempre più virtualizzato e scorporeizzato, inseguono dall’inconscio il soggetto postmoderno posseduto dalla pulsione di “sentire” l’altro che non può più stringere nella danza (ma anche in un abbraccio spontaneo senza aver ottenuto il suo accordo esplicito, salvo incappare in un’accusa di molestie). Si moltiplicano così le dark room dai diversi luoghi di incontro, alle esposizioni di performance artistiche, dove ci si sfiora o ci si abbraccia senza vedersi, alla ricerca di un senso per ora in parte perduto. Di cui però c’è grande nostalgia …. […]

 

“Ecco, prendi te per esempio. Tu sei unico», spiegò la mamma, «e anch’io sono unica, ma se ti abbraccio non sei più solo e nemmeno io sono più sola».

«Allora abbracciami», disse Ben stringendosi alla mamma. Lei lo tenne stretto a sé. Sentiva il cuore di Ben che batteva. Anche Ben sentiva il cuore della mamma e l’abbracciò forte forte.

«Adesso non sono solo», pensò mentre l’abbracciava, «adesso non sono solo. Adesso non sono solo». «Vedi», gli sussurrò mamma, «proprio per questo hanno inventato l’abbraccio»”

David Grossman - L’abbraccio -

 

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Il testo è liberamente tratto da:

Claudio Risè

“Guarda Tocca Vivi" - Riscoprire i sensi per essere felice

Ed. Sperling&Kupfer

domenica, 01 gennaio 2012

Initium mundi ....

NEVE 2.jpg

Foto by: http://www.flickr.com/photos/romanomozzio/3354907880/


Quello che più non ti appartiene lascialo qui … atmosfera da initium mundi, e gli occhi si aprono nella purezza suprema a cercare nel bianco ovattato lattiginoso qualche traccia pulita.

Contorni flebili, appena un po’ mossi, sospesi … il sogno ancora appiccicato addosso che freme dentro con i suoi flash inafferrabili che attraversano il corpo … il resto già non è più. Andato. Tutto il resto l’hai lasciato nel vecchio anno ….

Sei entrata in una fase completamente nuova, come è nuovo tutto quello che ti viene incontro di giorno in giorno. Sta a te ora portarlo a coscienza perché le esperienze non ti scivolino accanto senza lasciare humus in te. Quell’humus che rende il tuo terreno sempre più fertile e pronto a germogliare e a donare a te e al mondo i tuoi frutti.

Viviamo a lungo in uno stato di sonno e di incoscienza ma, se vuoi portare a frutto le esperienze che vivi, diventa conscia delle tue azioni, di tutto quello che ti capita, di quello che ti circonda.

Fatti testimone di tutto questo, perché solo attraverso la consapevolezza porti a coscienza ogni attimo che stai vivendo … Tu sei il tuo progetto, sei la perfezione della forma che si esprime nel seme, pronta a diventare pianta …



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liberamente tratto da:

S.Garavaglia

365 Pensieri per l'anima

Ed.Tecniche Nuove

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