lunedì, 28 novembre 2011

Cosa vuol dire amare se stessi?

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“ Amare se stessi è l’inizio di una storia d’amore

lunga tutta una vita ..” O.Wilde

 

Qualche punto da tenere presente e un percorso in tre tappe facendomi aiutare dalle parole di Claudia Rainville ( " Nati per essere felici, non per soffrire"- Ed.Amrita).

  •  Amarsi è concedersi d'essere così come si è, concedersi di vivere le proprie esperienze
  •   Amarsi è pensare a te senza dimenticare gli altri e pensare agli altri senza dimenticare se stessi
  •  Amarsi è rispettarsi 
  •  Amarsi è trattassi bene 
  • Amarsi è avere stima di sè
  • Amarsi significa darci quello che può renderci felici 
  • Amarsi è riconoscere il proprio valore
  • Amarsi è perdonarsi per gli errori commessi
  • Amarsi è cercare continuamente di migliorarsi per amarsi ancora di più

La 1° tappa per amare se stessi consiste nell'accettare e nell'apprezzare quello che si è. Se un girasole vuole essere una rosa, sarà infelice tutta la vita. Ma se accetta di essere un girasole, scoprirà tutta la ricchezza della sua peculiarità e sarà felice.

 

Fai una lista di tutti i tuoi aspetti fisici che non accetti; per esempio: il peso, i capelli, la statura, le gambe e così via.

Può trattarsi anche di tratti del carattere, per esempio: la possessività, il disordine, l’aggressività, la gelosia, l’essere dispersivo, etc ..

Ora osserva come puoi migliorare questi tuoi aspetti.

Accettare non significa esserne soddisfatti ; significa ammettere, riconoscere , in modo di poter far fronte ai problemi o alla situazione, come sappiamo, fuggire dinanzi ad un problema non significa risolverlo.

Se potessimo soltanto accettare che tutti gli esseri umani hanno qualità da sviluppare e punti deboli da superare, sarebbe più facile accettarci per come siamo. Nella nostra interpretazione delle cose, però, essere amati equivale ad essere perfetti: i primi della classe, i più belli, i più buoni, i più intelligenti ... Erano, infatti, spesso i più preferiti. A volte ci sentivamo incapaci di conseguire un primo posto, allora ci ribellavamo contro quei "primi" e contro l'autorità che ritenevamo ingiusta nel distribuire complimenti e affetto.

Da oggi in poi prova a prendere l'abitudine di dire a te stesso: " posso permettermi di... "

·         Posso permettermi di pensarla altrimenti

·         Posso permettermi di essere diverso

·         Posso permettermi di voler vivere la vita a modo mio

 

Ti puoi permettere di essere tutto quello che sei; tuttavia se ti rendi conto che un tuo atteggiamento ti costa intermini di felicità e di relazioni con gli altri, starà a te chiederti da dove venga , che cosa voglia dire e intraprendere un processo trasformativo.

Se noi possiamo essere come siamo anche agli altri è concessa la stessa cosa. Il fatto però che l'altro abbia pieno diritto di essere come è non significa automaticamente che la cosa ci vada bene; a questo punto smetto di voler cambiare l'altro, ma scelgo me stesso, scegliendo di vivere delle situazioni che mi stanno bene e agisco per amor mio.

 

Fai ora almeno una lista di dieci cose per cui hai voglia di congratularti con te stesso.

 

Apprezzare ciò che sei significa congratularti con te stesso invece di svilirti. Ci sono persone che passano il tempo a parlare male di  ma poi non sopportano che qualcuno muova loro la minima critica.

Ci è stato insegnato:"non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a te", ma nessuno ci ha insegnato :" non fare a te quello che non faresti mai agli altri". Se non ci amiamo come possiamo chiedere agli altri di amarci? Tutto quello che facciamo a noi stessi è l'autorizzazione, per gli altri, a farci altrettanto, nel bene come nel male. Se non pensiamo mai a noi stessi, se ci dimentichiamo di noi annullandoci per gli altri, gli altri, a loro volta, ci dimenticheranno.

Tutto comincia da noi. Il mondo che ci circonda è il nostro specchio.

Quello che fai a te stesso è l'autorizzazione per gli altri a farti altrettanto, quindi:

·    Se ti giudichi o ti critichi, gli altri ti giudicheranno e ti criticheranno. Prima di dire che il tale continua a criticarti, verifica se non sei tu a criticarti per primo. Se è così, allora sii più tollerante con te stesso e vedrai gli altri diventare più indulgenti nei tuoi confronti.

·   Se ti rimproveri, gli altri ti rimprovereranno. Inoltre se ti senti colpevole, i rimproveri altrui amplificheranno " l'effetto biasimo" che ti infliggi da solo.

·        Se eviti di ascoltare i tuoi sentimenti, nessun altro li ascolterà

·        Se rifiuti il posto che ti compete, nessuno te lo darà

·        Se manchi di autostima, come puoi aspettasti che gli altri ne abbiano per te?

·        Se hai poca fiducia in te stesso, come puoi aspettarti che gli altri si fidino di te?

·        Se ti dimentichi di te in continuazione, non potrai prendertela se gli alti ti dimenticheranno.

·        Se ti manchi di rispetto, non potrai accusare gli altri di mancarti di rispetto.

 È vero però anche l'inverso:

·         Se ti vuoi bene, gli altri ti ameranno

·         Se pensi a te, gli altri penseranno a te

·         Se hai rispetto per te stesso , gli altri ti rispetteranno

·         Se tu ti apprezzi, gli altri ti apprezzeranno

·         Se sei onesto con te stesso, gli altri saranno onesti con te

·         Se sei indulgente con te stesso, anche gli altri lo saranno

·         Se hai fiducia in te, gli altri ti daranno fiducia.

   

"colui che sa amare, ama se stesso;

se sa amare soltanto gli altri, allora non ama affatto"

Eric Fromm

  

Continua nei prossimi post ……

venerdì, 25 novembre 2011

Vivere pienamente.....

 

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“per una volta, quella donna vuole vivere,

ma non sa bene cosa significhi.

Si chiede se l’ha mai fatto.

Se mai lo farà” Alice Walker

 

  

Prendo lo spunto da questa frase per una riflessione su una idea che molto spesso ci attraversa ma che altrettanto spesso non sappiamo cogliere nel suo intimo significato.


La maggior parte di noi vorrebbe “vivere pienamente”, ce ne riempiamo la bocca in ogni momento, ne facciamo la capolista degli obiettivi e desideri per ogni anno nuovo e tuttavia quando arriva il momento di mettere in pratica queste parole, scopriamo di non essere più così sicure del loro significato: che cosa vuol dire “vivere pienamente”? Lo abbiamo mai veramente saputo?....


La nostra tentazione è di correre a cercare la risposta nei libri: se riusciremo a trovare il libro giusto, allora sapremo cosa fare, in quanto siamo piuttosto abili nel seguire le istruzioni che ci vengono impartite. Oppure iniziamo a frequentare lezioni e seminari. Proviamo la meditazione oppure una dieta speciale, ci mettiamo a fare ginnastica o ci sottoponiamo a terapie alternative di vario genere.

In altri termini, ancora una volta cerchiamo formule e risposte al di fuori di noi, pensando che da qualche parte ci dovrà pur essere un filtro magico in grado di regalarci il ben-essere.


Ad un certo punto, tuttavia, ci rendiamo conto, per una qualche misteriosa illuminazione, che, per quanto validi siano tutti i nostri approcci, dobbiamo ritornare indietro e ammettere che solo noi sappiamo come vivere pienamente. Possiamo accettare alcune indicazioni, ma, in ultima analisi, vivere la nostra vita dipende da noi.

E se impariamo ad ascoltarci, nel profondo del nostro animo noi sappiamo come vivere pienamente, anche se in pratica, non l’abbiamo mai fatto.....

  

"Per vivere con arte e (pienezza) bisogna fare l'amore con la vita.."  P.Coelho

giovedì, 24 novembre 2011

Dimostrare qualcosa, ma perché e a chi …?

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Spesso diventiamo quello che gli altri ci dicono che siamo; anche se dentro di noi sappiamo che siamo ben altro, è un modo triste per depistare gli inseguitori e a volte purtroppo per perdersi e non trovarsi più. Fare finta che tutto va bene, sì per un po’ si può fare, ma poi?  Dimostrare qualcosa che non è risulta ancora più triste e inutile, e poi, perché? Sarebbe come fare il bagno in un luogo bellissimo e poi scoprire che c’è uno scarico fognario. Faresti finta di nulla e continueresti ad immergerti tra colibatteri e residui fecali?

Perché accontentarsi quando puoi scegliere il meglio? Che cosa credi che ti manchi? Te la stai raccontando … non ti manca nulla!!!

Se ti va, prova a fare questo esercizio: prendi carta e penna e scrivi una lista di cose che non hai fatto per paura che sarebbero state criticate dagli altri. E soprattutto decidi e metti a fuoco chi sono questi “altri”.

Una volta che li avrai individuati, visualizzali affidando ad ognuna di queste persone il progetto a cui hai rinunciato per paura di quello che potrebbe aver pensato.

Prendi delle buste, scrivi il nome di ciascuna persona che ti ha apparentemente frenato e inserisci in ogni busta la descrizione dell’episodio avvenuto.

Alla fine dell’esercizio guarda quanto sono gonfie queste buste. Alcune sono sottili, mentre altre sono lì per scoppiare? Almeno due non potrebbero essere neanche chiuse ? Per vivere al meglio e diventare un “vincente” occorre che tu lascia andare quello che non ha funzionato nella tua esistenza. Per farlo occorre “perdonare” tutti quei nomi. Molte di quelle buste riportano nomi che ti sono familiari? Le due più gonfie sono quelle dove c’è scritto il nome di mamma e papà?

Molte persone meravigliose sono state apparentemente poco amate da uno dei genitori o comunque hanno avuto uno o tutti e due i genitori con importanti problemi ad esprimere il loro amore. Così, inconsciamente, essi sono diventati efficaci e potenti nel disperato tentativo di poter proteggere uno dei genitori e contenere o salvare l’altro. Oppure hanno conseguito vittorie al fine di raggiungere risultati tali da rendere impossibile il non riconoscimento da parte loro. Ma spesso questo, anche se è avvenuto, non è arrivato nei tempi necessari per migliorare la qualità della realtà affettiva di tutti.

Ci sono genitori che continuano ad alzare l’asticella su cui i loro figli devono saltare e non basta mai quanto in alto tu sia riuscito ad arrivare.

Evita di sentirti indifeso rispetto al ricordo delle dinamiche intercorse qualora queste non siano state vincenti. Ogni cosa irrisolta con i tuoi genitori si “appiccicherà” nelle tue relazioni e le influenzerà negativamente. Mille volte meglio risolvere e “guarire” quello che hai salvato riguardo a tutto quello che non ha dato buoni risultati, solo così potrai essere veramente libero di realizzare al massimo il tuo potenziale.

Ricordati che ogni volta che non metti tutto l’impegno che puoi esprimere per raggiungere il risultato, sei portato ad accettare compromessi e sarai pronto a diventare quello che rimpiangerà di non essere divenuto qualcuno: a quel punto sarai capace di prenderti la tua responsabilità e di ripartire? O punterai il dito contro tutti coloro che ti avrebbero impedito di arrivare? Sei proprio sicuro che siano stati “loro” a farti scivolare? Quanto sarebbe meglio se tu ti accorgessi che hai fatto invece tutto da solo, sempre, ma specialmente quando le cose non hanno funzionato?

Fermati un attimo a riflettere, è tempo ben speso. Come potrebbe l’immobilità permetterti di arrivare da qualche parte, in quale modo potrebbe mai farti raggiungere qualcosa?

Mentre fino a questo momento ogni “no” ci crocifiggeva , ora è fondamentale riconoscere che sono i modi di pensare che avevamo ieri che ci hanno condotto e accompagnato a quello che siamo oggi, a tutto questo! L’importante è evitare di sentirsi incompresi e spostare le proprie energie su qualcosa di altro a cui teniamo comunque tantissimo in modo da superare l’impasse e riprendere il cammino.

Questo significa capacità di scelta e non ha nulla a che vedere con la rinuncia bensì con una messa a fuoco più produttiva e concreta. E’ necessario semplicemente smettere di avere timore, cambiare pensieri, prestare più attenzione, orientarci verso qualcosa di più adatto ai percorsi che abbiamo in mente e CE LA FAREMO!!!!

Noi sappiamo tutto, occorrerebbe tenerne conto! Talvolta sarebbe molto più utile smettere di spingere il fiume e forse sarebbe proprio lì che ci accorgeremmo che sì, quel risultato lo abbiamo raggiunto!

lunedì, 21 novembre 2011

Non so ricevere e allora prendo …

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Saper ricevere non è una dote di tutti. Tra chi minimizza, svaluta, considera banale quello che gli arriva e chi sa accogliere, dare risalto, esaltare quello che riceve esiste la vasta gamma di chi non sa o non è in grado di ricevere. E allora prende!

Mi racconta un cliente: “nei miei rapporti intimi, mi trovo spesso in difficoltà. Ho una richiesta che mi viene sempre in mente, un’unica richiesta che mi assilla quando sono con lei: vorrei che a proporsi fosse lei. Probabilmente però, lei sente che aspetto da parte sua qualcosa che non arriva, perché rimane sulle sue. Allora faccio il primo passo, ma le porto rancore e mi chiudo non appena lei risponde positivamente. E’ un circolo vizioso. Ho l’impressione di doverle estorcere la minima carezza e non mi piace. Io invece voglio che sia lei a farsi avanti”.

Volere che il desiderio provenga dall’altro è all’origine di numerosi malintesi e conflitti nei rapporti intimi. L’imperialismo di certi desideri (ma sono davvero desideri?) non si lascia mai scoraggiare né dalle immense frustrazioni che provoca in chi lo nutre né dalla chiusura o la fuga di chi ne è oggetto.

Continua lo stesso cliente: “quando alla fine della giornata torno dal lavoro, nella mia fantasia ci sono sempre le stesse immagini. La vedo aprirmi la porta, precipitarsi verso di me e abbracciarmi, facendo scivolare le mani sul mio corpo. E’ questo che mi aspetto ogni volta, che sia lei a fare la prima mossa. In fondo al cuore, vorrei che mi trasmettesse il suo desiderio. Ma non succede così. Una volta aperta la porta, mi sento frustrato dal poco interesse verso la mia persona; la sua passività mi è insopportabile. Sono io allora che tento verso di lei i gesti immaginati e mi va sempre male: non è il momento, non è disponibile, non è pronta. Più tardi, quando mi chiede se ne ho voglia, rimango freddo”.

L’aspettativa che l’altro ci impone può essere percepita come un esigenza implicita che blocca lo scambio e impedisce la condivisione. Quando in uno dei due il desiderio troppo forte, impedisce la desiderio dell’altro di nascere.

A questo proposito un’altra cliente: “non ho nemmeno il tempo di dargli che lui ha già preso. Ho tentato varie volte di spiegarglielo, Un giorno ho messo la mia mano sulla sua: << vedi, se tieni la mano aperta per accogliermi, io posso darmi a te. Ma se la chiudi subito sulla mia, se mi trascini verso di te, non posso più darti nulla >> subito mi ha criticata: << tu e la tua psicologia da quattro soldi. Non riesci ad accettare, ogni tanto, di essere più semplice.>> Per lui essere semplice significa rispondere subito alle sue aspettative e apparire soddisfatta!”

Questo scenario è pressoché ingestibile, poiché gli atteggiamenti e i gesti di chi ha difficoltà a ricevere quello che non gli viene dato spontaneamente lo spingeranno (in maniera del tutto inconsapevole) a prendere, cosa assai diversa dal ricevere. Le origini di questo comportamento sono sicuramente antichissime e risalgono agli albori della vita. Immagino un neonato che succhia il seno della madre. Il latte è buono e prezioso, è rassicurante e, con il passare dei mesi, la bocca avide diventa sempre più avida. Divora la mammella, la mastica e quando questa, un po’ troppo sensibile o fragile, tenta di sottrarsi, la bocca si chiude con maggior forza, maggior violenza. Si instaura allora una specie di conflitto tra la mamma e il bambino, tra il desiderio materno di dare e quello infantile , inquieto di prendere, di fare suo quello che rischia di allontanarsi e di sparire.

Mi racconta un’altra cliente: “da principio non me ne rendevo conto, ma con il tempo ho capito che il mio comportamento si ritorceva contro di me, che dovevo evitare di aggrapparmi. Non riuscivo a impedirmi di anticipare l’intenzione del mio compagno. Quando lui si cinava per abbracciarmi, lo stringevo subito tra le braccia, gli prendevo la testa fra le mani e, anche se sapevo che lo detestava, gliela stringevo contro di me. Più lui si dibatteva e voleva allontanarsi, più io lo tenevo stretto. << Sei una vera sanguisuga>> mi ha detto un giorno. <<Hai le mani come la colla, ti attacchi a me come se avessi paura che sparissi>>. E’ vero, avevo paura che sparisse, che smettesse di interessarsi a me. Ma quando gli parlavo di questa paura, scherzando mi diceva (cosa che non mi rassicurava affatto): << nessun pericolo, non mi lasceresti mai andare via>>.

Ricevere non è un atteggiamento passivo , è un atteggiamento relazionale molto dinamico.  Bisogna però accettare di aprirsi a quello che proviene dall’altro. Soltanto in un secondo (brevissimo) momento sentiremo se possiamo accogliere ciò che corrisponde alle nostre aspettative, per farlo riecheggiare e crescere dentro di noi oppure, al contrario, rifiutare quello che non corrisponde ai nostri desideri, o alla nostra sensibilità.

sabato, 19 novembre 2011

Riconosci te stesso … confermati o cambia !!

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Un bel sano post motivazionale che ve ne pare??????

 

Nel mondo dello sport spesso ci si imbatte in una frase: “Squadra che vince non si cambia!” Certo sarebbe sciocco farlo, non credete? Perché allora subito dopo un risultato ottenuto a noi capita di farlo? Di sabotare quanto appena raggiunto? Forse, per arrenderci inevitabilmente alla sensazione che siccome abbiamo vinto in passato e non si può vincere sempre, allora prendiamo le nostre cose e facciamo spazio a qualcun altro, magari lo sfidante, confrontandoci con il quale dovremmo invece difendere il titolo che abbiamo appena conquistato? Non è una resa questa?

Allora impegniamoci, laviamo i nostri pensieri e trasformiamoli in una lega composta delle stesse sostanze di cui sono composti i sogni, quelli più belli. Entriamo nella convinzione che quella che è stata la nostra vittoria più importante non debba essere necessariamente l’unica da ricordare bensì la prima di infinite altre vittorie.

Se scegliamo di vivere un’esistenza consapevole non possiamo più tornare indietro e ricominciare a fare le vittime. Sei responsabile di te e di quello che ti accade intorno, totalmente, per attingere a tutte le possibilità che il tuo potere ti mette a disposizione ora e per sempre.

Essere riconosciuti, riconoscersi … quanti vuoti permetterebbe di colmare questa azione che spesso ci attendiamo esclusivamente dall’esterno. Quanto, invece, potremmo supplire a quello che non accade nutrendoci da soli, aprendo il rubinetto della nostra “centratura”?

Certo essere riconosciuti è un bisogno che non viene considerato primario. Nella scala dei bisogni di Maslow troviamo al primo posto i Bisogni Fisiologici visti come fondamentali per accedere ad altri desideri. Poi vengono considerati i Bisogni di Sicurezza; finalmente i Bisogni di Appartenenza tra cui il bisogno di essere riconosciuti e approvati, seguiti dai Bisogni di Stima e infine troviamo il Bisogno di Autorealizzazione. Io credo invece che essere riconosciuti sia uno dei fondamentali e più importanti bisogni espressi dall’essere umano, se non vivi su un’isola deserta come naufrago, perché se già i naufraghi sono due, ognuno tenterà di convincere l’altro di quanto sia stato importante il suo apporto e il bisogno di essere vicendevolmente riconosciuti farà la differenza e regolerà la loro relazione. Uno dirà: “Hai visto quanta legna ho raccolto mentre dormivi?” E l’altro risponderà: “Sì, e tu hai visto quanto pesce ho pescato per noi nella notte?”. Questo vale naturalmente in ogni ambito.

Dopo aver imparato a riconoscerci siamo pronti ad essere riconosciuti dagli altri. Prendiamo il saluto quale altro bisogno gli viene affidato se non il riconoscimento? Io ti ho visto e ti riconosco (ti saluto), tu mi hai visto? Allora salutami affinchè io ne abbia la certezza e mi tranquillizzi. Come ti senti se saluti qualcuno e questo non risponde al tuo saluto? Non riconosciuto? Esattamente!!

Questo è uno dei motivi per cui abbiamo degli amici, per essere in una dimensione dove il riconoscimento è sicuro e paritario, da loro saremo riconosciuti e accolti comunque, in qualsiasi modo dovessimo presentarci. E ora e per sempre noi ne teniamo conto e tutto quello che possiamo fare e che è nelle nostre possibilità noi lo faremo veramente e saremo pronti ad entrare nella via dell’espansione.

L’Universo non è un navigatore, non può dirti “vai a destra o a sinistra”. E’ necessario che lo dica tu. Ora è il momento di farlo, prendi decisioni nuove, occupati di quello che ti pre-occupava e sorridi.

Usa i tuoi talenti, credi in te, diventa la tua vera fede. Investi su di te e su quello che sai fare meglio. Torna al bivio dove avevi perso il cammino e stupisci tutti; se lo farai andrai a far parte di quella minoranza del pianeta composta dalle persone che vivono costruendo i loro sogni e dormirai sorridendo, come un’aquila che cercava il cielo mentre ora è lì che vive.

La felicità è lì, può anche essere un download veloce se te lo concedi, così ti sembrerà di cavalcare il mondo, mentre sentirai una mandria di cavalli liberi al galoppo nel cuore.

Nel riconoscerti puoi sorridere e pensare: “Quante cose importanti abbiamo fatto insieme e quante ne faremo  ancora ….!” Tutto insegna ed è motivo di apprendimento se sei disposto ad imparare e ad agire e a tener conto di quello che accade intorno a te.

Alcune cose puoi farle adesso o rimpiangerai per sempre di non averle fatte. Non vivrai mai più un giorno con la stessa data di oggi, sorridi e vani nel mondo con questo pensiero! La tua giornata, se lo vuoi, può diventare una meravigliosa caccia al tesoro se uscirai attento a vivere pienamente momento per momento”. VIVI!!! VIVI ALLA GRANDE!!!!

Smetti di lasciare prendere decisioni alla parte peggiore di te; decidi tu le difficoltà che vuoi incontrare nella tua esistenza se ti sembra di non aver abbastanza adrenalina, quando le cose sono facili, prenotane però il minimo indispensabile affinchè questa tua abitudine non arrivi a sabotare i tuoi progetti. Perdere frequentemente è una manifestazione di autolesionismo che una persona infligge a se stessa per punirsi. Perdonati, concediti un attimo di respiro …. Eleva la tua visione di insieme …

Come vedi la tua situazione con questo distacco? Come ti appaiono le cose da questa altezza? Come è piccolo quel labirinto in cui ti sentivi prigioniero? Lo vedi, sarebbe stato sufficiente alzarti in piedi e come nei viaggi di Gulliver tutte le catene con cui credevi di essere legato si sarebbero rivelate per quello che erano: solo scomode, false, inutili, insufficienti a fermarti.

Quando lavori per crescere e migliorare la tua situazione, non stai lavorando su te stesso , ma per te stesso. Nel pianeta c’è bisogno di qualcosa di nuovo e quel “qualcosa” di nuovo siamo noi!!!!

Riprendi in mano la tua esistenza, muoviti da ricco, nulla è più prezioso di te! Corteggiati e conquistati, non perdere l’occasione: se tu fossi molto interessato a un’altra persona libera ti dichiareresti finchè sei in tempo no? Fallo, INNAMORATI DI TE! Non è qualcuno che devi conquistare, sei tu!!!!

 

giovedì, 17 novembre 2011

Se non decidi tu decidono gli altri per te.

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Un altro post sulla capacità di scelta … forse può essere un po’ noioso sentirsi ricordare sempre le stesse cose ma reputo che la decisione e la derivante scelta che ne consegue sia la facoltà che più di ogni altra ci permetta di vivere al meglio e da veri protagonisti la nostra vita. Quindi portate pazienza e se vi va continuate nella lettura …..

Quello che a volte sembra essere il caso sono le decisioni prese dagli altri. Un risultato che scatta quando ci rifiutiamo di compiere delle scelte nostre, quando scegliamo di non prendere decisioni che vadano nella direzione della nostra realizzazione e del nostro bene e anche di quello di coloro che amiamo.

Un buon esercizio per sperimentare come siamo capaci ad “aggrovigliare” la nostra vita  è questo: puoi farlo con il tuo partner, la tua famiglia o magari i tuoi collaboratori di lavoro.

Con la mano destra prendi la mano sinistra del tuo partner e con la mano sinistra prendi la sua mano destra, se siete più persone prendete le mani degli altri e poi avvicinatevi e “legatevi” senza lasciare le mani che stringete, girate su voi stessi, passando nei modi più infiniti sotto le braccia degli altri, affinchè le vostre braccia diventino una specie di catena, fino a creare un vero groviglio che impedisca di fatto ogni movimento.

Simbolicamente, mentre visualizzi questa scena dal di fuori puoi vedere chiaramente le difficoltà che creiamo noi. La capacità di rendere difficili situazioni che altro non chiederebbero se non di celebrare il grande privilegio che avremmo se vivessimo la nostra esistenza esprimendola al massimo potenziale delle nostre possibilità.

Ritornando all’esercizio, dal groviglio creato si cerca la soluzione, senza mai lasciare le mani che teniamo strette. Movimento dopo movimento, intrecciandosi, abbassandosi, passando sotto le braccia degli altri,proviamo a sciogliere i “nodi” creati in precedenza fino a ritrovarci in cerchio in un girotondo gioioso dove le nostre parti intatte e giocose saranno pronte a dare il meglio e a prendersi il meglio da noi stessi e dagli altri. Ora il gruppo è diventato un insieme omogeneo , libero e forte, come accade nei vasi comunicanti; ora la coppia è diventata un insieme di forze e possibilità non fuse bensì complementari dove nessuno ha bisogno di appoggiarsi all’altro.

Un ulteriore scopo di questo esercizio è riconoscere che crescendo ed espandendoti non sei mai stato in pericolo ma divieni quello che avevi sempre sognato di poter diventare e questo avviene in complementarietà con gli altri e non in opposizione. Quindi, forse, tutto si era bloccato nella nostra esistenza perché aspettavamo autorizzazioni da fuori. Se è così ora possiamo smetterla di aspettare semafori verdi dall’esterno, al punto di dare loro la valenza di approvazione a continuare o no, SCEGLIAMO NOI!

Se una persona viene da me e mi dice : “Io voglio essere felice!”, è come se mi comunicasse il risultato di quello che scoprendo gli addendi giusti potrà ottenere. Lì, allora, comincia la sfida e la ricerca.

Una volta identificato quello che potrebbe condurre al risultato, individuiamo come arrivare a far sì che le situazioni che concorrono all’obiettivo vengano raggiunte; così, sommando gli addendi scelti, si arriverà al risultato chiesto.

Se, per te che leggi, oggi quel risultato è la tua realizzazione, occorre chiarificare gli elementi che hai a tua disposizione e ottimizzarli.

Se senti di non farcela da solo fatti aiutare, vai da un Counselor, da uno Psicoterapeuta, da un Coach, farlo significa essere consapevoli delle proprie possibilità e delle proprie fragilità rispetto a una determinata situazione. Forse un tempo creavamo problemi per essere riconosciuti. A volte abbiamo fatto finta di non essere in casa, non c’eravamo per nessuno, ancora oggi, talvolta non ci siamo neanche per noi stessi. Ora siamo stanchi di nascondere il nostro valore!

Senti il bisogno di cambiare? E allora cambia! Evitare di decidere e attendere è una decisione, anche e soprattutto rinunciare lo è. Se eviti di decidere tu decideranno gli altri anche per te e poi dovrai tener conto di quello che loro avranno scelto per te. INSOPPORTABILE!!!!

E ricorda che quello che loro sceglieranno sarà sempre e soltanto il meglio per loro e quindi non necessariamente per te. A questo proposito ci si abitua in fretta a rassegnarsi e a un certo punto siamo così abituati a rinunciare e a non realizzarci che a volte, al fine di raggiungere quel risultato, può sembrare proprio più giusto fare la cosa sbagliata.

Tutto questo si potrebbe riassumere in “tanto è inutile, io non riesco a decidere!” E poiché ti sembrerà inutile ogni tentativo per riprenderti il potere della tua vita, troverai la motivazione per stancarti, per non avere voglia, per lasciare tutto così come si trova, insoddisfazione compresa.

Forse a questo punto ti farà piacere pensare che per tutti è così, non è possibile soltanto prendere decisioni giuste per la nostra vita; forse, se anche ci riuscissimo, se non dovessimo rimediare ai nostri errori … magari a quaranta anni nessuno apprezzerebbe più nulla.

C’è una bellissima metafora in una canzone che secondo me esprime molto bene quello che la paura di sbagliare può incutere in una persona; dice: “la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare …” (L.Cherubini). Trovo che questa descrizione valga per ogni incertezza. Talvolta le indecisioni nascono proprio dalla consapevolezza dell’occasione di poter fare di più e allora è come se la sensazione fosse quella di voler portare a casa il massimo e non sapere come fare.

Gli scienziati dicono che noi contattiamo fino a 500.000 pensieri al giorno, analizziamo una cosa, la scegliamo e la approfondiamo o la scartiamo e passiamo ad un altro pensiero. Lo facciamo continuamente, questo non è decidere? Prova a ritenerti capace di scegliere come se fosse possibile. Ecco un nuovo gioco, Evita di avere dubbi, evita di alimentarne. Fai cose nuove sul palcoscenico della tua esistenza preparati a interpretare il ruolo di essere qualcuno che decide con facilità.

Cambia tutto quello che puoi intorno a te. Se prima facevi il bagno ora prova a fare la doccia, cambia la marca dei saponi, del bagnoschiuma, di quello che mangi a colazione, a pranzo, cambia mezzi, atteggiamenti, posture, ecco che, se lo farai per un po’, potresti con sorpresa accorgerti di essere diventato una persona che sa prendere decisioni con maggiore facilità. ……


 "L'uomo deve scegliere.

In questo sta la sua forza: il potere delle sue decisioni."

Paulo Coelho, Monte Cinque

mercoledì, 16 novembre 2011

Il diario emozionale ...

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Ho già in un altro post  parlato dell'importanza dell'uso del diario come strumento di autocontenimento e  monitoraggio di vissuti interiori.

Nel precedente articolo mi sono soffermata sul diario nella sua accezione di contenitore di immagini ("diario visivo") per esprimere quello che la parola non riesce a dire, oggi vorrei soffermarmi sul suo aspetto narrativo, uno spazio quotidiano dove annotare liberamente senza filtri e giudizi i vostri pensieri ed emozioni più intime circa le situazioni che vi coinvolgeranno maggiormente nella vita di tutti i giorni.

Chiameremo questo strumento "diario emozionale", con un esplicito riferimento, oltre che al contenuto, anche e soprattutto al modo di organizzarlo: non vi è infatti l'obbligo di seguire delle linee razionali, le quali potrebbero soffocare la spontaneità e la sincerità rispetto a quanto vissuto durante la giornata.

Anche se all'apparenza è confuso e disordinato il "diario emozionale" rappresenta uno strumento utile per sondare gli stati d'animo e le emozioni e per riflettere sulla propria vita da una prospettiva diversa rispetto a quella del giudizio critico: la prima verità su se stessi cui si accede consiste, infatti, proprio nel vincere il timore di dare un valore ai sentimenti e alle emozioni, riservando per essi uno spazio maggiore nelle vostre vite.

Tutti noi siamo stati educati, nella maggior parte dei casi, nel non dare eccessiva importanza alle emozioni per affrontare la vita reale: abbiamo imparato presto a dissimulare i nostri stati d'animo per compiacere gli altri dando così una falsa immagine di noi stessi, la quale prevede che dobbiamo comportarci sempre come se fossimo delle creature invulnerabili e prive di ogni fragilità.

Lasciarsi guidare dall'emotività ci aiuta a costruire un punto di vista che sia soltanto nostro e che nessuno può rubarci e questo è fondamentale per dare un'impronta personale ad ogni evento o situazione che ci troviamo a vivere.

Non è necessario che annotiate ora per ora i vostri stati d'animo, più semplicemente potete dedicare anche soltanto 10 minuti al giorno a questa pratica, ad esempio appena alzate, per riflettere su cosa vi aspettate dalla giornata, oppure durante la sera, per fare il punto della situazione su quanto vissuto, lo scopo è quello di essere più consapevoli del vostro grado di coinvolgimento emotivo in quello che vi succede durante la giornata, riflettendo sugli obiettivi che volete raggiungere.

Per ottenere questi risultati occorre però che superiate le resistenze iniziali ad abbandonarvi al flusso delle emozioni: tali resistenze provengono dalle vecchie abitudini e dai vecchi copioni ormai consolidati che limitano l'espressione delle vostre potenzialità e che vi impediscono di vivere liberamente ed in sintonia con voi stesse.

In questo senso tenere un diario emozionale vi aiuterà a capire che le emozioni non sono degli eventi che capitano casualmente, da vivere di conseguenza passivamente, ma che è possibile trarre da esse l'energia per sfruttare appieno le possibilità che la vita offre in continuazione.

Se riuscirete a mantenere l'impegno quotidiano di aggiornare il diario, dopo qualche giorno vi accorgerete di una o più emozioni che continuano a saltare fuori con frequenza e in corrispondenza di diverse occasioni: questi stati d'animo evidenziano l'immagine che ognuno ha di sé in relazione al suo mondo. Questa immagine coniuga dei punti di forza, relativi a cosa riteniamo di saper fare, con dei punti di debolezza, che invece si riferiscono a cosa non sappiamo ancora fare ma che vorremmo imparare al più presto.

Tenere un diario emozionale dove riformulare le esperienze vissute nel quotidiano rappresenta un buon metodo per capire quali sono le potenzialità non ancora espresse e le motivazioni che abbiamo per migliorare la nostra condizione personale: infatti esso aiuta a chiarire il punto in cui uno si trova in relazione a dove vorrebbe essere.

Il diario emozionale può davvero costituire un'ottima palestra dove allenarsi a collegare fra loro emozioni, eventi, pensieri, significati e abilità personali. Inoltre l'aggiornamento quotidiano vi farà capire meglio quali emozioni lasciano in voi delle tracce profonde e quali invece accadono senza che voi ne siate toccati più di tanto.

Chiedersi come mai si verifica una tale situazione si rivelerà molto utile quando dovrete trarre le motivazioni giuste per apportare alle vostre vite i cambiamenti necessari per migliorarne la qualità.

 

martedì, 15 novembre 2011

Lei non sa chi sono io .....

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http://www.flickr.com/photos/diquara/4725101444/


Non è raro conoscere persone molto suscettibili, con le quali è necessario stare veramente attenti a come si parla o come ci si comporta; esse tendono infatti  a interpretare le azioni che non corrispondono alle loro aspettative come disattenzioni o offese nei loro confronti e possono reagire malamente , con rimproveri, chiusure, musi lunghi.

Tutti sappiamo quanto sia difficile e faticoso trattare con queste persone, che richiedono uno sforzo relazionale molto alto al fine di non incorrere in equivoci o fraintendimenti.

Qualche volta, se le osservo da lontano, mi viene quasi da ammirarle, per la loro straordinaria capacità di perseguitare il prossimo e di ottenere molto spesso attenzioni e accondiscendenza superiori a quanto sia necessario e naturale.

La suscettibilità è una caratteristica emozionale complessa. Essa appartiene a tutti noi e deriva soprattutto dalla nostra insicurezza e dalla nostra dipendenza dagli altri.

Anche le persone molto sicure di s'è possono essere estremamente suscettibili quando si trovano in una situazione di affidamento che le rende più fragili.

Una disattenzione da parte di uno sconosciuto può non offenderci, ma lo stesso gesto da parte di un amico può ferirci se in quel momento la nostra aspettativa o il nostro bisogno è quello di ottenere vicinanza, affetto, condivisione.

Se facciamo derivare la "nascita" della suscettibilità in famiglia, essa rimanda alla difficoltà del bambino a costituire un senso della propria identità sganciato dal continuo rifornimento di affetti, gratificazioni e attenzioni. Così può esservi la suscettibilità dei primogeniti, feriti e privati di importanza dall'emergere di altri personaggi sulla scena familiare (i fratelli e le sorelle minori), quella degli ultimogeniti, messi in ombra dall'importanza e dal potere dei maggiori, quella infine dei mezzani presi tra due fuochi ...

C'è poi la suscettibilità di chi ha problemi fisici, di chi ha meno soldi, di chi non ha ancora raggiunto il meritato prestigio, di chi si fa in quattro per gli altri, di chi è importante altrove e qui non lo si riconosce, etc, etc ....

Quando è molto alta la suscettibilità è uno scudi difensivo che si frappone fra noi e le nostre relazioni, limitandole seriamente perché non è per nulla orientata a conoscere "chi sia l'altro", bensì a valutare quanto l'altro "sa chi sono io" o, per meglio dire quanto l'altro mi tratti per quel che 'io voglio assolutamente essere per lui"!

Comunque al di là dei casi patologici, la suscettibilità rappresenta un segnale utile: nella sua fisiologia si manifesta come un allarme, che può accenderai in differenti tonalità  e così avvertirci di qualcosa che ci riguarda.

Possiamo utilizzarla come "termometro" che misura la febbre della nostra insicurezza e della nostra instabilità affettiva, in generale o nei confronti di determinate relazioni. Esa ci indica quanto siano grandi i nostri bisogni e le nostre aspettative, la quantità di "dolore" e di "rabbia" che proviamo per la loro delusione  sarà la misura della nostra fragilità e la nostra dipendenza dalla persona o dal gruppo che ci sta frustando, che non sa chi siamo noi, e che, se anche lo sa, se ne frega!  

Le nostre buffe reazioni emotive e i nostri comportamenti irriguardosi e colpevolizzanti verso coloro che non ci aiutano a sostenere la nostra identità potrebbero farci sorridere, se decidessimo "eliminare" la causa del nostro male, anziché arrabbiarci con il mondo.

Ma come ai fa a superare questi scogli, a diventare meno insicuri,ad allargare la nostra vita senza pretendere che ci sia sempre qualcuno vicino a noi che ci legge nella mente e si comporta come noi desideriamo?

Semplice impariamo a "fare provviste". Ogni occasione di crescita, ogni gesto di riconoscimento sono un alimento che possiamo metabolizzare e immagazzinare.

Le persone troppo suscettibili non hanno mai imparato a sentirsi sazie e spesso questo è capitato, perché mentre mangiavano relazioni buone si preoccupavano della possibilità che qualcosa fosse loro tolto, anziché godere di quello che avevano a disposizione.

Un piacere che venga sentito come un'offerta della vita e non sia subito liquidato come l'antipasto di un pasto infinito e mai saziante può farci sentire una dolcezza infinita. Un obiettivo che ci permettiamo di sentire come conquistato da noi e non concesso dalla benevolenza dell'altro può parlarci di chi noi veramente siamo.

Tutto ci lascia la porta aperta alla speranza e fa abbassare la febbre, almeno per un po' .....

giovedì, 10 novembre 2011

Viva la delusione quando non fa più male ...

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“Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione.

Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d’una ingiustizia che non t’aspettavi, d’un fallimento che non meritavi….”  

Oriana Fallaci – “un cappello pieno di ciliegie -

 

La delusione è il crollo di un'idea a cui abbiamo creduto, spesso troppo, e a cui possiamo anche aver incautamente affidato la nostra felicitá.

L'etimologia latina del termine significa pressapoco "uscire dall'inganno". Ma quale inganno?

L'illusione spesso ce la creiamo noi, con un meccanismo talvolta raffinato, talaltra banale. Altre volte ce la creano gli altri, ma anche in questo caso, se fossimo onesti, potremmo riconoscerci molte responsabilità , quantomeno per non aver esercitato abbastanza il senso critico e non aver ragionato con la nostra testa.

L'illusione è un male inevitabile, di cui siamo spesso anche consapevoli, ma spesso incapaci di staccarcene. Forse deriva dalla nostra necessità di sognare, di creare mondi buoni per noi, di ricevere ciò di cui abbiamo bisogno. Forse nasce dalla fragilità, dal desiderio cocente di felicità, dal bisogno di essere amati.

Volendo se si è abbastanza "saggi" si potrebbe passare in rassegna le illusione che affollano la mente e che non sono state ancora messe in discussione. Non sarebbe strano trovarne molte, alcune mischiate a diversi elementi di realtà, altre mai messe alla prova dai fatti o così forti da piegare i fatti al loro volere.

Prendiamo un esempio tra i più classici. Quando ci si innamora si vive un'esperienza di vero e proprio "doping" della mente e delle emozioni. La persona amata viene beatificata e messa in salvo dalle critiche, avvolta in un'area luminosa, designata come colei che ha senz'altro il compito e desiderio di renderci felici così come noi desideriamo esserlo.

Impieghiamo talvolta anni ad accettare che l'altro non possa farlo più di tanto e ci restiamo male anzi malissimo, qualcuno al punto di non ritenere più buona e utile per sè la relazione e allora ci si fa la guerra o ci si separa.

L'illusione amorosa e la conseguente delusione sono fenomeni naturali e come tali riguardano tutti. Ma allora perché la delusione porta qualcuno a rompere la relazione e qualcun altro no? Anzi sembra proprio che le relazioni che resistono alla delusione siano più salde e profonde, più fondate e solide.

Il destino delle delusioni può variare molto.

In alcuni casi la delusione scava un solco profondo nella nostra mente,crea un baratro tra noi e la nostra stessa capacità di sperare. Sono le situazioni in cui il richiamo alla realtà non aiuta.

Forse in questi casi l'illusione che è stata travolta era troppo legata alle nostre fragilità, per cui la sua caduta provoca un irrimediabile sentimento di distruzione interiore.

Sono situazioni in cui tutto viene travolto: la persona amata, l'amica o l'amico, il lavoro deludenti vengono sentiti come causa di dolore così profondo da non poter essere ricollocati a nessun costo in una luce positiva.

Gli effetti di tale tipo di delusioni sono devastanti e si protraggono per molti anni, spesso per l'intera vita.

In altri casi, invece, esso è favorevolmente influenzato dalla nostra capacità di restare ancorati a fattori di realtà; riusciremo allora a fare operazioni quali "rattoppare i buchi" (ad esempio accettando di non poter avere fino in fondo quello che desideriamo), oppure valutare cosa abbiamo da perdere separandoci e cosa invece da guadagnare restando.

La delusione può in questo caso indurci a fare un bilancio realistico e aiutarci a superare alcuni vecchi schemi emotivi e di pensiero che ci affliggono, o perlomeno a renderlo più evoluti e raffinati.

Da questo punto di vista, essa ci aiuta a realizzare davvero nella realtà i nostri desideri, venendo a patto con quello che è effettivamente possibile.

La delusione serve a realizzare concretamente quello che era imprigionato nell'illusione, quindi a rischio di non diventare mai realtà.

Talvolta accade che si passi dapprima attraverso sentimenti distruttivi e solo in seguito, smaltita l'onda d'urto della delusione, ad una prospettiva più realistica e propositiva.

mercoledì, 09 novembre 2011

Ci vuole pazienza .....

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La pazienza si sviluppa secondo direttrici misteriose. In sostanza essa è la capacità di saper dedicare tempo e un'attenzione anche prolungata a qualcosa o qualcuno.

Ci sono attività che richiedono molta pazienza: ad esempio coltivare un orto, dipingere ad olio, comporre mosaici, far crescere imprese, insegnare etc ..

Alcune persone sono pazienti per natura, a volte così pazienti da sembrare lente come lumache, incapaci di un guizzo, di una provvidenziale ventata di fretta. Talvolta questa pazienza deriva dalla paura di essere  aggrediti o dalla paura di sbagliare. Le persone pazienti in questo modo tendono ad essere molto tolleranti e a non reagire a comportamenti modificati o aggressivi anche quando potrebbe essere veramente necessario, tendono anche a dedicare molto tempo alle cose che devono fare, indipendentemente dalla loro importanza e a ricontrollarle più volte per essere sicure di non aver sbagliato nulla.

 La pazienza che deriva dall'insicurezza funziona bene per evitare e tenere a bada la paura, ma ha un difetto: è piuttosto rigida, poco modificabile, proprio perché nasce dalla necessità  di proteggerai da aggressioni o critiche.

In caso di necessità, quando può servire fare le cose in fretta e non preoccuparsi della loro completa correttezza, questa "pazienza" frena, mette in crisi la persone e non le consente di agire rapidamente  se non a prezzo di un'ansia anche molto elevata.

Ci sono persone invece capaci di una pazienza "di fondo", che trasmette serenità e sicurezza. Queste persone ci danno sempre  l'idea di muoversi contemporaneamente in due direzioni: sanno stare "ferme", aspettare,concentrarsi su quello che hanno davanti e nello stesso tempo sembrano indirizzate a un movimento, un futuro, a un obiettivo vitale.

Proprio perché quello che conta in questa pazienza è l'obiettivo di fondo, essa è anche compatibile con altri atteggiamenti, talvolta opposti come il fare le cose in opposti e approssimativamente o anche male, se si valuta che da ciò non derivino problemi strategici o, addirittura, se lo si ritiene necessario, per non ritardare inutilmente la strada.

Anche gli impazienti sono di categorie differenti. Una categoria simpatica (a me) è formata da quelli che sono sempre un passo avanti, pieni di idee, forse un pó affamati di vita, trascinatori ma non arroganti, curiosi di sapere, di vedere, di fare e di pensare altro.

Altri impazienti invece possono essere meno gradevoli, ad esempio gli impazienti "narcisi", che reagiscono sempre male se qualcuno entra nel loro spazio vitale e ne modifica gli schemi e i ritmi.

Infine c'è una grande quantità di impazienti e " ansiosi", che contagiano tutto il mondo con la loro perenne fibrillazione, irrequieti e instabili finchè le cose non vanno come dicono loro.

Pazienza e impazienza non sono per forza caratteristiche stabili, connesse al carattere: esse possono variare anche in relazione al benessere o malessere del momento o del periodo di vita, o al contesto.

Come anche dice l'etimologia - derivano da "pathos" - pazienza e impazienza parlano del nostro "sentire" e ci descrivono al prossimo con minuzia e precisione: ci raccontano e ci tradiscono , anche al di là dei nostri sforzi per mimetizzarci.

 

“Soltanto l'ardente pazienza

porterà al raggiungimento

di una splendida felicità.”

Pablo Neruda

 

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