venerdì, 30 luglio 2010
Il dolore insopportabile della perdita
In programma oggi c'èra un altro post, molto più leggero e vacanziero, ma la seduta di eri con A. e la sua mail di oggi, che mi ha profondamente commosso, mi ha fatto riflettere sull'importanza di Esserci rispettando i tempi propri della persona che si trova a "sopravvivere" ad una insopportabile perdita.
All'inizio "del cammin di nostra vita" tutti pensiamo di essere incapaci di sopportare una perdita e che non potremmo sopportare nemmeno per un momento la sofferenza che ne deriva perché la tristezza è nefasta e distruttiva. E viviamo così, condizionando la nostra vita con questa idea. Nonostante ciò, questa credenza appresa e trasmessa attraverso i nostri genitori, che vorrebbero in qualche modo costruirci una vita libera dal dolore, è una compagnia pericolosa e agisce come un grande nemico che ci spinge a oneri maggiori di quelli che, ipoteticamente, evita.
Nel caso del dolore, per esempio, esso può condurci a smarrire la strada verso la nostra definitiva separazione da quello che non c'è più. Di sicuro ogni cosa ha le sue sfumature e ogni situazione ha i suoi momenti. Non è lo stesso che una persona se ne vada o che muoia. Non è uguale traslocare da una casa ad un'altra, oppure cambiare macchina, o lavoro, o città. E' ovvio che il vissuto della perdita non è analogo in nessuno di questi esempi, ma è bene spiegare che c'è sempre un dolore quando si abbandona un luogo per entrare in uno nuovo dove non c'è niente di quello che c'è stato finora.
E questo cambiamento, interiore o esteriore, porta sempre con sé un processo di attivo adattamento a ciò che c'è di diverso, migliore o peggiore che sia.
Bisogna, quindi, imparare a percorrere questa parte del cammino in cui alcune cose restano indietro e altre proseguono, anche se non sono più le stesse. Si "deve" guarire dalle ferite che si aprono quando si deve abbandonare qualcuno o qualcosa durante la strada, quando una situazione finisce e non ho più quello che avevo o credevo di avere.
E' importante elaborare la perdita ed è necessario riuscire a correggere sulla nostra mappa le cose che sono cambiate perché questa carta non è il territorio e il mondo in cui viviamo non può essere troppo lontano da quello che abbiamo come obiettivo.
Per dire in una sola frase quello che mille libri messi insieme non riescono a spiegare: ci spaventa pensare che forse non esiste nessuno con cui andare avanti. E' il pensiero di dover affrontare la tristezza di sentirci soli, indifesi, impotenti. Abbiamo paura anche solo dell'idea della desolazione.
Fa tremare quasi tutti immaginare che un giorno potremmo trovarci di fronte ad una perdita definitiva e che non possiamo farci nulla. Sapere che dentro di me rimarranno soltanto le macerie di ciò che è crollato. Questo è il momento più duro: la fase della tristezza che fa male fisicamente, della mancanza di energia, della pena dolorosa e distruttiva.....
" dopo un po' me ne rendo conto. Non tornerai mai più. Mi sento diviso, smarrito, distrutto. I miei pensieri, da un lato; le mie emozioni, dall'altro; il mio corpo paralizzato; la mia anima e il mio spirito, come assenti ....."
Quando incontriamo queste persone e le guardiamo negli occhi, ci rendiamo conto che gli è successo qualcosa, che dentro di loro è morto qualcosa. Ed è molto triste stare al fianco di qualcuno che attraversa questo momento, perché capiamo e condividiamo il suo dolore.
I tentativi per uscire da questa situazione sono infiniti. Senza bisogno di diventare pazzi, può darsi che in questa fase proviamo alcune sensazioni strane. Anche se sappiamo che non è vero, abbiamo l'impressione che, in realtà, la persona perduta sia "appiccicata" a noi, quasi una seconda pelle che ci avvolge, ci soffoca e ci ossessiona.
Il brutto di questa fase è la dolorosa disperazione dell'incontrollabile. Il "bello" è che si esaurisce e che, nel frattempo, il nostro essere si organizza per il processo della cicatrizzazione, che è la conclusione di ogni perdita.
E' importante capire che la tristezza e il dolore non sono nemici ma ci permettono di allontanarci per poter rimpiangere quello che non ho più e per difendermi dagli altri stimoli finchè non sarò pronto a riceverli; mi connettono con l'interno per poter tornare all'esterno e dar luogo all'accettazione.
Già alla fine della fase della desolazione si comincia a sentire una certa necessità di lasciare andare quello che è stato, voler andare via da un luogo dove intuisco di non poter fare nulla. Questa sensazione inspiegabile riconducibile ai legami vitali con il mondo è il punto di partenza.
Inizia il momento dell'identificazione con ciò che non c'è più arrivando a volte a rivoluzionare esageratamente le virtù reali dell'assente. In questa fase mi spingo all'alchimia emozionale, ovvero imparare a trasformare un'energia legata al dolore in un'azione costruttiva. Questo è l'inizio del nuovo, la ricostruzione dell'essenziale e la storicizzazione e l'integrazione di chi non c'è più.
Questa è la fase feconda della trasformazione della sofferenza penosa, dell'isolamento cercato, in una storia che dia un ulteriore senso alla propria vita. Se si riesce a fare questo allora si arriverà all'accettazione.
Separarsi, ammettere che quello che è finito non c'è più. Per essere brutali: che il morto non sono io. Rientrare nella vita che continua.
Non ha senso voler continuare ad andare avanti senza elaborare il dolore, non è utile pretendere che, una volta passato il peggio, non resti neanche una cicatrice. Perché una perdita si supera, ma non si dimentica. Le cicatrici sul corpo, se c'è stato un buon processo di guarigione, non fanno male e , con il tempo, si mimetizzano con il resto della pelle e quasi non si notano. Ma se guardi bene, ci sono. E questo è un bene, è la fragilità che diventa forza e risorsa : "Qui la mia vita si è interrotta ed io sono stata capace di ricucire i lembi della ferita, di raddrizzare la strada, di andare avanti...".
Costa fatica lasciare andare quello che non ho più; riuscire a slegarsi e cominciare a pensare a quello che viene dopo ....
" .... E il piccolo principe disse: "Ecco ... è questo qui". Esitò ancora un poco, poi si rialzò. Fece un passo. [...] Non gridò. Cadde dolcemente come cade un albero. Non fece neppure rumore sulla sabbia. E ora, di certo, sono passati sei anni. [...] Ora mi sono un po' consolato. Cioè ... non del tutto. Ma so che il piccolo principe è veramente tornato al suo pianeta, prchè al levar del giorno, non ho ritrovato il suo corpo. Non era un corpo molto pesante ... E mi piace la notte ascoltare le stelle. Sono come cinquecento milioni di sonagli ... "
E' sconvolgente pensare a cosa siamo capaci di fare pur di non lasciare andare il passato, anche se sappiamo che l'unico cammino che conduce alla crescita è elaborare i dolori che affronteremo, inevitabilmente, e che la storia delle nostre perdite è il lasciapassare necessario per avvicinarsi a quello che segue.
Continuare a rimpiangere quello che non c'è più mi impedisce di godere di quello che ho. Come diceva Tagore: "Se la notte piangi perché il sole non c'è, le lacrime ti impediranno di vedere le stelle".
Affrontare l'irreversibilità della perdita, invece significa accettare il presente, sapere che quello che è stato non è più. La grande sfida è quella di capire che si può continuare con il dolore alle spalle.
Quindi non ti spaventare, non scappare e soprattutto non ti arrendere. Può darsi che la realtà ti faccia indietreggiare, ma ricorda: l'importante è essere in cammino senza perdere la speranza
19:05 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: dolore, lutto, perdita, sofferenza, ferita, cicatrice, separazione | OKNOtizie |
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Commenti
Grazie mille..... non è facile ma so che devo imparare a vivere giornalmente perchè è li che risiede la felicità e l'amore....
ps. ti avevo mandato una email per avere delle informazioni, forse non la hai ricevuta.
buona giornata
Scritto da: Sarah | lunedì, 30 gennaio 2012
Rispondi a questo commentociao Sarah .... buongiorno ...
intanto scusami se non ho ancora risposto alla tua mail, mi succede che alcune rimangano sepolte e io mi dimentichi poi di dare risposta .... :-( .. mi farò perdonare ...
si, non è facile. Ti dirò di più per VIVERE ci vuole molto impegno!
Tuttavia si PUO' (altra parolina miracolosa da cercare di sostituire ai DEVO) imparare. In noi ci sono tutte le risorse necessarie basta solo aver la pazienza di farle affiorare.
Un grande abbraccio ... :-)
Gabriella
Scritto da: gabrella | lunedì, 30 gennaio 2012
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