martedì, 09 febbraio 2010

Cuore, mente e viscere ....

cuore keith haring.jpg

"Quando fai le cose con il cuore,

le porte si aprono e

l'universo trama in tuo favore.."

 

Simbolicamente la mente rappresenta la nostra parte più logica e razionale. Quando diciamo di qualcuno che "usa troppo la testa" intendiamo di solito che il suo modo di ragionare è troppo freddo e razionale, privo di emozioni.

La mente ci aiuta a creare le strategie, ci fa decidere come agire; allo stesso tempo la razionalità è condizionata da paure e credenze limitanti, da ciò che "si deve" e "non si deve" , da ciò che "si può" e "non si può" fare: è la parte di noi che crea giustificazioni, modificando spesso la realtà delle cose.

Quando, invece, diciamo di qualcuno che è un tipo molto "viscerale" intendiamo l'esatto opposto, cioè qualcuno guidato quasi esclusivamente dalle proprie pulsioni istintive e poco razionale.

Quando diamo spazio alle nostre viscere, diventiamo un po' come un bambino piccolo che desidera qualcosa senza neanche sapere bene il perché e che non accetta alcun tipo di spiegazioni o ragionamenti.

Con il "cuore" , infine, rappresentiamo simbolicamente la parte di noi più completa, profonda quella che conosce le risposte.

"In fondo al mio cuore sapevo che non era la scelta giusta" siamo soliti dire quando raccontiamo di una decisione sbagliata.

Noi quindi sappiamo che seguire il cuore è la cosa più saggia e più giusta, ma raramente imbocchiamo questa strada, perdendo così poco per volta la capacità di ascoltarci, di comunicare con noi stesse.

Spesso udiamo la nostra voce interiore che ci guida , ma la ignoriamo al punto che dopo un po' diventa difficile perfino sentirla.

Ognuno di noi ha svariate "voci" nella mente, molte delle quali appartengono a coloro che sono stati importanti per il nostro sviluppo: genitori, nonni, insegnanti, e alcune sono diventate nel tempo parte integrante della nostra auto immagine.

Certe sono utili e produttive, altre, al contrario, sono negative, limitanti, rigide e ipercritiche. Quando ascoltiamo queste ultime , riduciamo enormemente la nostra possibilità di successo e crescita, alimentando dubbi e paure.

Quanto più sappiamo fare la distinzione tra il critico interiore e la nostra guida interiore, tanto più avremo la possibilità di acquisire un maggior controllo della nostra vita, diventando molto più indipendenti nelle scelte e nelle valutazioni e sviluppando poco per volta uno straordinario mezzo per uscire dai conflitti interiori.

Quando invece del cuore seguiamo principalmente la mente, automaticamente decidiamo condizionati dalle paure e dalle credenze limitanti che ci appartengono, da ciò che crediamo si debba o non si debba, si possa o non si possa fare.

La mente ci consiglia di essere ragionevoli, di stare con i piedi per terra, di non montarci la testa e di valutare attentamente prima di agire, ma spesso ci aiuta anche a giustificarci, trovando dei motivi razionali per i quali è sicuramente meglio non fare ciò che in cuor nostro sappiamo invece essere giusto.

Seguendo le viscere, invece, non siamo mai in equilibrio. La parte viscerale di noi è come un bambino che fa sempre i capricci perché vuole sempre di più ed è disposto a qualsiasi cosa per soddisfare le sue pulsioni interiori.

E' quella parte di noi che ci fa comprare qualcosa perché la vogliamo da impazzire, nonostante già sappiamo che quell'oggetto finirà inutilizzato in un cassetto del nostro armadio. E' quella parte di noi che non ci fa chiedere scusa a qualcuno, pur sapendo di essere in torto. E' quella parte di noi che ci fa uscire dalla bocca parole che un attimo dopo vorremmo non aver mai detto.

Con questo non voglio dire che nella vita non si debba ragionare sulle cose per valutarle attentamente, né che non si debba mai fare una piccola pazzia! Mente e viscere sono importanti per la qualità della nostra vita.

Quello che sto dicendo è che vanno seguite solo se allineate con il cuore.

E' fondamentale usare la testa prima di agire, ma fare o non fare qualcosa non deve necessariamente dipendere dalle probabilità o dai calcoli statistici. Se così fosse tutti i grandi della storia che hanno, con le loro imprese "irragionevoli" cambiato questo mondo non avrebbero mai combinato nulla.

Certamente ci sarà stato anche il loro la paura di non riuscire, e forse il calcolo delle probabilità era tutto avverso, ma hanno ritenuto comunque ragionevole ciò che agli occhi del mondo non pareva altrettanto sensato: sentivano dentro di loro di potercela fare e quella era l'unica certezza della quale avevano veramente bisogno.  Le viscere non sono forse state una componente importante per loro? Altrochè!

Dalle viscere arrivano la passione, la spinta, la motivazione e il desiderio, componenti fondamentali per riuscire in qualsiasi impresa.

Quando mente, cuore e viscere sono allineate e spingono nella stessa direzione diventiamo inarrestabili.

Quando vogliamo veramente ottenere un risultato, crediamo sia possibile raggiungerlo e sappiamo dentro di noi che quella è la scelta giusta, allora siamo davvero in grado di utilizzare al meglio le nostre risorse e nessun risultato ci è precluso!

 

lunedì, 08 febbraio 2010

Sul cambiamento ...

CHANGE.jpg

Se vogliamo migliorare i nostri risultati in qualsiasi ambito, dobbiamo inevitabilmente cambiare qualcosa  in ciò che facciamo e come lo facciamo.

Eppure incredibilmente la maggior parte di noi spera di raggiungere risultati diversi senza cambiare nulla!!!

In genere in maniera abbastanza istintiva e inconsapevole, continuiamo ad usare sempre i medesimi schemi di pensiero, a comportarci negli stessi modi di sempre, a vedere le cose da un unico punto di vista, ovviamente con il risultato di rivivere situazioni che sono la fotocopia di altre vissute in passato.

Come ho già ripetuto in vari post, spesso cambiare fa paura. Il cambiamento è qualcosa che ci spaventa anche se è parte integrante della nostra esperienza di essere umani. Infatti tutta la nostra vita è un continuo e costante cambiamento, a partire dal nostro stesso corpo che non è mai uguale.

Ogni secondo che passa alcune cellule muoiono e vengono sostituite da altre nuove e, come un fiume che scorre, siamo all'apparenza sempre uguali, ma in realtà sempre diversi.

Uno dei principali motivi per cui il cambiamento ci spaventa credo sia l'idea che per "cambiare" dobbiamo eliminare completamente ciò che esiste e ripartire da zero. Un po' come se dovessimo ammettere di avere sbagliato tutto, di avere fallito, di avere buttato via una marea di tempo e di energia.

Fortunatamente cambiare non vuole dire questo!! Non dobbiamo azzerarci per poi ricostruirci!

Al contrario, possiamo partire da dove siamo per espanderci, evolverci, progredire.

Hai mai conosciuto qualcuno che, lamentando eterna insoddisfazione, continua a cambiare lavoro oppure partner, ritrovandosi poi immancabilmente, nella stessa identica situazione negativa di partenza che sembra ripetersi all'infinito?

Queste persone pensano che cambiare lavoro o partner sia la soluzione più adeguata, quando è abbastanza evidente che, se il problema permane, non è l'esterno a generarlo ma sono loro stesse.

Quindi l'univa vera via d'uscita è evolversi modificando quella parte di sé che procura difficoltà, quegli schemi di pensiero o di comportamento che creano in situazioni diverse risultati identici.

Se la parola cambiamento diventa sinonimo di progresso, evoluzione, crescita, allora non può fare più paura e non può che essere stimolante.

E' nella natura umana tendere all'evoluzione, alla crescita, allo sviluppo.

Pensa infatti a come ti senti quando impari qualcosa che prima non conoscevi, anche solo una piccola abilità o una semplice informazione: quando ci sentiamo migliorati, quando sviluppiamo capacità che non possedevamo o quando facciamo nostre conoscenze che non ci appartenevano, è naturale provare un piacevole senso di soddisfazione.

Crescere, imparare e migliorarci ci fa stare bene!!!!!


 

sabato, 06 febbraio 2010

L'autobiografia:raccontarsi come cura di Sè

abbraccio scrittura.jpg
(grazie al Blog di Tina http://tinafesta.wordpress.com/per la foto....)

 

fogli bianchi sono la dismisura dell’anima

e io su questo sapore agrodolce

vorrò un giorno morire,

perché il foglio bianco è violento.

Violento come una bandiera,

una voragine di fuoco,

e così io mi compongo

lettera su lettera all’infinito

affinchè uno mi legga

ma nessuno impari nulla

perché la vita è sorso,

e sorso di vita i fogli bianchi

dismisura dell’anima

(Alda Merini)

 

 

Cercavo un incipit per parlare di autobiografia, qualcosa che toccasse il cuore delle persone e le incuriosisse in modo da arrivare in fondo all’articolo e “per caso” mi è capitato tra le mani un romanzo “Treno di notte per Lisbona” di Pascal Mercier e tra le pagine di questo libro un brano che ha colpito tutti i miei sensi, intenerito la mia anima e dato forse un senso a quello che leggerete dopo.....

“delle mille esperienze che facciamo, riusciamo a tradurne in parole al massimo una e anche questa solo per caso e senza l’accuratezza che meriterebbe. Fra tutte le esperienze mute si celano quelle che, a nostra insaputa, conferiscono alla nostra vita la sua forma, il suo colore, la sua melodia. Allorchè ci volgiamo, quali archeologi dell’anima, a questi tesori scopriamo quanto sconcertanti essi siano. L’oggetto che prendiamo in esame si rifiuta di stare fermo, le parole scivolano via dal vissuto e alla fine sulla carta rimangono pure affermazioni contraddittorie. Per lungo tempo ho creduto che questa fosse una mancanza, una pecca, qualcosa che si dovesse superare. Oggi penso che le cose stiano diversamente: che il riconoscimento dello sconcerto sia la via regia per giungere alla comprensione di quelle esperienze tanto familiari quanto enigmatiche. Tutto ciò può suonare strano, anzi singolare, lo so. Ma da quando vedo la faccenda in questo modo, ho la sensazione di essere per la prima volta davvero vigile e vivo.....”

“C’è un momento nel corso della nostra vita, come dice Duccio Demetrio ,in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito. “Capita a tutti, prima o poi .... da quando forse, la scrittura si è assunta il compito di raccontare in prima persona quanto si è vissuto e di resistere all’oblio della memoria....” (D.Demetrio – “Raccontarsi” p.1).

Raccontare di sé, della propria vita, dei propri ricordi, dei successi e delle sconfitte, dei sentimenti, delle paure, degli amici e degli amori,…l'autobiografia è uno sforzo di attenzione/cura di sé che collega parti differenti della nostra vita fornendo un repertorio di modi di essere di sé nel tempo e nello spazio ed un senso del proprio posto nel mondo, secondo una prospettiva di continua costruzione e ri-costruzione della propria immagine identitaria.

E', dunque, da un lato, organizzazione e formalizzazione dell'identità vissuta, dall'altro raccolta e organizzazione di elementi costitutivi l'immagine di sé capaci di essere strumenti per scoprire la personale chance evolutiva che ognuno di noi possiede quella “tendenza attualizzante”, coniata da Rogers in base al quale ogni individuo ha in sé la capacità di realizzare le proprie potenzialità . La rivisitazione della propria vita è così sempre un invito e quasi una necessità di ricominciare a vivere e a cercare, abilitandosi a vivere il tempo futuro, consapevole che ogni abilitazione non è mai l'ultima e che ogni abilità maturata nasconde sempre un'altra faccia di sé che è quella del non-ancora-realizzato.

Scrivere di sè è un modo di attribuire un significato alle esperienze passate per poter costruire il proprio futuro;  può aiutarci a ripensare a chi siamo e alla nostra storia; ci obbliga a fermarci un attimo e a capire dove siamo.

Narrare di Sé riattualizzando il passato sollecita nelle persone il recupero di “ quelle tracce di senso” esistenziali, spirituali, relazionali, cognitive, affettive presenti lungo il continuum esperienziale della personale storia di vita e, spesso, sommerse, e in-comprese dalla tumultuosità di quello che ci accade, unite spesso, dalla superficialità e automaticità che accompagnano le azioni della vita quotidiana. Azioni vissute frequentemente come disunite e apparentemente prive di connessioni, per le molteplici interferenze e imprevisti che accrescono il disagio, il disorientamento e ci costringono reattivamente a patteggiare, ad operare scelte, non senza sofferenza e frustrazioni, in un continuo costruire e ri-costruire contesti di vita.

Parlando di sé ci si consente inoltre di sentirsi autore, protagonista e regista di quello che si sta scrivendo. Questo sentirsi personaggio principale ci ricompensa di tutto quel tempo in cui la vita ci ha “obbligato” ad essere comparse, spettatori a volte muti di tutto quanto si è fatto.

Lo spazio autobiografico è il tempo della “tregua”, una “base sicura” nata da noi stessi per noi stessi, in cui pressante diventa il rintracciare i molti ruoli, le molte parti recitate non per colpevolizzarci, bensì per attendere alla “sutura”, alla ri-composizione di tutti i frammenti.

Ri-tessendo le trame della nostra esistenza, alla moviola di uno spazio-tempo  per sé, si genera, altresì, quel momento essenziale di distanza emotiva da se stessi mentre si rivive se stessi, necessario per guardarsi sulla scena cercando di individuare ruoli, battute, esibizioni superflue o viceversa cruciali.

Fare autobiografia è un darsi pace, pur affrontando il dolore del ricordo: scrivendone, infatti, si allevia la sofferenza e se ne rielabora il senso.

E’ trovare una stanza tutta nostra in cui far emergere dallo sfondo indistinto cose ,fatti, sensazioni, figure.

E’ un guardarsi dall’alto osservandoci “come un paesaggio affatto ordinato dove, in quanto autori, stabiliamo simmetrie e asimmetrie, zone oscure o chiarificate, picchi o pianure, vie maestre e sentieri.... non sempre le figure emergono evidenti. E’ però un tentativo della mente di ritrovare un punto, un’ansa ..... al quale ancorarsi. Almeno per qualche istante, tra giochi della memoria e riflessioni sul senso degli accadimenti...” (D.Demetrio “Raccontarsi” pag.34).

Raccontare la propria storia, cercando di portare alla luce dalla penombra dell’oblio le immagini più lontane che si credevano perdute ma che invece sono ancora lì tra le pieghe della nostra memoria, è un atto di solidarietà e amore verso se stessi, è un voler prendersi per mano entrando in contatto in modo autentico con il nostro mondo emozionale iniziando un viaggio verso la parte più profonda di noi stessi portandola alla luce in tutta la sua ricchezza e le sue sfaccettature.

Da tutto ciò possiamo delineare i benefici della pratica autobiografica in un percorso di Arteterapia.

Raccontare la nostra storia, scriverla, buttarla fuori, è già di per se stesso un atto liberatorio. Non può cancellare il dolore o la sofferenza, ma può essere almeno un modo per prenderne le distanze, per mettere un punto. Questo è uno dei motivi più profondi (e per questo curativi) dell’autobiografia. Scrivere di sé è qualcosa che aiuta a stare bene, o meglio.

Prendendosi del tempo per sé, vuol dire aver cura di noi, in sintesi: volerci più bene. Inoltre l’ascolto di noi stessi ci aiuta anche ad aumentare la nostra capacità di ascolto verso gli altri.

Ritornare con la mente ad eventi ed emozioni passate ci fa capire il motivo di scelte che forse oggi non faremmo più ma in quel momento rappresentavano l’unico modo possibile e questo ci aiuta a perdonarci, ad alleviare quei sensi di colpa che spesso avvelenano la nostra vita.

Andare alla scoperta di pezzi lontani della nostra storia vuol  dire anche riannodare fili che credevamo persi , trovando il coraggio di elaborare eventi che sembravano compiuti , giungendo a spiegazioni fino a quel momento rimaste nascoste, aprendosi così spazi di progettualità e cambiamento e permettendoci di intravedere ciò che è possibile fare ancora.

Andare alla ricerca dei ricordi, serve anche a ricercare la bellezza di tanti momenti che abbiamo dimenticato . Gli esercizi della memoria, ci aiutano a tirarli fuori, e così ..... a sorridere di più.

Scrivere di sé e condividere la nostra esperienza con altri, significa offrire ad altri la possibilità di conoscerci così come noi ci percepiamo riscoprendo il nostro valore , arricchendo la nostra immagine e di conseguenza aumentando la nostra autostima. Ci permette inoltre di trovare cose comuni e punti di contatto sentendosi così vicini e sviluppando sentimenti di unione. Crea comunicazione.

Narrare di sé, aiuta ad acquisire sicurezza. Ad operare delle scelte ascoltando le nostre intuizioni più profonde, superando la paura del  giudizio degli altri.

E da ultimo l’aspetto più importante è sentire che si è vissuto e che si sta ancora vivendo.....

 

______________________________________________________________________________________________________________________

Per saperne di più:

Duccio Demetrio “Raccontarsi” Ed. Raffaello Cortina

Duccio Demetrio “Il gioco della vita “ Ed.Guerini e Associati

Natalie Goldberg “Scrivere Zen” Ed. Ubaldini

Fernando Pessoa “Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” Ed. Feltrinelli

venerdì, 05 febbraio 2010

La favola del colibrì.....

colibri.jpg

 

 

Nella grande foresta era scoppiato l'incendio più furioso e devastante che si fosse visto da generazioni.


Tutti gli animali erano scappati sulle rive del fiume e gridavano spaventati e si lamentavano: "Poveri noi, i nostri nidi distrutti, le nostre tane bruciate, la nostra erba... i nostri alberi... che disastro, che disastro!..."

Solo un colibrì non si era unito alla depressione generale. Si era avvicinato all'acqua e aveva preso una goccia nel suo becco. Dopodiché era volato sul fuoco e aveva lasciato cadere la goccia.
Dopo il primo viaggio ne fece parecchi altri, finché qualcuno degli animali piangenti lo notò e gli urlò dietro: "Illuso! Che cosa credi di fare con le tue goccine d'acqua contro questa violenza?"

Il colibrì si fermò a mezz'aria e, a becco pieno, rispose: "Faccio quello che so e posso fare!".....


Favola Africana

giovedì, 04 febbraio 2010

Vedi? ... Senti? ... Provi? ...

cinque sensi.jpg

 

Dopo i post dedicati al sentire e pensare vorrei fermarmi un attimo a riflettere sulle modalità che abbiamo di "filtrare" la realtà rendendo tutto ciò che ci accade come un qualcosa di assolutamente nostro.

La realtà è oggettiva o soggettiva? Apparentemente esiste una realtà oggettiva, ma in effetti niente lo è: nel momento in cui ci rappresentiamo una scena internamente, in qualche modo la filtriamo rendendola soggettiva.

Il filtro sono i nostri cinque sensi: vista, udito, tatto, olfatto, gusto. Il cervello elabora tutto quello che accade intorno a noi attraverso i sensi e ne crea una rappresentazione interna che a sua volta ci provoca delle sensazioni. Nonostante in questo processo vengano utilizzati tutti i sensi disponibili, ognuno di noi, crescendo, ha sviluppato delle specie di corsie preferenziali e usa quindi modalità diverse per rappresentarsi la realtà.

Nella PNL (Programmazione Neuro Linguistica per approfondire vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Programmazione_neuro_linguis... ) sono state individuate tre modalità: visiva, auditiva e cinestesica. La modalità visiva è legata al senso della vista, quella auditiva all'udito e quella cinestesica riguarda invece gli altri canali sensoriali, quelli un po' più sensibili come il gusto, il tatto e l'olfatto.

Tutti possediamo queste tre modalità, ma ognuno di noi ha sviluppato una preferenza nel loro utilizzo che caratterizza il modo di elaborare, depositare e richiamare informazioni del proprio cervello.

Per esempio le persone visive quando ripensano ad un evento rivedono mentalmente le immagini descrivendo quello che hanno visto, i colori che c'erano, come erano vestite le persone; le persone auditive, invece, quando rivivono una situazione sono in grado di ricordare le voci, i suoni, le parole esatte che sono state dette, i toni usati, le musiche; le persone cinestesiche, infine, ritornando ad un episodio riprovano con estrema facilità le stesse sensazioni positive o negative, che avevano provato allora.

Anche la comunicazione varia a seconda della modalità seguita e rispecchia, ovviamente, quello che sta accadendo nella testa di chi agisce.

Il visivo, privilegiando le immagini, tende a parlare velocemente, perché esse scorrono rapide nella sua mente ed è come se dovesse rincorrerle; la respirazione è di petto, poco profonda; l'energia comunicativa è alta, gesticola molto, tiene la testa eretta e usa espressioni verbali che richiamano il canale visivo: "non mi è chiaro" , "non riesco a vederlo" , "non mi quadra" . I movimenti volontari degli occhi si dirigono preferibilmente verso l'alto a destra o a sinistra.

L'auditivo è molto diverso nel modo di comunicare: poiché i suoni sono per lui importanti, ama ascoltarsi, parla in modo ritmico, fa le giuste pause, accompagna le parole con una gestualità misurata; la tensione muscolare è relativamente uniforme; la respirazione è uniforme e diaframmatica; lo sguardo orizzontale di lato; ha un dialogo interno molto sviluppato, ossia comunica attivamente con se stesso, spesso facendolo anche a voce alta, usa espressioni come "non mi suona", "tutto questo stride", "adesso sono in armonia", " hai sentito cosa ho detto?".

Il cinestesico vive molto più intensamente le sensazioni, che sono spesso difficili da comunicare e, quindi ha più difficoltà a trovare le parole; lo sguardo è rivolto in basso verso destra; vi è un rilassamento generale dei muscoli con la testa ben piantata sulle spalle che tendono a curvarsi;la respirazione è profonda nella zona addominale; sente le emozioni nella pancia, usa una gestualità bassa, parla più lentamente, si serve di espressioni quali: "a pelle", "lo sento dentro", "non mi tocca", "sento..". E' molto sensibile al contatto fisico, agli odori.

Tutte e tre hanno aspetti positivi e negativi. La persona cinestesica, ad esempio, è tendenzialmente più sensibile rispetto agli altri, sente di più le persone e le situazioni, ma è portata anche ad accollarsene più facilmente le sofferenze e la negatività. Una persona visiva invece è dotata di grande energia, ma, al contrario del caso precedente, può scarseggiare in sensibilità, combinazione che spesso la fa agire come un bulldozer.

Il valore di tutte queste informazioni sta nel fatto che esse possono avere grande importanza nel campo della comunicazione, permettendoci di rapportarci agli altri in maniera molto più efficace. Infatti se riusciamo ad individuare il canale preferenziale della persona che ci sta di fronte potremmo usare un linguaggio più adeguato per la comprensione del nostro discorso diminuendo in tal modo il rischio di incomprensioni e conflitti.


Ora, se ti va, ti propongo questi due esercizi per allenarti a ri-conoscere il canale preferenziale della persona che hai di fronte:

  • Ascolta attentamente chi ti sta di fronte e prova a rispondere alternativamente usando lo stesso sistema rappresentazionale o impiegandone uno diverso. Ti renderai conto di come immediatamente il risultato della comunicazione cambi.
  • Per capire a quale categoria appartiene chi ti sta di fronte e quindi interagire usando il suo canale sensoriale principale è necessario esercitarsi; abituati quindi a guardare e ascoltare la respirazione delle persone con cui parli o che parlano tra loro. Osserva ad esempio come tengono i muscoli delle spalle e della testa, come muovono gli occhi, con che tono e volume di voce parlano etc...


 

mercoledì, 03 febbraio 2010

Terzo intermezzo ...

diversa prospettiva 3.jpg

 

Se ti sei riconosciuta e tieni stretto tra le tue mani quello che ora sei, puoi spargerti nel mondo piano, piano. Senza paura di disperderti, di scioglierti, di svanire, inconsistente.

E' finito il tempo della vita tra parentesi, accartocciata in maschere neutre. La vita non è una lotta contro un destino che si accanisce contro di te, non è nemmeno la continua sofferenza di dover controllare sempre tutto e tutti, e neppure una realtà estranea nella quale si è stati catapultati da chissà chi.

Fuori di te c'è il mondo che ti aspetta, ha tanto da mostrarti e da scambiare con te.

Tu sei anche quello che ti sta intorno, riconosciti nella natura che ti circonda, brilla con la luce delle stelle e con quella del sole.

Non temere di sentirti straniera, cammina tranquilla oltre i tuoi confini, non puoi perderti, perché non ci sono confini, non c'è il vuoto, tutto è collegato.

Se vuoi essere veramente nel mondo e non soltanto passeggiargli accanto, scendi in campo, osa, lascia la tua tana e apriti all'esterno, troverai tanti specchi che ti stanno aspettando. Accoglili uno ad uno e non averne paura: se brillano o se proiettano coni d'ombra sulla tua pelle fino a farla rabbrividire, non mettere confini, non chiuderti più nel tuo mondo contratto.

Cambia prospettiva, mettiti più in alto, disidentificati, distaccati, senza titubanze, ridimensiona quello che non ti convince, quello che temi, ciò da cui sei fino ad ora fuggita.

Fatti ascoltatore di te .... Ascoltati! ...

E quando riesci a guardare da una diversa prospettiva e ti distacchi da quello che vedi fuori di te e anche dentro di te, non naufraghi in te, non ti perdi dentro te stesso.

Guardare da un'altra prospettiva è accorgersi di essere entrati veramente nel Nuovo e sentire che non avrebbe potuto essere che così ...

 

martedì, 02 febbraio 2010

Essenza e apparenza ...

rosa mano.jpg

 

Ogni oggetto o essere vivente possiede una natura intrinseca e una manifestazione estrinseca, un'essenza e un'apparenza.

Se prendiamo ad esempio un'automobile, possiamo considerare aspetti della sua interiorità il motore, il telaio, le sospensioni e come aspetti della sua esteriorità la carrozzeria, la linea, il colore.

La linea è importante, ha una sua funzione, però sappiamo che essa incide poco sulle prestazioni della vettura, dipendenti soprattutto da ciò che si trova al suo interno: potenza del motore, qualità delle sospensioni etc.. Non bastano linea aggressiva e vernice rossa per trasformare un'auto qualsiasi in un'auto sportiva; viceversa ci sono auto che dietro un'apparenza da berlina per famiglie nascondono alte prestazioni.

Questo esempio ci dice che l'apparenza è una cosa, l'essenza un'altra.

In un fiore, invece, essenza e apparenza sono coerenti: esso non è diverso da quello che sembra (salvo che nelle piante carnivore) e il suo aspetto esteriore è semplicemente un'espressione della sua natura profonda. Non ha la possibilità di fiorire diversamente da quello che è.

Pensiamo ad una rosa: inizialmente è tutta avviluppata in se stessa e piano, piano si pare, mostrando sempre più forma, colore e profumo, e in questo esprime esattamente la sua natura, che è quella di attirare e accogliere gli insetti, essere fecondata e produrre il frutto e quindi i semi. Non fa niente che non sia già previsto nella sua funzione vitale. In questo caso l'esteriorità è al servizio dell'essenza ed insieme concorrono alla realizzazione del fiore.

"Una rosa è una rosa, è una rosa..." e in effetti non può essere nient'altro che questo; un essere umano invece può apparire in maniera molto diversa da ciò che è dentro.

Un bugiardo può mostrarsi sincero, un ignorante può atteggiarsi a sapiente, un timido può sembrare spavaldo. Insomma, ciò che l'uomo può esprimere all'esterno non corrisponde necessariamente alla sua realtà interiore.

L'essere umano non è l'unica creatura vivente in grado di alterare profondamente il rapporto tra essenza e apparenza: anche alcune piante ed animali lo fanno; egli tuttavia è l'unico che finisce per ingannare se stesso.

Un camaleonte sa benissimo, in ogni momento, chi è: anche quando si trasforma e sembra una pietra, sa di essere un camaleonte, e lo stesso vale per la pianta carnivora; l'uomo invece, a forza di mentire agli altri, finisce per ingannare se stesso e scordarsi chi è, identificandosi con il personaggio che si è costruito.

Siamo talmente abituati a recitare che non ci sembra più nemmeno di farlo e diciamo a noi stessi:" Questa sono io"; mentre invece dovremmo dire: "Questa è la maschera che indosso da così tanto tempo da identificarmi con essa".

Il problema del falso sé non è di natura etica, e non va stigmatizzato il fatto che si menta ad altre persone, che si indossino maschere volte a ingannarle sulla nostra reale natura.

In un ambiente rigido, autoritario, aggressivo, mentire è lecito, specie per un bambino che non ha il potere e le competenze per contestare le regole stabilite dagli adulti. Nello stesso modo è funzionale indossare maschere e corazze per proteggersi dall'aggressività e insensibilità altrui.

Il vero problema sta nel fatto che a forza di indossare queste maschere ci dimentichiamo chi siamo veramente, illudendoci di essere quel personaggio, o quella compagnia di personaggi, che ci siamo creati nell'infanzia o nell'adolescenza, finendo quindi per ingannare persino noi stessi.

Anche se al giorno d'oggi l'autenticità, la spontaneità e la sincerità sono considerate da molti valori di grande rilevanza da ricercare sopra tutto, la cultura dominante è stata fino a poco tempo fa di ben altro avviso.

Non dobbiamo dimenticare infatti che proveniamo da una tradizione essenzialmente patriarcale e autoritaria, che preferiva l'uniformità all'autenticità, l'obbedienza alla spontaneità, l'ipocrisia alla sincerità; importava molto di più "che cosa eri" piuttosto che "chi eri". Le persone comunicavano quasi esclusivamente da ruolo a ruolo, da maschera a maschera senza nulla esprimere della propria essenza. Si istruivano i bambini fin da piccoli a comportarsi secondo determinati clichè, a dissimulare, a recitare parti e copioni perfino nei rapporti più intimi: genitori-figli, mogli-mariti  ...

E anche se questo sistema di convenzioni comunicative basate sull'ipocrisia e l'apparenza è stato via, via messo in discussione e poi in parte scardinato; tuttavia si è creato un sistema sostitutivo e al vecchio conformismo ha fatto seguito un nuovo conformismo di cui la globalizzazione forse ne è l'emblema.

Siamo usciti da un sistema prestabilito di convenzioni per entrare in un sistema di nuovi simboli, forse più creativi ma altrettanto prestabiliti e vacui.

Questo perché è stato messo in discussione il meccanismo sociale esteriore che promuoveva il mascheramento, ma non sono state scalfite le motivazioni interiori cha portano a mascherarsi perdendo il contatto con le nostre più intime aspirazioni, con quel nucleo dell'essere che ci contraddistingue da tutti gli altri esseri viventi rendendoci unici.

Non è facile liberarsi di abitudini sociali vecchie di secoli, anche perché la tendenza a mascherarsi non dipende solo dal perpetuarsi di certi modelli culturali, ma deriva anche dalla naturale tendenza a ricercare il piacere e sfuggire il dolore, che in termini di interazione sociale significa ricercare l'amore e l'approvazione degli altri ed evitarne la riprovazione e l'aggressione. La motivazione psicologica che ci spinge, fin dall'infanzia, a comunicare in modo controllato, artefatto è proprio quella di ottenere considerazione e accettazione da parte degli altri, proteggendo al contempo la nostra vulnerabilità.....

 

lunedì, 01 febbraio 2010

Per un recupero del sentire ...

RESPIRANDO 1.jpg

 

Come ho detto nei precedenti post, ci sono momenti in cui è bene affidarsi al sentire e momenti in cui è meglio utilizzare il pensare.

Tuttavia se per anni ci siamo dedicate prevalentemente al pensare, è evidente che la facoltà del sentire si è un po' atrofizzata e così, quando serve, non funziona come dovrebbe, segnalando in maniera distorta o confusa.

E' quindi necessario riattivarla e se si vuole veramente non è molto difficile, basta investire in questo compito un po' di tempo ed energia e ne vale davvero la pena .....

Tuttavia quando si parla di "recupero del sentire" non tutti sono d'accordo, pensando che questo non sia uno dei passi fondamentali in un percorso di crescita; anzi ritengono di essere fin tropo  aperti e vorrebbero semmai chiudersi.

Sono d'accordo che non esiste una strada che vada bene per tutti, e l'importante è l'armonia tra le varie dimensioni dell'essere: dunque, così come i troppo orientati al pensare devono recuperare il sentire, è vero anche il contrario.

Tuttavia ho avuto modo di constatare durante il mio lavoro di Counselor che molti di coloro che si ritengono fin troppo aperti, soffrono non tanto per la loro apertura ma soprattutto per la scarsa fiducia che nutrono nei confronti del sentire.

La sofferenza deriva insomma dal fatto che nella vita essi danno più ascolto al pensare che al sentire, trovandosi spinti da convinzioni e condizionamenti a permanere in situazioni spiacevoli invece di tirarsene fuori, come sarebbe naturale fare.

Se, ad esempio, mangiando un certo cibo o stando con una data persona, proviamo sensazioni spiacevoli, non è una buona soluzione ridurre il nostro sentire, anche se almeno nei confronti del cibo turarci il naso può sembrare la soluzione più facile e immediata. In questo caso la soluzione corretta e funzionale è quella di cambiare cibo o persona; se poi qualcosa ci impedisce di farlo, questo non dipende dal sentire ma dal pensare.

Vediamo quindi che il problema si risolve liberandosi da idee e convinzioni limitanti che interferiscono con il sentire .

La ricetta per recuperare il proprio sentire ha tre ingredienti di base:

  • La Consapevolezza: rendersi cioè conto della necessità di riattivare questa funzione
  • Impegno: cioè volerlo e questa è una responsabilità che spetta interamente a noi
  • Esercizio: attraverso tecniche e situazioni appropriate e questo si può imparare su alcuni libri o meglio attraverso seminari, workshop esperienziali o di più attraverso un percorso di crescita quello che può ad esempio essere un percorso di Counseling

 

A proposito dell'ultimo punto vorrei concludere questa passeggiata nel sentire con un esercizio che può considerarsi la base per arrivare piano, piano a percepire interamente noi stessi.

 

Sentire il proprio respiro .....

 

Chiudi gli occhi e poni la tua attenzione sul respiro, respirando normalmente: non fare niente per cambiarlo, semplicemente osservalo, sentilo, così come avviene ...

senti il torace e la pancia che si dilatano e si restringono, oppure, se ti è più facile, focalizzati sul naso e senti l'aria che passa attraverso le narici ...

senza alcuno sforzo ... semplicemente ascolta ... osserva il tuo respiro ... sii consapevole dell'aria che entra ... dell'aria che esce ...

Dopo un po' puoi anche provare ad "assaporare" queste sensazioni, forse hanno ul loro "gusto" particolare, come quei sapori delicati che richiedono una lunga e attenta degustazione per venire fuori.

Procedi così per almeno 1 minuto ... se ce la fai anche 2 o 3 ....

Quando desideri puoi concludere l'esperienza e riaprire piano, piano gli occhi, rimanendo ancora un po' in contatto con lo spazio interiore che hai sperimentato ...

 

1 2 3 4 5 6 7 8 Prossimo