giovedì, 26 gennaio 2012
Dipendere dagli altri …. un “vizio” femminile …
Le donne che sono (state) convinte di avere un sé fragile e debole hanno delegato ad altri la gestione della loro esistenza, aspettandosi che fossero gli altri ad occuparsi di loro, a proteggerle, a soddisfare i loro bisogni, a riconoscerle meritorie. Hanno così imparato a privilegiare la comunicazione indiretta, fatta di allusioni, senza esplicitare richieste chiare per il timore di venire respinte.
Le donne hanno imparato a rendersi deboli e impotenti per attutire tensioni, per evitare conflitti, per conformarsi a chi pensavano le volesse così: i famigliari, i datori di lavoro, la società. Così hanno offerto ad altri su un piatto d’argento il loro potere, la loro autonomia e le loro forze. Non sarebbe ora di riprendersele???
La dipendenza auto-imposta delle donne si manifesta talvolta con un’eccessiva dose di fiducia e con la gelosia.
Dare fiducia a qualcuno è come denudarsi in sua presenza, mostrando le parti più intime e più fragili. Ci spogliamo delle consuete protezioni quando crediamo che l’altro non approfitterà della nostra nudità e saprà rispettarci.
La fiducia è una impalcatura senza la quale non potremmo creare legami. Senza questa, ogni scambio interpersonale non potrebbe neanche cominciare e ogni transazione sarebbe impossibile perché senza fondamenta. La fiducia rinforza e crea un circolo benefico che genera e nutre fedeltà e realtà, riconoscendo però anche l’incertezza, senza eccessiva ingenuità.
Un suo eccesso, soprattutto verso chi non la merita, si trasforma automaticamente in autorizzazione a farci imbrogliare, tradire, abusare. Per evitare di cedere al vizio di regalare fiducia a chi non la merita è prudente contemplare il rischio di essere traditi. Anzi, non ci può essere tradimento se prima non c’è stato un investimento negativo di fiducia. Così come non ci può essere delusione se prima non c’è stato un processo d’illusione.
Alcune donne però hanno il vizio di continuare a fidarsi di certe persone, anche dopo aver raccolto sufficienti prove della loro malafede, anche dopo aver osservato comportamenti lesivi del rapporto. Queste, pur notando all’interno di relazioni importanti comportamenti scorretti, sleali o disonesti, sono pronte a giustificarli, a comprenderli, a lasciar correre. Non tirano le somme e non arrivano a comprendere la gravità di quello che accettano passivamente e le conseguenze cui vanno incontro con la loro condiscendenza.
E’ come se le donne preferissero restare nel limbo dell’ignoranza, sperando che quelle modalità siano del tutto casuali, sporadiche, episodiche; che la persona non sia così sleale, in malafede e che , certamente, domani cambierà. Preferiscono continuare a credersi deboli, impotenti e, soprattutto, dipendenti da chi approfitta della loro ingenuità. Preferiscono raccogliere briciole rafferme piuttosto che correre il rischio di assaporare cibi sconosciuti, magari un po’ piccanti.
Per trasformare il vizio dell’accettazione passiva in virtù del rispetto di sé, basta essere dalla parte della verità dei fatti. I fatti non ammettono tolleranze. La donna ingenua, che continua a fare l’innocente dopo essere stata ripetutamente tradita, coltiva passivamente il rancore e proietta la sua parte di responsabilità fuori di sé. La virtù richiede che lei si assuma la propria parte di responsabilità e accetti la perdita del mito dell’idealizzazione sia dell’altro sia dell’amore con la “A” maiuscola. E’ necessario che riconosca che “nessuno è perfetto” … e meno male !
Per difendersi da una dipendenza autoimposta, chiamata erroneamente amore, bisogna avere la serena consapevolezza che ogni rapporto può essere a rischio di tradimento e, soprattutto, che ogni rapporto finisce: proprio come ogni altra cosa sulla terra, ha una nascita e una morte.
La donna che si sente dipendente dall’uomo è più portata a sentire le tenaglie della gelosia che torcono le budella, confondendo l’amore con il possesso, un patto d’amore tra due mortali in un’alleanza eterna, un accordo che va aggiornato continuamente con un contratto indelebile. Due persone che si innamorano e decidono di stare insieme cominciano a cambiare immediatamente e, da tale mutamento, possono nascere malintesi. Eppure prima di conoscersi, ognuno sapeva vivere senza l’altro. Poi cosa succede? Cosa trasforma una donna autonoma e libera in una bambina conformista e dipendente? Cosa le fa dimenticare le sue risorse legate all’autonomia e la fa regredire alla fase in cui aveva effettivamente bisogno degli altri: quando era bambina appunto?
Non cedere al vizio della dipendenza rende consapevoli che l’unione tra due persone non può essere imposta, imbrigliata, irreggimentata. Anche se due persone hanno deciso di andare nella stessa direzione, ognuno procede con le proprie gambe, con il proprio passo, secondo i propri tempi e ritmi.
La donna che si dà al vizio della gelosia presentandola come una dimostrazione d’amore, in realtà tenta di instaurare una relazione basata su un gioco di potere. Lei, che si crede dipendente, pretende di rendere l’altro succube. Così entrambi corrono il rischio di soffrire e di farsi del male reciprocamente, sminuendo la forza creativa dell’amore.
Quando rimaniamo con occhi, cuore e mente aperti possiamo valutare i rischi. Ci interroghiamo, indaghiamo, facciamo ipotesi e le confutiamo.
Quando impariamo la virtù di frequentare il dubbio, acquisiamo una cautela che educa a sopportare l’incertezza e spinge a procedere con calma….
..… cosa succederebbe se scoprissimo che in realtà non si ha paura di perdere la persona amata ma di acquisire una piena autonomia? Cosa succederebbe se scoprissimo che bastiamo a noi stesse e che la solitudine non ci fa paura????
12:04 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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lunedì, 23 gennaio 2012
Imparare a smettere di umiliarsi ….
L’abitudine a nascondersi e di oscurare la propria luce appartiene sia agli uomini che alle donne; l’unica differenza è che il sesso femminile si mortifica quasi per natura, mentre il sesso “forte” tende a mascherare l’insicurezza con parole o comportamenti da duri.
A causa della mia professione, vedo tante persone che hanno poca stima di sé, che si odiano per le loro debolezze, per la loro incapacità di comunicare, per i sentimenti negativi che nutrono per se stessi e per gli altri.
Durante il percorso, poi, quasi sempre, viene alla luce che tutte queste persone hanno in comune un’infanzia trascorsa con genitori emotivamente svalutanti o semplicemente indifferenti nei confronti del bambino.
Se un bambino non è amato, non saprà come fare per amarsi da solo; se non c’è sicurezza e affidabilità emotiva, il bambino non potrà crescere e diventare un adulto con sentimenti stabili. Non conta nulla regalargli tanti giocattoli, da solo non sarà mai capace di piacersi perché nella sua mente la mancanza di amore e di attenzioni può significare una cosa soltanto: che lui non merita l’amore dei genitori perché è carente per qualche motivo. Ecco come nasce il complesso di inferiorità.
Uno dei bisogni umani fondamentali consiste nel trovare negli altri riconoscimento del proprio valore. Vogliamo essere considerati interessanti e speciali, vogliamo che gli altri pensino che siamo competenti e intelligenti; cioè vogliamo piacere a loro. E’ molto importante sentirsi accettati dal prossimo: dopo tutto nella vita veniamo a contatto con un sacco di gente, dalla famiglia agli amici, ai colleghi di lavoro; la nostra crescita personale è determinata dal nostro successo nella vita sociale.
Dall’altro lato sta il principio della modestia, con tutte le relative implicazioni. Ci viene insegnato che “non sta bene” parlare dei nostri successi perché significherebbe vantarsi, che non dobbiamo preoccuparci troppo del nostro aspetto fisico perché sarebbe da vanitosi. Piuttosto, ci consigliano di essere modesti e di nascondere i successi ottenuti per non attirare l’attenzione generale. Ecco perché ci sono donne che passano ore a scegliere i vestiti per una particolare occasione, facendo molta attenzione per essere eleganti, applicando il trucco con cura eccessiva, sistemando i capelli come meglio non si può e abbinando i giusti accessori, per rispondere quando qualcuno rivolge loro dei complimenti: “Oh, è una vecchia cosa, sono anni che ce l’ho!”.
Situazioni simili capitano anche nell’ambiente lavorativo; magari ci si ammazza di fatica per un progetto, descrivendo i risultati raggiunti e compilando la relazione in ore e ore di straordinari per poi consegnarla al capo che pubblicherà le scoperte con il suo nome …. Secondo le leggi imperanti della modestia e della negazione di sé dovrebbe andare tutto bene perché, in fondo, ci si dovrebbe accontentar di aver contribuito al progetto. Purtroppo questo funziona solo in teoria, perché a questo punto, dato che siamo esseri umani bisognosi di riconoscimento da parte degli altri, cominciamo a sentirci feriti.
Negare se stessi e le proprie ambizioni è possibile finchè la questione non è molto importante, ma quando si profonde molto impegno ed energia in un lavoro, è semplicemente naturale che si vogliano vedere riconosciuti i propri sforzi, e ciò non ha nulla a che fare con l’immodestia.
Non prendersi i meriti dovuti è un modo per umiliarsi; forse daremo la colpa al direttore perché spetterebbe a lui/lei di riconoscere inizialmente il nostro contributo; ma è anche colpa nostra se permettiamo che lui/lei la passi liscia. Forse non riusciremo a convincerlo/la a rendere di pubblico dominio la parte di merito che ci spetta, ma il minimo che possiamo fare per appagare la stima in noi stessi è di far riaffiorare la questione la prossima volta che gli/le parliamo.
Se ci fermiamo un attimo a riflettere su chi trae benefici quando facciamo professione di modestia, ci accorgiamo che non siamo mai noi.
Se abbiamo del talento e della qualità, tocca a noi cercare di sfruttarle al massimo. La modestia porta vantaggi soltanto a chi ci propone di praticarla: più si offusca la nostra luce e più brillerà la loro.
La modestia inopportuna rappresenta un modo passivo di sminuirsi, di svalutarsi. Per una qualsiasi ragione ci si sente inibiti e non si riesce a riconoscere apertamente le proprie realizzazioni pratiche, con la conseguenza che esse non otterranno il giusto premio.
Un altro modo di umiliarsi consiste nel parlare male di sé e delle proprie capacità, criticandosi e screditandosi costantemente e quindi assumendosi automaticamente la responsabilità per tutto ciò che non va bene nei nostri rapporti sociali.
Molte persone si scusano continuamente, come se si sentissero colpevoli della propria inadeguatezza, preferendo sottolinearla da soli senza attendere che lo faccia qualcun altro: meglio umiliarsi che essere umiliati dagli altri. La conseguenza di questo comportamento è scontata: quando una persona comincia a svalutarsi, i veri amici si sentono obbligati a negare il fatto. Sebbene la persona che si accusa non si fidi delle rassicurazioni degli amici (perché non si fida di nessuno e di se stessa ancora meno), il sostegno che ottiene la fa sentire comunque bene. Eppure, questo sostegno può agire solo da puntello, e non può rimpiazzare la mancanza di sicurezza e di autostima. Anche se la si incoraggia, una simile persona riesce a ristabilire il suo equilibrio emotivo solo momentaneamente; il problema rimane a livello sotterraneo: quindi che si può fare??
Accusare se stessi costituisce un modo sicuro per evitare di essere criticati dagli altri. Quando le cose vanno male, di solito è sempre l’individuo più debole del gruppo quello a cui viene data la colpa, e se siamo noi a scusarci con eccessiva frequenza, saremo noi i predestinati a diventare il capro espiatorio, che la colpa sia nostra oppure no.
Se ci si comporta da perdenti, si viene poi trattati come tali.
Detto questo è necessario imparare facendo pratica a:
- Approfittare dei nostri lati positivi => dopo aver descritto almeno tre caratteristiche positive della nostra personalità, cominciamo a comportarci come se fossimo vere, anche se non ci crediamo fino in fondo…
- Imparare ad accettare le lodi => non accettare le lodi e complimenti significa far mostra di un falso senso di modestia: si finge di non meritare applausi quando invece si è faticato tanto per ottenerli.
- Non scusarsi troppo => se pensiamo che per ogni cosa la colpa è nostra, ci stiamo lusingando perché dimentichiamo che al mondo esistono altre persone che influenzano gli eventi quotidiano almeno quanto noi.
- Siamo gentili con noi stessi => niente di quello che realizziamo conta a nostro favore se non riconosciamo i successi ottenuti oppure se pensiamo di averli raggiunti perché le circostanze erano favorevoli. Essere gentili con se stessi significa non criticarsi troppo, non pretendere troppo da se stessi; in generale trattarsi con rispetto, alla stessa maniera in cui ci comporteremmo con una persona cara.
10:53 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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mercoledì, 18 gennaio 2012
Imparare a scorgere le possibilità positive ….
Le nostre aspettative tradiscono la nostra personalità. Sono sicura che conoscete qualcuno che, quando si abbozza una nuova idea, la scarta subito adducendo una serie di motivi per cui secondo lui/lei non potrà mai funzionare. E se vi mostrate scoraggiati, magari scusandosi, non potrà tuttavia fare a meno di sottolineare come le sue obiezioni siano soltanto realistiche.
Aspettarsi il peggio è altrettanto irreale che vedere la realtà dipinta di rosa. L’ottimismo e il pessimismo sono due segnali stradali che puntano in direzioni opposte e sta a noi decidere quale delle due prendere. Si è sempre tanto felici quanto lo si vuole essere.
Essere ottimisti (leggi QUI , QUI, QUI) non equivale a essere scollegati dalla realtà, e non significa neppure negare l’esistenza di ostacoli: vuol solo dire aver fiducia di poterli superare.
Il pessimista è colui che, se ne potesse fare a meno, non si cimenterebbe mai in una nuova sfida: arresterebbe il suo sviluppo presagendo difficoltà e ostacoli immaginari senza riuscire poi a ricordarsi quale era il suo obiettivo originario. Il pessimismo conduce dunque spesso alla sconfitta, proprio come l’ottimismo, nella maggior parte dei casi, porta alla crescita personale e all’autorealizzazione.
Come ho più volte scritto in vari post il modo di pensare influisce direttamente sull’espressione delle emozioni e sul modo di agire.
Proviamo a fare un esempio: se io collocassi sul pavimento un’asse di legno lunga tre metri e larga trenta centimetri chiedendo a qualcuno di camminarci sopra, la persona potrebbe accontentarmi facilmente; ma cosa succederebbe se sospendessi la stessa asse anche a soli due metri dal suolo? La stessa persona comincerebbe a calcolare la distanza da terra, la possibilità di cadere, di farsi del male e probabilmente inizierebbe a sentirsi meno sicura dei suoi passi, sebbene non sia mutata la larghezza dell’asse; dato che pensa al pericolo che corre, il cervello invia al corpo segnali di allarme, così che la persona comincerà ad irrigidirsi rendendo più probabile la caduta.
Se, d’altro canto, sospendessi l’asse sempre a due metri da terra ma, grazie ad un’illusione ottica, facessi in modo che appaia ben ancorata al pavimento, la persona si rilasserebbe di nuovo e ci camminerebbe sopra senza temere nulla.
Attendersi che i risultati ci diano ragione e ci conducano al successo non fa altro che rendere più probabile la riuscita. Aspettarsi dei problemi e riempirsi la testa di complicazioni genera infiniti dubbi e pericolose apprensioni, mettendo a rischio il risultato finale.
Quando occorre raggiungere un fine, le attese positive o negative fanno la differenza. Esse influenzano la nostra capacità di perseverare con tenacia, e anche il successo del tentativo.
Le aspettative diventano realtà più facilmente di quanto crediamo: i nostri atteggiamenti danno forma al futuro.
Detto questo due possibili suggerimenti pratici :
- DEDICATE DEL TEMPO A PENSARE AL VOSTRO OBIETTIVO => fatene un punto focale della vostra vita. Lottare per nuovi obiettivi è eccitante e appagante. Entrate nell’ottica del pensiero positivo e godetevi la prospettiva di impegnarvi a raggiungere lo scopo.
- VISUALIZZATE IL SUCCESSO OTTENUTO => indulgere in pensieri pessimistici è nocivo per il risultato dell’operazione poiché fa sorgere dubbi sulle nostre capacità e finisce per minare la fiducia in noi stessi. Visualizzare significa vedere con gli occhi della mente e dimenticare per un attimo il presente. Proiettare i pensieri nel futuro e immaginare di vedervi dopo che avrete raggiunto lo scopo. Sulla strada che porta al raggiungimento dell’obiettivo si incontreranno naturalmente degli ostacoli e si dovrà necessariamente cercare di superarli risolvendo tutti i problemi connessi. Tuttavia, mentre si è ancora occupati con queste difficoltà, per tenere alto il morale, si rivela molto utile continuare a visualizzare il risultato raggiunto, come se si avesse già superato l’ostacolo che vi si frappone. Quando si è nel mezzo di una situazione complicata, è facile farsi tentare dalla rinuncia perché non si scorge una via d’uscita. La visualizzazione ci permette di procedere anche durante i periodi di tensione, e può convincerci a non abbandonare il progetto.
Creandoci nuovi obiettivi, portiamo varietà e ricchezza nella vita, e se ci adoperiamo per perseguirli, facciamo in modi di impegnarci a fondo.
Evitiamo di abbassare la testa davanti alle difficoltà e teniamo sempre ben presente lo scopo finale; più lo abbiamo chiaro in mente e più ci sentiremo sicuri, e più alte saranno le possibilità di riuscire …..
11:19 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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lunedì, 16 gennaio 2012
Imparare a non far nulla …..
Forse vi state chiedendo cosa ci faccia un post sul “far niente” in un blog che parla di crescita personale.
Certo lo sviluppo personale comporta attivismo, movimento, energia e dinamismo! Nessuno nega anzi che l’attivismo sia probabilmente la componente più conosciuta e pubblicizzata dell’evluzione della persona, e tuttavia, anch’essa è solo un aspetto. Nessuno riesce a mantenersi attivo, dinamico e pieno di energie per tutto il giorno, e nessuno può inserire la quinta marcia e sfrecciare a gran velocità senza mai rallentare.
Forse credete che non fare niente sia la cosa più facile del mondo, ma per qualcuno è praticamente impossibile. C’è chi non riesce a lasciare un lavoro a metà, chi non ce la fa a concedersi nemmeno un piccolo intervallo anche se è esausto, e chi non prende assolutamente in considerazione l’idea di delegare a qualcun altro anche una piccola parte del proprio lavoro. Al solo pensiero di sedersi un attimo a oziare, queste persone subiscono un attacco di ansia che le costringe a riprendere la ricerca di qualcosa da fare.
Se pensate che stia esagerando, vi assicuro che, al giorno d’oggi, si tratta di un problema reale, di un’ossessione per l’attivismo di cui soffrono molte persone, dai manager, e dai direttori d’azienda fino alle casalinghe.
Spesso il problema si manifesta inizialmente quando si deve far fronte ad una situazione particolarmente stressante, in tale occasione si cerca di ricorrere a tutte le energie disponibili per superare l’ostacolo e per sostenere la fatica fisica ed emotiva conseguente; in altre parole si innesta la quinta. Noi tutti possediamo le risorse per far fronte a circostanze particolarmente impegnative, ma non si tratta di energie inesauribili.
Dato che lo stress e gli effetti negativi che lo accompagnano si manifestano gradualmente e furtivamente, è difficile giudicare quando non se ne può più. Di solito si sottovalutano i sintomi fisici di allarme, come i mal di testa, gli stati di affaticamento, o l’insonnia, e maggiore è il nostro senso del dovere e più ignoreremo i segnali rivelatori di tali tensioni.
Un chiaro indice di iperattività è la smodata attenzione che riserviamo ai dettagli e l’ossessionante impegno nel fare tutte le cose in un attimo.
Se la coazione ad attivarsi eccessivamente non viene controllata in tempo,si esauriscono le riserve di energia e prima o poi affioreranno problemi di salute. Un classico esempio di sovraccarico di tensioni è rappresentato dall’esaurimento nervoso.
Come ho scritto sopra la persona dotata di un forte senso del dovere è particolarmente soggetta a scivolare in questa abitudine di prendersi troppe cose a carico. Capita poi che, malgrado abbia da lungo tempo superato la causa originale dello stress, la persona mantenga lo stesso ritmo forsennato perché non riesce a scaricarsi, e quindi nemmeno a recuperare le energie perdute.
Sovraccaricarsi di lavoro è indice dell’incapacità di prendersi davvero sul serio. La mancanza di comprensione dei propri limiti fisici deriva spesso da un’educazione in cui dal bambino ci si aspettava troppo e lo si stressava emozionalmente incitandolo a realizzare imprese eccezionali per guadagnare l’approvazione dei grandi.
Quando i genitori sono persone difficili da accontentare, è possibile che il figlio si venga a trovare in una situazione senza via d’uscita, perché non riuscirà mai a fare abbastanza per soddisfarli ed essere gratificato.
E’ questa l’origine dell’impegno disperato di coloro che si danno troppo da fare per risultare piacevoli, o per essere rispettati dagli altri.
A questi indefessi stacanovisti non passa mai per il cervello che possono essere approvati per quello che sono e non per quello che fanno, perché i loro genitori, molto probabilmente, ragionavano allo stesso modo.
Non tutti sono capaci di liberarsi dall’ossessivo attivismo da soli e in alcuni casi occorre chiedere aiuto; un percorso di crescita attraverso il Counseling o l’Arteterapia potrebbe aiutare a prendere consapevolezza del proprio valore, abbandonando così il copione “compiaci ad ogni costo” e recuperando il timone della propria vita.
Governare i propri livelli di attività significa imparare a guadagnare tempo per se stessi, liberarsi da un senso del dovere morboso e squilibrato per ritagliare momenti di ricreazione in cui poter riprendere fiato. Una volta esaurite le energie per eccesso di attività, occorre tempo per farle tornare al livello normale, quindi prima si impara a stare senza fare nulla e meglio sarà ….
12:26 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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giovedì, 12 gennaio 2012
Lo sviluppo come processo continuo …
Quando si parla di sviluppo, spesso si pensa allo sviluppo fisico, per esempio al peso che un bambino acquista col trascorrere del tempo, alla crescita dei suoi primi dentini e poi alla perdita dell’aspetto infantile …
Tuttavia, lo sviluppo riguarda anche l’aspetto mentale. Di questo siamo ben consapevoli durante le fasi iniziali dell’infanzia quando il bambino impara a camminare e a parlare, quando il ragazzino apprende a leggere e a scrivere e poi lo studente si specializza in una particolare disciplina all’università, o quando l’apprendista acquisisce nuove abilità nel suo lavoro.
Quello che però tendiamo a notare di meno è la crescita a livello sociale, come per esempio l’apprendimento delle convenienze in pubblico, la capacità di stringere nuove amicizie, l’abilità nel rivestire diversi ruoli e posizioni, per esempio passare dal ruolo di marito a quello di padre, e la capacità di risolvere vari problemi, come vincere lo stress, sopportare le malattie, far fronte alle preoccupazioni finanziarie o ai turbamenti nella vita di relazione.
Di solito diamo più o meno per scontati tutti i gradi di sviluppo riguardanti la sfera educativa perché essi sono patrimonio comune alla maggior parte delle persone. Nel momento in cui finiamo la scuola o l’università abbiamo passato dai dieci ai quindici anni nel tentativo di migliorare le nostre conoscenze e di ottenere una qualifica per il futuro lavoro, magari per scoprire, quando si tratta di mettere in pratica ciò che abbiamo imparato, che le nozioni teoriche apprese non si traducono immediatamente in abilità concrete.
Il processo di apprendimento deve continuare, e questa volta si dovrà basare sull’esperienza quotidiana. Alla fine, però, raggiungiamo il punto in cui possediamo completamente il nostro lavoro e siamo in grado di far fronte agli imprevisti e di risolvere i problemi piuttosto bene, in cui possiamo permetterci di rilassarci e goderci la realtà di avercela fatta professionalmente, un sentimento veramente appagante.
Purtroppo, è a questo punto che spesso si arresta il processo di apprendimento e quindi lo sviluppo. Dopo alcuni anni si instaura la routine e cominciamo a perdere la capacità e perfino la voglia di esplorare nuovi spazi. La vita sarà allora piena di giornate in cui si lavora dalle nove alle cinque e poi si cena davanti alla televisione, oppure di giornate composte di quattordici ore di lavoro a badare ai figli, per appisolarsi poi davanti alla TV.
Ci siamo “sistemati”, la vita comincia a correre su un certo binario e quando ci troviamo davanti a uno svincolo scegliamo la via più comoda. Non affrontiamo più nuove sfide. Di conseguenza diventiamo rigidi e meno capaci di risolvere i problemi, e più evitiamo nuove e forse difficili situazioni meno facciamo esperienza nell’affrontarle e sempre meno fiducia avremo per avventurarci in nuovi tentativi. A prima vista, evitare di farsi coinvolgere in nuove situazioni potrebbe sembrare la scelta più sicura, ma alla lunga si perdono i vantaggi derivanti da situazioni divertenti ed eccitanti.
Stessa cosa per quanto riguarda i possibili traumi subiti per precoci mancanza affettive; è vero che questi eventi soprattutto se vissuti nella prima infanzia producono effetti profondi su un individuo, ma questo non vuol dire che un trauma debba condizionare tutta la vita. Se quando eravamno piccoli non abbiamo avuto amore e affetto, questo non significa che non possiamo assicurarceli per la nostra vita adulta; se da bambini siamo stati tristi e scontenti, non è detto che non possiamo diventare adulti felici.
Superare eventi traumatici può essere difficile e in certi casi è necessario un aiuto esterno, ma è comunque possibile farcela. I mezzi per l’autorealizzazione e per il successo personale sono nelle nostre mani.
Ci vuole coraggio per lavorare per la propria felicità, perché questo significa assumersi i rischi insiti nella ricerca di nuove strade e imparare nuove cose su se stessi e sulla propria vita affettiva, e occorre tenacia per proseguire su una strada nuova senza rinunciare di fronte al primo ostacolo.
Di solito, i mutamenti non avvengono mai all’improvviso, per cui abbiamo abbastanza tempo per adattarci gradualmente mentre si presentano.
Attorno a noi tutto cambia continuamente e siamo noi a doverci adattare creativamente, quindi perché non apportare quei mutamenti che andranno a nostro beneficio? Possiamo definire i nostri obiettivi personali e impegnarci per raggiungerli: questo ci garantirà la crescita progressiva e uno sviluppo continuo, al di là di ogni scadenza biologica….
15:21 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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lunedì, 09 gennaio 2012
I problemi sono occasioni positive …
Avere dei problemi è indice che le cose non stanno andando secondo i piani prestabiliti. Si dice che una situazione è problematica quando viene sconvolto lo svolgimento degli avvenimenti che avevamo programmato. Abbiamo la percezione che le cose stiano andando male quando non riusciamo ad ottenere precisamente quello che vogliamo nel tempo esatto in cui lo vogliamo, mentre gli imprevisti mettono immediatamente a rischio l’intera impresa. O per lo meno ci comportiamo come se lo facessero: ci arrabbiamo, ci irritiamo, ci sentiamo tristi e frustrati se la vita non ci assicura graziosamente la realizzazione rapida e senza intoppi dei nostri desideri.
Ma è questo l’unico modo di reagire ai problemi? Di sicuro non è quello migliore!
Avere delle difficoltà non è così allarmante come crediamo, anzi di solito si rivela utile per molti aspetti.
La causa del panico sta nella nostra immaginazione che inizia a lavorare in eccesso, come ho già molte volte sottolineato in vari post.. Quando incontriamo un ostacolo abbiamo la tendenza ad abbandonarci alla disperazione, comportandoci come se l’intera faccenda dovesse fallire: di qui la pre-occupazione, il nervosismo e la disposizione alla rinuncia.
Se pensiamo a tutte le centinaia di volte in cui abbiamo in contrato difficoltà, spesso superandole, è strano rilevare come ci dimostriamo incapaci a non agitarci ogni volta che si presenta un nuovo problema.
Di regola, la vita non va liscia, sia per i “falliti” sia per le persone di successo. L’unica differenza fra queste due categorie è che i perdenti rinunciano a lottare, mentre i vincenti tengono duro.
Visto che, quindi, non possiamo far altro che riconoscere l’esistenza degli ostacoli che si possono frapporre alla realizzazione dei nostri piani, abbiamo sempre la possibilità di trarne comunque un vantaggio. I problemi fanno parte della vita quotidiana e come tali è necessario che siano accettati; meno si resiste loro e più sapremo mantenere la calma, il che ci permetterà di affrontarli in maniera migliore.
E’ come mettersi in cammino per giungere al castello dei sogni dovendo superare continuamente le barricate lungo la strada. Potete farvi innervosire colpendo a mani nude l’ostacolo, oppure potete osservarlo attentamente escogitando il modo per venirne a capo.
E’ di legno o di cemento? C’è una fessura da qualche parte attraverso la quale potete insinuarvi senza doverlo smantellare? Potete scavalcarlo, aggirarlo o spostarlo? Riflettete un po’ sulle possibili soluzioni che avete, cercando di sprecare meno energia emotiva possibile sul problema particolare, riservandone la maggior parte per perseguire l’obiettivo finale.
E’ evidente che, se vogliamo risolverli , i problemi è necessario affrontarli, ma non diamo loro più importanza di quella che meritano. Continuiamo a tenere bene in vista l’obiettivo finale e lo raggiungeremo certamente, a prescindere dagli ostacoli che dovremo scavalcare, abbattere, travolgere o aggirare.
Una volta imparato a trattare costruttivamente i problemi e le difficoltà si vedrà che essi esercitano su di noi un effetto positivo: gli alti e bassi della vita ci mantengono duttili e ci aiutano a sviluppare nuove abilità, ci inducono ad adottare prospettive differenti e ci rafforzano nella sicurezza di poter gestire gli eventi.
Se consideriamo i problemi come una sfida, non come una minaccia, sapremo servircene a nostro vantaggio facendone pietre miliari sulla strada verso una vita felice e realizzata.
10:27 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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venerdì, 06 gennaio 2012
Anno nuovo all’insegna della “proattività” …
Questo post, tratto da un paragrafo di “ le 7 regole per avere successo” di Stephen R. Covey, mi sembra un ottimo inizio per quei “buoni propositi” che ogni anno mettiamo al primo posto tra le nostre priorità e che poi nel corso dei mesi, piano piano, perdono il loro mordente finendo in fondo alla lista, alimentando così il nostro senso di inefficacia.
Leggiamo come Covey definisce la “proattività”, termine coniato da Viktor Frankl e principio fondamentale per il raggiungimento di qualsivoglia obiettivo.
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Nella scoperta del principio chiave della natura dell’uomo, Frankl descrisse un’accurata mappa redatta da lui stesso, in base alla quale cominciò a sviluppare la prima e fondamentale regola di una persona efficace, in ogni ambiente: la regola della pro attività.
Anche se questa parola è oggi comune nella letteratura di tecniche manageriali (e di crescita personale), qualche difficoltà in più l’avremmo nel cercarla sui comuni dizionari. Significa qualcosa di più del semplice prendere l’iniziativa. Significa che, come esseri umani, noi siamo responsabili della nostra vita. Il nostro comportamento è una funzione delle nostre decisioni, non delle condizioni in cui viviamo. Noi possiamo subordinare i sentimenti, le sensazioni, ai valori. Noi abbiamo l’iniziativa e il senso di responsabilità necessari per far sì che le cose accadano.
Consideriamo la parola “responsabilità” (letteralmente: “abilità di risposta”), è la capacità di scegliere la nostra risposta o reazione. Le persone davvero proattive accettano questa responsabilità. Non biasimano per il proprio comportamento circostanze, situazioni o condizionamenti. Il comportamento è figlio della loro scelta consapevole, basata su valori, e non un prodotto casuale di situazioni, frutto di sensazioni.
Dato che noi siamo per nostra natura proattivi, se la nostra vita dipende dal condizionamento e dalle situazioni è perché noi, per una decisione cosciente o per nostra inadeguatezza, abbiamo scelto di permettere che siano queste cose a controllarci.
Nel compiere tale scelta diventiamo reattivi. Le persone proattive non sono meteoropatiche: se piove o splende il sole non fa differenza. Il punto di partenza è un valore, e se il loro valore è quello di lavorare con buona qualità, non dipende dal favore o meno del tempo.
Le persone reattive sono influenzate anche dal loro ambiente sociale, dal “tempo sociale”. Quando gli altri le trattano bene, si sentono bene; quando succede il contrario, assumono un atteggiamento difensivo e autoprotettivo. Le persone reattive costruiscono la loro vita emotiva intorno al comportamento degli altri, permettendo alle debolezze degli altri di controllare la propria vita.
La capacità di subordinare un impulso ad un valore è l’essenza della persona proattiva. I soggetti reattivi sono spinti dai sentimenti, dalle circostanze, dalle situazioni, dal loro ambiente. Gli individui proattivi sono mossi dai loro valori: valori profondamente ponderati, scelti e interiorizzati.[…]
Osservò Eleanor Roosvelt: “Nessuno può farvi del male senza il vostro consenso”. E Gandhi insegnò: “Loro non possono privarci del rispetto di noi stessi se noi non vi rinunciamo per compiacerli”. E’ il nostro permesso, il nostro consenso a quanto ci accade, a ferirci, molto più di quanto non faccia il fatto in sé.
Ammetto che questo sia molto difficile da accettare a livello emotivo, soprattutto se per anni e anni ci siamo spiegati la nostra infelicità nel nome di circostante contingenti o altrui comportamento. D’altra parte finchè una persona non riesce a dire con convinzione profonda e con onestà: “Io sono ciò che sono per le scelte fatte ieri”, non può nemmeno dire: “Adesso scelgo in modo diverso”. […]
A ferirci non è quello che ci succede, ma la nostra reazione a quanto ci succede. Certo, le cose possono danneggiarci fisicamente o economicamente e possono provocare dolore, ma il nostro carattere, la nostra identità non deve risultarne minimamente ferita. Anzi, le esperienze più difficili diventano le situazioni dove si tempra il nostro carattere e si sviluppa la nostra forza inteiore, la libertà necessaria per poter affrontare in futuro le circostanze più faticose e inspirare con l’esempio anche altre persone.[…]
La nostra natura fondamentale è quella di agire, non di subire. Oltre a permetterci di scegliere la nostra risposta a circostanze particolari, questo ci consente di creare le circostanze.
Prendere l’iniziativa non significa essere indiscreti o aggressivi. Significa riconoscere la nostra responsabilità di fare in modo che le cose accadano.[…]
Molti aspettano che accada qualcosa o che qualcuno si occupi di loro. Ma quelli che finiscono per avere le professioni più attraenti sono degli individui proattivi, che costituiscono essi stessi la soluzione dei problemi, non sono problemi loro stessi; che prendono l’iniziativa per fare qualsiasi cosa sia necessaria, coerentemente con i propri principi, affinchè il lavoro sia fatto. […]
La pro attività fa parte della natura umana e, anche se i muscoli proattivi possono essere inattivi, sono pur sempre presenti. […] Naturalmente bisogna tenere conto del livello di maturità dei singoli individui. Non possiamo aspettarci una cooperazione molto creativa da colore che si trovano sprofondati nella dipendenza emotiva. Possiamo però, almeno, aiutarli ad affermare la loro natura di base e creare un’atmosfera in cui possano approfittare delle occasioni disponibili e risolvere i problemi in modo sempre più autonomo così da aumentare la loro fiducia in se stessi.
“Non conosco fatto più incoraggiante
dell’incontestabile capacità dell’uomo
di elevare la propria vita con uno
sforzo cosciente”. H.D. Thoreau
_____________________________
Tratto da:
Stephen R. Covey
Le 7 regole per avere successo
ED.FrancoAngeli/Trend
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lunedì, 02 gennaio 2012
Ri-trovare il senso del tatto ...
Circa due metri quadrati. E’ questa l’estensione media della pelle di una persona adulta: il campo di azione del senso del tatto.
La pelle è il confine del nostro corpo, la soglia tra noi e il resto del mondo, tra l’Io e le altre persone, cose ed elementi della natura. Il tatto è il senso che s trova sulla soglia tra noi e l’esterno. Ed è anche la porta da cui gli altri ( e le cose) devono passare per arrivare al nostro corpo, e da cui noi dobbiamo passare per incontrare fisicamente le altre persone.
Attraverso il tatto, esperienza corporea del confine tra dentro e fuori, il bambino impara a sentire se stesso e l’altro, ciò che è fuori da sé.
Dobbiamo a questo senso la percezione: qui sono io e al di fuori del mio limite corporeo c’è l’altro, il diverso da me.
Attraverso il tatto manifestiamo all’esterno il nostro io, e riceviamo dalla pelle le comunicazioni dagli altri corpi: non solo dalle persone, ma anche dagli oggetti e dai corpi della natura [……]
Nella fondamentale esperienza primaria del rapporto tra il neonato e la madre, il sentire con la bocca il seno materno schiude al piccolo l’esistenza del mondo circostante, mentre lo sguardo della madre su di lui e il sentire il suo tocco sulla pelle è la prima e insostituibile esperienza di sé, della propria esistenza come essere separato dalla madre […..]
In quanto porta del corpo, aperta verso l’esterno, il tatto del bambino viene più o meno strettamente regolato dagli adulti e dalla società. Gli adulti chiudono spesso quella porta, sia per proteggere il bimbo, che nella sua naturale curiosità verso l’esterno potrebbe farsi male, scottarsi o ferirsi, sia per trasferire in lui l’inibizione che a loro volta hanno ricevuto. Il risultato di questa dissuasione al tatto è quella di suscitare nel bambino una diffidenza verso l’incontro delle proprie mani e della propria pelle con l’esterno. Espressioni comuni come: “Guardare e non toccare è una cosa da imparare” servono appunto a suscitare timore verso l’esperienza del tatto, considerata pericolosa, e spesso, dal punto di vista morale, sconveniente e peccaminosa […..]
Si sviluppa allora il tentativo di congelare, ibernare il più possibile la pelle (che spesso diventa davvero fredda), e di limitare il più possibile ogni contatto fisico per impedire all’altro di “entrare” dentro di noi, di mandare informazioni nella “memoria” del nostro corpo. Certe strette di mano date alla velocità di un razzo, e guardando altrove, sono uno dei segnali di queste difficoltà […..]
L’osservazione del tatto ci permette di capire che in questo senso, come negli altri, esiste una percezione sia passiva, che attiva, che si irradia verso l’altro e l’esterno.[ …] Un ruolo notevole nel rafforzare questi aspetti attivi del tatto è svolto dalla tensione presente nella pelle, la sua irrorazione e l’attività degli organi di senso presenti nei vasi sanguigni e nei tessuti interstiziali.
L’incontro di due corpi che entrano in relazione tattile ha anche un importante aspetto spaziale. Ogni pressione esercita una compressione sull’altro corpo, e così in qualche modo riduce la sua espansione nello spazio. Ciò fa sì che nel corpo che viene compresso si sviluppi l’aspettativa di ricostituire, riprendere la forma precedente. In questo processo si sviluppano emozioni, attese anche inconsce, gratificazioni quando il movimento atteso si realizza. Tutto ciò è ben visibile nell’abbraccio e nella sessualità […] Ma questo movimento ritmico è anche uno dei giochi preferiti del bambino, che sia con i coetanei sia con i genitori, ama essere compreso e rilasciato ritmicamente, sperimentando così la sensazione di liberazione e felicità del corpo che si espande e ritrova la sua forma originaria. […]
Riconoscere e valorizzare le diverse manifestazioni del tatto dà (o ricostituisce) la sensazione di fiducia nel proprio corpo. Una sensazione che conosciamo già prima della nascita, e che sempre entra in crisi in questo evento liberatorio ma traumatico, anche a causa del doloroso distacco dal corpo della madre che in esso si realizza. Dopo la nascita, man mano che si sviluppa un Io, una “coscienza” che osserva e percepisce il corpo come oggetto esterno, noi non siamo più pienamente identificati con esso, e non sappiamo bene fino a che punto fidarci di lui. Il tatto è il senso che può aiutarci a riacquistare questa fiducia corporea […]
Toccandoci, tastandoci, accarezzando la nostra pelle, facendoci toccare, sviluppiamo una maggiore fiducia nel corpo […] Questa fiducia nel proprio corpo, rafforzata anche dal contatto e dall’abbraccio con l’altro, è il primo gradino verso la fiducia in se stessi. Nel mio corpo mi sento a casa. […]
La fiducia nel proprio corpo, che corrisponde ad un sentirsi avvolti (la pelle ci avvolge e ci contiene), è un sentimento indispensabile per sentirci bene. Quando invece si sviluppa la sensazione di essere senza questo involucro, abbiamo paura. Paura di un corpo che non ci contiene e non ci protegge, e paura degli altri corpi che, quindi, ci possono in qualsiasi momento invadere, penetrare e ferire.[…]
Pelle e mani, negati nella loro centralità dal pensiero ufficiale sempre più virtualizzato e scorporeizzato, inseguono dall’inconscio il soggetto postmoderno posseduto dalla pulsione di “sentire” l’altro che non può più stringere nella danza (ma anche in un abbraccio spontaneo senza aver ottenuto il suo accordo esplicito, salvo incappare in un’accusa di molestie). Si moltiplicano così le dark room dai diversi luoghi di incontro, alle esposizioni di performance artistiche, dove ci si sfiora o ci si abbraccia senza vedersi, alla ricerca di un senso per ora in parte perduto. Di cui però c’è grande nostalgia …. […]
“Ecco, prendi te per esempio. Tu sei unico», spiegò la mamma, «e anch’io sono unica, ma se ti abbraccio non sei più solo e nemmeno io sono più sola».
«Allora abbracciami», disse Ben stringendosi alla mamma. Lei lo tenne stretto a sé. Sentiva il cuore di Ben che batteva. Anche Ben sentiva il cuore della mamma e l’abbracciò forte forte.
«Adesso non sono solo», pensò mentre l’abbracciava, «adesso non sono solo. Adesso non sono solo». «Vedi», gli sussurrò mamma, «proprio per questo hanno inventato l’abbraccio»”
David Grossman - L’abbraccio -
_____________________________________________
Il testo è liberamente tratto da:
Claudio Risè
“Guarda Tocca Vivi" - Riscoprire i sensi per essere felice
Ed. Sperling&Kupfer
09:25 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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domenica, 01 gennaio 2012
Initium mundi ....
Foto by: http://www.flickr.com/photos/romanomozzio/3354907880/
Quello che più non ti appartiene lascialo qui … atmosfera da initium mundi, e gli occhi si aprono nella purezza suprema a cercare nel bianco ovattato lattiginoso qualche traccia pulita.
Contorni flebili, appena un po’ mossi, sospesi … il sogno ancora appiccicato addosso che freme dentro con i suoi flash inafferrabili che attraversano il corpo … il resto già non è più. Andato. Tutto il resto l’hai lasciato nel vecchio anno ….
Sei entrata in una fase completamente nuova, come è nuovo tutto quello che ti viene incontro di giorno in giorno. Sta a te ora portarlo a coscienza perché le esperienze non ti scivolino accanto senza lasciare humus in te. Quell’humus che rende il tuo terreno sempre più fertile e pronto a germogliare e a donare a te e al mondo i tuoi frutti.
Viviamo a lungo in uno stato di sonno e di incoscienza ma, se vuoi portare a frutto le esperienze che vivi, diventa conscia delle tue azioni, di tutto quello che ti capita, di quello che ti circonda.
Fatti testimone di tutto questo, perché solo attraverso la consapevolezza porti a coscienza ogni attimo che stai vivendo … Tu sei il tuo progetto, sei la perfezione della forma che si esprime nel seme, pronta a diventare pianta …
____________________________
liberamente tratto da:
S.Garavaglia
365 Pensieri per l'anima
Ed.Tecniche Nuove
12:04 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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venerdì, 30 dicembre 2011
Il nostro tempo è limitato .....
IL NOSTRO TEMPO È LIMITATO, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro.
Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del PENSIERO DI ALTRE PERSONE.
Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore.
E, cosa più importante di tutte, DOBBIAMO AVERE IL CORAGGIO DI SEGUIRE IL NOSTRO CUORE E LA NOSTRA INTUIZIONE.
In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare.
TUTTO IL RESTO È SECONDARIO.
Steve Jobs 1955-2011
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giovedì, 29 dicembre 2011
Il riparo è già dentro ...
Voglia di tana, di area protetta: indispensabile, in tempi difficili. Và trovata dentro di sé sviluppandola resilienza: in fisica è la capacità della materia di assorbire i colpi senza rompersi.
Ecco, certi individui sono così: capaci di andare avanti dopo batoste tremende, di cadere e rialzarsi. Oggi, una qualità ineludibile.
Per svilupparla prescrivo alcune pillole strategiche:
- Prima => Non evitare la crisi ma attraversarla. Come diceva il poeta Robert Frost: “Se vuoi venirne fuori, ci devi passare in mezzo”.
- Seconda => fare i conti con le debolezze senza nasconderle, per trasformarle in punti di forza. Per esempio chi affronta un abbandono (ma vale anche per i licenziamenti e i lutti) spesso ingoia le lacrime e ostenta sicurezza. Invece bisogna avere il coraggio di ammettere che si sta da cani: offrire di sé un’immagine reale è un atteggiamento più forte, vincente.
- Terza => sapere che la vera area protetta è il sogno. Una domanda che faccio spesso è: “Dove ti piacerebbe essere tra sette anni, a fare cosa?” . Una specie di viaggio onirico guidato che costringe a proiettare noi stessi nel futuro. Perché non è mai il momento sbagliato per sognare. Anzi, a volte sono le fantasie, le logiche non ordinarie, a rivelarsi illuminanti. E a indicarci a sorpresa la soluzione di un problema.
Giorgio Nardone, psicoterapeuta .
Fondatore con Paul Watzlawick del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, evoluzione della scuola di Palo Alto
Post tratto dall’articolo “Il richiamo del cocoon” – su Marie Claire Gennaio 2012 -
17:10 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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mercoledì, 28 dicembre 2011
Rinnovamento ...
Tutto sembra arrestarsi in questi giorni di vacanza, "vacatio", tempo di "vuoto" che pare sospendere il tempo. Un vuoto che si fa pieno, la nuova identità che si fa strada.
Camminare in questo spazio-tempo che tempo non ha, a spargere il proprio universo sotto mondi di neve dal profumo della luna, sospesa nel cielo e silenziosa.
Aggirarsi furtiva tra programmi di sé che non vogliono ancora parlare, attendere che la dilatazione degli attimi ci accenni qualcosa .... Atmosfera lattiginosa, evanescente intima sospesa ... sospesa ... sospesa .... lì. E l'alto e il basso si confondono ...
Lasciare qui quello che più non mi appartiene ... e gli occhi si aprono nella purezza a cercare nel bianco ovattato qualche traccia pulita. Contorni flebili, appena un po' mossi, sospesi ... il sogno ancora appiccicato addosso che freme dentro ... il resto già non è più ...
IO SONO questo nuovo tempo che mi accoglie e mi porta con sé a cavalcare il mondo ...
IO SONO questo profumo di nuovo che nasce dalle mie radici e si slancia verso il cielo a cercare l'aroma in cui confondersi e fondersi di nuovo ....
IO SONO i miei petali che si involgono e stravolgono il vecchio e si accavallano gli uni agli altri mentre sprecano l'inerzia del vuoto e mi mostrano il fiore ...
IO SONO il ruscello che scorre verso strade che ancora non conosce ma che solca da secoli, sempre uguale, sempre diverso ...
IO SONO l'aria fredda di Gennaio, il profumo nuovo di Febbraio, le piogge di Marzo, l'umore che varia in Aprile, la luce di Maggio, la libertà di Giugno, il caldo di Luglio, il sonno di Agosto, SONO i doni di Settembre, la luce dentro Ottobre, i confini di Novembre e la rinascita di Dicembre ...
IO SONO questa voglia di nuovo, i miei confini ri-trovati, il germe di me che si pare alla luce ....
IO SONO tutto quello che sono stata, tutto quello che sarò, il mio presente vero .... Qui ....
IO SONO qui e ora ......
liberamente tratto da:
S.Garavaglia
365 Pensieri per l'anima
Ed.Tecniche Nuove
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domenica, 25 dicembre 2011
Essere più ottimisti per vivere meglio ….
" ...invece di maledire il buio, è meglio accendere una candela ...." Lao Tzu
La gente tende facilmente ad entusiasmarsi o ad abbattersi, viaggiando sulle montagne russe dell'ottimismo e del pessimismo: la differenza che determina quale dei due stati la mente e il cuore abbracceranno è davvero minima. Le crisi ci possono cogliere inaspettatamente, in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo, e quando le cose si mettono male spesso gli individui non sanno quali decisioni prendere nell'immediato futuro per cambiare le circostanze attuali.
Secondo la teoria della Psicologia Positiva , esistono tre categorie di emozioni: quelle rivolte verso il passato, quelle che si vivono nel presente e infine quelle proiettate verso il futuro.
Una notevole importanza, per poter utilizzare in maniera soddisfacente le abilità sociali, rivestono proprio le emozioni che si provano quando si pensa al futuro, come un sano ottimismo che sia ancorato a quelle che sono le prospettive reali da intraprendere.
Esemplificando, possiamo dire che le persone che tendono ad arrendersi facilmente di fronte alle avversità dell'esistenza possiedono un atteggiamento improntato al pessimismo, mentre coloro che ripongono nel futuro le proprie speranze tendono a scoraggiarsi meno frequentemente.
Le emozioni positive riguardo al futuro come l'ottimismo e la fiducia negli altri consentono di affrontare i fallimenti in maniera più costruttiva; inoltre, nella maggior parte dei contesti lavorativi possedere un atteggiamento improntato all'ottimismo favorisce la produzione di idee nuove e originali e stimola i processi di soluzione dei problemi.
La speranza per il futuro può essere rinforzata notevolmente imparando a riconoscere e a mettere in discussione i pensieri pessimistici che accompagnano i momenti di difficoltà che tutti posso incontrare nei vari ambiti della vita. Questi pensieri sono come dotati di un pilota automatico che si attiva ogni volta che c'è da darci la colpa per gli eventi negativi oppure bisogna impedire che ci prendiamo il merito quando le cose vanno bene.
Riconoscere questi pensieri automatici che molto spesso colorano di pessimismo la nostra esperienza quotidiana, rappresenta il primo passo per ridurre la loro nefasta influenza sulle nostre vite.
Qualsiasi avversità che sperimentiamo diventa inevitabilmente oggetto di un nostro commento interiore, dal quale a sua volta deriva l'esperienza di un'emozione con una tonalità concordante al pensiero da noi espresso. I commenti interiori che formuliamo non sono altro che considerazioni sulle cause che hanno determinato gli eventi per noi negativi e sulle conseguenze che avranno sulle nostre vite. Le spiegazioni pessimistiche consistono nell'attribuire agli eventi negativi un carattere permanente e invasivo sui vari aspetti dell'esistenza, nel considerare il loro verificarsi un qualcosa di esageratamente catastrofico.
Tale modo di pensare provoca reazioni di forte tensione che inducono a credere che l'avversità appena subita sia il preludio di altre catastrofi future.
Certe persone tendono a vedere ovunque delle catastrofi, percependo gli eventi come permanenti e inevitabili, nei confronti dei quali si sentono impotenti. E' frequente, pure, che vivano le avversità come giuste punizioni per le loro mancanze passate, per cui si instaura un atteggiamento di disistima verso le proprie capacità e di sfiducia verso la possibilità di cambiare concretamente gli eventi.
Esiste un modo sicuro per imparare ad essere più ottimisti: la messa in discussione dei pensieri negativi ogni volta che questi si presentano, per poi sostituirli con valutazioni che siano più realistiche e costruttive circa le nostre capacità. Per fare ciò bisogna agire come se si fosse nel mezzo di una indagine interiore, dove per sostenere o confutare le accuse occorre fornire delle prove valide e delle argomentazioni realistiche.
Nel mettere in discussione le spiegazioni pessimistiche, bisogna tuttavia fare attenzione a non cadere dalla padella del catastrofismo ingiustificato alla brace delle false consolazioni. Si tratta di un modo di pensare altrettanto erroneo, che reprime le preoccupazioni circa gli eventi futuri attraverso la convinzione che la buona sorte sistemerà magicamente lo stato delle cose indesiderato. L'autentico ottimismo si dovrebbe basare invece su riscontri sistematici e verificabili nella realtà, che assistono un dialogo interiore teso a liberare le potenzialità non ancora espresse.
Credere che tutto si aggiusterà con il passare del tempo, come per effetto di una magia, oppure sminuire l'impatto che gli eventi negativi determinano sulle nostre vite, ci porta a vivere nello sconforto come se fossimo bloccati dall'impotenza. Al contrario, cercare di combattere la cattiva abitudine di propendere al pessimismo significa prendere in considerazione tutte le alternative che abbiamo a disposizione per reagire alle avversità, vedendo gli eventi da una prospettiva meno distruttiva.
L'ottimismo inteso come la costanza nel perseguire gli obiettivi nonostante gli ostacoli che si incontra rappresenta una delle basi dell'intelligenza emotiva, poiché consente di sviluppare una buona capacità di adattamento alle diverse circostanze e di convogliare in maniera costruttiva le emozioni, in modo da sfruttare al meglio le possibilità a disposizione per arrivare al successo desiderato e allora perchè non partire proprio da oggi, facendosi questo regalo : una mente più aperta ad ogni possibile eventualità e occhi che "guardano" le diverse prospettive scoprendo la "Soluzione" e soprattutto ... un sorriso che apre il cuore e quasi tute le porte .....
BUON NATALE !! .........
17:14 Scritto da: gabrella in Ben-essere | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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giovedì, 22 dicembre 2011
Buon Natale ! .....
Caro Babbo Natale ,
ti scrivo dopo tanti anni, perché i "grandi" non ti scrivono più. L'ultima volta che ti ho scritto me la ricordo ancora, ti chiedevo tanti giochi, tante cose, tanti dolci.. adesso ti chiedo ancora di più.
I bambini diventano grandi, crescono, maturano.. ma piu' crescono e più hanno bisogno del tuo aiuto, ma hanno vergogna a dirtelo.
I "grandi" hanno bisogno di te, loro lo sanno, ma non te lo dicono, pensano di farcela da soli... io oggi te lo dico e ti scrivo una "letterina". per Natale....
Caro Babbo Natale vorrei anzitutto un po' di stupore. Si', perché la gente non si stupisce piu' di niente: ha tutto e vuole ancora di piu', dice cio' che vuole e non gli bastano mai le parole, vede di tutto ed è sempre piu' curiosa... la gente non si stupisce piu' di niente: donaci un po' di stupore, di quello che ci lascia senza fiato, a bocca aperta ......
Per Natale vorrei anche un po' di libertà, libertà di sognare come quando ero bambina!......
A tutti quelli che passano di qua ... chi per caso, chi per affezione, chi per passaparola, chi per noia , chi per curiosità .........
BUON NATALE !!! .....
12:27 Scritto da: gabrella | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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lunedì, 19 dicembre 2011
Intelligenza emotiva e personalità (II Parte)
Per poter comprendere bene i meccanismi dei tratti di personalità immaginiamo un’automobile e uno stretto sentiero di campagna. Il conducente deve fare molta attenzione a non passare troppo vicino agli alberi per non graffiare la vernice della macchina.
Un giorno in cui piove a catinelle il nostro conducente imbocca questa strada stretta. La pioggia provoca la formazione di uno strato di fango sulla carreggiata. Il guidatore non è molto prudente e slitta leggermente in una curva, urtando al passaggio dei rami d’albero.
Qualche giorno più tardi, egli torna sulla stessa strada, ma questa volta il sole splende. La carreggiata è dunque secca. Ma ecco, che nello stesso punto in cui aveva urtato gli alberi nel giorno di pioggia, il nostro conducente, malgrado la prudenza, tocca un’altra volta gli alberi.
Ci torna qualche giorno più tardi e ancora urta qualche ramo. Furioso decide di passare di nuovo, ma questa volta raddoppiando la prudenza. Risultato: ancora una volta non può evitare i rami.
Egli non riesce a capire perché è diventato così maldestro da un giorno all’altro. Sentendosi incapace decide di percorrere la strada a piedi. Giunto alla curva in cui ha toccato i rami, esamina attentamente la strada e capisce il motivo. Si ricorda del giorno in cui accadde la prima volta.
Pioveva e la carreggiata era bagnata. Quando la macchina ha percorso la piccola strada, delle tracce si sono impresse sotto le ruote. Ormai, ogni volta che attraversa la strada, le ruote seguono i solchi secchi impressi sul fondo. Quando l’uomo arriva sulla curva in questione, malgrado il desiderio di prenderla bene, si ritrova con le ruote negli stessi solchi e ogni volta finisce per prendere la curva esattamente nello stesso modo.
I comportamenti e la personalità sono un po’ come questo conducente; più precisamente sono come le ruote della macchina che seguono le tracce impresse nella carreggiata. I tratti della personalità sono come le tracce sulla strada. Quando le seguiamo, passiamo tra gli alberi senza pensarci oppure li urtiamo malgrado la nostra volontà.
I tratti della personalità sono delle tracce nel cervello. Essi determinano i nostri modelli comportamentali e dirigono le reazioni emotive. Come evitare di toccare i rami? Come fare perché le ruote non passino più nelle tracce impresse sulla strada? E’ necessario attendere un’altra giornata piovosa e ripassare per lasciare altre tracce?
Dunque per cambiare un tratto, bisogna fare come il nostro conducente che vorrebbe modificare le tracce sulla strada. Per poterlo fare veramente egli dovrà partire con un rastrello, una pala e un raschietto, disfare le tracce, colmarle e spianare la strada. Questo lavoro richiederà un certo sforzo e molta accortezza il giorno in cui ripasserà sulla strada, per evitare di ricreare le vecchie impronte.
Si tratta esattamente della sfida di colui che vuole eliminare un tratto della personalità, di chi desidera cambiare un modello comportamentale. Bisogna che la persona intraprenda il compito e, con il suo rastrello, la pala e il raschietto, vada a lavorare direttamente sulla traccia che si trova nei suoi neuroni.
Per fare questo occorre quindi trovare un metodo concreto e obiettivo di intervento se vogliamo cambiare le tracce impresse nel nostro cervello.
Come ben sappiamo il nostro cervello è dotato di meccanismi che cercano senza posa di mantenere uno stato di equilibrio: ma esso effettua anche ogni sorta di associazioni con ogni tipo di stimolo che può in seguito provocare delle emozioni o delle reazioni antagoniste. E’ necessario quindi cercare di scegliere e di costruire, per quanto possibile il proprio contesto ideale.
L’intelligenza emotiva ci permette di fare questo lavoro aiutandoci ad applicare alla lettera la celebre preghiera degli Alcolisti Anonimi: “spero di avere la forza di cambiare ciò che posso cambiare, la saggezza di accettare ciò che non posso cambiare e, soprattutto, l’intelligenza di capire la differenza tra le due situazioni …”
11:43 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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giovedì, 15 dicembre 2011
Intelligenza emotiva e personalità (I Parte)
Avete notato che alcune presone sono quasi sempre in conflitto con tutti, mentre altre sono concilianti, diplomatiche e amate dalla maggior parte della gente? Vi siete accorti di come alcune persone siano di “facile accesso”, mentre altre sono fredde e distaccate?
Si potrebbe definire la personalità come l’insieme di pattern comportamentali (inclusi i pensieri e le emozioni) che caratterizzano ogni individuo nel suo modo di adattarsi alle situazioni della vita. “E’ il modo che ci connota soggettivamente a livello delle percezioni, dei pensieri su noi stessi e sul mondo: le nostre credenze, il nostro sistema dei valori, i nostri ideali impliciti ed espliciti. E’ inoltre, il nostro modo di espressione e di regolazione pulsionale, è il nostro stesso sentire affettivo nel metterci in relazione con gli altri” ( E.Spalletta – Personalità sane e disturbate -)
Alla formazione della personalità concorrono:
- Il temperamento => tendenza stabile, presente fin dalla nascita, genericamente predisposta
- Il carattere => componente della personalità maggiormente plasmata dall’ambiente e dagli eventi.
- Lo stile => il modo in cui una persona ama fare quello che fa, possiamo dire che esso costituisce il modo preferenziale di usare abilità e talenti
- Il tratto => ogni particolare aspetto di un individuo che lo distingue dagli altri, caratteristica questa sostanzialmente stabile.
In questo post vorrei focalizzare l’attenzione sui “tratti di personalità” , quelli che provocano la varietà di reazioni di fronte alle diverse situazioni. Per questo motivo persone diverse, sottoposte a uguali stimoli o a situazioni simili, reagiscono differentemente.
Tra i primi autori che studiarono la personalità umana in termini di tratto, emerge Gordon Allport, il quale riteneva che ogni individuo fosse una combinazione unica di "tratti di personalità", e per questo fosse impossibile individuare due personalità identiche.
Più recentemente due team di ricercatori diretti da Paul Costa e Robert McCrae, insieme a Warren Norman e a Lewis Goldberg, hanno scoperto che la maggior parte dei caratteri della personalità di un individuo può essere definita semplicemente per mezzo di cinque parametri, chiamati “Big Five”.
Essi sono:
- Stabilità emotiva/Nevroticismo
- Estroversione
- Apertura
- Amabilità
- Coscienziosità
Proviamo a capirci un po’ di più:
|
(+) |
TRATTO |
(-) |
|
Preoccupato, nervoso, emotivo, insicuro, inadeguato |
NEVROTICISMO: valuta l’adattamento in relazione all’instabilità emotiva |
Calmo, rilassato, non emotivo, sicuro, soddisfatto |
|
Socievole, attivo, loquace, interessato alle persone, ottimista, ama divertirsi, affettuoso |
ESTROVERSIONE: valuta la qualità e l’intensità dei rapporti interpersonali, il livello di attività, il bisogno di stimoli, la capacità di provare gioia |
Riservato, sobrio, distaccato, impegnato nel dovere, chiuso, tranquillo |
|
Curioso, di ampi interessi, creativo, originale, ricco di immaginazione, anticonformista |
APERTURA: valuta la ricerca pro-attiva e il piacere di esplorare ciò che non è familiare |
Conformista, con i piedi per terra, interessi ristretti, non creativo, analitico |
|
Gentile, di animo buono, fiducioso, disponibile, indulgente, leale. |
AMABILITA’: valuta la qualità degli orientamenti interpersonali in una serie ininterrotta di pensieri, dalla compassione all’antagonismo |
Cinico, rude, sospettoso, non collaborativo, crudele, irritabile, manipolatore |
|
Organizzato, affidabile, lavoratore, autodisciplinato, puntuale, scrupoloso, ambizioso, ordinato, perseverante. |
COSCIENZIOSITA’: valuta il grado di organizzazione degli individui, di perseveranza e impulso ad un comportamento che va diritto allo scopo. |
Privo di scopi, inaffidabile, pigro, trascurato, negligente, con volontà debole. |
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I tratti della personalità intervengono praticamente in tutte le situazioni della vita. Benchè tutti gli esseri umani siano fondamentalmente buoni, bisogna riconoscere che non tutti i tratti della personalità sono buoni. Alcuni sono giusti, altri lo sono meno e altri ancora non lo sono affatto. A prova di ciò esistono persone che hanno commesso delle sciocchezze nella vita, ma che malgrado tutto, restano buone in fondo all’anima.
Conosco molte persone che hanno commesso azioni scorrette o ingiuste nella vita; conosco anche molte persone che, dopo aver commesso degli sbagli, si sono pentite. Conosco, tuttavia, anche persone che, dopo aver sbagliato ed essersene pentite, sono ricadute nello stesso errore. Perché?
La risposta potrebbe trovarsi proprio nei “tratti”. Forse, chi legge potrebbe considerare questa una forma di fatalismo da parte mia o una pessimistica visione dell’impossibilità di un vero cambiamento. Non è così, tuttavia penso che è necessario stare “con i piedi per terra” e rendersi conto che per poter cambiare è necessario mettere in moto la nostra “intelligenza emotiva”.
Ora, l’intelligenza emotiva richiede che si impari dapprima a conoscersi bene, per poter individuare i tratti della personalità che poi si manifestano nelle varie situazioni. Poi, bisogna comprendere quei tratti, i loro meccanismi e le situazioni nelle quali emergono. Infine, occorre ricostruire le nostre “tracce” ……
….. se lo vuoi scoprire, seguimi nel prossimo post …..
12:03 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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martedì, 13 dicembre 2011
Per una ecologia emotiva ... (II Parte)
Molte delle emozioni che viviamo nascono dal fatto che siamo in relazione con altri esseri, con individui o gruppi. Una delle caratteristiche delle emozioni è che ci mettono in collegamento con il mondo, anzi potremmo dire che fanno da ponte tra il nostro io e quello che sta al di fuori di noi.
Già da piccolissimi impariamo a riconoscere dal non verbale degli adulti che abbiamo intorno, la differenza tra piacere e dolore, tra paura e perplessità. Per sentirci in un mondo sicuro e accogliente, occorre che le persone che ci sono vicine siano coerenti in quello che dicono e nel come lo dicono.
I bambini percepiscono i segnali non verbali e per un certo periodo si basano solo su quelli. In una fase successiva, anche se non parlano ancora, imparano ad etichettare ciò che sentono dire e lo confrontano con sguardi, toni di voce, mimica del viso. Confrontando il detto al percepito, riconoscono e immagazzinano la sensazione di smarimmento se i due livelli sono in contraddizione.
Tutti noi impariamo prestissimo a riconoscere chi mente o chi cerca di camuffare le proprie emozioni. La coerenza tra i due livelli di comunicazione (verbale e non verbale) è un elemento di importanza vitale per il benessere mentale di ogni individuo.
Se una madre dice alla propria bambina: "lo so che sei capace di abbottonarti da sola il golfino" e poi frettolosamente con un sorrisetto lo abbottona lei stessa, questo crea sconcerto nella bimba che non riuscirà a chiedere alla mamma direttamente se ha fiducia o meno nelle sue capacità. Se poi il comportamento sarà frequente e diffuso a lungo andare la bambina potrebbe avere parecchi disagi circa la sua autostima/efficacia.
Successivamente riusciremo a distinguere anche quali possano essere le reazioni e le conseguenze che le singole emozioni si portano dietro, tuttavia può anche capitare di male interpretare i segnali che ci inviano le altre persone. Alcune emozioni sono accompagnate da messaggi chiarissimi, altre sono meno facili da decodificare. Possono scendere lacrime di gioia, di tristezza o anche di commozione oppure di rabbia, per decifrarli quindi occorre avere presente il contesto in cui i gesti si compiono.
Il clima sociale nel quale siamo inseriti non sempre stimola l'individuo a cogliere la propria parte emotiva, bensì incoraggia la persona a negare e anestetizzare le sensazioni che prova e a rendere formali le relazioni; del resto se pensiamo alla nostra esperienza, ci rendiamo conto che non è semplice vivere emozionandosi.
Se la persona nasce con una certa dose di istintività rispetto alle emozioni, è pur vero che senza un'educazione che parte dal proprio ambiente familiare per poi allargarsi al contesto sociale, senza dei modelli che sappiano comunicare il valore del "sentire" le esperienze, egli non sarà in grado di scegliere veramente. A questo si aggiunge il fatto che la società attuale è caratterizzata da un notevole sviluppo tecnologico, dalla sempre maggiore specializzazione delle competenze, dal bisogni di emergere e distinguersi. Tutto questo va di pari passo con l'ansia del "fare" e, in parallelo, con la perdita del "sentire", dell'accogliersi e ascoltare.
La fretta e l'ansia da prestazione ci fanno correre, tanto che non abbiamo il tempo di assaporare quello che le relazioni e le situazioni ci offrono.
Tendiamo sempre più a riempire lo spazio (non solo temporale ma anche mentale) occupandolo con impegni e appuntamenti. Si tratta di un modo di essere che non riguarda solo la vita di noi adulti, ma che inevitabilmente proiettiamo sui figli che affidino a specialisti in grado di fornire loro competenze specifiche: corsi di musica, ballo, lingue, informatica etc. Se tutto questo può essere positivo e può rappresentare una alida risorsa per stare al passo con una società in continua trasformazione, allo stesso tempo rende la persona incapace di vivere le esperienze oltre che con la mente, anche con il cuore e con la "pancia" cioé di "sentirle".
Chi si trova in questa situazione, in genere vaga come in cerca di una meta, di un punto d'arrivo che non trova proprio per l'incapacità di guardare oltre il visibile, oltre l'apparenza.
La nostra è una corsa continua per raggiungere mete e obiettivi, per realizzare noi stessi, spesso senza riuscirci veramente perché incapaci di vivere appieno quelle esperienze, di collocarle in uno spazio interiore dove possano essere elaborate e vissute emotivamente.
Un antidoto a tutto questo?
Autorizzatevi quotidianamente a dedicare del tempo a voi stessi e permettetelo anche ai vostri figli. Starete sicuramente pensando: " dove trovo il tempo?" Non servono intere ore libere, è sufficiente un quarto d'ora, ma questo solo ed esclusivamente tutto vostro.
Lasciate che la vostra mente si senta libera, che il vostro cuore possa aprirsi facendo scorrere le sensazioni della giornata, ascoltatevi e accoglietevi come fareste con un bambini che ha bisogno di voi ....
15:54 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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domenica, 11 dicembre 2011
Per una ecologia emotiva .... (I Parte)
A volte si incontrano persone che appaiono in grande difficoltà rispetto alle emozioni. Altri invece risultano freddi, stabili e nella loro quasi imperscrutabilità sembrano essere completamente padroni di sè. In realtà hanno semplicemente imparato a non lasciar trapelare quello che provano, ma approfondendo la conoscenza non è detto che così facendo siano sereni e in definitiva stiano bene con se stessi e con gli altri.
Una persona equilibrata non è quella che non è mai arrabbiata, triste o timorosa, ma neppure quella che è sempre triste, arrabbiata e insicura e pare non conoscere altri toni e modi nella vita.
La nostra ecologia psicologica e relazionale è necessario che si avvalga di tutte le sfumature che le emozioni possono offrirci.
Non con tutte le persone riusciamo ad instaurare lo stesso tipo di legame e del resto sarebbe assurdo pretendere di voler bene a tutti o di provare dell'affetto per un estraneo. Quotidianamente ognuno di noi entra in contatto con colleghi, conoscenti, compagni di corso in palestra etc. senza che si debba necessariamente sentire un particolare trasporto verso queste persone. Ma provate a immaginare la nostra vita se tutte le relazioni fossero di questo tipo! Se cioè provassimo della pura e semplice indifferenza per tutti gli altri. I nostri volti rivelerebbero una profonda apatia, le nostre azioni e i nostri gesti diverrebbero automatici e privi di qualsiasi espressione e forma di vitalità. Le nostre reazioni davanti agli avvenimenti sarebbero nulle,perché non saremmo spinti da nessun tipo di motivazione.
Non avremmo più paura di nulla con la conseguenza che rischieremmo continuamente la vita. Non proveremmo gioia di fronte ad un nuovo amore, alla nascita di un figlio. Qualsiasi cosa potrebbe succedere senza il rischio di addolorarci e renderci tristi. Gli altri potrebbero fare qualsiasi cosa, senza farci arrabbiare.
Senza emozioni non ci sarebbe sopravvivenza. È impossibile non provare emozioni perché esse sono comunque presenti dentro di noi, fanno parte della nostra vita, di quello che siamo.
Purtroppo, spesso, la cultura e l'educazione ci hanno insegnato a soffocarle, perché si pensa possano minare l'integrità fisica e psichica e quindi di prendere decisioni giuste. Tuttavia le emozioni che reprimiamo trovano comunque la via per emergere, sfuggono al nostro controllo e si manifestano in sintomi fisici o in stati d'animo complessi.
Spesso esprimiamo la tristezza invece dell'emozione che realmente in quel momento proviamo, ma che temiamo di far emergere : la rabbia o la paura.
Ogni emozione influenza il nostro atteggiamento di fronte agli avvenimenti, la nostra memoria, il nostro giudizio ed esercita una notevole influenza nelle nostre relazioni interpersonali. Reprimere le emozioni non è mai positivo in quanto conduce all'attivazione di tutta una serie di meccanismi di difesa, fino a manifestarci con sintomi fisici.
È stato dimostrato che le emozioni provocano una serie di modificazioni all'interno del nostro organismo in grado di influenzare le funzioni regolate dal sistema neurovegetativo o autonomo (quelle che avvengono indipendentemente dalla volontà del soggetto).
La rabbia che non ci autorizziamo ad esprimere, la sofferenza che non lasciamo trasparire e la paura che ci paralizza non ci danno la possibilità di mostrarci agli altri per quello che siamo realmente e di instaurare con essi un rapporto equilibrato. Molte ricerche hanno evidenziato la presenza di una chiara relazione fra la rabbia repressa o espressa e il rischio cardiovascolare; sembra che il pericolo maggiore per il cuore sia attribuibile a un globale atteggiamento di ostilità verso gli altri.
Impariamo a riconoscere , attribuire ad esse un nome, a esprimerle e a utilizzarle positivamente, per evitare che esse prendano il sopravvento e ci travolgano. Le emozioni che reprimiamo hanno infatti la capacita di assumere potere. È fondamentale trasformare la sofferenza in parole e trovare una modalità personale che consenta di riconoscere, elaborare e gestire le emozioni. Talvolta il dolore che ci portiamo dentro si esprime nel nostro corpo; la rabbia e la tristezza, se non espresse, si manifestano a livello somatico in una postura caratteristica: spalle incurvate, bacino rigida, schiena dolorante.
Impariamo a parlare con il nostro corpo; tiriamo fuori la rabbia, la tristezza dialogando con le parti del corpo che ci fanno male. In questo modo iniziamo a prendere coscienza delle nostre emozioni e a esprimerle.
Provate a fare questo esercizio:
- Descrivete le emozioni che avete vissuto nel corso di questa giornata. Vi ritroverete senza rendervene conto, a raccontare gli avvenimenti
- Evitate di elencare le cose fatte, bensì soffermatevi sulle vostre sensazioni.
E’ difficile fare tutto questo manca l’abitudine, tuttavia potrebbe essere un buon primo passo per riconoscere e attribuire il giusto nome alle nostre sensazioni, ai nostri vissuti emotivi.
Segue nel prossimo post ……
17:25 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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lunedì, 05 dicembre 2011
Amare se stessi ... (II parte)
Continuando a seguire le parole di Claudia Rainville la seconda tappa per amare se stessi consiste nel dare a noi stessi quello che può contribuire di più al nostro benessere e alla nostra felicità.
Molto spesso pur di essere amati ci facciamo carico di molte più responsabilità di quante chiediamo agli altri di assumersi; ci doniamo interamente fino a che , svuotati, abbiamo solo un desiderio: mollare tutto e andarcene.
Quando siamo svuotati, non abbiamo più niente da dare. È dunque essenziale concederci tutto quello che può contribuire al nostro benessere fisico, mentale ed emotivo ; maggiore sará la nostra felicità e meglio potremo condividerla con gli altri.
" Chi ama se stesso sa rispondere ai propri bisogni, e proprio per questo gli resta abbastanza energia per amare gli altri" Eric Fromm
Quante persone si crucciano, si turbano, o si ammalano quando una persona cara soffre. Forse che questo può aiutare la persona sofferente? In nessun modo, anzi: il sofferente, che già deve sobbarcarsi la propria sofferenza, è costretto a vivere anche la sofferenza delle persone che gli stanno attorno.
Uno che sta annegando non può soccorrere un altro che sta annegando; bisogna prima di tutto essere noi forti abbastanza, se vogliamo aiutare una persona che è più debole. Indebolirsi perché l’altro si è indebolito è del tutto inutile.
Un ulteriore tappa per amare se stessi consiste nel non aspettare che gli altri siano felici. Aspettare che gli altri siano felici significa consegnare la nostra felicità nelle loro mani.
Immagina di aver bisogno di una medicina essenziale per la tua sopravvivenza, e di affidarla al tuo partner. In che stato sarai, se un giorno lui non torna all’ora prevista, o se gli accade qualcosa, o se si dimentica di te? Moriresti certamente. Ma se la medicina te la porti appresso, qualsiasi cosa possa accadere al tuo partner, la tua vita non ne sarà minacciata.
Questa situazione spesso è vissuta da coloro che non hanno ancora tagliato il cordone ombelicale, preferendo trasferirlo ad un’altra persona, creando così un nuovo legame di dipendenza che se dovesse rompersi avrebbero l’impressione di non poter più vivere.
Da qui l’importanza di sviluppare la propria autonomia. Quando facciamo in modo che sia l’altro a sobbarcarci il nostro carico, in cambio ci tocca sobbarcarci il suo, con la probabilità ce sia piuttosto pesante.
Prova da oggi ad assumerti interamente la responsabilità della tua felicità accettando:
- che il tuo successo dipende solo da te;
- che puoi anche non piacere a tutti;
- che puoi evitare di aver bisogno dell’approvazione altrui per agire o per essere soddisfatta di te;
- che hai pieno diritto di andare avanti anche se gli altri rimangono indietro;
- che farti del male o crucciarti non può in nessun modo alleviare le difficoltà altrui;
- che gli altri sono gli unici responsabili della loro felicità, il che implica che, qualsiasi cosa tu faccia, non potrai mai rendere felice una persona che non desideri esserlo;
- che gli altri possono provare emozioni senza che la cosa ti riguardi;
- che gli altri possono essere, pensare o agire in modo diverso da te; quello che importa è quello che tu sei, quello che tu pensi di te.
Sii fiero di te; segui la strada che vuoi percorrere; concediti quello che desideri; stupisciti ad ogni istante.
L’altro o gli altri sono un po’ come il dolce alla fine del pasto: se il pasto è stato sostanzioso, se ti sei nutrito a dovere, sarai in grado di permettere a nessuno di manipolarti con la scusa del dolce; e se poi il dolce c’è davvero , non ti ritroverai a divorarlo come un morto di fame.
Tu non sei per nulla un morto di fame e quindi puoi permetterti di scegliere il dolce che vuoi e gustartelo appieno.
E’ così che potrai vivere in armonia con te, e persino con gli altri.
_____________________________________________
liberamente tratto da:
Claudia Rainville
Nati per essere felici, non per soffrire
ED.Amrita
10:11 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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domenica, 04 dicembre 2011
La mia felicità.....
... il battito del mio cuore quando in silenzio lo ascolto..
... una doccia calda,
... nessuna coda al supermercato,
... infilare le dita dentro il barttolo della Nutella e leccarle voluttuosamente
... aprire una mail che aspettavo da tanto,
... guidare in una sera che piove cantando a squarciagola i Supertramp,
... trovare le scarpe che mi piacciono scontate a metà prezzo,
... scovare un biglietto da 20 euro nella tasca di un cappotto dell’inverno scorso,
... fare una battuta fra me e me e scoprirmi simpatica,
... svegliarmi e accorgermi che ho ancora molte ore per dormire,
... incontrare per caso un vecchio amico e scoprire che non è passato nemmeno un giorno dall’ultima volta che l'ho visto,
... una cioccolata calda quando fuori fa freddo,
... vedere l’espressione di qualcuno che amo mentre apre il regalo che più desiderava,
... scoprire che posso fare a meno del consenso degli altri,
... rileggere la fiaba che più mi emozionava,
... avere la febbre e scoprire che qualcuno sta preparando un minestra calda per me,
... cambiare tragitto ogni tanto e scoprire che se non lo avessi fatto mi sarei persa un posto incantevole,
... uscire dal letto ogni mattina sentendo l'aroma del caffè che mi chiama....
... guardare mio figlio e accorgermi che se non fossi sua madre potrei innamorarmi di lui.....
... guardare mio marito e pensare che è lui il mio Principe Azzurro ....
qual'è la tua lista della Felicità??? se ti va postala nei commenti oppure sulla Fan page di Ri-Trovarsi su Facebook .... ti aspetto !!!!
19:06 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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lunedì, 28 novembre 2011
Cosa vuol dire amare se stessi?
“ Amare se stessi è l’inizio di una storia d’amore
lunga tutta una vita ..” O.Wilde
Qualche punto da tenere presente e un percorso in tre tappe facendomi aiutare dalle parole di Claudia Rainville ( " Nati per essere felici, non per soffrire"- Ed.Amrita).
- Amarsi è concedersi d'essere così come si è, concedersi di vivere le proprie esperienze
- Amarsi è pensare a te senza dimenticare gli altri e pensare agli altri senza dimenticare se stessi
- Amarsi è rispettarsi
- Amarsi è trattassi bene
- Amarsi è avere stima di sè
- Amarsi significa darci quello che può renderci felici
- Amarsi è riconoscere il proprio valore
- Amarsi è perdonarsi per gli errori commessi
- Amarsi è cercare continuamente di migliorarsi per amarsi ancora di più
La 1° tappa per amare se stessi consiste nell'accettare e nell'apprezzare quello che si è. Se un girasole vuole essere una rosa, sarà infelice tutta la vita. Ma se accetta di essere un girasole, scoprirà tutta la ricchezza della sua peculiarità e sarà felice.
Fai una lista di tutti i tuoi aspetti fisici che non accetti; per esempio: il peso, i capelli, la statura, le gambe e così via.
Può trattarsi anche di tratti del carattere, per esempio: la possessività, il disordine, l’aggressività, la gelosia, l’essere dispersivo, etc ..
Ora osserva come puoi migliorare questi tuoi aspetti.
Accettare non significa esserne soddisfatti ; significa ammettere, riconoscere , in modo di poter far fronte ai problemi o alla situazione, come sappiamo, fuggire dinanzi ad un problema non significa risolverlo.
Se potessimo soltanto accettare che tutti gli esseri umani hanno qualità da sviluppare e punti deboli da superare, sarebbe più facile accettarci per come siamo. Nella nostra interpretazione delle cose, però, essere amati equivale ad essere perfetti: i primi della classe, i più belli, i più buoni, i più intelligenti ... Erano, infatti, spesso i più preferiti. A volte ci sentivamo incapaci di conseguire un primo posto, allora ci ribellavamo contro quei "primi" e contro l'autorità che ritenevamo ingiusta nel distribuire complimenti e affetto.
Da oggi in poi prova a prendere l'abitudine di dire a te stesso: " posso permettermi di... "
· Posso permettermi di pensarla altrimenti
· Posso permettermi di essere diverso
· Posso permettermi di voler vivere la vita a modo mio
Ti puoi permettere di essere tutto quello che sei; tuttavia se ti rendi conto che un tuo atteggiamento ti costa intermini di felicità e di relazioni con gli altri, starà a te chiederti da dove venga , che cosa voglia dire e intraprendere un processo trasformativo.
Se noi possiamo essere come siamo anche agli altri è concessa la stessa cosa. Il fatto però che l'altro abbia pieno diritto di essere come è non significa automaticamente che la cosa ci vada bene; a questo punto smetto di voler cambiare l'altro, ma scelgo me stesso, scegliendo di vivere delle situazioni che mi stanno bene e agisco per amor mio.
Fai ora almeno una lista di dieci cose per cui hai voglia di congratularti con te stesso.
Apprezzare ciò che sei significa congratularti con te stesso invece di svilirti. Ci sono persone che passano il tempo a parlare male di ma poi non sopportano che qualcuno muova loro la minima critica.
Ci è stato insegnato:"non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a te", ma nessuno ci ha insegnato :" non fare a te quello che non faresti mai agli altri". Se non ci amiamo come possiamo chiedere agli altri di amarci? Tutto quello che facciamo a noi stessi è l'autorizzazione, per gli altri, a farci altrettanto, nel bene come nel male. Se non pensiamo mai a noi stessi, se ci dimentichiamo di noi annullandoci per gli altri, gli altri, a loro volta, ci dimenticheranno.
Tutto comincia da noi. Il mondo che ci circonda è il nostro specchio.
Quello che fai a te stesso è l'autorizzazione per gli altri a farti altrettanto, quindi:
· Se ti giudichi o ti critichi, gli altri ti giudicheranno e ti criticheranno. Prima di dire che il tale continua a criticarti, verifica se non sei tu a criticarti per primo. Se è così, allora sii più tollerante con te stesso e vedrai gli altri diventare più indulgenti nei tuoi confronti.
· Se ti rimproveri, gli altri ti rimprovereranno. Inoltre se ti senti colpevole, i rimproveri altrui amplificheranno " l'effetto biasimo" che ti infliggi da solo.
· Se eviti di ascoltare i tuoi sentimenti, nessun altro li ascolterà
· Se rifiuti il posto che ti compete, nessuno te lo darà
· Se manchi di autostima, come puoi aspettasti che gli altri ne abbiano per te?
· Se hai poca fiducia in te stesso, come puoi aspettarti che gli altri si fidino di te?
· Se ti dimentichi di te in continuazione, non potrai prendertela se gli alti ti dimenticheranno.
· Se ti manchi di rispetto, non potrai accusare gli altri di mancarti di rispetto.
È vero però anche l'inverso:
· Se ti vuoi bene, gli altri ti ameranno
· Se pensi a te, gli altri penseranno a te
· Se hai rispetto per te stesso , gli altri ti rispetteranno
· Se tu ti apprezzi, gli altri ti apprezzeranno
· Se sei onesto con te stesso, gli altri saranno onesti con te
· Se sei indulgente con te stesso, anche gli altri lo saranno
· Se hai fiducia in te, gli altri ti daranno fiducia.
"colui che sa amare, ama se stesso;
se sa amare soltanto gli altri, allora non ama affatto"
Eric Fromm
Continua nei prossimi post ……
10:53 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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venerdì, 25 novembre 2011
Vivere pienamente.....

“per una volta, quella donna vuole vivere,
ma non sa bene cosa significhi.
Si chiede se l’ha mai fatto.
Se mai lo farà” Alice Walker
Prendo lo spunto da questa frase per una riflessione su una idea che molto spesso ci attraversa ma che altrettanto spesso non sappiamo cogliere nel suo intimo significato.
La maggior parte di noi vorrebbe “vivere pienamente”, ce ne riempiamo la bocca in ogni momento, ne facciamo la capolista degli obiettivi e desideri per ogni anno nuovo e tuttavia quando arriva il momento di mettere in pratica queste parole, scopriamo di non essere più così sicure del loro significato: che cosa vuol dire “vivere pienamente”? Lo abbiamo mai veramente saputo?....
La nostra tentazione è di correre a cercare la risposta nei libri: se riusciremo a trovare il libro giusto, allora sapremo cosa fare, in quanto siamo piuttosto abili nel seguire le istruzioni che ci vengono impartite. Oppure iniziamo a frequentare lezioni e seminari. Proviamo la meditazione oppure una dieta speciale, ci mettiamo a fare ginnastica o ci sottoponiamo a terapie alternative di vario genere.
In altri termini, ancora una volta cerchiamo formule e risposte al di fuori di noi, pensando che da qualche parte ci dovrà pur essere un filtro magico in grado di regalarci il ben-essere.
Ad un certo punto, tuttavia, ci rendiamo conto, per una qualche misteriosa illuminazione, che, per quanto validi siano tutti i nostri approcci, dobbiamo ritornare indietro e ammettere che solo noi sappiamo come vivere pienamente. Possiamo accettare alcune indicazioni, ma, in ultima analisi, vivere la nostra vita dipende da noi.
E se impariamo ad ascoltarci, nel profondo del nostro animo noi sappiamo come vivere pienamente, anche se in pratica, non l’abbiamo mai fatto.....
"Per vivere con arte e (pienezza) bisogna fare l'amore con la vita.." P.Coelho
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giovedì, 24 novembre 2011
Dimostrare qualcosa, ma perché e a chi …?
Spesso diventiamo quello che gli altri ci dicono che siamo; anche se dentro di noi sappiamo che siamo ben altro, è un modo triste per depistare gli inseguitori e a volte purtroppo per perdersi e non trovarsi più. Fare finta che tutto va bene, sì per un po’ si può fare, ma poi? Dimostrare qualcosa che non è risulta ancora più triste e inutile, e poi, perché? Sarebbe come fare il bagno in un luogo bellissimo e poi scoprire che c’è uno scarico fognario. Faresti finta di nulla e continueresti ad immergerti tra colibatteri e residui fecali?
Perché accontentarsi quando puoi scegliere il meglio? Che cosa credi che ti manchi? Te la stai raccontando … non ti manca nulla!!!
Se ti va, prova a fare questo esercizio: prendi carta e penna e scrivi una lista di cose che non hai fatto per paura che sarebbero state criticate dagli altri. E soprattutto decidi e metti a fuoco chi sono questi “altri”.
Una volta che li avrai individuati, visualizzali affidando ad ognuna di queste persone il progetto a cui hai rinunciato per paura di quello che potrebbe aver pensato.
Prendi delle buste, scrivi il nome di ciascuna persona che ti ha apparentemente frenato e inserisci in ogni busta la descrizione dell’episodio avvenuto.
Alla fine dell’esercizio guarda quanto sono gonfie queste buste. Alcune sono sottili, mentre altre sono lì per scoppiare? Almeno due non potrebbero essere neanche chiuse ? Per vivere al meglio e diventare un “vincente” occorre che tu lascia andare quello che non ha funzionato nella tua esistenza. Per farlo occorre “perdonare” tutti quei nomi. Molte di quelle buste riportano nomi che ti sono familiari? Le due più gonfie sono quelle dove c’è scritto il nome di mamma e papà?
Molte persone meravigliose sono state apparentemente poco amate da uno dei genitori o comunque hanno avuto uno o tutti e due i genitori con importanti problemi ad esprimere il loro amore. Così, inconsciamente, essi sono diventati efficaci e potenti nel disperato tentativo di poter proteggere uno dei genitori e contenere o salvare l’altro. Oppure hanno conseguito vittorie al fine di raggiungere risultati tali da rendere impossibile il non riconoscimento da parte loro. Ma spesso questo, anche se è avvenuto, non è arrivato nei tempi necessari per migliorare la qualità della realtà affettiva di tutti.
Ci sono genitori che continuano ad alzare l’asticella su cui i loro figli devono saltare e non basta mai quanto in alto tu sia riuscito ad arrivare.
Evita di sentirti indifeso rispetto al ricordo delle dinamiche intercorse qualora queste non siano state vincenti. Ogni cosa irrisolta con i tuoi genitori si “appiccicherà” nelle tue relazioni e le influenzerà negativamente. Mille volte meglio risolvere e “guarire” quello che hai salvato riguardo a tutto quello che non ha dato buoni risultati, solo così potrai essere veramente libero di realizzare al massimo il tuo potenziale.
Ricordati che ogni volta che non metti tutto l’impegno che puoi esprimere per raggiungere il risultato, sei portato ad accettare compromessi e sarai pronto a diventare quello che rimpiangerà di non essere divenuto qualcuno: a quel punto sarai capace di prenderti la tua responsabilità e di ripartire? O punterai il dito contro tutti coloro che ti avrebbero impedito di arrivare? Sei proprio sicuro che siano stati “loro” a farti scivolare? Quanto sarebbe meglio se tu ti accorgessi che hai fatto invece tutto da solo, sempre, ma specialmente quando le cose non hanno funzionato?
Fermati un attimo a riflettere, è tempo ben speso. Come potrebbe l’immobilità permetterti di arrivare da qualche parte, in quale modo potrebbe mai farti raggiungere qualcosa?
Mentre fino a questo momento ogni “no” ci crocifiggeva , ora è fondamentale riconoscere che sono i modi di pensare che avevamo ieri che ci hanno condotto e accompagnato a quello che siamo oggi, a tutto questo! L’importante è evitare di sentirsi incompresi e spostare le proprie energie su qualcosa di altro a cui teniamo comunque tantissimo in modo da superare l’impasse e riprendere il cammino.
Questo significa capacità di scelta e non ha nulla a che vedere con la rinuncia bensì con una messa a fuoco più produttiva e concreta. E’ necessario semplicemente smettere di avere timore, cambiare pensieri, prestare più attenzione, orientarci verso qualcosa di più adatto ai percorsi che abbiamo in mente e CE LA FAREMO!!!!
Noi sappiamo tutto, occorrerebbe tenerne conto! Talvolta sarebbe molto più utile smettere di spingere il fiume e forse sarebbe proprio lì che ci accorgeremmo che sì, quel risultato lo abbiamo raggiunto!
11:16 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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lunedì, 21 novembre 2011
Non so ricevere e allora prendo …
Saper ricevere non è una dote di tutti. Tra chi minimizza, svaluta, considera banale quello che gli arriva e chi sa accogliere, dare risalto, esaltare quello che riceve esiste la vasta gamma di chi non sa o non è in grado di ricevere. E allora prende!
Mi racconta un cliente: “nei miei rapporti intimi, mi trovo spesso in difficoltà. Ho una richiesta che mi viene sempre in mente, un’unica richiesta che mi assilla quando sono con lei: vorrei che a proporsi fosse lei. Probabilmente però, lei sente che aspetto da parte sua qualcosa che non arriva, perché rimane sulle sue. Allora faccio il primo passo, ma le porto rancore e mi chiudo non appena lei risponde positivamente. E’ un circolo vizioso. Ho l’impressione di doverle estorcere la minima carezza e non mi piace. Io invece voglio che sia lei a farsi avanti”.
Volere che il desiderio provenga dall’altro è all’origine di numerosi malintesi e conflitti nei rapporti intimi. L’imperialismo di certi desideri (ma sono davvero desideri?) non si lascia mai scoraggiare né dalle immense frustrazioni che provoca in chi lo nutre né dalla chiusura o la fuga di chi ne è oggetto.
Continua lo stesso cliente: “quando alla fine della giornata torno dal lavoro, nella mia fantasia ci sono sempre le stesse immagini. La vedo aprirmi la porta, precipitarsi verso di me e abbracciarmi, facendo scivolare le mani sul mio corpo. E’ questo che mi aspetto ogni volta, che sia lei a fare la prima mossa. In fondo al cuore, vorrei che mi trasmettesse il suo desiderio. Ma non succede così. Una volta aperta la porta, mi sento frustrato dal poco interesse verso la mia persona; la sua passività mi è insopportabile. Sono io allora che tento verso di lei i gesti immaginati e mi va sempre male: non è il momento, non è disponibile, non è pronta. Più tardi, quando mi chiede se ne ho voglia, rimango freddo”.
L’aspettativa che l’altro ci impone può essere percepita come un esigenza implicita che blocca lo scambio e impedisce la condivisione. Quando in uno dei due il desiderio troppo forte, impedisce la desiderio dell’altro di nascere.
A questo proposito un’altra cliente: “non ho nemmeno il tempo di dargli che lui ha già preso. Ho tentato varie volte di spiegarglielo, Un giorno ho messo la mia mano sulla sua: << vedi, se tieni la mano aperta per accogliermi, io posso darmi a te. Ma se la chiudi subito sulla mia, se mi trascini verso di te, non posso più darti nulla >> subito mi ha criticata: << tu e la tua psicologia da quattro soldi. Non riesci ad accettare, ogni tanto, di essere più semplice.>> Per lui essere semplice significa rispondere subito alle sue aspettative e apparire soddisfatta!”
Questo scenario è pressoché ingestibile, poiché gli atteggiamenti e i gesti di chi ha difficoltà a ricevere quello che non gli viene dato spontaneamente lo spingeranno (in maniera del tutto inconsapevole) a prendere, cosa assai diversa dal ricevere. Le origini di questo comportamento sono sicuramente antichissime e risalgono agli albori della vita. Immagino un neonato che succhia il seno della madre. Il latte è buono e prezioso, è rassicurante e, con il passare dei mesi, la bocca avide diventa sempre più avida. Divora la mammella, la mastica e quando questa, un po’ troppo sensibile o fragile, tenta di sottrarsi, la bocca si chiude con maggior forza, maggior violenza. Si instaura allora una specie di conflitto tra la mamma e il bambino, tra il desiderio materno di dare e quello infantile , inquieto di prendere, di fare suo quello che rischia di allontanarsi e di sparire.
Mi racconta un’altra cliente: “da principio non me ne rendevo conto, ma con il tempo ho capito che il mio comportamento si ritorceva contro di me, che dovevo evitare di aggrapparmi. Non riuscivo a impedirmi di anticipare l’intenzione del mio compagno. Quando lui si cinava per abbracciarmi, lo stringevo subito tra le braccia, gli prendevo la testa fra le mani e, anche se sapevo che lo detestava, gliela stringevo contro di me. Più lui si dibatteva e voleva allontanarsi, più io lo tenevo stretto. << Sei una vera sanguisuga>> mi ha detto un giorno. <<Hai le mani come la colla, ti attacchi a me come se avessi paura che sparissi>>. E’ vero, avevo paura che sparisse, che smettesse di interessarsi a me. Ma quando gli parlavo di questa paura, scherzando mi diceva (cosa che non mi rassicurava affatto): << nessun pericolo, non mi lasceresti mai andare via>>.
Ricevere non è un atteggiamento passivo , è un atteggiamento relazionale molto dinamico. Bisogna però accettare di aprirsi a quello che proviene dall’altro. Soltanto in un secondo (brevissimo) momento sentiremo se possiamo accogliere ciò che corrisponde alle nostre aspettative, per farlo riecheggiare e crescere dentro di noi oppure, al contrario, rifiutare quello che non corrisponde ai nostri desideri, o alla nostra sensibilità.
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sabato, 19 novembre 2011
Riconosci te stesso … confermati o cambia !!
Un bel sano post motivazionale che ve ne pare??????
Nel mondo dello sport spesso ci si imbatte in una frase: “Squadra che vince non si cambia!” Certo sarebbe sciocco farlo, non credete? Perché allora subito dopo un risultato ottenuto a noi capita di farlo? Di sabotare quanto appena raggiunto? Forse, per arrenderci inevitabilmente alla sensazione che siccome abbiamo vinto in passato e non si può vincere sempre, allora prendiamo le nostre cose e facciamo spazio a qualcun altro, magari lo sfidante, confrontandoci con il quale dovremmo invece difendere il titolo che abbiamo appena conquistato? Non è una resa questa?
Allora impegniamoci, laviamo i nostri pensieri e trasformiamoli in una lega composta delle stesse sostanze di cui sono composti i sogni, quelli più belli. Entriamo nella convinzione che quella che è stata la nostra vittoria più importante non debba essere necessariamente l’unica da ricordare bensì la prima di infinite altre vittorie.
Se scegliamo di vivere un’esistenza consapevole non possiamo più tornare indietro e ricominciare a fare le vittime. Sei responsabile di te e di quello che ti accade intorno, totalmente, per attingere a tutte le possibilità che il tuo potere ti mette a disposizione ora e per sempre.
Essere riconosciuti, riconoscersi … quanti vuoti permetterebbe di colmare questa azione che spesso ci attendiamo esclusivamente dall’esterno. Quanto, invece, potremmo supplire a quello che non accade nutrendoci da soli, aprendo il rubinetto della nostra “centratura”?
Certo essere riconosciuti è un bisogno che non viene considerato primario. Nella scala dei bisogni di Maslow troviamo al primo posto i Bisogni Fisiologici visti come fondamentali per accedere ad altri desideri. Poi vengono considerati i Bisogni di Sicurezza; finalmente i Bisogni di Appartenenza tra cui il bisogno di essere riconosciuti e approvati, seguiti dai Bisogni di Stima e infine troviamo il Bisogno di Autorealizzazione. Io credo invece che essere riconosciuti sia uno dei fondamentali e più importanti bisogni espressi dall’essere umano, se non vivi su un’isola deserta come naufrago, perché se già i naufraghi sono due, ognuno tenterà di convincere l’altro di quanto sia stato importante il suo apporto e il bisogno di essere vicendevolmente riconosciuti farà la differenza e regolerà la loro relazione. Uno dirà: “Hai visto quanta legna ho raccolto mentre dormivi?” E l’altro risponderà: “Sì, e tu hai visto quanto pesce ho pescato per noi nella notte?”. Questo vale naturalmente in ogni ambito.
Dopo aver imparato a riconoscerci siamo pronti ad essere riconosciuti dagli altri. Prendiamo il saluto quale altro bisogno gli viene affidato se non il riconoscimento? Io ti ho visto e ti riconosco (ti saluto), tu mi hai visto? Allora salutami affinchè io ne abbia la certezza e mi tranquillizzi. Come ti senti se saluti qualcuno e questo non risponde al tuo saluto? Non riconosciuto? Esattamente!!
Questo è uno dei motivi per cui abbiamo degli amici, per essere in una dimensione dove il riconoscimento è sicuro e paritario, da loro saremo riconosciuti e accolti comunque, in qualsiasi modo dovessimo presentarci. E ora e per sempre noi ne teniamo conto e tutto quello che possiamo fare e che è nelle nostre possibilità noi lo faremo veramente e saremo pronti ad entrare nella via dell’espansione.
L’Universo non è un navigatore, non può dirti “vai a destra o a sinistra”. E’ necessario che lo dica tu. Ora è il momento di farlo, prendi decisioni nuove, occupati di quello che ti pre-occupava e sorridi.
Usa i tuoi talenti, credi in te, diventa la tua vera fede. Investi su di te e su quello che sai fare meglio. Torna al bivio dove avevi perso il cammino e stupisci tutti; se lo farai andrai a far parte di quella minoranza del pianeta composta dalle persone che vivono costruendo i loro sogni e dormirai sorridendo, come un’aquila che cercava il cielo mentre ora è lì che vive.
La felicità è lì, può anche essere un download veloce se te lo concedi, così ti sembrerà di cavalcare il mondo, mentre sentirai una mandria di cavalli liberi al galoppo nel cuore.
Nel riconoscerti puoi sorridere e pensare: “Quante cose importanti abbiamo fatto insieme e quante ne faremo ancora ….!” Tutto insegna ed è motivo di apprendimento se sei disposto ad imparare e ad agire e a tener conto di quello che accade intorno a te.
Alcune cose puoi farle adesso o rimpiangerai per sempre di non averle fatte. Non vivrai mai più un giorno con la stessa data di oggi, sorridi e vani nel mondo con questo pensiero! La tua giornata, se lo vuoi, può diventare una meravigliosa caccia al tesoro se uscirai attento a vivere pienamente momento per momento”. VIVI!!! VIVI ALLA GRANDE!!!!
Smetti di lasciare prendere decisioni alla parte peggiore di te; decidi tu le difficoltà che vuoi incontrare nella tua esistenza se ti sembra di non aver abbastanza adrenalina, quando le cose sono facili, prenotane però il minimo indispensabile affinchè questa tua abitudine non arrivi a sabotare i tuoi progetti. Perdere frequentemente è una manifestazione di autolesionismo che una persona infligge a se stessa per punirsi. Perdonati, concediti un attimo di respiro …. Eleva la tua visione di insieme …
Come vedi la tua situazione con questo distacco? Come ti appaiono le cose da questa altezza? Come è piccolo quel labirinto in cui ti sentivi prigioniero? Lo vedi, sarebbe stato sufficiente alzarti in piedi e come nei viaggi di Gulliver tutte le catene con cui credevi di essere legato si sarebbero rivelate per quello che erano: solo scomode, false, inutili, insufficienti a fermarti.
Quando lavori per crescere e migliorare la tua situazione, non stai lavorando su te stesso , ma per te stesso. Nel pianeta c’è bisogno di qualcosa di nuovo e quel “qualcosa” di nuovo siamo noi!!!!
Riprendi in mano la tua esistenza, muoviti da ricco, nulla è più prezioso di te! Corteggiati e conquistati, non perdere l’occasione: se tu fossi molto interessato a un’altra persona libera ti dichiareresti finchè sei in tempo no? Fallo, INNAMORATI DI TE! Non è qualcuno che devi conquistare, sei tu!!!!
19:24 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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giovedì, 17 novembre 2011
Se non decidi tu decidono gli altri per te.
Un altro post sulla capacità di scelta … forse può essere un po’ noioso sentirsi ricordare sempre le stesse cose ma reputo che la decisione e la derivante scelta che ne consegue sia la facoltà che più di ogni altra ci permetta di vivere al meglio e da veri protagonisti la nostra vita. Quindi portate pazienza e se vi va continuate nella lettura …..
Quello che a volte sembra essere il caso sono le decisioni prese dagli altri. Un risultato che scatta quando ci rifiutiamo di compiere delle scelte nostre, quando scegliamo di non prendere decisioni che vadano nella direzione della nostra realizzazione e del nostro bene e anche di quello di coloro che amiamo.
Un buon esercizio per sperimentare come siamo capaci ad “aggrovigliare” la nostra vita è questo: puoi farlo con il tuo partner, la tua famiglia o magari i tuoi collaboratori di lavoro.
Con la mano destra prendi la mano sinistra del tuo partner e con la mano sinistra prendi la sua mano destra, se siete più persone prendete le mani degli altri e poi avvicinatevi e “legatevi” senza lasciare le mani che stringete, girate su voi stessi, passando nei modi più infiniti sotto le braccia degli altri, affinchè le vostre braccia diventino una specie di catena, fino a creare un vero groviglio che impedisca di fatto ogni movimento.
Simbolicamente, mentre visualizzi questa scena dal di fuori puoi vedere chiaramente le difficoltà che creiamo noi. La capacità di rendere difficili situazioni che altro non chiederebbero se non di celebrare il grande privilegio che avremmo se vivessimo la nostra esistenza esprimendola al massimo potenziale delle nostre possibilità.
Ritornando all’esercizio, dal groviglio creato si cerca la soluzione, senza mai lasciare le mani che teniamo strette. Movimento dopo movimento, intrecciandosi, abbassandosi, passando sotto le braccia degli altri,proviamo a sciogliere i “nodi” creati in precedenza fino a ritrovarci in cerchio in un girotondo gioioso dove le nostre parti intatte e giocose saranno pronte a dare il meglio e a prendersi il meglio da noi stessi e dagli altri. Ora il gruppo è diventato un insieme omogeneo , libero e forte, come accade nei vasi comunicanti; ora la coppia è diventata un insieme di forze e possibilità non fuse bensì complementari dove nessuno ha bisogno di appoggiarsi all’altro.
Un ulteriore scopo di questo esercizio è riconoscere che crescendo ed espandendoti non sei mai stato in pericolo ma divieni quello che avevi sempre sognato di poter diventare e questo avviene in complementarietà con gli altri e non in opposizione. Quindi, forse, tutto si era bloccato nella nostra esistenza perché aspettavamo autorizzazioni da fuori. Se è così ora possiamo smetterla di aspettare semafori verdi dall’esterno, al punto di dare loro la valenza di approvazione a continuare o no, SCEGLIAMO NOI!
Se una persona viene da me e mi dice : “Io voglio essere felice!”, è come se mi comunicasse il risultato di quello che scoprendo gli addendi giusti potrà ottenere. Lì, allora, comincia la sfida e la ricerca.
Una volta identificato quello che potrebbe condurre al risultato, individuiamo come arrivare a far sì che le situazioni che concorrono all’obiettivo vengano raggiunte; così, sommando gli addendi scelti, si arriverà al risultato chiesto.
Se, per te che leggi, oggi quel risultato è la tua realizzazione, occorre chiarificare gli elementi che hai a tua disposizione e ottimizzarli.
Se senti di non farcela da solo fatti aiutare, vai da un Counselor, da uno Psicoterapeuta, da un Coach, farlo significa essere consapevoli delle proprie possibilità e delle proprie fragilità rispetto a una determinata situazione. Forse un tempo creavamo problemi per essere riconosciuti. A volte abbiamo fatto finta di non essere in casa, non c’eravamo per nessuno, ancora oggi, talvolta non ci siamo neanche per noi stessi. Ora siamo stanchi di nascondere il nostro valore!
Senti il bisogno di cambiare? E allora cambia! Evitare di decidere e attendere è una decisione, anche e soprattutto rinunciare lo è. Se eviti di decidere tu decideranno gli altri anche per te e poi dovrai tener conto di quello che loro avranno scelto per te. INSOPPORTABILE!!!!
E ricorda che quello che loro sceglieranno sarà sempre e soltanto il meglio per loro e quindi non necessariamente per te. A questo proposito ci si abitua in fretta a rassegnarsi e a un certo punto siamo così abituati a rinunciare e a non realizzarci che a volte, al fine di raggiungere quel risultato, può sembrare proprio più giusto fare la cosa sbagliata.
Tutto questo si potrebbe riassumere in “tanto è inutile, io non riesco a decidere!” E poiché ti sembrerà inutile ogni tentativo per riprenderti il potere della tua vita, troverai la motivazione per stancarti, per non avere voglia, per lasciare tutto così come si trova, insoddisfazione compresa.
Forse a questo punto ti farà piacere pensare che per tutti è così, non è possibile soltanto prendere decisioni giuste per la nostra vita; forse, se anche ci riuscissimo, se non dovessimo rimediare ai nostri errori … magari a quaranta anni nessuno apprezzerebbe più nulla.
C’è una bellissima metafora in una canzone che secondo me esprime molto bene quello che la paura di sbagliare può incutere in una persona; dice: “la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare …” (L.Cherubini). Trovo che questa descrizione valga per ogni incertezza. Talvolta le indecisioni nascono proprio dalla consapevolezza dell’occasione di poter fare di più e allora è come se la sensazione fosse quella di voler portare a casa il massimo e non sapere come fare.
Gli scienziati dicono che noi contattiamo fino a 500.000 pensieri al giorno, analizziamo una cosa, la scegliamo e la approfondiamo o la scartiamo e passiamo ad un altro pensiero. Lo facciamo continuamente, questo non è decidere? Prova a ritenerti capace di scegliere come se fosse possibile. Ecco un nuovo gioco, Evita di avere dubbi, evita di alimentarne. Fai cose nuove sul palcoscenico della tua esistenza preparati a interpretare il ruolo di essere qualcuno che decide con facilità.
Cambia tutto quello che puoi intorno a te. Se prima facevi il bagno ora prova a fare la doccia, cambia la marca dei saponi, del bagnoschiuma, di quello che mangi a colazione, a pranzo, cambia mezzi, atteggiamenti, posture, ecco che, se lo farai per un po’, potresti con sorpresa accorgerti di essere diventato una persona che sa prendere decisioni con maggiore facilità. ……
"L'uomo deve scegliere.
In questo sta la sua forza: il potere delle sue decisioni."
Paulo Coelho, Monte Cinque
17:21 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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mercoledì, 16 novembre 2011
Il diario emozionale ...
Ho già in un altro post parlato dell'importanza dell'uso del diario come strumento di autocontenimento e monitoraggio di vissuti interiori.
Nel precedente articolo mi sono soffermata sul diario nella sua accezione di contenitore di immagini ("diario visivo") per esprimere quello che la parola non riesce a dire, oggi vorrei soffermarmi sul suo aspetto narrativo, uno spazio quotidiano dove annotare liberamente senza filtri e giudizi i vostri pensieri ed emozioni più intime circa le situazioni che vi coinvolgeranno maggiormente nella vita di tutti i giorni.
Chiameremo questo strumento "diario emozionale", con un esplicito riferimento, oltre che al contenuto, anche e soprattutto al modo di organizzarlo: non vi è infatti l'obbligo di seguire delle linee razionali, le quali potrebbero soffocare la spontaneità e la sincerità rispetto a quanto vissuto durante la giornata.
Anche se all'apparenza è confuso e disordinato il "diario emozionale" rappresenta uno strumento utile per sondare gli stati d'animo e le emozioni e per riflettere sulla propria vita da una prospettiva diversa rispetto a quella del giudizio critico: la prima verità su se stessi cui si accede consiste, infatti, proprio nel vincere il timore di dare un valore ai sentimenti e alle emozioni, riservando per essi uno spazio maggiore nelle vostre vite.
Tutti noi siamo stati educati, nella maggior parte dei casi, nel non dare eccessiva importanza alle emozioni per affrontare la vita reale: abbiamo imparato presto a dissimulare i nostri stati d'animo per compiacere gli altri dando così una falsa immagine di noi stessi, la quale prevede che dobbiamo comportarci sempre come se fossimo delle creature invulnerabili e prive di ogni fragilità.
Lasciarsi guidare dall'emotività ci aiuta a costruire un punto di vista che sia soltanto nostro e che nessuno può rubarci e questo è fondamentale per dare un'impronta personale ad ogni evento o situazione che ci troviamo a vivere.
Non è necessario che annotiate ora per ora i vostri stati d'animo, più semplicemente potete dedicare anche soltanto 10 minuti al giorno a questa pratica, ad esempio appena alzate, per riflettere su cosa vi aspettate dalla giornata, oppure durante la sera, per fare il punto della situazione su quanto vissuto, lo scopo è quello di essere più consapevoli del vostro grado di coinvolgimento emotivo in quello che vi succede durante la giornata, riflettendo sugli obiettivi che volete raggiungere.
Per ottenere questi risultati occorre però che superiate le resistenze iniziali ad abbandonarvi al flusso delle emozioni: tali resistenze provengono dalle vecchie abitudini e dai vecchi copioni ormai consolidati che limitano l'espressione delle vostre potenzialità e che vi impediscono di vivere liberamente ed in sintonia con voi stesse.
In questo senso tenere un diario emozionale vi aiuterà a capire che le emozioni non sono degli eventi che capitano casualmente, da vivere di conseguenza passivamente, ma che è possibile trarre da esse l'energia per sfruttare appieno le possibilità che la vita offre in continuazione.
Se riuscirete a mantenere l'impegno quotidiano di aggiornare il diario, dopo qualche giorno vi accorgerete di una o più emozioni che continuano a saltare fuori con frequenza e in corrispondenza di diverse occasioni: questi stati d'animo evidenziano l'immagine che ognuno ha di sé in relazione al suo mondo. Questa immagine coniuga dei punti di forza, relativi a cosa riteniamo di saper fare, con dei punti di debolezza, che invece si riferiscono a cosa non sappiamo ancora fare ma che vorremmo imparare al più presto.
Tenere un diario emozionale dove riformulare le esperienze vissute nel quotidiano rappresenta un buon metodo per capire quali sono le potenzialità non ancora espresse e le motivazioni che abbiamo per migliorare la nostra condizione personale: infatti esso aiuta a chiarire il punto in cui uno si trova in relazione a dove vorrebbe essere.
Il diario emozionale può davvero costituire un'ottima palestra dove allenarsi a collegare fra loro emozioni, eventi, pensieri, significati e abilità personali. Inoltre l'aggiornamento quotidiano vi farà capire meglio quali emozioni lasciano in voi delle tracce profonde e quali invece accadono senza che voi ne siate toccati più di tanto.
Chiedersi come mai si verifica una tale situazione si rivelerà molto utile quando dovrete trarre le motivazioni giuste per apportare alle vostre vite i cambiamenti necessari per migliorarne la qualità.
14:21 Scritto da: gabrella in EMOZIONI, Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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martedì, 15 novembre 2011
Lei non sa chi sono io .....
http://www.flickr.com/photos/diquara/4725101444/
Non è raro conoscere persone molto suscettibili, con le quali è necessario stare veramente attenti a come si parla o come ci si comporta; esse tendono infatti a interpretare le azioni che non corrispondono alle loro aspettative come disattenzioni o offese nei loro confronti e possono reagire malamente , con rimproveri, chiusure, musi lunghi.
Tutti sappiamo quanto sia difficile e faticoso trattare con queste persone, che richiedono uno sforzo relazionale molto alto al fine di non incorrere in equivoci o fraintendimenti.
Qualche volta, se le osservo da lontano, mi viene quasi da ammirarle, per la loro straordinaria capacità di perseguitare il prossimo e di ottenere molto spesso attenzioni e accondiscendenza superiori a quanto sia necessario e naturale.
La suscettibilità è una caratteristica emozionale complessa. Essa appartiene a tutti noi e deriva soprattutto dalla nostra insicurezza e dalla nostra dipendenza dagli altri.
Anche le persone molto sicure di s'è possono essere estremamente suscettibili quando si trovano in una situazione di affidamento che le rende più fragili.
Una disattenzione da parte di uno sconosciuto può non offenderci, ma lo stesso gesto da parte di un amico può ferirci se in quel momento la nostra aspettativa o il nostro bisogno è quello di ottenere vicinanza, affetto, condivisione.
Se facciamo derivare la "nascita" della suscettibilità in famiglia, essa rimanda alla difficoltà del bambino a costituire un senso della propria identità sganciato dal continuo rifornimento di affetti, gratificazioni e attenzioni. Così può esservi la suscettibilità dei primogeniti, feriti e privati di importanza dall'emergere di altri personaggi sulla scena familiare (i fratelli e le sorelle minori), quella degli ultimogeniti, messi in ombra dall'importanza e dal potere dei maggiori, quella infine dei mezzani presi tra due fuochi ...
C'è poi la suscettibilità di chi ha problemi fisici, di chi ha meno soldi, di chi non ha ancora raggiunto il meritato prestigio, di chi si fa in quattro per gli altri, di chi è importante altrove e qui non lo si riconosce, etc, etc ....
Quando è molto alta la suscettibilità è uno scudi difensivo che si frappone fra noi e le nostre relazioni, limitandole seriamente perché non è per nulla orientata a conoscere "chi sia l'altro", bensì a valutare quanto l'altro "sa chi sono io" o, per meglio dire quanto l'altro mi tratti per quel che 'io voglio assolutamente essere per lui"!
Comunque al di là dei casi patologici, la suscettibilità rappresenta un segnale utile: nella sua fisiologia si manifesta come un allarme, che può accenderai in differenti tonalità e così avvertirci di qualcosa che ci riguarda.
Possiamo utilizzarla come "termometro" che misura la febbre della nostra insicurezza e della nostra instabilità affettiva, in generale o nei confronti di determinate relazioni. Esa ci indica quanto siano grandi i nostri bisogni e le nostre aspettative, la quantità di "dolore" e di "rabbia" che proviamo per la loro delusione sarà la misura della nostra fragilità e la nostra dipendenza dalla persona o dal gruppo che ci sta frustando, che non sa chi siamo noi, e che, se anche lo sa, se ne frega!
Le nostre buffe reazioni emotive e i nostri comportamenti irriguardosi e colpevolizzanti verso coloro che non ci aiutano a sostenere la nostra identità potrebbero farci sorridere, se decidessimo "eliminare" la causa del nostro male, anziché arrabbiarci con il mondo.
Ma come ai fa a superare questi scogli, a diventare meno insicuri,ad allargare la nostra vita senza pretendere che ci sia sempre qualcuno vicino a noi che ci legge nella mente e si comporta come noi desideriamo?
Semplice impariamo a "fare provviste". Ogni occasione di crescita, ogni gesto di riconoscimento sono un alimento che possiamo metabolizzare e immagazzinare.
Le persone troppo suscettibili non hanno mai imparato a sentirsi sazie e spesso questo è capitato, perché mentre mangiavano relazioni buone si preoccupavano della possibilità che qualcosa fosse loro tolto, anziché godere di quello che avevano a disposizione.
Un piacere che venga sentito come un'offerta della vita e non sia subito liquidato come l'antipasto di un pasto infinito e mai saziante può farci sentire una dolcezza infinita. Un obiettivo che ci permettiamo di sentire come conquistato da noi e non concesso dalla benevolenza dell'altro può parlarci di chi noi veramente siamo.
Tutto ci lascia la porta aperta alla speranza e fa abbassare la febbre, almeno per un po' .....
16:02 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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giovedì, 10 novembre 2011
Viva la delusione quando non fa più male ...
“Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione.
Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d’una ingiustizia che non t’aspettavi, d’un fallimento che non meritavi….”
Oriana Fallaci – “un cappello pieno di ciliegie -
La delusione è il crollo di un'idea a cui abbiamo creduto, spesso troppo, e a cui possiamo anche aver incautamente affidato la nostra felicitá.
L'etimologia latina del termine significa pressapoco "uscire dall'inganno". Ma quale inganno?
L'illusione spesso ce la creiamo noi, con un meccanismo talvolta raffinato, talaltra banale. Altre volte ce la creano gli altri, ma anche in questo caso, se fossimo onesti, potremmo riconoscerci molte responsabilità , quantomeno per non aver esercitato abbastanza il senso critico e non aver ragionato con la nostra testa.
L'illusione è un male inevitabile, di cui siamo spesso anche consapevoli, ma spesso incapaci di staccarcene. Forse deriva dalla nostra necessità di sognare, di creare mondi buoni per noi, di ricevere ciò di cui abbiamo bisogno. Forse nasce dalla fragilità, dal desiderio cocente di felicità, dal bisogno di essere amati.
Volendo se si è abbastanza "saggi" si potrebbe passare in rassegna le illusione che affollano la mente e che non sono state ancora messe in discussione. Non sarebbe strano trovarne molte, alcune mischiate a diversi elementi di realtà, altre mai messe alla prova dai fatti o così forti da piegare i fatti al loro volere.
Prendiamo un esempio tra i più classici. Quando ci si innamora si vive un'esperienza di vero e proprio "doping" della mente e delle emozioni. La persona amata viene beatificata e messa in salvo dalle critiche, avvolta in un'area luminosa, designata come colei che ha senz'altro il compito e desiderio di renderci felici così come noi desideriamo esserlo.
Impieghiamo talvolta anni ad accettare che l'altro non possa farlo più di tanto e ci restiamo male anzi malissimo, qualcuno al punto di non ritenere più buona e utile per sè la relazione e allora ci si fa la guerra o ci si separa.
L'illusione amorosa e la conseguente delusione sono fenomeni naturali e come tali riguardano tutti. Ma allora perché la delusione porta qualcuno a rompere la relazione e qualcun altro no? Anzi sembra proprio che le relazioni che resistono alla delusione siano più salde e profonde, più fondate e solide.
Il destino delle delusioni può variare molto.
In alcuni casi la delusione scava un solco profondo nella nostra mente,crea un baratro tra noi e la nostra stessa capacità di sperare. Sono le situazioni in cui il richiamo alla realtà non aiuta.
Forse in questi casi l'illusione che è stata travolta era troppo legata alle nostre fragilità, per cui la sua caduta provoca un irrimediabile sentimento di distruzione interiore.
Sono situazioni in cui tutto viene travolto: la persona amata, l'amica o l'amico, il lavoro deludenti vengono sentiti come causa di dolore così profondo da non poter essere ricollocati a nessun costo in una luce positiva.
Gli effetti di tale tipo di delusioni sono devastanti e si protraggono per molti anni, spesso per l'intera vita.
In altri casi, invece, esso è favorevolmente influenzato dalla nostra capacità di restare ancorati a fattori di realtà; riusciremo allora a fare operazioni quali "rattoppare i buchi" (ad esempio accettando di non poter avere fino in fondo quello che desideriamo), oppure valutare cosa abbiamo da perdere separandoci e cosa invece da guadagnare restando.
La delusione può in questo caso indurci a fare un bilancio realistico e aiutarci a superare alcuni vecchi schemi emotivi e di pensiero che ci affliggono, o perlomeno a renderlo più evoluti e raffinati.
Da questo punto di vista, essa ci aiuta a realizzare davvero nella realtà i nostri desideri, venendo a patto con quello che è effettivamente possibile.
La delusione serve a realizzare concretamente quello che era imprigionato nell'illusione, quindi a rischio di non diventare mai realtà.
Talvolta accade che si passi dapprima attraverso sentimenti distruttivi e solo in seguito, smaltita l'onda d'urto della delusione, ad una prospettiva più realistica e propositiva.
16:16 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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mercoledì, 09 novembre 2011
Ci vuole pazienza .....
La pazienza si sviluppa secondo direttrici misteriose. In sostanza essa è la capacità di saper dedicare tempo e un'attenzione anche prolungata a qualcosa o qualcuno.
Ci sono attività che richiedono molta pazienza: ad esempio coltivare un orto, dipingere ad olio, comporre mosaici, far crescere imprese, insegnare etc ..
Alcune persone sono pazienti per natura, a volte così pazienti da sembrare lente come lumache, incapaci di un guizzo, di una provvidenziale ventata di fretta. Talvolta questa pazienza deriva dalla paura di essere aggrediti o dalla paura di sbagliare. Le persone pazienti in questo modo tendono ad essere molto tolleranti e a non reagire a comportamenti modificati o aggressivi anche quando potrebbe essere veramente necessario, tendono anche a dedicare molto tempo alle cose che devono fare, indipendentemente dalla loro importanza e a ricontrollarle più volte per essere sicure di non aver sbagliato nulla.
La pazienza che deriva dall'insicurezza funziona bene per evitare e tenere a bada la paura, ma ha un difetto: è piuttosto rigida, poco modificabile, proprio perché nasce dalla necessità di proteggerai da aggressioni o critiche.
In caso di necessità, quando può servire fare le cose in fretta e non preoccuparsi della loro completa correttezza, questa "pazienza" frena, mette in crisi la persone e non le consente di agire rapidamente se non a prezzo di un'ansia anche molto elevata.
Ci sono persone invece capaci di una pazienza "di fondo", che trasmette serenità e sicurezza. Queste persone ci danno sempre l'idea di muoversi contemporaneamente in due direzioni: sanno stare "ferme", aspettare,concentrarsi su quello che hanno davanti e nello stesso tempo sembrano indirizzate a un movimento, un futuro, a un obiettivo vitale.
Proprio perché quello che conta in questa pazienza è l'obiettivo di fondo, essa è anche compatibile con altri atteggiamenti, talvolta opposti come il fare le cose in opposti e approssimativamente o anche male, se si valuta che da ciò non derivino problemi strategici o, addirittura, se lo si ritiene necessario, per non ritardare inutilmente la strada.
Anche gli impazienti sono di categorie differenti. Una categoria simpatica (a me) è formata da quelli che sono sempre un passo avanti, pieni di idee, forse un pó affamati di vita, trascinatori ma non arroganti, curiosi di sapere, di vedere, di fare e di pensare altro.
Altri impazienti invece possono essere meno gradevoli, ad esempio gli impazienti "narcisi", che reagiscono sempre male se qualcuno entra nel loro spazio vitale e ne modifica gli schemi e i ritmi.
Infine c'è una grande quantità di impazienti e " ansiosi", che contagiano tutto il mondo con la loro perenne fibrillazione, irrequieti e instabili finchè le cose non vanno come dicono loro.
Pazienza e impazienza non sono per forza caratteristiche stabili, connesse al carattere: esse possono variare anche in relazione al benessere o malessere del momento o del periodo di vita, o al contesto.
Come anche dice l'etimologia - derivano da "pathos" - pazienza e impazienza parlano del nostro "sentire" e ci descrivono al prossimo con minuzia e precisione: ci raccontano e ci tradiscono , anche al di là dei nostri sforzi per mimetizzarci.
“Soltanto l'ardente pazienza
porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.”
Pablo Neruda
12:28 Scritto da: gabrella in Riflessioni per ri-trovarsi.. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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